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Sinistra: il dibattito                                                                                                                                                                                                                   pagina 6
 

 

Nasce la Fds per l'Italia che non si piega

 

Red

 

L'Nasce la Fed per l'Italia ultimo appello a Nichi Vendola di Paolo Ferrero, segretario di Rifondazione comunista, ha la forma di una video lettera. Contiene tre proposte per tornare a lavorare insieme: la formazione a Milano di una lista comune della sinistra come riferimento per tutti coloro che hanno votato Giuliano Pisapia nelle recenti primarie; un candidato unitario per le eventuali primarie del centrosinistra in caso di elezioni anticipate; l'avvio del confronto per costruire un programma della sinistra da presentare alle altre forze del centrosinistra.
La mano tesa a Vendola ha preceduto l'apertura del primo Congresso della Federazione della sinistra. Rifondazione, Pdci e Socialismo 2000 sono le tre forze principali che hanno vita nel 2009 alla Federazione della sinistra che hanno celebrato nel fine settimana il Congresso con la parola d'ordine ''L'Italia che non si piega''.

Il tema delle Assisi era innanzitutto la definitiva unificazione delle tre formazioni politiche, oltre che di tessere nuovi rapporti a sinistra in modo da uscire dall'isolamento seguito alla mancata conquista di una rappresentanza parlamentare nelle elezioni politiche del 2008 e in quelle europee del 2009. Un obiettivo raggiunto, anche se ci sarà da lavorare nelle rispettive basi.
All'ordine del giorno della discussione anche la verifica di poter ritessere la collaborazione con Sinistra ecologia e libertà, il movimento nato dopo l'elezione di Ferrero a segretario di Rifondazione nel 2008 e l'uscita da quel partito di Vendola. Quest'ultimo appare con il vento in poppa, come attestano i sondaggi che lo indicano in questo momento addirittura come il leader politico più popolare, e disponibile a lasciarsi alle spalle i rancori del passato ma non fino al punto da privilegiare l'idea di una ricomposizione della sinistra radicale rispetto alla nascita di un rinnovato centrosinistra.
Claudio Grassi, della segreteria nazionale della Federazione della sinistra, scriveva alla vigilia del Congresso sul suo blog: ''Alle ultime elezioni abbiamo raccolto il 2,7%. Oggi i sondaggi ci accreditano tra il 2 e il 2,5. L'errore più grave che possiamo compiere è quello di coltivare questa nicchia, rassegnarci al fatto che quello è il nostro consenso. Occorre anche confrontarsi con altri, cercare di cogliere la verità interna delle loro posizioni, essere meno supponenti e più accoglienti''.

L'impresa non è facile per le tante lacerazioni del passato. Nei mesi scorsi la Federazione della sinistra aveva tentato un dialogo anche con il Pd proponendo un accordo elettorale che escludesse impegni di governo in caso di vittoria elettorale del centrosinistra ma poi non se ne è fatto nulla. Sul tavolo resta solo la possibilità di un accordo tecnico, qualora si formi un polo politico-elettorale formato da Pd, Sel e Idv che permetta alla Federazione di avere come obiettivo raggiungibile la soglia del 2% e non quella del 4 per accedere alla Camera
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Dialogare con il Pd restando fuori da un eventuale governo di centrosinistra ma soprattutto "ricostruire un movimento di lotta delle classi sociali subalterne per riconquistare i diritti, per rovesciare il capitalismo e per porre il problema della rivoluzione in occidente". E' stato questo uno dei punto più applauditi del discorso di Paolo Ferrero di fronte al Congresso. "I padroni - ha detto Ferrero - vogliono far sparire il movimento operaio e facci tornare tutti all'ottocento. Il populismo è la forma politica che parla di questo tentativo di cancellare le classi subalterne. Berlusconi dice che c'e' una sola società, la sua, e che noi siamo invidiosi. In realtà il nostro compito è ricostruire un movimento di lotta. Gli yacht e il letto di Putin che Berlusconi possiede ci fanno schifo perché noi abbiamo un altra idea di società". 
Nella sua analisi Ferrero ha parlato di "fallimento del capitalismo: è andato in crisi perché ha vinto troppo, non perché è stato sconfitto dalla classe operaia. Questo liberismo è pericoloso e ci condurrà alla barbaria e un nuovo pericolo di guerra mondiale". Ha ribadito che "serve un intervento pubblico in economia perché questa è diventata la grande questione democratica. Non possono decidere tutto quattro padroni e quattro banchieri". Ha quindi incitato tutti i comunisti della Federazione della Sinistra a "credere profondamente nella ideologia comunista perché non ci sono le ideologia vuol dire che c'è e una sola, quella del mercato. Dobbiamo stare molto attenti al tentativo di cancellare il nostro diritto a credere: prima passa l'idea che i repubblichini sono come i partigiani e poi pretendono di rinchiuderci nei musei perché abbiamo una nostra ideologia".

"Il primo obiettivo del centrosinistra deve essere la sconfitta di Silvio Berlusconi. E questo è anche il primo obiettivo della Federazione di Sinistra" ha spiegato Oliviero Diliberto che da ieri è il portavoce del nuovo soggetto politico che nasce dalla fusione tra Pdc e Prc. "E' necessario dar vita - ha sottolineato Diliberto - ad una alleanza per sconfiggere l'attuale premier. Ma non dobbiamo dare per scontato che si tratterà di una passeggiata. Berlusconi cercherà di comprare i deputati e poi cercherà di portarci al voto umiliando ogni giorno di più il Parlamento".
L'ex leader del Pdci (????) ha poi sottolineato che la sconfitta di Berlusconi non risolve tutti i problemi perché l'illegalità non è solo mafia, cricca e leggi ad personam ma anche sottoporre i lavoratori al ricatto dello scambio tra diritti e lavoro".

Insomma, c'è un problema di democrazia a partire dalle fabbriche la cui vita è totalmente oscurata dai mass-media. Dunque, l'auspicio che Grassi aveva lanciato dal suo blog resta il nodo politico anche dopo il Congresso: "Serve un messaggio di unità, in tutte le direzioni. Unità tra le forze che compongono la Federazione. Unità, al suo interno, tra Prc e Pdci che devono trovare le modalità per riunificarsi. Unità con Sinistra ecologia e libertà per costruire una sinistra plurale. Unità con le altre forze democratiche per battere Bossi e Berlusconi''. (www.paneacqua 23 novembre 2010)


 
 

 

 

Vendola  al Pd: Manifestiamo insieme l'11 dicembre


di Francesco Scommi
 

Pierluigi Bersani la manifestazione del Partito democratico contro l'agonizzante governo Berlusconi l'ha voluta, personalmente, e l'ha già fissata da giorni per l'undici dicembre prossimo. L'obiettivo è far uscire è scongiurare il rischio di far apparire il Pd troppo schiacciato sulle mosse di Gianfranco Fini, specialmente se il risiko tra il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e il leader di Futuro e libertà andasse, come sembra, avanti ancora per molto tempo.

Oggi il leader di Sinistra e libertà Nichi Vendola chiede che quella manifestazione diventi qualcosa di più, si espanda a tutta l'opposizione, il laboratorio dell'alternativa. Così il presidente della Regione Puglia all'Ansa: "C'è bisogno che le forze di alternativa assumano un'iniziativa unitaria: per questo mi permetto di suggerire e chiedere a Pierluigi Bersani ed al Partito democratico di trasformare la manifestazione convocata per l'11 dicembre in un grande appuntamento del cartello dell'alternativa, del nuovo centrosinistra".

Vendola continua: "Il nuovo centrosinistra possa trovare in piazza la culla di un sogno nuovo, di un'Italia che si liberi dal populismo ingannatore, che si liberi dalle cricche e possa finalmente affrontare non i problemi di una vita privata disordinata e borderline, ma i problemi di un'intera generazione privata della prospettiva del futuro, affrontare i problemi di un Paese in ginocchio che ha necessità di essere aiutato a rimettersi in piedi".

La proposta è rilanciata dal segretario del Pdci Oliviero Diliberto a nome della Federazione della sinistra: "Anche oggi, come già ho fatto due giorni fa, torno a chiedere a Bersani che la manifestazione dell`11 veda di nuovo unita tutta la sinistra. Mi fa molto piacere leggere che anche Nichi Vendola lo chiede. Significa che avvertiamo tutti l'esigenza di rispondere con credibilità e sincera unità alla crisi del centrodestra e alla politica ingannatrice che sta svilendo e dequalificando l'intera Italia".

"L`11 - aggiunge Diliberto - può diventare una straordinaria occasione di incontro tra sinistra politica e sinistra sociale. Proprio l`11, infatti, si terrà un'altra manifestazione centrata sui problemi del lavoro e del sapere indetta dall'appello 'Uniti contro la crisi'. E' importante che le due manifestazioni confluiscano in una sola perché - lo ripeto - oggi è il momento dell'unità e della responsabilità contro la deriva del governo Berlusconi". (www.paneacqua.eu 10 novembre 2010)

 

 

Qualcosa si muove a sinistra

 

di Edgardo Fulgente

Dopo la manifestazione della Fiom la sinistra italiana sembra aver ritrovato la capacità di confrontarsi nel merito e le ragioni, profonde, dell’unità. La relazione di Vendola al Congresso di Sel segna un punto di svolta.

 Difesa della democrazia, difesa e rilancio della dignità del lavoro e dei saperi vengono proposti come l’asse su cui costruire l’alleanza in grado di sconfiggere Berlusconi, un’alleanza che secondo Vendola, deve assumere - rifiutando tra le righe la definizione di ‘Nuovo Ulivo’ - le primarie come “elemento distintivo di una dimensione collettiva della politica”.

Molto esplicito anche il passaggio sui rapporti a sinistra. “Veniamo da storie politiche comuni” dice Vendola rivolgendosi direttamente a Diliberto e Ferrero presenti in sala a nome della Federazione della sinistra, e ancora “Tra di noi ci sono solo sentimenti e non risentimenti, torniamo a confrontarci sui contenuti”.

 La prima reazione, a caldo, è quella del Segretario del Pdci, che dichiara di aver “apprezzato molto” la relazione di Vendola. Secondo Diliberto “è importante che abbia posto alla base la centralità del lavoro e del sapere.” Inoltre, sul fronte dei rapporti a sinistra e nel centrosinistra il Segretario dei comunisti dice di “apprezzare l’appello sincero all’unità.” venuto dal Presidente della Puglia.

Può darsi che tante batoste abbiano insegnato qualcosa alla sinistra?

L’auspicio è che sia davvero terminata la stagione delle sconfitte, e si apra un nuovo percorso, che sappia unire anziché lacerare.(http://www.quinews.it/ 23 ottobre 2010)

 

 

Intervista a Paolo Ferrero

 

Segretario Paolo Ferrero, il sì del Prc all'Alleanza democratica di Bersani è quello della forza del centrosinistra oggi più lontana dal Pd. Cosa vi fa decidere di starci?
Quella di Bersani è la stessa proposta che ho fatto io da tempo, per la precisione dal marzo scorso, a nome della Federazione della sinistra: un fronte democratico che ha l'obiettivo di sconfiggere Berlusconi e cambiare la legge elettorale in senso proporzionale, in un quadro di salvaguardia democratica e di giustizia sociale. Ma questo fronte non coincide con il governo che ne può emergere. Per noi oggi non ci sono le condizioni per far parte di un governo con questo centrosinistra. La logica che spinge Bersani mi pare la stessa. Del resto per cacciare Berlusconi, fare la nuova legge proporzionale e uscire dal bipolarismo sono pronto ad allearmi anche col diavolo.


Ma il leader Pd ribadisce la scelta del bipolarismo e la preferenza per l'uninominale. Non il proporzionale: vuole il ritorno al Mattarellum.
Noi siamo per il proporzionale secco. Altri, come noi, preferiscono il modello tedesco, penso a D'Alema, a Rutelli, a Casini. Vuol dire che ne parleremo. Ma il punto è che fino a qui la discussione era solo sull'impianto veltroniano, bipolarista e persino bipartitico, il cui unico obiettivo era ammazzare le forze della sinistra. Ora invece il tema è su come si va verso il proporzionale, o comunque come si realizza un sistema plurale. Da questo punto di vista il Mattarellum è un passo avanti. Poi il grado di compromesso finale si vedrà. Ma si va nella direzione giusta.

 

L'Italia dei valori ha detto sì all'alleanza a patto che non ci sia l'Udc. Vale lo stesso anche per voi?
Noi non poniamo veti. Perché noi, a differenza di Di Pietro, non siamo interessati a governare con loro. Il fronte democratico è una proposta rivolta a tutte le forze dell'opposizione. E in tutta franchezza voglio dire che il modo in cui si definirà questo fronte lo vedremo. È chiaro che non ci potranno essere mafiosi in lista, e che il profilo morale dei candidati debba essere solido. Ma voglio ricordare a Di Pietro che nel Comitato di liberazione nazionale c'erano anche i monarchici. Quanto al resto, l'Idv negli anni scorsi ha votato i finanziamenti alla scuola privata, come l'Udc. Era favorevole alla Tav, come l'Udc. Non era insieme a noi contro la legge 30, come l'Udc; né per la commissione d'inchiesta sui fatti di Genova, sempre come l'Udc. Io so che con loro tutti non posso governare. Ma per fare un fronte democratico porte aperte a tutte le opposizioni.


Viceversa è difficile che l'Udc accetti una qualche alleanza con un partito ancora comunista.
Fatti loro. E sarebbe strano, in ogni caso: in Piemonte siamo stati alleati contro l'indigeribile leghista Cota. E in Liguria governiamo insieme. Ci presenteremo al voto come Federazione della sinistra, che nel simbolo ha una bella falce e martello. E, lo diciamolo subito, non siamo disponibili a toglierla. Ma ripeto: non mi interessa il governo, non faccio il rompiballe che fra due mesi si rimangia tutto.


A proposito di questo: il governo del vecchio Ulivo è caduto da sinistra, l'avete buttato giù voi nel '98. E l'Unione, che invece è caduta da destra per i voti di Mastella, aveva una sinistra in forte sofferenza che aveva definito «morente» l'esecutivo. Crede che gli elettori avranno voglia di votare alleanze con questi precedenti?
Ma infatti io non voglio stare in un'ammucchiata di governo con forze che vent'anni fa ricoprivano tutto l'arco costituzionale. Il punto decisivo è costruire una legge elettorale che permetta a certe posizioni di esprimersi. Berlusconi di suo ha il 30 per cento nel paese, non di più. Ma l'attuale legge elettorale gli consegna i numeri che ha. C'è invece una larga maggioranza nel paese contro Berlusconi: bisogna costruire subito, nei primi tre mesi di governo, una legge che le restituisca la rappresentanza in parlamento. E lì poi ci ci può essere Montezemolo, che considero un nemico di classe, e Casini, con il quale mai governerei.


Ma il governo che deve fare la legge in tre mesi è quello dell'Ulivo, o uno a tempo nato dalla crisi del Pdl?

Puntare a un governo di transizione, oltre a essere irrealistico perché non è semplice che Berlusconi vada a casa, è sbagliatissimo. Questo governo farebbe una legge elettorale del tutto al di fuori di una discussione democratica nel paese. E sul piano sociale? Boh, magari farebbe peggio del Pdl. Il rischio vero è che rivergini Berlusconi, gli faccia fare la parte della povera vittima di un intrigo di palazzo, che provochi una delusione pazzesca nel paese. E che poi gli elettori lo rivotino.


Chi è il vostro candidato premier dell'alleanza democratico?
Chiunque. Tranne Fini, perché parliamo comunque di opposizioni. È la forza più grande a dover decidere. Non mi infilerò nella discussione ' primarie sì, primarie no'.


Il Prc preferisce non partecipare alla scelta del premier con le primarie?
È inessenziale. Il punto è costruire la coalizione e il suo programma.

Il Pdci, che è federato con voi, ai gazebo preferisce De Magistris candidato di tutta la sinistra. Voi no?
La discussione è fuori tempo. Se si arriverà ai gazebo discuteremo con i candidati le proposte che avanzeranno. E sottolineo se.


Siete così disinteressati a come si sceglie il capo di una coalizione a cui comunque aderite?
Abbiamo il senso delle proporzioni. Non sta a noi la proposta di un capo di governo di cui comunque non faremo parte. Alle regionali in qualche caso abbiamo partecipato in modo netto alle primarie, e penso a Nichi Vendola in Puglia. In altri casi no.


Proprio per questo non è almeno probabile vi orientiate su Vendola?
Ripeto, non posso saperlo ora, vedremo i programmi, fin qui non se ne sono visti. E ripeto: se siamo interessati al fronte democratico e non al Nuovo Ulivo è perché noi abbiamo un altro progetto politico. Che è quello di unire tutta la sinistra di alternativa. Quindi vogliamo collaborare con l'Ulivo, ma avanziamo una proposta a tutte le forze della sinistra d'alternativa, da Sinistra e libertà di Vendola, a Sinistra critica, al Partito comunista dei lavoratori: costruiamo un polo per l'alternativa, autonomo dal Pd.


Vendola si rivolge a un popolo più ampio, comprendente anche l'elettorato Pd.
In questo caso il popolo della sinistra dovrà dire se vorrà stare dentro l'Ulivo o se vuole costruire una posizione autonoma. Perché poi, una volta sconfitto Berlusconi, c'è da far fronte ai vari Montezemolo, Cei eccetera.


Parla a nome del Prc o anche del Pdci e della Federazione della sinistra?
Sul fronte democratico, la mia posizione è quella della Federazione, l'abbiamo anche votata. Se poi Cesare Salvi, che è il portavoce di turno, ancora non l'ha pronunciata a nome di tutti, è perché è in vacanza per qualche giorno. Ma la Federazione c'è. Al voto politico ci sarà il suo simbolo.

Fonte: http://www.ilmanifesto.it/archivi/fuoripagina/anno/2010/mese/08/articolo/3300/
 

 

 

L'errore fatale di Vendola

 

di Pietro Ancona

Nel mare pieno di detriti della politica italiana, la candidatura di Vendola ha suscitato interesse fino a coinvolgere gruppi entusiasti di giovani e di militanti della sinistra delusi ed irritati dalle debolezze e contraddizioni del Pd e dal catacombismo di molta parte dei comunisti da tempo desaparecidos o undeground. Frequento internet e mi capita di incontrare compagni che si battono per sostenere la candidatura di Niki. La sua stella brilla non solo nell'emisfero sinistro della politica italiana ma anche in diversi ambienti della borghesia già berlusconiana e stanca e schifata dal Cavaliere. Il mio farmacista che era stato candidato alle comunali di Palermo per il Pdl mi ha detto, con un sorriso, che le sue simpatie per Vendola aumentavano e che probabilmente lo avrebbe votato alla prima occasione utile.

Il fenomeno Vendola nasce dalla profonda delusione e dallo smarrimento del popolo di sinistra sempre più perplesso di fronte ai comportamenti a volte sconcertanti del Pd. La recente infelice dichiarazione a favore di un governo Tremonti è stata la goccia che ha fatto traboccare il carico di insoddisfazioni che Bersani ha sollevato durante tutta la sua gestione politica del partito. I gruppi dei comunisti divisi tra seguaci di Ferrero, Rizzo, Diliberto, Ferrando si guardano in cagnesco e non riescono ad attuare una politica di emersione dal sottosuolo e di ricomposizione in un unico grande partito di classe. La federazione della sinistra non decolla. In breve viviamo in un Paese che ha il Parlamento più di destra che si possa immaginare. I programmi del Pdl e del Pd quasi coincidono in tutto. Anche IdV possiamo considerarlo un partito populista di destra anche se ha salvato un poco di decoro all'opposizione. Insomma, in questa palude fangosa spunta come un fiore splendido questo politico, questa persona onesta, militante dell'antimafia ed amministratore capace che contro i mammasantissima di D'Alema e di Fitto ha vinto in Puglia facendo della regione una Istituzione
popolare tra gli abitanti. Fenomeno raro in Italia in cui le regioni sono vissute come sanguisughe di risorse e luoghi del privilegio dei politici e dei loro famuli e compari di merende.

Non ho dubbi che se Vendola arriverà a candidarsi alle primarie del Pd (se mai si faranno) le vincerà e si consacrerà leader dell'alternativa a Berlusconi per una nuova stagione del centro-sinistra che molti già chiamano di sinistra-centro. Ma io considero perdente ed anacronistica la coalizione del centro-sinistra. Prima di tutto perchè non è più l'Ulivo, non è animata da nobili ideali che diedero vita al primo governo Prodi. Oggi le pulsioni liberiste ed antioperaie sono fortissime al suo interno: Letta, Ichino, Bersani, Fassino tra Marchionne e i metalmeccanici hanno scelto Marchionne. La Confindustria li interessa molto di più dei carcerati della Isola dei cassintegrati. Condividono fino in fondo ed ancora di più il feroce liberismo che sta sconvolgendo ed immiserendo venti milioni di lavoratori dipendenti italiani. Il Pd è per le privatizzazioni e per il federalismo ed ha accordi sottobanco con La Lega per buoni rapporti nel Nord del Paese. L'europeismo del PD è di tipo iperliberista ed atlantico. D'Alema ha bombardato Belgrado senza farsene tanti scrupoli. Fassino ed i suoi pari si sono schierati con Israele contro i pacifisti della striscia di Gaza e sostengono le guerre coloniali dell'Impero.

Il centro-sinistra di Vendola dovrà rinnovare tacitamente o apertamente la conventio ad excludendum verso la sinistra comunista decretata da Veltroni dopo il noto accordo elettorale con Berlusconi. Gli sarà imposto da Bersani, Franceschini, Fioroni... Se Vendola vorrà il consenso di queste persone dovrà adeguarsi alle loro idee. Non potrà mettersi in conflitto sostenendo cose diverse. Se farà questo non sarà più Vendola ma un'altra cosa diversa da quella che la gente crede di identificare. Per quanto la sinistra comunista sia divisa e sotterranea è la sola che sostiene la causa dei lavoratori e della pace e si oppone alla svolta fascista e militarista della Confindustria. Vendola fa finta di non vederla ed è a disagio. Non sa come regolarsi e si limita a non respingere l'aiuto che gli viene offerto da Ferrero o altri.

Ma l'errore fatale di Vendola è quello di accettare il meccanismo delle primarie e della finta democrazia del bipolarismo italiano. Le primarie sono riservate a persone che hanno raggiunto una visibilità massmediatica forte. I massmedia sono fondamentali al successo di un candidato. Non a caso le primarie vengono dalla cosiddetta democrazia americana dove la lotta avviene tra miliardari o candidati di gruppi potenti dell'economia e della finanza. Ma la popolarità di una persona non basta per avere la nostra fiducia. Berlusconi è popolarissimo e riuscirebbe primo in tante primarie. Ma questo non fa di lui il dirigente, lo statista di cui l'Italia ha bisogno.

Al meccanismo del bipolarismo e delle primarie bisogna sostituire il ritorno alla proporzionale ed alle preferenze. Un Presidente eletto dal Parlamento è preferibile ad un Presidente o Governatore o Sindaco che per la legge attuale hanno un terribile potere di ricatto sulle assemblee elettive. " Se cado io, voi cadrete con me". La paradossale legge elettorale italiana che mette il potere legislativo nelle mani di una sola persona è inaccettabile e va cambiata. Altro errore di Vendola è quello di schierarsi, acriticamente, dalla parte delle Regioni così come sono nella loro rivendicazione contro i tagli di Tremonti. Le Regioni hanno un costo della politica diventato insopportabile, hanno migliaia di consulenti di cui non c'è alcun bisogno, hanno privatizzato ed appaltato quasi tutto riducendosi a terminali erogatori di favori a cricche o a cordate di imprenditori che hanno scoperto il denaro pubblico come lubrificante delle loro imprese. Le Regioni italiane vanno chiuse.

Ha ragione Giorgio Ruffolo a proporre due maxiregioni federate in sostituzione dei venti statarelli che stanno dissanguando gli italiani. Due maxi-regioni e Comuni riformati come voleva Carlo Pisacane. Per questo e molte altre cose credo che il problema non sia quello di fare il tifo per Vendola incentivando il suo naturale accondiscendente tartufismo. Dobbiamo chiedere a Vendola di costruire un movimento non per vincere le elezioni ma per dare un partito ai lavoratori che da anni non l'hanno più e non hanno più neppure sindacato. La CGIL è stata sequestrata da Bersani come suo "capitale" nei negoziati per i voti dell'imprenditoria italiana. Sono anni che invece di conquistare diritti ne toglie assieme a Cisl ed Uil oppure limitandosi a fare il convitato di pietra o il palo o il complice silente.

Venti milioni di lavoratori che hanno subito un vero e proprio colpo di Stato ed hanno avuto decurtato il loro reddito del cinquanta per cento, che dalla legge Biagi hanno visto i loro figli diventare precari a vita e schiavi per pochi spiccioli, con le pensioni saccheggiate pur essendo l'Inps attiva, hanno bisogno di un Partito di un movimento che li difende. Non si può vincere senza di loro o, peggio, contro di loro. Il problema dell'Italia è ridare sicurezza a tutte queste persone, a quanti sono minacciate dai licenziamenti e dalla perdita dei loro diritti. Fare vincere una Oligarchia, seppure guidata da un leader onesto e brillante, non il nostro obiettivo, Dobbiamo fare vincere i diritti e una idea di società solidale ed antimalthusiana. Con la ricostruzione dei diritti e della sicurezza dei lavoratori ricostruiremo l'Italia civile e solidale come è stata nei momenti più alti della sua vita politica. (www.paneacqua.it 9 agosto 2010)
 

 

La risposta è l'esplosione sociale

 


di Marco Ferrando*

Come in tutta la sua storia, la Fiat si candida a direzione del padronato italiano.
Fu così nell'immediato secondo dopoguerra, quando si pose alla testa della restaurazione padronale. Fu così nell'autunno 80, quando fece da apripista dei licenziamenti collettivi. Così è oggi: laddove punta non solo allo smantellamento del contratto nazionale, ma alla ricomposizione, sotto la propria egemonia, del grosso della borghesia italiana, su una linea di nuovo sfondamento sociale.

Tuttavia esistono due importanti differenze col passato.
La prima sta nel contesto della crisi capitalistica mondiale e del nuovo quadro di competizione globale, usata cinicamente dalla Fiat come arma estrema di ricatto.
La seconda sta nell'omologazione liberale del grosso dell'«opposizione»: che vede un Pd confindustriale schierarsi di fatto dalla parte di Marchionne contro la Fiom, al fianco del governo più reazionario che l'Italia abbia avuto dai tempi di Tambroni.
Per questo lo scontro Fiat è oggi uno snodo tanto decisivo quanto difficile.

Ma proprio questo quadro generale fa sì che lo scontro non possa essere affrontato in termini convenzionali. Non è più tempo, se mai lo è stato, di denunce o iniziative simboliche. Men che meno di divisioni concorrenziali di sigla all'interno del sindacalismo di classe.
È tempo di lavorare a mettere in campo, unitariamente, una forza di contrasto che sia radicale quanto è radicale l'offensiva della Fiat e del governo.
Questo è il punto decisivo. O si oppone alla determinazione di Marchionne un'altra eguale e contraria, o la partita è segnata, con effetti di trascinamento di lungo corso.

È con questa impostazione che avanziamo all'insieme delle sinistre politiche e sindacali una proposta aperta di riflessione e confronto, che preveda la più ampia partecipazione alla manifestazione promossa dalla Fiom per il 16 ottobre, assumendola però non come rito, ma come punto di passaggio di una mobilitazione generale, prolungata e radicale, che miri ad incidere sui rapporti di forza tra le classi.
Poniamo in sostanza l'esigenza della generalizzazione della lotta, al massimo livello, in tutti gli stabilimenti Fiat , e della ricomposizione attorno alla lotta Fiat dell'insieme delle vertenze aziendali oggi in corso.

Se Marchionne punta all'egemonia del fronte padronale, la lotta Fiat può puntare al quella del fronte operaio.
Se punta allo scardinamento del contratto nazionale, le sinistre sindacali e politiche possono preparare l'occupazione operaia degli stabilimenti Fiat e di tutte le aziende che licenziano o calpestano i diritti, accompagnata dalla costituzione di una cassa nazionale di resistenza.
Se Marchionne rivendica il diritto di espropriare lavoro e diritti nel nome del profitto, i lavoratori possono rivendicare la nazionalizzazione della Fiat e di tutte le aziende che licenziano, senza indennizzo per gli azionisti e sotto controllo operaio.
Se Marchionne promuove la contrapposizione dei lavoratori italiani agli operai polacchi, serbi, americani, le sinistre politiche e sindacali possono lavorare ad una piattaforma operaia internazionale, innanzitutto europea, tra tutti i lavoratori della Fiat (e non solo), raccogliendo gli appelli che vengono da settori sindacali serbi e polacchi.

Una proposta «troppo radicale»? Al contrario.
Solo un'azione di rottura sociale, tanto più in tempo di crisi, può strappare risultati parziali e concreti; mentre una rinuncia pregiudiziale al salto concreto di mobilitazione moltiplicherebbe i rischi di una regressione storica.
E sarebbe attuale anche sul piano politico. Il berlusconismo sta attraversando una crisi esplosiva, per questo da un lato riemergono le peggiori tentazioni plebiscitarie, dall'altro si moltiplicano le manovre istituzionali di sottobosco tese a soluzioni di ricambio (governi di transizione), sotto la benedizione di Bankitalia.
Con un esito paradossale: o la continuità (peggiorata) di Berlusconi o la continuità delle politiche sociali di Berlusconi e Marchionne dentro un «nuovo» quadro di governo borghese. In entrambi i casi una sconfitta operaia.

Solo l'irruzione di un'autentica esplosione sociale - in piena autonomia dal centrosinistra - può precipitare la crisi del berlusconismo dal versante delle ragioni del lavoro. Non certo il mito vendoliano di un'«Obama bianco», magari in ticket con Chiamparino, mentre l'Obama nero esalta Marchionne.

* Segretario del Partito comunista dei lavoratori
 

Appello "La sinistra torni a giocare un ruolo importante sulla scena politica italiana"

 

Siamo donne e uomini di sinistra che hanno preso parte alle tormentate vicissitudini culminate nella disfatta del 2008. Oggi, nella diaspora della sinistra italiana, facciamo riferimento a organizzazioni e movimenti diversi. Alcuni di noi svolgono ruoli dirigenti in partiti o associazioni, altri – dismessa la militanza attiva – contribuiscono in altre forme alla battaglia politica o vi partecipano da semplici cittadini, con immutata passione.
Siamo dunque diversi. Ma siamo anche uguali, accomunati dall’appartenenza a una stessa storia e cultura politica. Questa comunanza significa per noi convenire su talune fondamentali priorità: i diritti del lavoro, l’occupazione e il reddito delle classi lavoratrici; l’inalienabile titolarità collettiva dei beni primari, a cominciare dall’acqua, dalla conoscenza e dall’ambiente; la democrazia partecipativa, garantita dalla Costituzione repubblicana nata dalla Resistenza antifascista.
Sulla base di queste opzioni condivise, l’attuale situazione sociale e politica del Paese ci appare grave e densa di pericoli. Guardiamo con allarme alle pesanti conseguenze della crisi economica sulle condizioni di vita di grandi masse di cittadini italiani e migranti. Riteniamo (e la «manovra correttiva» ora minacciata dal governo ci rafforza in tale convincimento) che la drammatica crisi che investe gli anelli più deboli del contesto europeo sancendo il fallimento dell’Europa liberista di Maastricht e di Lisbona renda ancor più preoccupante anche nel nostro Paese la prospettiva delle classi subalterne. Consideriamo intollerabili il dilagare della povertà e della precarietà; l’attacco governativo alle tutele giuridiche del lavoro dipendente e al diritto dei lavoratori a una contrattazione collettiva solidale, autonoma e democratica; la distruzione dello Stato sociale e il controllo oligarchico sui mezzi di informazione; il diffondersi della corruzione e dell’evasione fiscale e l’imposizione di un sistema politico bipolare che nega rappresentanza e voce a milioni di elettori. Riteniamo concreto il rischio di svolte autoritarie in un contesto segnato dalla rottura della coesione sociale e dalla recrudescenza di pulsioni razziste alimentate da chi accarezza disegni populisti e progetta la distruzione istituzionale dell’unità nazionale.
In questo difficile frangente pensiamo che quanto ci unisce debba prevalere su quanto ci ha sin qui diviso e tuttora ci separa. Siamo determinati a batterci per una società più civile e meno ingiusta, ma siamo al tempo stesso consapevoli del concreto rischio di estinzione che oggi incombe sulla sinistra italiana. Tutto ciò ci convince della inderogabile necessità di puntare sulle convergenze e affinità e di privilegiare le importanti battaglie comuni che insieme possiamo combattere e vincere: innanzitutto quella, cruciale, per il rilancio del sistema elettorale proporzionale per tutte le assemblee elettive, a cominciare dal Parlamento nazionale.
Con questo spirito ci rivolgiamo a tutte le forze organizzate della sinistra, affinché in ciascuna si affermi una volontà unitaria, indispensabile a far sì che la sinistra torni a giocare un ruolo importante sulla scena politica italiana.

Alberto Burgio, Cesare Caiazza, Maria Campese, Loris Campetti, Marcello Cini, Paolo Ciofi, Elettra Deiana, Piero Di Siena, Paolo Favilli, Luigi Ferrajoli, Gianni Ferrara, Francesco Garibaldo, Alfonso Gianni, Claudio Grassi, Raniero La Valle, Orazio Licandro, Giorgio Lunghini, Maria Rosaria Marella, Maria Grazia Meriggi, Roberto Musacchio, Franco Ottaviano, Gianni Pagliarini, Manuela Palermi, Valentino Parlato, Roberto Passini, Tiziano Rinaldini, Patrizia Sentinelli, Bruno Steri, Aldo Tortorella, Alessandro Valentini, Mario Vegetti, Gianni Vigilante, Massimo Villone, Luigi Vinci  (
www.facebook.com  18 maggio 2010)

 

ilmegafonoquotidiano.it

Prove generali di unità a sinistra


di Salvatore Cannavò


Un appello per unire la sinistra dopo la sua sconfitta. Lo firmano alcuni e alcune dirigenti di vari partiti, associazioni e giornali in un'iniziativa che smuove un po' le acque e, se progredisse, potrebbe cambiare le carte in tavola. L'appello, che dovrebbe apparire domani su Liberazione e manifesto, è firmato da un numero significativo di personalità e, come spesso capita, colpisce per l'assenza di alcuni nomi. In particolare per quella del segretario di Rifondazione comunista, Paolo Ferrero - mentre il Prc è ampiamente rappresentato - e del presidente della regione Puglia, Nichi Vendola. Ci sono invece Claudio Grassi, Alberto Burgio, Alessandro Valentini e Luigi Vinci di Rifondazione comunista, Licandro e Pagliarini del Pdci, Elettra Deiana, Alfonso Gianni, Patrizia Sentinelli di Sinistra, Ecologia e Libertà ma anche Valentino Parlato e Loris Campetti del manifesto, Aldo Tortorella e Marcello Cini, Giorgio Lunghini e Raniero La Valle, Luigi Ferrajoli e Massimo Villone. Insomme, uno spaccato della sinistra, a volte minoranza nei partiti di riferimento, in gran parte ex Rifondazione e riconducibile a una visione "continuista", legata alla storia del Pci - sia pure con l'eresia manifestina - ma anche a gran parte del percorso compiuto dal Prc.
"Siamo donne e uomini di sinistra che hanno preso parte alle tormentate vicissitudini culminate nella disfatta del 2008", dice il documento e " siamo diversi ma anche uguali, accomunati dall'appartenenza a una stessa storia e cultura politica". I punti di convergenza sono semplici per quanto generici: "i diritti del lavoro, l'occupazione e il reddito delle classi lavoratrici; l'inalienabile titolarità collettiva dei beni primari, a cominciare dall'acqua, dalla conoscenza e dall'ambiente; la democrazia partecipativa, garantita dalla Costituzione repubblicana nata dalla Resistenza antifascista".
"Sulla base di queste opzioni condivise, l'attuale situazione sociale e politica del Paese ci appare grave e densa di pericoli" Si fa riferimento alla crisi economica, agli attacchi al lavoro, ma anche al diffondersi della corruzione fino al "rischio di svolte autoritarie in un contesto segnato dalla rottura della coesione sociale e dalla recrudescenza di pulsioni razziste".
E' per questo, dicono i promotori dell'appello, che "pensiamo che quanto ci unisce debba prevalere su quanto ci ha sin qui diviso e tuttora ci separa". Insomma, è venuto il momento della "inderogabile necessità di puntare sulle convergenze e affinità e di privilegiare le importanti battaglie comuni che insieme possiamo combattere e vincere: innanzitutto quella, cruciale, per il rilancio del sistema elettorale proporzionale per tutte le assemblee elettive, a cominciare dal Parlamento nazionale".
Un nuovo partito, una nuova organizzazione, magari un'associazione? Niente di tutto questo. Per ora, l'appello chiede alle varie componenti di far affermare, ciascuna in casa propria, "una volontà unitaria, indispensabile a far sì che la sinistra torni a giocare un ruolo importante sulla scena politica italiana". Poi si vedrà. Al momento non c'è nessuna iniziativa convocata ma solo il desiderio di verificare l'impatto dell'appello stesso.
Certo, non sfuggono alcune conseguenze politiche. Come dicevamo, l'appello non vede, tra i suoi promotori, alcuni personaggi significativi. Non c'è Vendola, proiettato sempre più in un'altra direzione, alla conquista dell'intero centrosinistra - e con lui manca qualsiasi figura riconducibile alla sinistra ex diessina di Mussi e Fava - mentre da Rifondazione e dalla Federazione della sinistra, non c'è il segretario Ferrero. Solo che i componenti della Federazione, o di Rifondazione, che firmano l'appello, messi insieme fanno la maggioranza di entrambe quelle due organizzazioni. E se la mancata adesione di Ferrero rappresentasse una divergenza reale, questo vuol dire che è finito in minoranza nel suo stesso partito

 

 

Unificare le lotte in una prospettiva politica

 

di Bruno Steri*,  
 

Penso siano daUnificare le lotte in una prospettiva politica valutare positivamente i lavori dell'ultimo Cpn di Rifondazione. La discussione è stata affrontata con la giusta tensione politica: quella appunto richiesta da una congiuntura molto difficile e, per molti aspetti, di emergenza. Pressoché tutti hanno sottolineato l'estrema pericolosità del quadro politico uscito da queste regionali (domenica, il nostro giornale si spingeva fino ad evocare nel suo editoriale una "fine della democrazia"): certo è che, per il prossimo triennio, il voto conferisce nuova legittimazione ad una destra pesantemente reazionaria ("barbara" è stato detto nell'intervento introduttivo).
In molti - io tra questi - hanno fatto discendere dalla registrazione di questa emergenza democratica la necessità di alzare il tono dell'offensiva unitaria: non per scoprire all'improvviso un "alleantismo a prescindere", ma - primo - per non restare a mezz'aria con il processo di attivazione della Federazione della Sinistra; secondo: per pianificare un'azione comune e sui nostri temi (ad esempio, quelli referendari) con le forze collocate a sinistra del Pd; e - terzo - per creare le condizioni per battere Berlusconi e modificare assetto istituzionale e legge elettorale, aprendo un dialogo "con chi ci sta" e non dando per scontata la chiusura del cerchio bipolare. Le lotte, anche le più aspre, hanno bisogno di essere unificate entro una prospettiva politica; e questa, come ben sappiamo, ha bisogno non solo di esser giusta, ma anche di essere efficace.

Tutto questo concerne l'approccio alla fase; ma, poiché non si tratta di indicazioni meramente "tattiche", è bene aggiungere qualcosa al riguardo dei "fondamentali". E' qui che, a mio parere, scontiamo qualche carenza di troppo. A volte, ho la sensazione che noi ragioniamo come se avessimo già in tasca l'essenziale, tutto quello che c'è da capire: di qua i ricchi, di là i poveri, il conflitto di classe ecc. Se poi siamo combinati come siamo, è perché abbiamo fatto degli errori, i gruppi dirigenti si sono divisi ecc. Ebbene, non è così. Lo dico al netto delle sacrosante considerazioni sul nostro pressoché totale oscuramento mediatico, ma voglio dirlo nel modo più deciso: le destre vincono e sfondano nel nostro elettorato sui contenuti. E noi (soprattutto il centro-sinistra, ma anche noi) perdiamo sul piano dei contenuti.

Questo piano è indissolubilmente connesso con quello delle alleanze: è infatti ovvio che, se si dice "offensiva unitaria", immediatamente si pone l'interrogativo: chi è il soggetto che promuove questa offensiva (mi riferisco al Prc e, a maggior ragione, alla Federazione)? qual è il suo profilo politico, ideologico e programmatico? è sufficientemente perspicuo, articolato? È mia convinzione che, su questo terreno, non siamo sufficientemente attrezzati.

In un articolo su L'Unità, Alfredo Reichlin sosteneva che abbiamo bisogno non di poesie, ma di idee. Concordo, aggiungendo che, forse, abbiamo bisogno anche di qualche sogno; ma certamente occorrono idee. E queste scaturiscono da una visione della realtà in cui siamo immersi. Guardiamo ancora una volta alla Lega. Sui giornali si fa un gran parlare del suo radicamento territoriale, della rete di istituzionali locali e del loro attivismo, della sua presenza nella bocciofila, dei banchetti ad ogni angolo del Nord Italia ecc. Tutto vero. Si parla meno, tuttavia, delle sue idee. Idee tanto terribili quanto semplici: come ben sapeva il filosofo, la semplicità è la cosa più difficile, perché è la chiarezza raggiunta a valle di un serio lavoro di scavo.

E infatti la Lega ha fatto centro su due fenomeni macroscopici evidenziati dalla globalizzazione capitalistica e dalla sua crisi: dal lato della forza lavoro, il macro-fenomeno delle migrazioni; dal lato dell'organizzazione del capitale, le delocalizzazioni. In relazione ad essi, ha fornito due risposte, appunto, terribili e semplici: quanto al primo, la risposta è: dagli all'immigrato! Lavoro e case agli italiani e non agli stranieri; quanto al secondo, protezionismo! stop ai cinesi e all'invasione delle loro merci. Risposte pericolose e drammaticamente reazionarie, ma collocate all'altezza dei problemi, tempestive e dirette.

Non si tratta dell'approccio grossolano di quattro sciamannati. In Piemonte, Cota riesuma e fa sua la proposta del Prc contro le delocalizzazioni: ma già alcuni mesi fa, nella Commissione industria della Camera, davanti alla proposta governativa di aiuti finanziari ai settori manifatturieri in debito di ossigeno (elettrodomestici, ciclomotori ecc), la Lega propone un emendamento in base al quale si esclude dalle provvidenze le aziende che delocalizzano (il Pd vota contro!).

È la Lega a opporsi, sempre in Piemonte, alla famigerata legge Bolkestein, schierandosi in difesa degli ambulanti. È sempre la Lega a tutelare sul terreno delle politiche agricole, le nostre nicchie produttive di qualità. E potrei continuare. Idee, appunto: che qualificano la tua politica, quale essa sia. Qualcosa che l'elettore precepisce e sulla cui base giudica, pesa la forza di un'opzione politica.

Ci fu un tempo in cui Rifondazione Comunista aveva un Comitato scientifico, metteva al lavoro le sue commissioni per approfondire temi specifici, produceva materiali e li metteva a disposizione del partito, distribuiva alle federazioni libretti semplici e chiari, riassuntivi di un tema. Oggi, chi dirà al Pd che, sfasciando i cosiddetti "campioni nazionali" (pubblici), la nostra industria manifatturiera d'eccellenza, e lasciando campo libero alla micro-impresa, ha spianato la strada alla Lega? Stiamo approfondendo su questo? E a quell'operaio dell'Asinara che qualche sera fa, nella trasmissione di Santoro, ha dato una lezione di politica industriale al ministro del Tesoro, mettendo in fila i problemi della chimica italiana, a questo compagno abbiamo qualcosa da dire, possiamo supportarlo su quel terreno con un progetto puntuale e non improvvisato? O ripartiamo da qui o non ripartiremo affatto.

 

*Direzione nazionale Prc , coordinatore nazionale dell'area Essere comunisti e direttore della omonima rivista
articolo pubblicato da Liberazione ( 16 aprile 2010 pag. 10) e www.esserecomunisti.it

 

Oggi la Federazione domani la fusione

 


di Matteo Bartocci

Dalla Federazione della sinistra alla fusione di Prc, Pdci e associazioni varie in un «unico soggetto politico»? «Non oggi - chiosa il portavoce Paolo Ferrero - ma tra cinque anni chi lo sa».
Che così com'è, la «Fed rossa» non sia stata premiata dal voto è indubitabile. Per questo la cinquantina di dirigenti, comunisti e non, che hanno discusso ieri per oltre sei ore nel consiglio nazionale della «Fed» hanno deciso di accelerare il passaggio dall'attuale «guscio-contenitore» provvisorio a un'altra cosa. Più stabile e più concreta sul territorio, con coordinamenti unici che vadano oltre i fondatori Prc e Pdci a livello provinciale, e con un congresso fondativo in autunno. Vuoi per motivi di cassa (i rimborsi elettorali sono prossimi allo zero), vuoi perché l'unità della sinistra è ciò che resta del mezzo naufragio nelle urne, serrare i ranghi è una strada obbligata. Nel mezzo, durante l'estate, si batterà la strada dei referendum per l'acqua pubblica, contro il nucleare e contro la legge 30. Un impegno su cui peraltro Paolo Ferrero e Angelo Bonelli dei Verdi criticano l'Idv per l'atteggiamento sprezzante verso le altre forze promotrici con la sua raccolta solitaria delle firme.
E' chiaro che dopo i mezzi fallimenti di tutte le elezioni dal 2008 a oggi, sullo sfondo si agita soprattutto il «che fare» negli anni che separano dalle politiche. Per il futuro, Pdci, Socialismo 2000, Lavoro e solidarietà ma anche l'area di Claudio Grassi dentro Rifondazione sono tutte per accelerare fino a fondere le varie anime comuniste post-Arcobaleno in un «salto di qualità organizzativo». Al punto di poter sciogliere anche i partiti fondatori nel «nuovo soggetto». Non è un tema di oggi, appunto, ma domani chissà.
L'analisi di fondo è la medesima per tutti: c'è un area di sinistra larga del 10-12%. «Un 7% di eroi che votano ancora a sinistra, per noi o Sel», per dirla con Salvi. A cui si aggiunge un 5% di elettorato tra liste Grillo e civiche varie da rispettare. Tutto sommato un potenziale di oltre due milioni di voti che sono senza rappresentanza in parlamento e in Europa ed è presente al lumicino anche nei consigli regionali.
La sinistra esiste ma è frammentata come non mai. Sul tema dell'unità è logico che si arrovellino in molti. Vendola con le sue «Fabbriche» oltre i partiti, De Magistris con una federazione larga dai grillini all'Idv. Paolo Ferrero - che a fine mese sarà sostituito da Cesare Salvi come portavoce della Fed secondo il principio della rotazione degli incarichi - «frena» chi parla di fusioni e «andare oltre i partiti». Fedele al motto congressuale «Rifondazione non si scioglie né oggi né domani».
Ma dentro il partito e nella stessa Fed non tutti la pensano così. In tanti anzi auspicano un «rimescolamento complessivo» e anche «un nuovo gruppo dirigente». Sciogliere Rifondazione, almeno tra i «grassiani», potenzialmente non è più un tabù se si fa per una sinistra più forte e «non isolata».
A via del Policlinico c'è chi dipinge il segretario eletto a Chianciano due anni fa come isolato, sostenuto solo dai compagni dell'ex Democrazia proletaria. Maldicenze. Esagerazioni. Di fronte alle quali Ferrero esclude difficoltà particolari. Non rimetterà il mandato da segretario al comitato politico nazionale di sabato prossimo come gli ha chiesto l'area «vendoliana» rimasta nel Prc e come fece autonomamente dopo il deludente 3% alle europee di nove mesi fa. «In segreteria se ne è parlato - spiega - ma non crediamo ce ne sia la necessità. Del resto le scelte sulle regionali le abbiamo condivise tutti». Segno però che i malumori per l'isolamento e per i risultati ci sono anche al vertice e non solo nella «base». Che per la prima volta può dire la sua in viva voce sul sito www.federazionedellasinistra.it. La «road map» del segretario è tracciata: entro ottobre congresso della Fed, a primavera 2011 congresso del Prc. Nessuno però può assicurare che se la Federazione dovesse accelerare veramente, al congresso del Prc poi si arrivi mai.
Che il «rimescolamento» sia nei fatti lo dimostra anche il lavorìo sul nuovo simbolo della Fed. Una scritta semplice e più visibile «Federazione della sinistra» su falce e martello e bandiera rossa. Spariscono, insomma, i nomi dei fondatori a cerchio come oggi. «Sicuramente la Federazione andrà avanti velocemente - spiega Orazio Licandro del Pdci - ed è per noi lo strumento dell'unità tra comunisti e non. Altrettanto sicuramente la sinistra non può presentarsi alle prossime politiche con l'ennesimo cartello elettorale. E se si vuole battere Berlusconi non può certo presentarsi da sola».
Sfumature non piccole che riguardano alleanze e prospettive. Salvi: «Vendola non ci persuade, gli faccio i migliori auguri ma mi sembra faccia i discorsi di Bassolino di cinque anni fa». Ferrero insiste che il «modello Marche (cioè una sinistra unita e autonoma dal Pd, ndr) è il migliore». Altri fanno notare invece che il successo più grande è stato in Umbria, l'unica regione dove pur alleata col Pd una Fed di lotta e di governo ha aumentato i consensi rispetto alle europee di nove mesi fa. (www.ilmanifesto.it 3 marzo 2010)
 

 

Il Prc e le regionali

 


di Claudio Bellotti

Sconfitta una linea politica

I risultati delle elezioni regionali non lasciano spazio a grandi voli di fantasia. I dati, come vedremo, sono molto chiari. Le speranze di una crisi del blocco di governo si sono rivelate per l'ennesima volta fallaci.
È vero che il Pdl perde ben tre milioni di voti rispetto alle europee (Bondi si dichiara "non soddisfatto" del risultato), ma la Lega nord conquista posizioni e, soprattutto, si dimostra come l'astensionismo abbia colpito non solo a destra, ma anche nel centrosinistra e a sinistra. L'esperienza di questi ultimi 15 anni viene confermata anche in queste elezioni: non c'è scandalo che tenga, non c'è porcheria tanto grossa che il metabolismo del blocco di potere berlusconiano non possa digerire: tra escort e tangenti, imprenditori sciacalli e amministratori presi con la bistecca in bocca, Pdl e Lega navigano con disinvoltura. Non la "rivolta delle coscienze offese", ma solo e soltanto i grandi movimenti di lotta sociale hanno negli scorsi anni saputo mettere in crisi questo blocco di potere. Fu così nel 1994, è stato così nei primi anni 2000, lo si conferma - a negativo - anche oggi. La destra stravince in Calabria, vince largo in Campania, strappa il Lazio anche senza la lista del Pdl a Roma, si prende il Piemonte, allarga ulteriormente il distacco in Veneto.
La crescita della Lega aprirà sicuramente delle contraddizioni, a medio termine, all'interno del centrodestra, così come la sconfitta di Brunetta a Venezia e Castelli a Lecco, ma per ora è l'asse Berlusconi-Bossi a venire rafforzato. Chi pensava che bastasse qualche editoriale del Corriere della Sera a far vacillare il governo, sarà bene che si rifaccia i conti. E soprattutto che la smetta di costruirci sopra una linea politica per la sinistra.
Per Rifondazione, inserita nelle liste della Federazione della sinistra, il bilancio è impietoso. Chi parla di "tenuta" dia un'occhiata ai numeri.
Omettiamo qualsiasi paragone con le elezioni regionali del 2005 che appartengono a un'altra epoca politica; allora Prc e Pdci raccolsero in totale circa due milioni di voti pari a oltre l'8 per cento. Anche limitandoci al raffronto con le europee del 2009 il calcolo dei voti assoluti è impietoso; si perde infatti quasi un voto su tre: da 910mila a 620mila. Su 13 regioni, 10 arretrano anche in percentuale, due sono stabili (Liguria e Puglia, quest'ultima però con l'apporto dei Verdi); la Toscana avanza di uno 0,1 per cento, anche qui con i Verdi interni alla lista, e l'Umbria dello 0,6. In quattro regioni non vengono eletti consiglieri: Lombardia, Campania, Puglia, Basilicata.
Ulteriore dato negativo è il sorpasso operato da Sinistra Ecologia e Libertà, che raccoglie 678.693 voti. In percentuale i vendoliani sono al 3,02, la Federazione al 2,76.
Drammatico il dato della Campania, dove la candidatura Ferrero raccoglie l'1,35 per cento, persino meno della lista (1,56).
Questi numeri non possono essere spiegati solo con una condizione generale negativa, che pure indubbiamente esiste. A nostro avviso ciò che testimoniano non è semplicemente un risultato negativo di Rifondazione comunista, ma la sconfitta della sua linea politica. La Federazione della Sinistra si è confermata essere un puro contenitore incapace di produrre alcun valore politico aggiunto; la sua unica forma di vita si è manifestata nelle lunghe trattative per la composizione delle liste.
Il punto cruciale è che Rifondazione non è stata capace di trasmettere alcun messaggio chiaro ad alcun settore sociale o politico. È nota la tesi secondo la quale il nostro partito deve essere inserito nelle coalizioni di centrosinistra per raccogliere il meglio di quell'elettorato senza essere penalizzato dal "voto utile". Resta però da spiegare, se le cose stanno così, perché del milione di voti persi dal Pd non ne raccogliamo neppure uno. O perché in Emilia Romagna, culla delle "buone amministrazioni di sinistra" alle quali da sempre il Prc è pienamente partecipe, a fronte di un forte calo del candidato Errani (dal 62,7 per cento a poco più del 52), tutto il voto critico o di protesta verso il Pd si sia incanalato verso la lista "5 stelle" di Grillo, che in Emilia Romagna raccoglie il suo dato più alto col 7 per cento al candidato (6 per cento alla lista) e un clamoroso 8,71 per cento a Bologna (do you remember Del Bono?.).
Il Prc non cresce né come forza "di governo" (unica eccezione l'Umbria), né come forza "di opposizione": tutto il voto di protesta, tutto il voto antiberlusconiano che non sopporta le manfrine del Pd è stato catalizzato da Grillo, che in 4 regioni delle 5 in cui si presenta supera largamente le liste della Federazione della sinistra. Anche Di Pietro subisce la concorrenza di Grillo, pagando la "svolta di Salerno" con la quale ha accettato di adeguarsi alla candidatura De Luca in Campania.
Intendiamoci: il voto alle liste di Grillo è un voto volatile e d'opinione, che non dipende affatto dalla presenza di candidature pesanti o dallo spazio mediatico. Raccoglie, tuttavia, l'unico movimento di opposizione che si sia espresso con una qualche continuità negli ultimi 12 mesi, a fronte del sostanziale mutismo della Cgil e dell'isolamento delle lotte per il lavoro, che dopo l'autunno sembrano rientrate nel cono d'ombra. Inoltre il voto alle liste Grillo "parla" anche ad altri movimenti di lotta, come testimonia il 28 per cento raccolto a Bussoleno, in Valsusa, contro il 4 per cento della Federazione. Il "Movimento Cinque stelle" è premiato per la sua alternatività ai due poli che in diverse regioni erano totalmente sovrapponibili. Ciò dovrebbe far riflettere il nostro partito, come oggetto di riflessione è il risultato delle Marche dove la candidatura di Massimo Rossi, espressa dalla Federazione della sinistra e da Sinistra e libertà, ma soprattutto alternativa a Pd e Pdl, è uno dei pochi segnali positivi di questa campagna elettorale.
Brucia dover commentare il successo di Sinistra e Libertà. Non tanto per i numeri, che non sono certo esplosivi, ma per la logica politica: Sel non partiva da numeri molto diversi dalla Fds, aveva tuttavia una carta forte in mano e l'ha giocata con determinazione. Ha costruito una strategia attorno all'unico vero punto di forza che aveva, ossia la posizione di Vendola, l'ha sfruttata per colpire un nemico alla volta: prima il Pd dalemiano, poi il candidato di centrodestra.
Anche Rifondazione aveva un solo punto di forza: la convinzione di un settore della sua militanza, di alcune migliaia di attivisti generosi, che veramente si volesse voltare pagina e farla finita con le ambiguità, con l'opportunismo, con i compromessi sempre al ribasso. A differenza di Vendola, Paolo Ferrero non solo non ha sfruttato questo unico punto di forza, ma lo ha sistematicamente indebolito, ha fatto piovere sulla testa dei suoi stessi sostenitori una doccia fredda dopo l'altra, ha rincorso tutte le mode e tutte le brezze: prima dietro a Di Pietro, poi a De Magistris, poi Bersani, poi ai "viola", poi allo stesso Vendola. il tutto per ritrovarci poi quasi completamente soli, dopo aver buttato mesi preziosi in cui si sarebbe potuto fare ben altro per preparare il partito a questa competizione.
Il risultato inevitabilmente spingerà il settore più istituzionalista e opportunista del partito a farsi avanti. Conosciamo già a memoria il loro ritornello: "Senza gli accordi col Pd non eleggiamo nessuno, se non eleggiamo nessuno restiamo senza finanziamenti e il partito chiude." Questi compagni dimenticano un piccolo particolare: il partito che si costruisce su queste basi non è un partito, ma un semplice comitato elettorale che non appena le posizioni di potere sono messe a rischio si scioglie come neve al sole. L'esempio della Campania parla chiaro: avendo rimandato fino all'ultimo la scelta di rompere con l'indigeribile candidatura di De Luca, abbiamo subìto la scissione dell'assessore regionale uscente Corrado Gabriele, prontamente trasmigrato in casa Pd portando la graziosa dote di 17mila voti di preferenza nella circoscrizione di Napoli (dove l'intera lista della Federazione della sinistra ne ha raccolti circa 23mila). Gli accordi non salvano "il partito", salvano solo le posizioni di gruppi di potere che si infeudano interi pezzi di partito. Da questo punto di vista, scissioni del genere (non crediamo peraltro che sarà l'ultima) potrebbero anche essere positive, ma ad una condizione: che esista un'alternativa. Che ci sia un gruppo dirigente capace di investire con tenacia e con pazienza su una linea alternativa, che capisca che per raccogliere bisogna aver prima seminato, che sappia valorizzare e tutelare la militanza vera, offrendo gli strumenti necessari per questo lungo e difficile lavoro. Insomma, un gruppo dirigente che faccia l'esatto contrario di quello che è stato fatto.
È proprio questo il lato più negativo di questa sconfitta: che dà fiato ai predicatori di sconfitte, che già prima del voto e ancor di più oggi ci spiegano che l'unica strada è quella di abbracciare al più presto il compagno Vendola, che non ci sono spazi al di fuori del centrosinistra, e così via all'infinito. Rendiamo merito a Claudio Grassi, responsabile di organizzazione del nostro partito, di aver già parlato con chiarezza in questo senso ancora prima che si andasse al voto (vedi il suo editoriale intitolato "Unità" su Liberazione). Pensiamo che Grassi sbagli da cima a fondo, ma perlomeno ha avuto il pregio di dire chiaramente quello che altri pensano ma non hanno il coraggio di dire ad alta voce.
In questa proposta non c'è solo un errore di moderatismo, c'è un'analisi profondamente sbagliata di cosa rappresenta oggi Vendola e il suo partito. Non si tratta semplicemente di una forza di sinistra un po' meno radicale di noi. Il progetto di Vendola si nutre di una idea legata al cosiddetto "partito del sud", che non solo è interclassista, ma è anche trasversale rispetto agli schieramenti politici. È una linea sulla quale Vendola si trova oggi a dialogare con Adriana Poli Bortone, ma che domani potrebbe portarlo tranquillamente a stringere accordi con Lombardo in Sicilia.
Peraltro non si capisce perché Sinistra e Libertà dovrebbe tenderci la mano quando, con la collaborazione del Pd che hanno assicurata già un partenza, possono continuare a risucchiare il nostro elettorato e puntare a cancellarci totalmente o ad arruolarci come truppa di complemento nella sua scalata alla leadership del nuovo centrosinistra.
Rischiamo di trovarci rapidamente in una situazione surreale: il Prc incastonato nella Federazione della Sinistra, a sua volta alla ricerca di un accordo di qualche tipo con Sinistra e Libertà, il tutto inquadrato in un nuovo centrosinistra: cosa resterebbe, a quel punto, di Rifondazione? Quale reale possibilità si darebbe di lavorare per una forza realmente alternativa al sistema, una volta ingabbiati in questo meccanismo?
C'è solo una risposta possibile: questo gruppo dirigente deve permettere al partito tutto di discutere al di fuori delle scadenze artificiose dei vari processi "costituenti", degli eterni "cantieri" della sinistra che vengono sempre aperti e mai chiusi, e convocare un congresso che abbia al centro non la Federazione della sinistra inesistente, non le furbizie elettorali, ma le fondamenta politiche, programmatiche, organizzative per la ricostruzione di Rifondazione come partito anticapitalista, esterno e contrapposto ai due poli dell'alternanza.
Fuori da questo c'è solo la lenta dissipazione di un patrimonio ormai ridotto ai minimi, ma che tuttavia continua ad esistere e che merita un'altra possibilità. (marxismo.net, 31/3/2010)




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Regionali, la sinistra in cerca di riscatto



LRegionali, la sinistra in cerca di riscattoa galassia della 'sinistra radicale' torna quindi in campo: c'è la Federazione della sinistra, che mette insieme i Comunisti italiani di Oliviero Diliberto, Rifondazione comunista guidata da Paolo Ferrero (portavoce nazionale della nuova formazione) e Socialismo2000 di Cesare Salvi; i Verdi, dopo un congresso che è costata la fuoriuscita di alcuni esponenti storici, si ripresentano alle urne guidati da Angelo Bonelli; sotto le insegne di Sinistra Ecologia e Libertà si schierano l'ala sinistra dei Ds, uscita dal partito alla nascita del Pd, la componente che fa capo al governatore della Puglia, Nichi Vendola, più alcuni ex Prc e Verdi. Per tutti, il primo obiettivo è sconfiggere i candidati del centrodestra. E tornare a far uscire un segno positivo dalle urne.

"Spero che alle regionali Berlusconi prenda una discreta botta -ha detto il portavoce della Fds, Paolo Ferrero- perché gli può fare solo bene. Meno voti prende Berlusconi meno forza avrà per continuare le sue politiche nefaste". Candidato alla presidenza della regione Campania, dove la Fds ha deciso di uscire dalla cerchia dei partiti del centrosinistra che insieme all'Udc hanno appoggiato Vincenzo de Luca, Ferrero indica il target per le regionali.
"Di fronte abbiamo due obiettivi: sconfiggere le destre e riportare una rappresentanza della sinistra nei consigli regionali. Ricostruire una presenza della sinistra -spiega il leader del Prc- è essenziale perché le regioni sono un elemento dinamico della politica. Dobbiamo riuscire a imprimere una spinta che vada in controtendenza rispetto alla politica nazionale, in grado di dare risposte vere ai ceti deboli, cosa che questo governo non è riuscito neppure lontanamente a fare".

"Abbiamo scelto di presentarci con un'idea nuova di costruzione della sinistra -afferma invece Gennaro Migliore, della segreteria di Sinistra Ecologia e Libertà- un'aggregazione di persone che definiscono un progetto intorno a Nichi Vendola che vuole essere concorrenziale rispetto alla sinistra parlamentare". L'unità della sinistra è una prospettiva ma non è più un assillo. Temi e spazi per fare un lavoro di alternativa esistono e, soprattutto, nessuno ha nostalgia dell'Unione.

"Ho vinto il congresso - ricorda il presidente Angelo Bonelli - portando i Verdi fuori dalla sinistra radicale e immaginando una nuova forza ecologista con una visione europea e moderna, un soggetto post ideologica che sta dentro la società con programmi chiari e obiettivi concreti. Meglio di ogni discorso che possa descrivere cosa vogliamo fare, è lo slogan che ho letto su uno striscione portato in mano da un gruppo di ragazzi, durante una manifestazione contro l'inquinamento causato dall'Ilva di Taranto: 'né di destra né di sinistra vogliamo solo aria fresca'".
"La salute e la qualità della vita -afferma ancora il leader del Sole che Ride- sono beni primari, irrinunciabili, che non hanno un colore politico. Nelle regioni si stabiliscono le politiche sanitarie, sul territorio si possono sviluppare progetti sulle energie rinnovabili, sulla qualità dell'ambiente e sulla green economy". "Non siamo solo di fronte alla necessità di rialzare la testa - puntualizza Migliore, indicando gli obiettivi di Sel - dopo le regionali possono cambiare parecchie cose", anche la ricostruzione dei rapporti a sinistra dovrà superare ostacoli e diffidenze, ruggini della passata legislatura e della sconfitta del 2008.

"La spinta che ci potrà dare l'elettorato -continua Migliore- è fondamentale per determinare i processi di riaggregazione. Lascia tuttavia esterrefatti l'egoismo con cui i segretari dei partiti dell'opposizione parlamentare si sono rapacemente accaparrati lo spazio dell'informazione. Il Pd al di là di un generico appello alla libertà di stampa, è stato del tutto complice nell'escludere le altre forze politiche minori dal cerchio delll'informazione televisiva. Per questo vogliamo essere molto netti nella costruzione della sinistra e allo stesso tempo positivi perché non abbiamo l'assillo di dover governare a tutti i costi".

"L'assenza della sinistra -conferma Ferrero- pesa ed è stata certamente alimentata dalla vergognosa censura televisiva a cui abbiamo assistito in questi mesi". Esclusi dalla tv ("anche quella che ci dovrebbe essere 'amica', aggiunge), la Fds ha cercato di lavorare in modo capillare sul territorio, tornando un po' alle origini delle esperienze del mutualismo e del solidarismo socialista.
"Non so se è un ritorno al passato. Al congresso -prosegue Ferrero- ho detto noi dovevamo ripartire 'in basso a sinistra' e così stiamo cercando di fare, con una politica che vuole stare al mercato e non solo nelle piazze, tra la gente e non solo in tv. Si inizia a vedere un riconoscimento del nostro impegno, dato che dal Parlamento certi temi, come il lavoro, sono stati estromessi, mentre si discute all'infinito delle amanti di Berlusconi".

"Non sentiamo alcuna nostalgia del Parlamento -chiosa il presidente del Sole che Ride- ma la mancanza di una forza ecologista si sente amaramente quando si tratta di contrastare 'senza se e senza ma' provvedimenti vergognosi, come abbiamo visto con l'approvazione della legge che stabilisce la depenalizzazione degli scarichi industriali".

"In Italia si parla di tutto, fuorché dei problemi dei cittadini, si parla di elezione diretta del premier. Ma a chi interessa? L'inquinamento nella città, il traffico che le paralizza, la salute dei cittadini... La Fiat -dichiara infine Bonelli- è nel mezzo dell'ennesima crisi produttiva, perché non si riconverte producendo mezzi pubblici, tram elettrici o metropolitane? Ecco, quando parlo di ricette e proposte concrete dei Verdi è questo ciò che intendo".


(adnkronos) 27 marzo 2010

 

Le elezioni francesi e noi

di Francesco Maringiò

 il Punto

Nella sua “guida alla politica estera italiana” Sergio Romano sottolinea spesso come un vecchio vizio del nostro paese sia quello di usare e torcere per motivi domestici i temi e gli avvenimenti della politica internazionale. È indubbio che è sempre utile tenere presente questo ammonimento del vecchio decano della politica estera, soprattutto di fronte alla lettura ed alla interpretazione dei risultati elettorali. È il caso, tra gli altri, anche del primo turno delle elezioni regionali francesi dello scorso fine settimana.

Le elezioni francesi...

Una prima considerazione riguarda il fatto che qualsiasi interpretazione dei dati venga condotta, deve tener conto di un elemento che condiziona ogni analisi e cioè l'alto tasso di astensionismo (quasi il 54%), che porta più della metà degli elettori a disertare le urne. Qualsiasi analisi su chi abbia “vinto” o “perso” in queste elezioni deve quindi tener conto di questo aspetto, trascurato il quale si perdono di vista le tendenze di fondo che si muovono nelle viscere della società franc
ese (ma qui il discorso può tranquillamente essere traslato a quasi tutti i paesi del vecchio continente). Sembra un paradosso ma, pur in presenza di forti tensioni e mobilitazioni sociali (la cui punta dell'iceberg è rappresentata dal sequestro dei manager aziendali da parte dei lavoratori), la partecipazione alla vita democratica ed alle elezioni raggiunge il minimo storico. La differenza col caso statunitense (dove tendono ed essere deboli anche i movimenti di lotta - non le manifestazioni o le dimostrazioni, ma il conflitto sociale-) è evidente, ma non c'è dubbio che questa tendenza è data dal sistema elettorale fortemente bipolare, che punta ed espellere grandi masse dalla partecipazione politica. Pur in presenza di una pesantissima crisi economica e di conseguenti lotte sociali, la partecipazione politica è ridotta al minimo. E questo aspetto se è vero che colpisce tutti (la prima vittima è proprio Sarkozy ed il suo partito), non può non interrogare la sinistra di alternativa ed i comunisti sul saldo legame che si registra tra lotte sociali, rappresentanza politica delle lotte e radicamento sociale. Tanto più se, come è del tutto evidente, ad astenersi sono soprattutto i ceti popolari, come emblematicamente ci dice il dislivello tra la percentuale vertiginosa di astensione (70%) a Bobigny, sobborgo periferico di Parigi, ed il fisiologico tasso di astensione a Versailles (5%). Bipolarismo e vita politica ingabbiata nello scontro/alternanza UMP-PS, fanno da detonatore alla disaffezione ed al disimpegno ed in pochi riescono a trarne un vantaggio dando rappresentanza a quella gente. Tra questi, purtroppo, l'estrema destra.

Come nei più classici dei meccanismi, in un periodo di crisi economica caratterizzato da paure ed incertezze e di fronte ad un quadro politico che viene percepito da larga parte dell'elettorato come immutabile, oltre alla crescita dell'astensionismo si registra l'avanzata di partiti di estrema destra, populisti ed apertamente razzisti e xenofobi come è il caso del Fronte Nazionale che raccoglie oltre il 12% in tutto il paese. Una delle novità di questo passaggio elettorale è rappresentato proprio dalla forte avanzata del partito di Le Pen che si avvantaggia di una campagna mediatica che dirotta il dibattito politico dai temi caldi della crisi economica e delle proteste sociali a quelli quali l'identità nazionale (in questa campagna elettorale si è discusso molto di burka e minareti, più che di programmi). Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Il FN raccoglie consensi da capogiro: oltre il 10% in 11 regioni ed addirittura il 20% in PACA (Provenza-Alpi-Costa Azzurra). Un successo enorme dovuto al fatto che questo partito da un lato vampirizza i consensi dell'elettorato di Sarkozy e, dall'altro lato, è votato da un bacino elettorale di voti di protesta che in passato premiava liste di sinistra come Lotta Operaia ed il Nuovo Partito Anticapitalista di Olivier Besancenot. Ad essere eroso è anche il voto operaio che tradizionalmente si rivolgeva verso il PS ed il PCF come dimostra l'avanzata del FN nelle città industriali del Nord-Pas-de-Calais dove sfiora il 18,3% dei consensi.

Dentro questo quadro fortemente influenzato dal tasso di astensione, non si può non cogliere il tonfo dell'UMP, reso ancora più fragoroso dall'impegno che in prima persona il Presidente ha profuso in questa campagna elettorale. Non solo a differenza dei suoi predecessori non ha abbandonato la guida del partito una volta assunti incarichi istituzionali, ma si è speso fino in fondo in campagna elettorale, arrivando addirittura a 24 ore dal voto ad invitare il popolo francese a “votare bene” attraverso le colonne del noto quotidiano le Figaro. La sua leadership è sicuramente in affanno, ma ad essere forse realmente in crisi è questo tratto di bonapartismo postmoderno che ha caratterizzato la sua presidenza. Del resto i risultati dell'UMP alle europee non erano molto lontani da quelli attuali (27,5% contro il 26,7% raccolto oggi). Non è chiaro come reagirà ora Sarkozy, se moderando il suo piano di riforme liberiste o accelerandolo per mostrare quei risultati che fino ad oggi non sono ancora arrivati.

Il successo del Partito Socialista, che passa dal 17% delle europee al 30% in questa tornata elettorale, è immancabilmente legato invece alla figura della nuova segreteria Aubry e ad una linea politica di forte attenzione nei confronti delle richieste che vengono dal mondo del lavoro. Ma questa immagine smagliante di forza deve però fare i conti con un complesso sistema elettorale a doppio turno che prevede, in vista del secondo, la costituzione di alleanze elettorali per aggiudicarsi il governo delle regioni e dei dipartimenti. Compito non facile, che rischia di pregiudicare l'obbiettivo della conquista della maggioranza in tutte le regioni (la scorsa volta le forze di sinistra riuscirono a conquistare la presidenza di tutte le regioni tranne due). Un paragone con il caso italiano si rende necessario: se qui il PD ha scelto una dinamica politica di “competizione al centro” (strategia che Bersani non ha abbandonato e che rimane l'aspetto strategico della politica delle alleanze di questo partito), in Francia il PS è rifuggito da questa logica, guardando e privilegiando i rapporti a sinistra, con il triplice vantaggio che, il partito centrista d'oltralpe (Mo-Dem di François Bairou) raccoglie un misero 4% mentre, non scattando un meccanismo di “voto utile” a sinistra, il Fronte di Sinistra sostanzialmente mantiene il consenso raccolto alle europee e i verdi di Europe Ecologie, dell'ex leader del '68 Danielle Cohn-Bendit, col 13,3% diventano la terza forza politica del paese.

A sinistra del PS (esclusi i verdi che, comunque, hanno un profilo ecologista e riformista), assistiamo ad un leggero calo di consenso rispetto alle europee per le forze della sinistra d'alternativa. Escludendo infatti i territori d'Oltremare, Fronte di Sinistra, NPA e Lotta Operaia raccolgono assieme attorno al 9,66% (approssimando a 6 il FdS + 2,5 + 1%), avevano il 12,38% alle europee. In questo pesa fortemente il risultato del NPA che subisce un drastico ridimensionamento. Ovviamente parte di questi voti in fuga dal partito di Besancenot sono andati al FdS (ma non solo), in virtù di una certa mobilità dell'elettorato e dell'assenza di fidelizzazione della base di consenso di queste formazioni.

In questo quadro va però rilevato il risultato positivo del Fronte della Sinistra (che ricordiamo essere una coalizione elettorale tra il PC francese, il Partito di Sinistra di Jean-Luc Mélanchon, ex esponente del PS, e Sinistra Unitaria di Piquet Christian) che, a seconda delle modalità di conteggio delle diverse realtà regionali, raccoglie un consenso che va da 5,8% (considerando la proiezione nazionale) al 6,5% (guardando alle sole regioni in cui la lista ha preso più del 4%: 17 sulle 22 totali, esclusi i territori d'Oltremare); è stato il 6,18% alle europee. Nell'Ile-de-France, che comprende anche Parigi, la lista raccoglie un ragguardevole 6,55% dei voti. Significativi sono i risultati in quattro regioni dove questa coalizione ha preso più del 10%, come nel caso del Limousin (13,13% in alleanza con l'NPA), nel Nord (10,78%), in Corsica (10,02%) e ad Auvergne (14,24%). Sono 10 invece le regioni dove la lista ha raccolto più del 5% mentre, oltre alle 3 regioni dove il consenso è stato inferiore al 5%, va ricordato che si votava anche nei territori d'Oltremare: a Reunion, Paul Vergès (passato presidente comunista del Consiglio Regionale) ha raccolto il 30,23% dei voti ed ha buone possibilità di farcela; in Guadalupa, ha vinto il PS al primo turno ed il candidato sostenuto dal Partito Comunista di Guadalupa ha preso il 12,4% dei voti mentre a Martinica, il candidato sostenuto dal Partito Comunista della Martinica ottiene 6,85% dei voti. Non mancano però i rilievi critici che provengono dall'interno dello stesso PCF e che fanno notare come questi dati, pur positivi, segnano molte volte un arretramento rispetto alle elezioni regionali del 2004. E' da questo confronto che, per esempio, si evince come il pur positivo risultato del Nord-Pas-de-Calais vede la perdita di un quinto dell'elettorato o come nell'Ile-de-France si passa in termini assoluti da 264.000 a 189.000 voti (dal 7,2% al 6,5%), con diminuzioni significative nei sobborghi popolari; in Seine-Saint-Denis, si raccoglie solo il 4,0% contro il 7,8% registrato nel 2004 e in Val d'Oise 2,1% contro il 4%, solo per citare alcuni tra gli esempi più rappresentativi. E tutti questi raffronti sono fatti partendo dai voti che il solo PCF aveva raccolto nel 2004 e confrontandoli con i risultati oggi portati a casa da tutta la coalizione (PCF più altri, più eventuali alleati locali). Nonostante tutto, il segno caratterizzante di questa tornata elettorale per il FdS è quello di un importantissimo segnale di tenuta, al punto che le Monde del 15/03 così titolava: “il Fronte di Sinistra ha vinto la sua scommessa sull'unità”.

...e noi

Proprio per queste ragioni molti tra i commenti che in Italia sono stati fatti sulle elezioni francesi indugiavano sulla riuscita della scommessa unitaria del PCF all'interno del Fronte di Sinistra e sui risultati elettorali che suggellavano e confermavano tale impianto. Ma proprio per non commettere però l'errore di cui ci parlava Sergio Romano è bene tenere presente almeno due aspetti fondamentali.

Il primo è che, quando si parla delle esperienze di unità a sinistra che ci sono in Europa è bene evitare semplificazioni. Un conto è il Fronte di Sinistra francese, ben altra cosa sono esperienze quali la Federazione della Sinistra italiana, piuttosto che la Linke tedesca. Considerare queste tre esperienze (ma ce ne sono molte altre) come sostanzialmente equivalenti, come spesso si legge nel nostro paese, è davvero esiziale. Il Fronte di Sinistra, come abbiamo già detto, è una semplice coalizione elettorale: l'autonomia dei partiti non viene messa in discussione ed a partire da essi, si dà vita ad una coalizione elettorale che ha quindi il vantaggio di rispondere alla doppia esigenza di unità a sinistra e di presentare una lista elettorale competitiva, capace di superare gli sbarramenti e di concorrere come alternativa credibile ai partiti della sinistra moderata di ispirazione riformista (PS e Verdi). In questo, il FdS è paragonabile all'esperienza portoghese della CDU, la Coalizione Democratica Unitaria , ma su questo punto ci ritorniamo.

L'esperienza italiana della Federazione della Sinistra è invece, come dice il nome stesso, un coordinamento federato tra vari soggetti. E quindi, pur mantenendo ciascun partito la propria autonomia, cede però quote di sovranità alla struttura federativa su alcuni aspetti non secondari. È il caso, per esempio, del modo in cui ci si presenta nelle competizioni elettorali (accordi o meno e rispettivi temi politici e programmi elettorali), un aspetto quindi centrale della vita di una forza politica. Volendo trovare un termine di paragone, potemmo dire che l'esperienza della FdS italiana è molto simile a quella di Izquierda Unida spagnola, dove l'autonomia dei partiti (come è il caso del PCE) convive dentro l'esperienza della struttura federativa.

Ben altro caso è invece l'esperienza tedesca. Questo infatti è un partito vero e proprio, nato dall'unione di PDS e WASG che, come tali, ovviamente non esistono più.

Ecco perché non si può parlare di processo di unità a sinistra tra i comunisti e forze della sinistra d'alternativa guardando a queste esperienze come fossero varianti dello stesso progetto di fondo. E soprattutto, chi oggi si pone senza ambiguità il tema della “rifondazione” di un partito comunista non può non avere presente la differenza che intercorre tra forme di coordinamento e processi unitari a sinistra in cui l'autonomia dei comunisti o rimane oppure viene sussunta nella nuova struttura organizzata.

La seconda considerazione, che è intimamente legata alla prima, ha bisogno di una premessa.

In vista del congresso del PCF che ci sarà il prossimo giugno, alcuni militanti hanno lamentato la scarsa visibilità del partito alle elezioni in favore del FdS e temono, in vista dell'importate appuntamento delle presidenziali per il 2012, che per la prima volta non si decida più di correre con un proprio candidato ma di presentarne uno espressione di tutto il FdS. Queste paure sono ovviamente influenzate da un forte orgoglio di partito, accentuato dal fatto che la disparità di rappresentatività tra i partiti che compongono il FdS è davvero alta (solo per citare un dato: il PCF ha circa 170mila iscritti, il partito di Mélenchon circa 4mila e Sinistra Unitaria circa un migliaio). Ma non c'è solo questo. Anche all'interno del PCF ci sono da anni tendenze che parlano apertamente della necessità di una “rifondazione” del partito stesso e del superamento della natura comunista del partito; un tema che del resto a noi italiani è molto familiare. Ecco perché l'esperienza del FdS viene vista con sospetto da alcuni settori del PCF e ci si “aggrappa” alla presentazione dei propri simboli e dei propri candidati alle elezioni come antidoto al tentativo di superamento, per questa via, della natura comunista e rivoluzionaria del partito. Non è l'esigenza dell'unità a sinistra che viene criticata o messa sotto accusa, ma il timore che una diluizione degli elementi identitari e caratterizzanti del partito diventi la strada per successive tappe del processo “rifondatore”. E questo perché nel suo ultimo congresso il PCF ha espresso un gruppo dirigente che, nella sua maggioranza, ha scelto di stare ancora “in mezzo al guado” e di non sciogliere definitivamente questo nodo.

Sta in questo il nucleo politico della seconda considerazione: non è la forma con cui i comunisti si presentano alla elezioni che mina la natura del partito, ma la direzione strategica del suo gruppo dirigente. Tanto è vero che nessuno in Portogallo si scandalizza quando il PCP si presenta alle elezioni con un contrassegno diverso dal proprio simbolo o in Grecia dove addirittura il KKE si presenta alle elezioni locali senza la falce e il martello nel simbolo, perché è in coalizione con altre forze non comuniste. Questo perché la direzione strategica del gruppo dirigente di quei partiti è chiara, come è chiara la volontà di non superamento del partito. Un aspetto, questo, che ha caratterizzato anche la storia del comunismo italiano: il PCI bolognese era solito presentare alle comunali un contrassegno elettorale (col nome e simbolo delle Due Torri) che nulla aveva a che fare con la simbologia e la terminologia comunista. E questo non scandalizzava nessuno perché allora era evidente a tutti che la natura del partito non era affatto messa in discussione.

Ecco perché, per non torcere per esigenze domestiche esperienze e scelte che i comunisti fanno in Europa non bisogna fare semplificazioni.

E quindi, per venire a noi ed evitare normali e sane resistenze che ci sono di fronte all'esigenza dei processi unitari (a partire da quelle che si registrano nel PRC rispetto all'esperienza della Federazione), è necessario che nel gruppo dirigente prevalga una linea chiaramente volta alla costruzione del partito e della sua natura comunista e rivoluzionaria. E non già nascondere, dietro l'esigenza “dell'unità a sinistra”, processi di diluizione e superamento dell'esperienza comunista e resistenze ad un rafforzamento dei comunisti e ad una loro ricomposizione. Temi questi che dovrebbero spingere tutti ad una maggiore chiarezza ed onestà intellettuale, piuttosto che a mischiare o confondere i piani (questione comunista e tema dell'unità e del coordinamento della forze di sinistra alternativa ed anticapitalista). È di fronte a queste ambiguità (si dice di aver sconfitto a Chianciano una linea liquidazionista e poi non si pratica una vera gestione unitaria e ci sono resistenze viscerali ed un confronto ed un percorso di riunificazione di tutti i comunisti; si dice di voler rispondere al tema dell'unità a sinistra ma poi si confondono i piani, alludendo alla necessità di un nuovo soggetto politico dei comunisti e della sinistra (Linke all'italiana); si dice di non voler metter in discussione l'autonomia del Prc ma poi lo si commissaria de facto scegliendo le modalità di presentazione della lista e dei candidati senza riunire né i gruppi dirigenti di partito, né quelli della Federazione...) che sorge il dubbio che, dietro a tutte queste semplificazioni, si nasconda invece un progetto politico chiaro (una “linke all'italiana”? Cioè un partito non più comunista ma in cui comunisti e non comunisti stiano insieme), solo che finora rimane inespresso. E la confusione dei piani (esigenze elettorali/unità della sinistra, questione comunsita) è funzionale a farlo avanzare nei fatti e senza una discussione pubblica e chiara nel merito.(www.lernesto.it 22 marzo2010)

 

 

 

Inerzie

di  Rossana Rossanda

Tanto tuonò che piovve. Da poche ore il premier Berlusconi ha denunciato al Partito popolare europeo, a Bonn, di essere un perseguitato politico in Italia. E chi lo perseguita? L’Alta corte costituzionale, che non è più supremo istituto di garanzia ma organo di parte, e precisamente di sinistra, grazie alle nomine fatte da tre presidenti della Repubblica di sinistra che si sono susseguiti da
noi, i noti estremisti Scalfaro, Ciampi e Napolitano. Non solo: un partito di giudici, clandestino ma efficiente, gli scatena contro una valanga di calunniose vertenze giudiziarie. Stando così le cose, egli ha dichiarato solennemente al Ppe che intende cambiare la Costituzione italiana del 1948 e lo farà con tutte le regole o senza. Già in passato l’aveva disinvoltamente definita di tipo «sovietico».
Il Ppe è rimasto di stucco. Il Presidente Napolitano, di solito assai prudente, ha definito il discorso «un violento attacco alle istituzioni», il premier gli ha risposto con insolenza: «Si occupi piuttosto della giustizia». Il Presidente della Camera, Fini, che aveva preso le distanze, si è sentito ribattere: «Ne ho abbastanza delle ipocrisie».
La reazione del paese è stata nulla. Probabilmente molti hanno scosso privatamente la testa. Come la regina d’Inghilterra, l’Alta corte non risponde ai vituperi che le vengono rivolti, soltanto la Camera potrebbe denunciare il
premier per attentato alle istituzioni, ma la maggioranza della Camera ce l’ha lui. Il suo alleato, Bossi, ne ha elogiato «le palle», argomento decisivo per tutti e due. Il Popolo della libertà ha annunciato per domenica a Milano una manifestazione a suo sostegno.
Il presidente Casini ha lamentato che Berlusconi, per essere stato votato dal 35 per cento del paese, crede di esserne il padrone. Il leader del Pd Bersani si è doluto di aver ricevuto, testualmente, un «cazzotto» ma si ripromette di avviare ugualmente assieme a Berlusconi le più urgenti riforme istituzionali. L’ex pm Di Pietro ha gridato con qualche approssimazione: «E che si aspetta per dire che siamo nel fascismo?», non senza aggiungere: «E se succede qualche incidente?». Alcuni giornali parlano di stato d’emergenza, la sinistra della sinistra ha emesso alcune strida o ha parlato d’altro.
Ora, ci rifiutiamo di credere che la metà del paese che non ha votato Berlusconi ne trangugi anche stavolta le escandescenze. Certo una maggioranza non si abbatte che con un’altra maggioranza, ma questa va preparata non essendo affatto detto che ci sarebbe già oggi. E per molti motivi. Perché quando la detta metà ha avuto un suo governo, non ha ritenuto urgente né risolvere il conflitto di interessi né regolare il sistema radiotelevisivo, né darsi una legge elettorale decente - provvedimenti che non sarebbero stati niente di straordinario, soltanto la premessa di un quadro politico decoroso. Anche per questo la tela della democrazia, faticosamente tessuta nella Resistenza, si è andata sfilacciando, la crisi dei partiti è stata salutata dal più stolto degli entusiasmi, nulla di più affidabile ed efficace essendo stato messo al loro posto, socialisti e comunisti si sono pentiti di essere stati tali e la sinistra della sinistra non ha saputo che frammentarsi. E siamo arrivati a questo punto.
È l’ora di finirla di lamentarsi e di aspettare qualche leader miracoloso. Siamo noi, la gente che cerca di battersi con la Cgil, giovani e precari senza speranza, coloro che sono andati alla manifestazione del Nobday, gli piacesse Di Pietro o no, visto che nessun altro aveva pensato di promuoverla, siamo noi insomma la parte attiva di quella metà d’Italia che incassa botte da troppi anni. Andiamo a chieder conto a chi abbiamo votato fino a ieri di quel che sta facendo o non facendo oggi, senza né astio né affidamento. Proponiamo a chi lo vuole di metterci a discutere subito e a medio termine. Finiamola di lamentarci di non essere rappresentati. Siamo adulti e vaccinati. Rappresentiamoci.(www.ilmanifesto.it 23 dicembre 2009)

 

Tra matrimoni e separazioni la sinistra radicale ci riprova

di Andrea Carugati

Appena nata la federazione tra Prc e Pdci. Il leader sarà a «rotazione», tre mesi per uno.
Sinistra e libertà prepara l'assemblea del 19-20 dicembre. Un vertice per ricucire con i socialisti.

Geografia in continua evoluzione a sinistra del Pd. Prc e Pdci si federano, Sinistra e libertà tenta di ricucire con i socialisti e prepara l'assemblea fondativa del 19-20 dicembre. Tutti insieme alle regionali? Se ne discute.
di Andrea Carugati

Non c'è pace nella ex sinistra radicale. Tra scissioni e federazioni, coordinamenti provvisori, stop and go, leadership non definite e talvolta persino a rotazione, rancori personali, sondaggi scoraggianti, incursioni di Di Pietro nell'elettorato operaio, la geografia a sinistra del Pd rimane in continua evoluzione.

PRC E PDCI PROVANO A FARE PACE
Questo mese di dicembre dovrebbe fissare due punti fermi nella ricostruzione post sismica della sinistra. Il 5, giorno del «No B Day», al teatro Brancaccio di Roma è nata la «federazione della sinistra», che dopo 11 anni riunifica Rifondazione e Comunisti italiani, più socialismo 2000 di Cesare salvi e l'associazione «Lavoro e solidarietà» di Gianpaolo Patta, nata da una costola della sinistra Cgil. Non ci sarà un nuovo partito con la falce a martello, a fine 2010 un congresso sancirà la nascita della federazione che (questa è la volontà del Prc, Diliberto vorrebbe fare un passo più avanti) si sovrapporrà ai due partiti fondatori, con conseguente sdoppiamento delle strutture. Nel frattempo, da gennaio, il timone lo terrà un coordinamento di unatrentina di persone, composta con percentuali cencelliane da Prc, Pdci e dalle due associazioni. Il leader? Ci sarà un portavoce a rotazione, tre mesi per uno, parte Ferrero, poi lo seguiranno nell'ordine Diliberto, Salvi e Patta. Alle regionali si va col simbolo delle europee, falce e martello, tricolore, tutti i nomi dei fondatori a corona e la dicitura «per la federazione». Grande prudenza.

VENDOLA TRA PUGLIA E SOCIALISTI
L'altro momento clou sarà il 19 e 20 dicembre, all'Hotel Mariott di Roma, con l'assemblea nazionale di Sinistra ecologia e libertà, guidata da Nichi Vendola. Il congresso fondativo ci sarà dopo le regionali, anche qui non è chiaro se nascerà o meno un nuovo partito, ma l'assemblea è decisiva per superare la crisi partita dopo l'uscita dei Verdi e il divorzio con i Socialisti. Questo fine settimana ci saranno le assemblee provinciali, che dovranno eleggere i1200 delegati per l'appuntamento di Roma che avrà come simbolo una vecchia 500 rosso fuoco (ma elettrica) e come slogan «In viaggio verso il futuro». Saranno votati la carta d'identità di Sl e una bozza di statuto, e sarà rinnovato il coordinamento nazionale. Ancora non è stato deciso se il portavoce verrà eletto, c'è chi insiste come il verde Paolo Cento e chi frena. Molto dipende dalle vicende di Nichi Vendola, leader finora indiscusso, ma assai impegnato in Puglia. «Non mollerò», ha ribadito ieri, a proposito della presidenza della sua Regione. «Il Pd sappia che senza primarie Vendola è candidato, è il popolo che mi candida». Respinta ogni richiesta del segretario del Pd pugliese Blasi a fare un passo indietro. E la tensione rende incerta la presenza di Bersani, invitato all'assemblea del 19-20 e alleato "naturale" di Sl. C'è un altro nodo da sciogliere: domani ci sarà un vertice con i socialisti di Nencini, per verificare se è possibile ricucire lo strappo e magari correre insieme con simbolo di Sl in qualche regione come Campania, Lombardia, Puglia, Liguria e Emilia. Pare che molti socialisti, nei territori, stiano premendo su Nencini per trovare un accordo ed evitare guerre legali sul simbolo. C'è poi un clima di disgelo tra i vendoliani e i cugini del Prc, che sostengono «Nichi » in Puglia e spingono per fare liste insieme almeno nelle regioni, come Toscana, Puglia e Calabria, dove c'è lo sbarramento. «Non se ne parla», dice il mussiano Carlo Leoni. Ma Paolo Cento la pensa diversamente: «Dove c'è lo sbarramento bisogna provarci, guai a ripetere l'errore delle europee.( l'Unità, 9/12/2009)

 

La  sinistra ricomincia daccapo: nasce la Federazione

di  Frida Roy



Tesseramento subito, aperto a realtà organizzate e singoli cittadini, congresso tra un anno: con una grande assemblea al teatro Brancaccio di Roma, convocata nel giorno del No Berlusconi day e a quattro passi da piazza san Giovanni, nasce sabato prossimo La Sinistra ricomincia daccapo: nasce la Federazionela Federazione della Sinistra. I promotori sono quattro: due partiti, Rifondazione comunista e i Comunisti italiani, e due associazioni, Socialismo 2000, nata in origine nei Ds e guidata da Cesare Salvi, Lavoro e Solidarietà, associazione nata da una costola di sinistra della Cgil e guidata da Giampaolo Patta.

"E' tempo di smetterla - spiega il segretario di Rifondazione Paolo Ferrero nel corso di una conferenza stampa alla Camera - con le divisioni a sinistra. Parte un processo costituente aperto a tutti". Anche al governatore della Puglia Nichi Vendola?
"Certamente...", replica Ferrero, che all'ex compagno di partito dedica un passaggio proprio con riferimento alle elezioni pugliesi: "Lì c'è stato un processo democratico che ha portato quel presidente, è impensabile che lo si possa cambiare con una manovra di palazzo".

A ridosso di piazza san Giovanni, Ferrero, Diliberto e Salvi proveranno a mettere in secondo piano le sigle (a cominciare dal nome comunisti) e daranno il via ad un soggetto federativo, già deliberato dagli organismi dirigenti. Ospiti di eccezione Lothar Binsky della Linke e il segretario di Akel, il partito comunista cipriota. I posti a sedere sono 2800 ma gli organizzatori prevedono molte più persone: complice il No B. Day, via Merulana sarà invasa da bandiere rosse e striscioni.
"Sarà la più grande manifestazione di opposizione al governo Berlusconi- dice Paolo Ferrero- e noi ci andiamo convintamene, con le nostre bandiere".

La Sinistra unita non teme la concorrenza di Antonio Di Pietro: "Il problema non è essere in tanti a sinistra, ma essere in pochi", dice Ferrero, "siamo ben contenti quando c'è sovraffollamento, pensiamo che se si radicalizza l'opposizione è un bene".
Con Di Pietro, la neonata federazione condivide anche le accuse nei confronti del Pd: "Se il Pd avesse aderito alla manifestazione non avrebbe legittimato la Rai a non trasmettere la diretta". "Il Pd non è qui, fa la corte all'Udc...", chiosa Cesare Salvi parafrasando un antico - e più crudo - slogan anti-Pci dell'estrema sinistra degli anni ‘70.
Coi Democratici i rapporti non sono idilliaci. "Abbiamo incontrato Bersani, crediamo nella costruzione di un'opposizione ma ad oggi non ci sono grandi segnali di apertura. Staremo a vedere...", spiega ancora Ferrero.

Oliviero Diliberto, leader del Pdci, sostiene dal canto suo che "c'è un bisogno disperato di sinistra in questo paese: la prova è nel voto di ieri al Senato sulle missioni, Afghanistan compreso. Nessuno ha votato contro, sta vincendo il pensiero unico".
Secondo Diliberto, "escludere i comunisti dalle istituzioni significa escludere tutti quegli italiani che sono contro la guerra". E Salvi aggiunge che è allo studio "un quesito per il referendum abrogativo della norma che consente il rifinanziamento delle missioni". Se tecnicamente non si potrà realizzare, "ne faremo una petizione popolare, la gente ha il diritto di dire la sua sui una guerra che ci costa mille euro al minuto, come ha detto il ministro La Russa".(www.aprileonline.info 3 dicembre 2009)

 

La  sinistra e la ripartenza del 5 dicembre

 

di Andrea Scarchilli

Attorno alla manifestazione del 5 dicembre prossimo, il "No Berlusconi day" promosso dal popolo della rete, passa il destino della sinistra italiana, quella uscita malconcia dalle elezioni dell'anno scorso in cui non è riuscita a conquistare la rappresentanza parlamentare. L'adesione dei partiti dell'allora "Sinistra arcobaleno" c'è, oggi è arrivato l'annuncio anche dal coordinamento nazionale di "sinistra e libertà". In più, a partire da quella data, Rifondazione comunista e Pdci guideranno l'avvio di un processo di avvicinamento reciproco, la "Federazione della sinistra".

Assieme al Prc e al Pdci parteciperanno alla Federazione anche "Socialismo 2000" e "Lavoro e solidarietà". Il battesimo sarà a Roma, al teatro Brancaccio, a partire dalla nove e mezzo. Poi nel pomeriggio, ha detto il numero due di Rifondazione Claudio Grassi, "tutti in piazza per manifestare contro Berlusconi". La Federazione è pensata in una prospettiva diversa rispetto all'Arcobaleno - il cui fallimento elettorale fu la causa principale del cambio di maggioranza all'interno di Rifondazione e della conseguente scissione avviata dalla componente guidata da Nichi Vendola - e i promotori la ritengono "un passo avanti" rispetto a quell'esperienza. Perché, ha spiegato Grassi, i "cartelli elettorali di fronte alle difficoltà politiche si sciolgono come neve al sole" mentre la Federazione della Sinistra sarà "un'aggregazione con un programma politico comune". Un programma netto per "il superamento del capitalismo e del patriarcato" e una formazione pienamente indipendente, politicamente e culturalmente dal centrosinistra e, quindi, dal Pd.

"La Federazione - ha spiegato Grassi - non si colloca su una posizione genericamente di sinistra e di alternanza, ma su quella della trasformazione, del conflitto e della alternativa di società. Questo significa che con il centrosinistra si possono fare degli accordi su base programmatica, ma senza nessuna subalternita' e senza nessun automatismo". Sarà aperta ad associazioni, soggetti politici, comitati, movimenti locali e nazionali, "un processo aperto ma non indistinto".

Il 5 dicembre verranno costituiti un consiglio politico nazionale, un coordinamento politico ristretto e verrà nominato un portavoce nazionale, che per il primo anno sarà a rotazione tra le forze politiche promotrici. Partirà anche il tesseramento, il primo congresso è fissato per la fine del 2010. "Se non vogliamo costruire un cartello elettorale e un accordo statico tra quattro soggetti politici organizzati - ha rilevato Grassi - è necessario attivare la più ampia partecipazione. Questa non può che partire dal coinvolgimento di tutti gli iscritti in un processo democratico che parta dal basso e dal concetto una testa un voto".

La Federazione, ha concluso Grassi, dovrà cogliere due necessità, dopo "i colpi durissimi" subiti in questi anni dalla sinistra in Italia: "Dare un segnale di unità alla nostra gente, marcando una inversione di tendenza rispetto alle continue scissioni e divisioni e poi non dovrà fare pasticci, né nella direzione di un nuovo Arcobaleno né nella forzatura di un partito unico, per il quale le condizioni non sono ancora mature. Rifondazione comunista, quindi, resta con la sua piena autonomia, ma dal 5 dicembre sarà impegnata in un importante progetto di unità e di rilancio della sinistra comunista di alternativa nel paese".

Movimento anche sull'altro fronte della sinistra "extraparlamentare". A tre giorni dall'esortazione dell'assessore alla Cultura della Regione Lazio Giulia Rodano, anche Sinistra e Libertà ha ufficializzato l'adesione alla manifestazione del cinque dicembre. Lo ha deciso il coordinamento nazionale del movimento, che si è riunito appositamente oggi. Questa la nota diffusa dopo la riunione: "Sinistra, Ecologia e Libertà parteciperà alla manifestazione con la convinzione che sia uno dei momenti della mobilitazione contro il governo Berlusconi, incapace ancora una volta di affrontare serenamente il rapporto con la magistratura e la giustizia e che attraverso la riproposizione di leggi ad-personam come la prescrizione breve intende sottrarsi ai più elementari principi di legalità e democrazia". Sinistra e Libertà inoltre è "convinta che l'opposizione a Berlusconi deve essere innanzitutto opposizione sociale alle scelte economiche e ambientali che questo governo ha fatto". Il coordinamento di Sel incontrerà prima della manifestazione il comitato promotore.

La riunione di oggi segue l'incontro di ieri con il Forum dei Movimenti dell'acqua, nel quale il coordinamento di SeL ha deciso di "sostenere attivamente la campagna lanciata dal Forum dei Movimenti per l'acqua con la quale si chiede alle assemblee elettive di modificare gli Statuti comunali inserendo l'acqua come bene comune non a rilevanza economica. Nelle prossime settimane si svolgerà a Roma un'assemblea nazionale tematica degli eletti di SeL sulla questione specifica della ripubblicizzazione del servizio idrico. Questo sarà uno dei punti di piattaforma politica per la redazione dei programmi delle prossime elezioni regionali, seguendo anche l'esperienza positiva della Regione Puglia". Sinistra e libertà ha annunciato inoltre di stare valutando, assieme ai rappresentanti del Forum dei movimenti per l'acqua, l'opportunità di lanciare un referendum abrogativo.

L'auspicio della dirigenza è che le iniziative possano rilanciare il percorso di Sinistra e libertà, che in poche settimane ha subito la defezione dei Verdi a seguito del congresso (è rimasta nel movimento solo la minoranza dell'associazione ecologisti) e del Partito socialista. Con il Ps la divergenza durava già da qualche mese, vista la riluttanza del segretario Riccardo Nencini a fare passi avanti nel processo federativo. Due giorni fa la segreteria dei socialisti ha praticamente dato il via libera alla scissione, inaugurando il percorso autonomo in vista delle elezioni regionali. Nella stessa giornata Nencini ha incontrato il leader del Pd Pierluigi Bersani. Nel mezzo c'è stato l'oscuramento del portale internet (e il conseguente cambio di indirizzo) del movimento a seguito della pubblicazione di un documento che i socialisti non condividevano. (www.aprileonline.info 20 novembre 2009)

 

Sinistra e libertà, addio. Scissione a colpi di mouse



di Matteo Bartocci

Sinistra e libertà, di fatto, non c'è più. O se sopravvive a se stessa sarà radicalmente un'altra cosa. Riccardo Nencini ha ufficializzato ieri l'addio dei socialisti al congresso dei radicali a Chianciano. Il segretario del Psi rompe con gli alleati rosso-verdi delle europee e propone per le regionali di marzo un «triciclo» di socialisti, Pd e radicali che preluda «a un nuovo centrosinistra in grado di proporsi come alternativa di governo al centrodestra». Un addio talmente rissoso che perfino il sito Web di Sinistra e libertà viene oscurato e al suo posto una mano pietosa ha scritto «Portale in manutenzione».
Dopo l'uscita dei Verdi dovuta alla vittoria «ecologista» di Angelo Bonelli ora anche un altro socio fondatore come il Psi se ne va. Nei ranghi della «nuova sinistra» per ora restano, di fatto, solo gli sconfitti dai vari congressi (ex Pds, ex Prc, ex Pdci, ex ambientalisti) più alcuni indipendenti candidati alle europee. Il travaglio però potrebbe non essere finito. Le scosse telluriche si estendono adesso anche alla pattuglia di Sinistra democratica di Claudio Fava e Fabio Mussi - convinta fin dalla nascita sulla rotta a sinistra ma spaccata sull'addio dei socialisti - che nel pomeriggio si chiude in conclave.
Dalla sconfitta di giugno in poi (3,2% alle europee) il cammino di Sel è stato quanto mai accidentato. L'ala vendoliana e Claudio Fava (segretario di Sd) hanno insistito a più riprese sulla necessità di costruire da quell'esordio un vero partito, con un congresso fondativo, tesseramento e organigrammi definiti. Ma i soci già strutturati in partiti (Sole che ride e Psi), di riffa o di raffa, hanno sempre frenato. Dopo infinite diatribe sul filo della rottura si trovò una mediazione con un'assemblea nazionale il 19 dicembre ma senza elezione del portavoce e senza tessere. In sostanza, un appuntamento politico senza ricadute organizzative.
La situazione però è precipitata sul «caso Toscana». Nencini e i socialisti avevano deciso da tempo di presentarsi alle regionali di marzo con la lista locale del Pd «Toscana democratica» (pare, anzi, che avessero già contrattato un assessore e almeno un posto di peso nel consiglio regionale). Gli altri soci, invece, volevano presentarsi come Sinistra e libertà. Lo statuto però prevede l'unanimità di vedute sui simboli elettorali. Lite furibonda e nuovo compromesso esilissimo: la lista rosso-verde in Toscana non si presenta. Ci sarà solo in tutte le altre 12 regioni. Di fatto, visto che le decisioni ormai sono già prese a Roma, l'assemblea del 19 è ormai svuotata di peso politico.
Pochi giorni fa però «Toscana democratica» ha iniziato a vacillare e si è sparsa la voce che Nencini non abbia escluso una sua candidatura direttamente col Pd e non con Sel. Il segretario però smentisce, definendola un'indiscrezione diffusa «da chi ha intenzione di far saltare del tutto il progetto di Sinistra e libertà, facendola diventare un appendice di Rifondazione comunista».
Lo showdown avviene giovedì pomeriggio. I toscani si precipitano al coordinamento nazionale per chiedere che a questo punto Sel si presenti anche a Firenze e dintorni. I toni degenerano, Marco Di Lello - numero 2 del Psi - lascia la riunione infuriato e se ne va prima della fine. Anche Sd si spacca, metà dei presenti non vogliono rompere con i socialisti, l'altra metà insiste sull'alleanza con Vendola. La questione finisce ai voti e si approva a maggioranza un altro dispositivo di compromesso: Sel si presenta intanto alle primarie regionali. Non è chiaro se il testo approvato dovesse essere divulgato, come di consueto, sul sito Internet di Sinistra e libertà.
Sta di fatto che quando appare on line apriti cielo. Per i tesorieri del Psi e dei Verdi ma anche di Sd (Oreste Pastorelli, Marco Lion e Marco Fredda) quella decisione è «illegale». Per questo scrivono una e-mail infuriata ad Antonello Falomi, ex senatore e coordinatore Internet. «Caro Antonello, - si legge nel testo - ti comunichiamo la nostra decisione di sospendere l'aggiornamento del sito compreso i Blog. Ti chiediamo, inoltre, di rimuovere qualsiasi riferimento a presunti documenti approvati dal coordinamento nazionale nella giornata di ieri. Un cordiale saluto. Marco Fredda». Altrettanto infuriata l'immediata risposta del «vendoliano» Ciccio Ferrara ai tesorieri: «Caro Marco, francamente la vostra decisione (...) mi risulta incomprensibile. Si possono non condividere le decisioni assunte ma non per questo soggette a veti. In questo caso in quanto rappresentante legale di uno dei soggetti fondatori di SeL, faccio notare che la vostra decisione è fuori dai deliberati statutari in quanto i tesorieri come da statuto hanno solo la responsabilità economica, finanziaria e contabile di SeL. Saluti Francesco Ferrara». Esauriti i convenevoli, i socialisti - a quanto pare gli unici possessori delle password Web - oscurano per ritorsione il sito.
Nel frattempo Nencini da Chianciano lancia l'amo ai radicali e al Pd. E dopo la Toscana anche il Lazio si prepara a lasciare Sel. Atlantide Di Tommaso, segretario della federazione romana del Psi, annuncia liste autonome alle regionali e prepara una serie di contatti, già nei prossimi giorni, con amministratori del Pd «esperti e validi come Montino, Gasbarra e Zingaretti, con cui i socialisti hanno avuto e hanno ottimi rapporti».
La frittata è fatta. In serata c'è chi lavora intanto almeno ad un sito bis: www.sinistraecologialiberta.it. Nei partiti virtuali le scissioni si fanno anche a colpi di mouse.(www.ilmanifesto 14 novembre 2009)
 

 Tutti in piazza contro Berlusconi

 

 

 La vittoria di Bersani, ennesima illusione

 e  l'unità dei comunisti e della sinistra

 

di Leonardo Masella (Prc)

La vittoria di Bersani è l'ennesima illusione di poter fermare la deriva moderata della sinistra italiana. Vi ricordate l'illusione Cofferati, che pure aveva condotto un grande scontro sociale col governo Berlusconi ? Qui siamo invece al politicismo allo stato puro. Bersani (o meglio D'Alema) non è certamente il nostro nemico, ma rappresenta essenzialmente la cultura e la posizione della socialdemocrazia oggi, che è un po' diversa dalla cultura liberal-democratica, incarnata da Franceschini, ma è quella che dal craxismo e dallo snaturamento del Pci ad oggi ha distrutto ogni argine alla vittoria sociale e culturale della destra, dal cosiddetto riformismo neoliberista della cancellazione della scala mobile, delle privatizzazioni e delle liberalizzazioni, della flessibilità del lavoro, delle agenzie interinali, delle controriforme pensionistiche e delle pensioni integrative private, alla partecipazione, sotto l'ombrello della Nato, alle guerre imperialistiche contro la ex-Yugoslavia, l'Iraq e l'Afghanistan; dalla distruzione della prima Repubblica antifascista e proporzionalista alla seconda Repubblica maggioritaria, presidenzialista ed anticomunista; dal federalismo solidale con cui fare meglio gli interessi della borghesia del nord e dividere l'Italia al razzismo "democratico" con cui discriminare e sfruttare meglio gli immigrati e tutti i lavoratori.
E' urgente aprire nella costituenda federazione della sinistra e fra chi si autodefinisce comunista una discussione fraterna ma franca sulla questione del governo, non in astratto ma oggi in questa parte del mondo che è la Ue e non l'America Latina, e su cosa rappresenta la posizione di D'Alema-Bersani, che peraltro sarà ancora più ingabbiata dalla mediazione con le altre componenti per poter governare il Pd. Questo significa non fare nessun accordo col Pd a livello locale oppure non convergere col Pd se ce ne fosse bisogno per battere Berlusconi ? Niente affatto, ma neanche pensare di poter governare il Paese di nuovo assieme al Pd, ripetendo per la terza volta (la prima con Cossutta e la seconda con Bertinotti) errori così catastrofici all'origine di tutti i nostri guai. Senza questa discussione politica e soprattutto culturale su un tema di così grande e stringente attualità, di quale unità della sinistra e dei comunisti si parla ? (facebook 27 ottobre 2009)

 

 Ferrero scrive a Napolitano



Con una lettera aperta inviata ieri sera al presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, lettera pubblicata sulla prima pagina del quotidiano 'Liberazione' sotto il titolo "Lo scudo fiscale è un'amnistia. Signor Presidente, ne valuti appieno la costituzionalità", Paolo Ferrero, segretario nazionale del Prc-Se, si rivolge direttamente al capo dello Stato, chiedendogli un intervento netto e fermo che valuti i requisiti di costituzionalità, quando gli verrà sottoposto per la consueta firma di vidimazione, a un provvedimento, quello varato dal governo Berlusconi, il cosiddetto "Scudo fiscale", in discussione in questi giorni al Senato della Repubblica e che presto arriverà anche alla Camera dei Deputati per la sua definitiva approvazione.

Nella lettera inviata a Napolitano, Ferrero scrive: "Non sono tra coloro che si rivolgono in ogni occasione al Presidente della Repubblica perché intervenga a sanare le illegittimità del Governo o gli orrori imposti al Parlamento dalla sua maggioranza. Conosco e rispetto ruoli, garanzie, funzioni, autonomie dei differenti poteri dello Stato. Conosco e rispetto le valutazioni che fondano l'istituto della promulgazione. A tal fine mi permetto di chiederLe di valutare appieno l'incostituzionalità del procedimento del così detto "Scudo Fiscale" che, a mio avviso, ne impedisce la promulgazione".

Per Ferrero "ci troviamo di fronte, infatti, ad una vera e propria amnistia; un maxicondono nei confronti dell'esportazione di capitali all'estero, degli evasori, dei bancarottieri. Vi è, tra l'altro, un aspetto molto rilevante di diritto penale, in un settore molto aspro e delicato quale quello dei reati economici e fiscali. Se ci troviamo, allora, di fronte ad una vera e propria amnistia, contesto il fatto, molto evidente, che non siano state adottate procedure di discussione, approvazione, maggioranza qualificata previste per legge".(www.aprileonline.info  25 settembre 2009)

 

 Intervento al CPN del Prc

 

Roma, 12 e 13 settembre 2009. Comitato Politico nazionale

di Fosco Giannini

 

Il compagno Ferrero ha aperto la relazione di questo Comitato Politico Nazionale con una lunga e condivisibile analisi dei moti che attraversano oggi l’America Latina, mettendo in luce sia le grandi spinte antimperialiste, rivoluzionarie e volte alla trasformazione sociale che attraversano quel continente, che i nuovi pericoli di reazione imperialista che vanno pericolosamente riemergendo simultaneamente all’Amministrazione Obama.

E’ un’attenzione giusta. Tuttavia, noi ci troviamo a lottare  nella regione mondiale dell’Unione europea e dovremmo anche iniziare a mettere a fuoco un lotta ed una strategia ( oggi molto deficitarie, anche perché inficiate da una sorta di nostro, ambiguo, filo europeismo ) che sappiano affrontare il processo di costruzione , in atto, del neo imperialismo europeo. Ad esempio, dicendo a noi stessi che mai più dovremmo subordinarci – come in passato è avvenuto – ai dettami di Maastricht, alle pesanti politiche neo liberiste insite in quei dettami.

Non pongo – dunque – la questione dell’Ue in alternativa alla questione dell’America Latina. Propongo solo di avviare un percorso di più attenta decodificazione – con strumenti di classe – anche, dico anche, del nostro concreto terreno di lotta : l’Ue, appunto. Iniziando, ad esempio, a porci sia il problema di come combattere conseguentemente, nelle nostre politiche e lotte nazionali, le spinte liberiste dell’Ue, che il problema di come unificare, sul piano sovrannazionale – nell’area dell’Ue – le lotte dei comunisti, delle forze anticapitaliste e antimperialiste e sindacali di classe per far fronte all’unificazione del capitale transnazionale europeo.

Le ultime elezioni europee ( nelle quali le forze comuniste e anticapitaliste tengono e avanzano) confermano un dato: noi non siamo di fronte ( come viene da più - interessate - parti detto) alla “grande” crisi del movimento comunista europeo o mondiale : noi siamo – esattamente – di fronte alla crisi del movimento comunista italiano.

Da questo punto di vista noi non possiamo operare spostamenti di tipo “freudiano”, nel senso che non possiamo proiettare la nostra crisi – al fine di rimuoverla – sul movimento comunista mondiale ( che pure ha i suoi grandi problemi).

Noi dobbiamo – col coraggio intellettuale e politico che sinora ci è mancato- porci di fronte alla nostra crisi e dirci con chiarezza che se vogliamo davvero rilanciare il movimento comunista italiano, se vogliamo rimettere in campo un partito comunista degno di questo nome e di ciò che esso evoca, dobbiamo pensare e lavorare innanzitutto alla ridefinizione e al rilancio di un profilo politico e teorico comunista, rivoluzionario, all’altezza dei tempi, delle nuove ( e in diversi casi ancora sconosciute) contraddizioni sociali e ai nuovi processi produttivi.

Dobbiamo pensare ad una forma partito comunista adatta alla nuova fase storica e sociale; pensare ad una accumulazione di forze comuniste e alla riorganizzazione della vasta diaspora comunista italiana. E dobbiamo stabilire un nesso tra la nostra “ nebbia teorica e strategica” e la difficoltà del nostro radicamento sociale, che difficilmente ( senza aver deciso prima chi siamo e che cosa vogliamo, per cosa lottiamo, che passioni suscitiamo) potrà realizzarsi solo in virtù di sollecitazioni soggettivistiche.

Ma il punto è che – noi – tutto facciamo meno che questo, tutto facciamo meno che iniziare ad affrontare la “questione comunista”.

Dico al compagno Ferrero: sulle spalle degli attuali dirigenti, sulle tue spalle – Paolo – pesa il macigno politico e morale del rilancio dell’autonomia comunista. Non ne senti il peso? Non è ora di rimboccarsi le maniche per dare risposta a questo compito primario, prima che il tempo – come una sabbia mobile – ci divori?

Non è più appassionante lavorare ( in un lavoro che leghi organizzazione del conflitto e ricerca politica e teorica) – consapevoli della nostra crisi profonda – al rilancio dell’autonomia comunista, piuttosto che perdersi – come spesso avviene – in mille ed estenuanti piccoli gesti inessenziali? 

Dico tutto ciò perché penso che siamo di fronte – in Italia – ad una vera e propria

“ questione comunista”, nel senso che il lungo, trentennale attacco all’autonomia comunista e ad una forza di ispirazione leninista e gramsciana stia raccogliendo oggi - nel nostro Paese – il suo obiettivo: l’emarginazione, sino al pericolo della cancellazione, del partito comunista.

 L’attacco politico e culturale all’autonomia comunista è stato lungo, organizzato, penetrante: esso si è sviluppato attraverso il processo di social democratizzazione del PCI; attraverso l’eurocomunismo ( poco indagato nella sua azione negativa); la “Bolognina”; l’occhettismo e – infine- attraverso quella che, giustamente, il compagno Ferrero ha definito la profonda pars destruens del bertinottismo. Un bertinottismo liquidazionista del pensiero, della prassi e dell’autonomia comunista che ha lanciato la sua maggiore potenza di fuoco al nostro ultimo Congresso di Chianciano, dove ha tentato, anche con l’apporto dei compagni della Seconda Mozione che sono rimasti – positivamente - nel nostro Partito – di cancellare l’esperienza di Rifondazione Comunista e trasformare il PRC in un vago partito di sinistra. 

A Chianciano – tutti insieme – respingemmo questa spinta liquidazionista e ci impegnammo a rilanciare, ognuno con la sua propria sensibilità politica . un progetto di autonomia comunista.

Per  ciò che ci riguarda tentammo – e tentiamo – di dare un contributo a tale progetto anche ( anche!) attraverso la proposta di unità dei comunisti; unità tra PRC e PdCI come primo catalizzatore per unificare la più vasta diaspora comunista italiana. Una unità dei comunisti che – sappiamo – da sola non basterebbe in nessun modo a dare una risposta esaustiva alla questione comunista italiana, ma che potrebbe fornire una prima massa critica e basi materiali maggiori ( se investita innanzitutto nel conflitto sociale e nella ricerca politico teorica consapevole) al progetto della necessaria ridefinizione di un pensiero e di una prassi comunista nel nostro Paese.

Si tratta, insomma, di unire i comunisti e le comuniste in un progetto di nuovo appassionante, che li veda uniti nella lotta e nella ricerca di un nuovo profilo rivoluzionario.Di nuovo, compagno Ferrero: non è questo lavoro ( tutt’altro che accademico) più appassionante del logorarsi senza costrutto in mille, piccoli, aggiustamenti interni, in mille, piccole, battaglie, spesso destinate ( se svuotate di progettualità e strategia) a trasformarsi in mille “caporetto” ?

Ancora, compagno Ferrero: hai affermato nella relazione che noi non lavoreremo all’unità dei comunisti attraverso la Federazione. Bene : allora lavoriamoci fuori di essa, ma in modo che il rafforzamento dei comunisti, anche in un unico partito, sia funzionale ( oltre che al rilancio dell’autonomia comunista e alla lotta antimperialista e anticapitalista) anche al rafforzamento della Federazione! 

Pongo con forza “ la questione comunista” perché ciò che dobbiamo constatare è che da Chianciano in poi non si è sviluppato nessun significativo processo – né politico, né culturale, né sociale – volto alla riaffermazione e al rilancio di un progetto comunista che possa portarci fuori dalle nostre ormai annose ambiguità culturali e identitarie ( chi siamo? ) e darci una rotta, un progetto a lungo termine.

Dopo Chianciano, dopo aver sfiorato la nostra fine, attraverso la vittoria liquidazionista di Vendola, non si è preso il toro per le corna; non si è affrontata decisamente ( come a Chianciano si era evocato e promesso) la questione comunista; non si è mai – in nessun passaggio – posto il problema della fuoriuscita dalla nostra crisi strategica. 

Ora, questo cattivo processo politicista e attendista, sbocca – quasi “ naturalmente” – nell’ennesima mediazione al ribasso: sbocca cioè in un allargamento della segreteria nazionale che nulla ha a che vedere con una sincera e auspicabile  gestione unitaria; che nulla ha a che vedere con un progetto politico alto: quello del rilancio dell’autonomia comunista, oggi come ieri fortemente insidiata.

Un allargamento della segreteria che rischia invece – per come è stato concepito – di rivelarsi una nuova subordinazione all’ancora potente pulsione bertinottiana che attraversa culturalmente e politicamente il nostro Partito.

 Và messo a fuoco un punto: i compagni della Seconda Mozione che oggi si accingono ad entrare in segreteria non hanno affatto abbandonato ( coerentemente e legittimamente) il loro progetto strategico ( anche in questo CPN riconfermato), che è contrario al rilancio di un partito comunista dal carattere antimperialista, internazionalista, di classe e di lotta, radicato nel mondo del lavoro, né massimalista né incline alle derive istituzionaliste; legato ai movimenti, unitario, contrario al feticcio dello spontaneismo e volto a tenere aperto , in Italia, un progetto di transizione al socialismo.

I compagni che oggi entrano in segreteria non sono interessati a questo partito. Ribadiscono che il loro progetto strategico è un partito di sinistra. 

L’allargamento della segreteria esclusivamente ai compagni della Seconda Mozione non rappresenta, tuttavia, solo il pericolo di un cambiamento di linea e di prospettiva rispetto a Chianciano. Tale allargamento rappresenta anche la negazione totale di una vera gestione unitaria.

E per due motivi: primo, perché all’interno della nuova segreteria vengono a costituirsi inediti e negativi equilibri politici, lontani dallo spirito di Chianciano. Secondo, perché un’intera opzione politica – quella in grande crescita, da Chianciano in poi e dentro e fuori del PRC ( l’opzione volta all’unità dei comunisti e al rilancio dell’autonomia comunista) - è tenuta immotivatamente e duramente fuori dalla finta gestione unitaria. 

Noi siamo d’accordo con la proposta della Federazione, affermando tuttavia che tale Federazione dovrà rappresentare un’unità d’azione ( anche articolata) tra vari soggetti, comunisti e di sinistra anticapitalista; e non dovrà invece subire torsioni in senso partitista; non dovrà chiedere ( come ha chiesto Cesare Salvi il 18 luglio a Roma) “cessioni di sovranità” culturale, politica e organizzativa ai soggetti che la compongono ( e dunque, oggettivamente, soprattutto ai comunisti); non dovrà, cioè, trasformarsi surrettiziamente in quel soggetto politico di sinistra voluto da Bertinotti e Vendola; e non dovrà essere – anche – l’alternativa al progetto di unità dei comunisti e all’autonomia comunista.

Il punto è che l’esclusiva entrata in segreteria nazionale di due compagni della Seconda Mozione non è sola la negazione di una vera gestione unitaria, ma essa rischia di gettare una luce diversa anche sulla Federazione della sinistra d’alternativa, sulla quale potrà così aumentare la pressione volta a trasformarla ( da unità d’azione tra forze diverse) a partito strutturato di una sinistra non comunista. 

Per tutta questa serie di ragioni dichiariamo la nostra contrarietà a questa nuova segreteria, che – insieme – può spegnere lo spirito di Chianciano, spostare a destra l’asse politico e aprire ulteriori contraddizioni all’interno del Partito.

 

 

 Immigrati

 

Dichiarazione di Paolo Ferrero, segretario nazionale del Prc
 

Roma, 22 ago. 2009 – “Bossi non faccia il furbo chiamando in causa l’atteggiamento della chiesa nei confronti dei fenomeni migratori. In realtà la politica della Lega Nord è a suo modo alquanto somigliante e coerente rispetto quella dei nazifascisti: è una politica che alimenta e induce il razzismo, esalta la segregazione e ricorre alla logica del capro espiatorio contro gli avversari e le categorie deboli. Il problema non sono qualche centinaio di profughi e di rifugiati in fuga dalle guerre tra le due sponde del Mediterraneo. Il problema è che al governo di questo paese ci sia un partito con un’ideologia di stampo cripto nazista, che fomenta il razzismo e introduce il reato di clandestinità, utilizzato tra l’altro per favorire il lavoro schiavistico a vantaggio del tessuto di imprenditori disonesti che costituiscono la base sociale del leghismo”. (www.rifondazione.it)

 

 

 Liberazione intervista Paolo Ferrero

 

Rilanciare la rifondazione comunista per costruire la sinistra di alternativa

di Dino Greco, Cosimo Rossi
 

Proprio perché la distruzione della democrazia marcia nella società, non basta mettere in minoranza Berlusconi in parlamento». Per Paolo Ferrero, infatti,il berlusconismo è un prodotto del bipolarismo, che provoca la passivizzazione e induce a derubricare le questioni sociali, favorendo così la crescita di consenso per la destra e il distacco dalla politica. Per questo il segretario di Rifondazione ritiene che il terreno di contrasto della destra populista berlusconiana sia innanzitutto quello sociale, proponendo nel contempo alle forze di opposizione «un accordo di garanzia costituzionale che produca una nuova legge proporzionale».
Quello che invece per Ferrero non può essere rimesso all'ordine del giorno è un accordo di governo col Pd. Non per pregiudizio, ma perché i rapporti di forza in questo momento non lo permettono, in quanto «il bipolarismo produce il cortocircuito in cui per difendere la democrazia devi fare alleanze e sommare i tuoi voti con chi fa politiche sociali che aumentano il consenso delle destre». Anche per questo occorre «provare a ricostruire la sinistra a partire dalla presa d'atto degli errori fatti, dalla ricostruzione del conflitto sociale, dalla costruzione di un immaginario che si sappia contrapporre a quello dominante». Ed elaborare «il rapporto con la propria storia». Dunque attraverso il fatto che il Prc «rimane per l'oggi e per il domani» e attraverso la costruzione di «una Federazione che abbia come caratteristica la centralità del progetto politico».

Luigi Ferrajoli sostiene (nell'intervista a Liberazione pubblicata venerdì 31 luglio) che oggi non ci si trovi davanti alla prospettiva di un'alternativa di sinistra, ma piuttosto ad un'emergenza democratica dovuta al carattere populista della destra berlusconiana, che annienta la rappresentanza e devasta il tessuto sociale. Perciò ritiene che occorra una logica da Cln, rimproverando per questo l'indisponibilità di Rifondazione ad allearsi col Pd. Come rispondi a questa critica che è la più diffusa a sinistra?

E' assolutamente vero che c'è un attacco alla democrazia da parte di Berlusconi e che ha sostanzialmente i contorni che descrive Ferrajoli. Il problema è capire come si può contrastarlo efficacemente. Vorrei infatti subito sgombrare dal campo un problema: il nodo non è tra chi pensa sia oggi possibile mettere a tema l'alternativa e se ne frega se nel frattempo in Italia i fascisti spadroneggiano e chi si pone invece responsabilmente il tema della sconfitta di Berlusconi e del berlusconismo. La discussione non è tra chi pensa di poter saltare dieci gradini tutti insieme e chi responsabilmente si pone l'obiettivo di salire un gradino per volta. Siamo tutti d'accordo che occorre battere Berlusconi e il berlusconismo. Il punto è che la strada individuata da Ferrajoli a mio parere è sbagliata e completamente inefficace.


Perché sbagliata?

In primo luogo è sbagliato il parallelo storico. Oggi non ci troviamo in una situazione simile alla fine di un regime che ha perso la guerra, che ha perso il consenso della popolazione e che si trova contro un arco di forze che va da quelle stesse che ne hanno sostenuto l'ascesa, dai i monarchici ai comunisti. Oggi Berlusconi ha un largo consenso nel Paese, ha vinto le elezioni un anno fa dopo i due anni del governo Prodi, ha vinto le elezioni amministrative e la destra non ha certo perso le europee. Nulla a che vedere con il '43 '44. Siamo piuttosto in una situazione simile agli anni Venti, una specie di repubblica di Weimar al rallentatore, in cui la disgregazione sociale, la crisi delle identità sociali, politiche e culturali, non trovando uno sbocco a sinistra ha determinato la vittoria del nazismo. Vorrei ricordare che Hitler vince le elezioni del 1933 proprio contro uno schieramento che va dalla destra prussiana di von Hindemburg ai comunisti della Kpd.
In primo luogo occorre quindi abbandonare il parallelo storico del Cln, perché oggi non si tratta di abbattere un regime che sta perdendo la guerra e ha smarrito il consenso, ma di sconfiggere una destra che ha un largo consenso nel Paese e che raccoglie adesioni maggioritarie tra gli strati popolari e operai.


E in secondo luogo?

In secondo luogo Ferrajoli sbaglia perché traduce la necessità di sconfiggere Berlusconi rimanendo integralmente all'interno del regime bipolare, quando invece è stato proprio questo recinto a permettere la nascita, lo sviluppo e il rafforzamento di Berlusconi e del berlusconismo. Senza il bipolarismo e la legge elettorale maggioritaria Berlusconi, che non ha la maggioranza dei consensi nel Paese, non avrebbe la maggioranza assoluta in parlamento. E' proprio il meccanismo dell'alternanza che sino ad oggi ha rafforzato Berlusconi: dopo ogni esperienza di governo di centro sinistra Berlusconi ha vinto le elezioni e ogni volta ha trasformato il Paese a sua immagine e somiglianza spostandolo più a destra e ponendo le basi per uno sbocco di regime.


Quindi come si interviene?

Bisogna aver chiaro che sconfiggere Berlusconi e il berlusconismo è un' operazione politica complessa, che non basta chiedere alla sinistra di baciare il rospo. Occorre avere un progetto politico chiaro che a mio parere si muove principalmente su tre terreni. In primo luogo la questione sociale. Ci sono strati sempre più larghi della popolazione che non vedono affrontati dalla politica i propri problemi, in cui cresce l'indifferenza rispetto alla democrazia e che si sentono più tutelati da questa destra. Il primo punto per sconfiggere Berlusconi è la ricostruzione sistematica e certosina di un efficace conflitto sociale, a partire dal quello di classe, per evitare che il disagio sociale si trasformi in disperazione e in guerra tra i poveri. Ci sono interi strati sociali che si rivolgono a destra, oppure all'astensione, se non si riesce a rispondere alle loro istanze sociali. E questo non lo si fa sul terreno delle regole, ma su quello degli interventi sociali, dell'efficacia del conflitto. Affrontare la questione sociale non è un lusso da subordinare alla questione democratica ma la chiave di volta per poter ridurre seriamente il consenso di cui le destre godono oggi.


A questo proposito si rimprovera spesso a Rifondazione l'atteggiamento verso il governo Prodi, imparagonabile a Berlusconi….

E' evidente che governo il Prodi era meglio di quello Berlusconi. Ma è altrettanto evidente che il governo Prodi ha deluso le aspettative di cambiamento che lo avevano reso possibile, in particolare tra gli strati più deboli del mondo del lavoro. L'aumento dell'astensionismo nel mondo del lavoro è enorme e nel 2008 la maggioranza del lavoro dipendente ha votato a destra; il fatto che oggi i giovani operai siano quelli che vanno più a destra secondo me la dice lunga sulla delusione dell'esperienza del governo Prodi. Perciò penso che ci troviamo in una situazione di guerra di movimento in cui il problema decisivo riguarda la ricostruzione dei legami sociali e del loro nesso con la questione democratica. La forza di Berlusconi non sta solo in parlamento ma nel Paese. La forza della destra è in larga parte dovuta agli errori e all'ingnavia del centrosinistra sul piano sociale. Detto questo il secondo terreno su cui deve muovere la nostra proposta politica è proprio quello istituzionale.


Cioè la questione della legge elettorale?

Il punto è che la necessità di battere Berlusconi non ha nulla a che vedere con l'accettazione del bipolarismo. Il bipolarismo è anzi all'origine del problema. Berlusconi è nato e cresciuto nel bipolarismo. La proposta politica che avanziamo affinché sia possibile non restituire le chiavi in mano a Berlusconi il giorno dopo che il suo governo sia caduto - e noi lavoriamo alla sua caduta il più presto possibile - è quindi quella di fare un accordo di garanzia costituzionale che produca una nuova legge proporzionale. Propongo di fare un accordo delimitato, preciso, tra tutti coloro che ritengono essere Berlusconi un pericolo per la democrazia al fine di andare alle elezioni con un unico schieramento, battere Berlusconi, cambiare la legge elettorale e uscire finalmente da questa disastrosa seconda repubblica bipolare che è la seconda sciocchezza che ha combinato Occhetto dopo aver sciolto il Pci.


Ma non è velleitario proporre un cambiamento del sistema elettorale escludendo un accordo di governo di legislatura?

Non sono velleitario, semplicemente penso che se il problema sta nel manico occorre cambiare il manico. Penso sia possibile un accordo limitato e concreto per cambiare la legge elettorale, non credo sia possibile fare un accordo con l'Udc per governare l'Italia. Su che programma, con che profilo, con quali contenuti? Velleitario è chi pensa di poter combattere la mafia con Totò Cuffaro, non chi propone un accordo assolutamente delimitato. Del resto, la proposta di cambiare la legge elettorale a me non pare così velleitaria: Udc e D'Alema sono per il sistema tedesco, così come Marini. Se il congresso del Pd desse un segnale in questo senso a me non sembrerebbe impossibile percorrere la strada che ho sopra delineato. Perciò io dico: facciamo in modo che Berlusconi, essendo minoranza nella società, diventi minoranza anche nel parlamento. Questo mi pare un modo per rispondere al problema della salvaguardia della democrazia evitando di infilarsi dentro la logica bipolare che è all'origine del problema.


Questo significa escludere a priori la partecipazione al governo?

Io non escludo in linea di principio la partecipazione al governo. Penso si possa fare in un contesto in cui i rapporti di forza ti permettano banalmente di vedere rispettati i patti che fai. Il problema è che il bipolarismo produce un cortocircuito in cui per difendere democrazia devi fare alleanze e sommare i tuoi voti con chi fa politiche sociali che aumentano consenso delle destre.


L'impatto della crisi investe la condizione di milioni di persone, tuttavia non c'è alcuna reazione. Come mai?

Perché a questi aspetti, che rappresentano la forza intrinseca della destra, corrisponde la debolezza della sinistra, sia politica che sindacale. Infatti il comportamento che appare più dirompente non è votare comunista, ma non andare a votare. Da questo punto di vista stiamo raccogliendo i frutti negativi di un ciclo che è stato quello sintetizzabile nella politica dei sacrifici prima e della concertazione poi.


Un ciclo che ha portato l'Italia in pochi anni ad avere le retribuzioni più basse d'Europa e a considerare l'intera condizione dei salari come una variabile dipendente del profitto d'impresa. In questo senso non è ora di sottoporre a una critica complessiva la politica del sindacato?

Di più. Penso che abbiamo avuto una redistribzione dal basso verso l'alto fatta con l'accordo dei sindacati e in piena violazione della democrazia sindacale. Il tutto è stato teorizzato in nome della politica dei redditi. Ma in realtà non si sono mai fatte politiche dei redditi, perché se ne è esistita una questa era la scala mobile. In questo senso la sconfitta nasce negli anni settanta, quando il Pci non fu assolutamente in grado di prospettare un orizzonte nuovo di trasformazione sociale. Qui c'è un elemento che riguarda il sindacato e uno che riguarda la politica.


In che senso?

Dal Craxi di san Valentino, all'attacco a pensioni e sanità di Amato nel '92, alle privatizzazioni dei servizi pubblici fatte dai governi di centrosinistra. Il punto, secondo me, è che c'è stata un'enorme sconfitta sociale che le persone hanno visto essere gestita dal sindacato e nei fatti anche dalla sinistra, perché non c'era più chiarezza su chi stava da una parte e chi dall'altra. A questo si aggiunge poi anche un elemento ideologico, in quanto lo scioglimento del Pci avviene per assunzione integrale dei valori del capitalismo, della competizione, dell'egoismo sociale, del fatto che la libertà si coniuga con la disuguaglianza. Si tratta dunque di un processo che parte dalla sconfitta dei primi anni Ottanta. Rispetto a quella, penso che la novità sia stata il passaggio di Genova, in cui Rifondazione comunista aveva ricostruito una sua credibilità a livello di relazioni sociali. E noi ce la siamo giocata con la partecipazione al governo Prodi. Avevamo fatto i manifesti con scritto "Vuoi vedere che l'Italia cambia davvero", e invece non è cambiato un bel nulla.


A questo proposito però le responsabilità non possono essere taciute per nessun dirigente di Rifondazione: Bertinotti che si trova "ibernato" alla presidenza della Camera e tu che nel governo Prodi eri ministro...

Diciamo che non abbiamo fatto un errore ma due. E gli errori non si può far altro che cercare di riconoscerli per non ripeterli. Il primo è stato la sopravvalutazione dei rapporti di forza: cioè l'idea che saremmo riusciti a condizionare l'attuazione del programma, senza renderci conto che il nostro peso sociale era pressoché nullo e che quindi ci siamo messi quasi subito nella condizione di bere o rompere. Su alcuni punti siamo stati efficaci, penso alle norme sulla sicurezza sul lavoro, ma sulla grandi questioni di politica economica, laddove entravano in ballo Confindustria, Banca centrale e sindacato, noi abbiamo bevuto alla grande. Questo rimanda a una valutazione generale, ed è anche il motivo per cui penso che Ferrajoli sbagli: senza rapporti di forza, non conti abbastanza per determinare alcunché, il massimo di iniziativa politica mette contro di te i poteri forti ma non realizza nulla che consenta di costruire il consenso per contrastare quei poteri.


Quindi le cose non sarebbero potute andare diversamente cercando di governare di più anziché di meno?

E' il secondo errore. Noi abbiamo usato tutta la capacità contrattuale per ottenere posizioni di rilievo istituzionale che non avevano alcuna rilevanza nei processi reali: presidente della Camera e vicepresidente del Senato. Mentre il ministero concordato era una specie di pro loco, che poteva dire ma non fare. Penso che sarebbe stato meglio se avessimo usato il nostro potere per contrattare posti di governo fino in fondo. Ma quegli errori sono il frutto di un rovesciamento del discorso politico. Perché siamo partiti dal dire che lo sbocco politico del movimento era la costruzione del movimento stesso e siamo finiti col dire che era la costruzione delle giunte di centrosinistra.


Bertinotti sostiene che forse proprio a Genova si doveva provare a spingere verso un rinnovamento profondo, che dall'Arcobaleno non si doveva tornare indietro e che ora neanche quello basterebbe più, perché dalla sconfitta delle due sinistre si risale con l'idea di una sola sinistra. Cosa ne pensi?

Mi pare che, se l'errore nell'impostazione dell'Unione è stata la sopravvalutazione delle nostre forze, qui vi sia un eccesso persino ulteriore. Nella logica dell'alternanza il Pd è stato sconfitto ma non dissolto. L'idea di poter piegare il Pd a cambiare il suo sistema di potere per fare qualcosa di sinistra mi pare una pia illusione. Il Pd ragiona di come sdoganare l'Udc, non è diviso tra un impianto di destra e uno di sinistra sul piano sociale e nel rapporto con poteri forti. Quella di Fausto mi pare una rimozione dei dati di realtà. Non fa i conti con la sconfitta della sinistra di alternativa e ipotizza di uscire da quella sconfitta con l'idea che hanno perso tutte e due le sinistre e che quindi ne facciamo una nuova. Invece abbiamo perso noi, la sinistra moderata è in minoranza ma non ha nessuna intenzione di modificare il proprio impianto strategico. Quindi penso che bisognerebbe fare l'esatto opposto di quel che dice Fausto, ovvero provare a ricostruire la sinistra a partire dalla presa d'atto degli errori fatti, dalla ricostruzione del conflitto sociale, dalla ricostruzione di un immaginario che si sappia contrapporre a quello dominante. E da questo punto di vista c'è una questione di relazione con la nostra storia. Bisogna guardare a Gramsci, a come ha indagato la storia italiana per cercare in quella i fili da tirare per porre il tema della trasformazione. Da Occhetto in avanti si fa esattamente l'opposto. Invece nella storia patria, quella della falce e martello, c'è una vicenda che ha una rilevanza decisiva. Pensare di costruire una cosa tutta nuova recidendo storia e radici significa segare il ramo su cui si sta seduti.


Il che rimanda automaticamente alla vessata questione dell'identità comunista…

La teorizzazione dell'assenza dell'identità è in realtà l'assunzione inconsapevole di identità altrui che vengono spacciate come oggettive. Marx ha scritto il Capitale per dire che il sistema di produzione capitalistico non è naturale ma storicamente determinato, mentre tutta l'ideologia capitalistica tende a sostenere che quello che esiste è naturale. Per poter pensare un trascendimento dello stato di cose presenti occorre un' identità per potersi pensare in forma diversa. Questa identità è oggi monolitica o plurale? Io penso sia plurale. E' differenziata per genere, provenienza, condizione, preferenze? Io penso di sì. E' data dall'adesione a dei modelli già presenti? No. Se mi si chiede cos'è il comunismo io non so rispondere meglio che citando Marx: "è il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente". In questo senso considero qualificante chiamarci Rifondazione comunista, cioè essere integralmente antistalinisti, considerare lo stalinismo come un prodotto della storia del movimento comunista che nega radicalmente il comunismo stesso. L'elemento della storia è importante anche in quanto noi riconosciamo la possibilità della trasformazione non in modelli realizzati ma nelle lotte per la libertà e la giustizia: io la riconosco nella rivolta di Spartaco, nell'occupazione delle fabbriche nel '20, nella lotta di liberazione, nel '68-‘69, nelle giornate di Genova. Se si vuole dire con Benjamin: «Dai posteri non pretendiamo ringraziamenti per le nostre vittorie, ma la rammemorazione delle nostre sconfitte. Questa è la consolazione: la consolazione che si dà solo per quelli che non hanno più speranza di consolazione». La dissoluzione della nostra storia concide in realtà con il recupero del trasformismo.


Dunque cos'è il comunismo che propone oggi Rifondazione?

Oggi la nostra battaglia è coniugare libertà e uguaglianza dentro la lotta alla mercificazione. Questo è quello che alla fine io chiamo comunismo.


Il tema della natura diventa sempre più centrale. Il capitale è riuscito a realizzare il divorzio tra uomo e natura, allo stesso tempo l'ecologismo viene sempre più inteso come critica complessiva al sistema. Da questo punto di vista una parte del mondo ambientalista sente ancora sorda la sinistra comunista…

Noi ci siamo presentati nei fatti come variante di sinistra della socialdemocrazia, che al fondo non mette in discussione il modo in cui si produce, ma semplicemente la distribuzione della ricchezza. Dobbiamo reinventare un comunismo che rompa con la logica sociademocratica. Il solo modo di coniugare il lavoro con il rispetto della natura è sottoporre a critica la mercificazione dei rapporti sociali e della natura, non solo il prezzo a cui viene venduta la merce. La questione ambientale coincide con il recupero della radicalità del marxismo e della critica dell'economia politica. Oggi, per esempio, la crisi pone il problema centrale della redistribuzione del lavoro. Il capitale polarizza, qualcuno lavora a zero ore e qualcuno a 60. E chiama in causa il rapporto tra uomo, produzione e natura.


Questo significa insomma tornare a proporre il tema del senso sociale della produzione, di chi la organizza, come e perché?

Penso che questo tipo di riflessioni sia centrale. Penso tuttavia che la risposta non sia la decrescita, perché sennò significherebbe che il 2009 con la crisi che l'ha contraddistinto è stato un passo verso il socialismo. Mi pare azzardato. Penso invece che il tema sia la demercificazione.


Non solo uomo-natura, ma anche uomo-donna è una questione su cui la sinistra fatica a corrispondere ai propri propositi. Che ne pensi?

Penso che questo sia un punto fondamentale. Il patriarcato e il dominio maschile presentato come oggettivo è una questione che preesiste al capitalismo e che il capitalismo ha inglobato. Di conseguenza una critica del capitalismo deve tematizzare il superamento del patriarcato, altrimenti è monca. La critica delle compagne è corretta: il tema del superamento non solo del capitalismo ma del patriarcato non corrisponde alla coscienza effettiva del partito a tutti i livelli. E' necessario metterla al centro.


Veniamo allora proprio al partito. Dopo il congresso di Chianciano, la scissione e il risultato in salita delle europee, verso dove va il Prc?

Secondo me dobbiamo provare a fare sul serio quel che abbiamo detto al congresso della svolta in basso a sinistra. In basso per me vuol dire la ripresa della centralità del lavoro sociale, a 360 gradi. Questo implica allo stesso tempo anche un salto in alto sul versante della cultura.


In che senso?

Nel senso della ricostruzione di un immaginario alternativo. La svolta che bisogna cominciare a fare riguarda la relativizzazione del terreno della rappresentanza e la presa d'atto della centralità del lavoro politico di costruzione di conflitto e mutualismo. Ma dall'altra parte riguarda il lavoro nella cultura e la capacità di produrre un'idea diversa di società. E da questo punto di vista la costruzione della Federazione è il tentativo da un lato di produrre una massa critica maggiore, di coinvolgere, di dare risposte credibili.


Trasferendo quella che si potrebbe chiamare ossessione della rappresentanza per liberare le energie del partito?

Per me c'è anche un punto decisivo di sperimentazione di forme diverse dell'agire politico. Significa valorizzare lo stare assieme, provare a invertire le meccaniche subite anche dal Prc, per cui la maggioranza emargina le minoranze. Quella logica ha prodotto unicamente scissioni. Invece occorre cambiare schema. Rifondazione rimane per l'oggi e per il domani, e con una logica unitaria per cui il congresso serve a decidere la linea, non ad emarginare dirigenti. Questo significa lavorare sempre per la gestione unitaria e fare una battaglia politica per la riduzione della frammentazione correntizia. Queste per me sono le precondizioni anche per costruire una federazione che abbia come caratteristiche la centralità del progetto politico.


Porre al centro del processo federativo il progetto politico significa quindi che la sfera identitaria non si pone come discriminante?

Nella federazione ci sono cose che non devono poter essere votate. Io non voglio votare se Salvi si possa o meno chiamare socialista, come non voglio si voti se iopossa o meno definirmi comunista.


E quali saranno le prossime tappe di questo processo?

Intanto dobbiamo costruire la Federazione, che ad oggi ancora non c'è. Dobbiamo elaborare un manifesto politico e delle regole. Poi convocare assemblee territoriali promosse da tutti coloro che sono disponibili. Bisogna che non siano le forze politiche che convocano e gli altri a fare gli ospiti. Bisogna discutere a fondo, costruire un processo partecipato per arrivare a novembre a un'assemblea che indichi un indirizzo politico e una modalità di funzionamento. Con la federazione dobbiamo tentare di rivolgerci non solo a coloro che sono nei partiti, ma a tutti coloro che fanno politica, che hanno partecipato ai social forum, che vivono l'impegno, che non si sono riconosciuti e sono stati delusi dalle esperienze di questi anni. Dobbiamo renderli protagonisti.


Questo rimanda a una questione fondamentale che è quella della democrazia e della partecipazione che a sinistra si è spesso infranta nel primato delle organizzazioni. Come affrontarlo?

Per parte mia penso a una testa un voto. Ma è decisiva la costruzione di processi decisionali che accorcino la catena di comando. Non so dire ora come e non mi piacciono le forme plebiscitarie. La Linke, però, ha fatto il referendum sulla sua partecipazione ai governi regionali. Il problema è che la democrazia diretta è stata coniugata solo con il plebiscitariamo, invece vanno indagate forme di democrazia diretta sui contenuti. Penso che ad esempio uno dei nodi di battaglia politica in Italia è la ricostruzione di una democrazia sindacale, che va di pari passo con la ricostruzione della sinistra. (Liberazione 2 agosto 2009)


 

 

 

 A proposito di sinistra e di unità

di Salvatore Cannavò

 

A proposito di sinistra e di unit�Cari compagni e compagne di Prc, Pdci e Socialismo 2000, non siamo stati presenti alla vostra assemblea di lancio della Federazione della Sinistra Alternativa semplicemente perché non ufficialmente invitati. Saremmo venuti volentieri ad ascoltare e anche a intervenire dicendo a voi quello che andiamo ripetendo da oltre un anno e che costituisce uno dei punti del dibattito congressuale che Sinistra Critica ha appena avviato.
La fase attuale è contrassegnata dall'esaurirsi di alcuni cicli politici e storico-politici che conferiscono ai nostri tempi i caratteri di una profonda instabilità. Vecchi equilibri, convinzioni, strutture si sono deteriorate e/o estinte anche se nuovi equilibri non sono ancora all'orizzonte. Viviamo al tempo del "non più" e del "non ancora" ed è dentro queste coordinate che occorre mettere a punto le linee guida per una ricostruzione di una sinistra anticapitalista.
Perché di ricostruzione radicale oggi dobbiamo parlare, dopo la lunga fase della "rifondazione" e dei tentativi di ricomposizione di culture e organizzazioni diverse. Quel tentativo è fallito, le culture non si sono amalgamate e le organizzazioni oggi riprendono, ognuna, la propria autonomia anche se in condizioni più arretrate.
Viviamo quindi al tempo della ricostruzione della sinistra di classe e anticapitalista. Per farlo ci vorrà tempo e pazienza, non esistono più scorciatoie, appuntamenti elettorali salvifici o discussioni astratte sul contenitore migliore o sul simbolo più efficace. Si tratta squisitamente di un lavoro che verterà su due aspetti centrali: un'efficacia sociale per resistere alla crisi, alle destre, al capitalismo; una discussione a fondo, programmatica e culturale, per delineare gli assi fondamentali, capaci di reggere nel tempo, che devono caratterizzare la nuova sinistra necessaria.

La crisi della sinistra di classe pone il problema della sua ricostruzione. A questa ricostruzione noi ci accingiamo con l'apertura necessaria e con la centralità del dibattito attorno alle idee, ai contenuti, al profilo di fondo che una nuova sinistra deve avere. Il nostro progetto di fondo, infatti, resta quello di costruire un nuovo soggetto politico della sinistra anticapitalista con influenza di massa. Questo processo avverrà per salti qualitativi, soprattutto per la sua capacità di attrarre le nuove generazioni, per la convergenza di altre tendenze della sinistra anticapitalista, per la riattivizzazione di importanti settori di militanti dei movimenti sociali, dell'associazionismo diffuso e del movimento sindacale. Una forza politica militante, democratica e plurale in cui le diverse culture del movimento operaio possono convivere e fluidificarsi nella comune prospettiva di rottura con il sistema capitalista.
Per questo pensiamo che serve una grande discussione generale, aperta, pubblica, aspra, che faccia tesoro delle lezioni passate e che riannodi i fili a partire dalle idee e dai contenuti e non dalla discussione astratta sui contenitori; che non si nascondi dietro l'esigenza astratta dell'unità priva di progettualità; che non sottovaluti la capacità di fare fronte comune contro le destre e la crisi del capitalismo e contro i suoi effetti devastanti sul movimento operaio.

Non crediamo sia utile un generico appello all'unità delle sinistre, di unità è lastricata la via dei compromessi, dei moderatismi e, in un'ultima istanza, dei fallimenti. L'Arcobaleno insegna. L'unità ovviamente è importante ma lo è in funzione dei suoi contenuti e delle idee che mette in moto. Sarebbe davvero benvenuta una unità attorno a una battaglia comune contro il razzismo o per allargare i diritti dei lavoratori, una vertenza generale per il salario e contro i licenziamenti. Questa è l'unità di cui abbiamo assolutamente bisogno. Quello di cui invece non abbiamo bisogno è una discussione fondata sui contenitori, sulle tecniche di coordinamento delle sconfitte.
In realtà, ci sarebbe bisogno di un'unità in grado di generare partecipazione, autorganizzazione, di travalicare le forze stesse che innescano il processo. Nel nuovo ciclo che si è aperto, anche la ricomposizione più avanzata sarebbe insufficiente per risolvere il problema della ricostituzione di una forza politica all'altezza dello scontro. Per essere tale la ricostruzione ha bisogno del contributo di una nuova generazione militante. E quindi, per ottenere risultati positivi non servono assemblaggi, soprattutto se identitari e rivolti al passato, ma progetti, un discorso, un profilo, un'identità, una leadership collettiva che inneschi una reazione e una ripartenza.
Noi vogliamo proporre, quindi, non solo alle sinistre politiche ma anche a quelle sociali e sindacali, di progettare una iniziativa unitaria e prolungata contro il razzismo e la crisi in grado di cogliere la connessione tra razzismo istituzionale, sfruttamento dei migranti, licenziamenti e peggioramento di vita dei lavoratori e delle lavoratrici. Una iniziativa, magari una Campagna, da discutere alla pari, in forma orizzontale, senza primogeniture, autoconvocando un appuntamento comune, allargandolo il più possibile a strutture territoriali in modo da poterlo replicare poi su scala locale. Una iniziativa che rappresenti un punto di vista alternativo e che provi a strappare qualche risultato, a invertire la tendenza alla demoralizzazione.

Ma a questo percorso serve una seconda condizione: per essere davvero alternativa al Pd e alla sinistra moderata - perché esistono ancora diverse sinistre e non vederle è l'ennesimo, grave, errore di analisi - occorre semplicemente essere alternativi fino in fondo. A volte quel 5% di cose che ci dividono, per citare Paolo Ferrero, è la non piccola questione se occorre governare gangli importanti della gestione capitalistica come le Regioni o le Province o le grandi città. Se occorre condividere, sia pure "riducendo il danno", ristrutturazioni e tagli alla spesa, opere antiecologiche e via dicendo. Su questo punto, la discussione non è compiuta: noi parliamo di "elogio dell'opposizione" come viatico per ricostruire davvero una sinistra anticapitalista in grado di strappare conquiste e anche "riforme" ma soprattutto di porsi il problema della rottura con questo sistema sociale; altri pensano a una più tradizionale via di riforme progressive in cui l'opposizione di oggi serve solo a rafforzarsi in vista di un governo "delle sinistre" del domani in ossequio a una logica del "compromesso" più o meno dinamico - ma la cui sostanza è l'ipotesi di governare con la borghesia "progressista" - che non è stata mai dismessa finora. Al di là degli scontri congressuali, questa discussione di fondo, programmatica e strategica, non l'abbiamo mai fatta e questa discussione rinvia esattamente alla natura della sinistra che vogliamo costruire. Nodo centrale per poter reimpostare un percorso che non si esaurisca al primo intoppo o alla prima vera prova del fuoco.

(www.aprileOnline.info 27 luglio 2009)


 

Sinistra: Ferrero, inizia costruzione alternativa politica


 

Sinistra: Ferrero, inizia costruzione alternativa politica E' nata oggi a Roma la Federazione della Sinistra promossa da Rifondazione Comunista e Comunisti Italiani e Socialismo 2000. Con gli interventi di Oliviero Diliberto e Paolo Ferrero si è infatti concluso il processo che ha portato all'ultimo tentativo di aggregazione a livello nazionale del nuovo soggetto. Il processo costituente locale partirà a settembre attraverso assemblee sui territori, sul modello di quella che si è svolta oggi a Roma. L'approdo finale sarà un appuntamento a fine ottobre che segnerà la nascita definitiva della Federazione

Nel suo intervento, che ha concluso l'assemblea, il segretario di Rifondazione Comunista Paolo Ferrero ha sottolineato che "oggi si apre il processo di costruzione della Federazione di sinistra di alternativa. C'è una proposta unitaria che si rivolge a tutti gli uomini e le donne che si sentono a sinistra del Pd". La sfida, ha spiegato Ferrero, "è riuscire a costruire un nuovo modo di stare insieme, per evitare che il 5% di cose che non condividiamo ci obblighino a rompere, come è stato in passato".
Ferrero, poi, si è detto convinto che la Federazione sia la forma migliore per mettere insieme la sinistra anticapitalista, "le cui diversità - ha spiegato - non sono un impedimento ad un processo unitario'. Il segretario del Prc ha quindi indicato come primo obiettivo la "ricostruzione di un'opposizione sociale e politica". Rispetto a Sinistra e Libertà che non condivide l'idea di essere solo 'la sinistra del Pd' ma di puntare piuttosto a conquistare una propria autonomia e ad essere vera 'alternativa'.
Il processo costituente partirà a settembre attraverso assemblee sui territori, sul modello di quella che si e' svolta oggi a Roma. L'approdo finale sarà un appuntamento a fine ottobre che segnerà la nascita della Federazione.

Per il segretario del Pdci, Oliviero Diliberto, "era ora: torniamo insieme. "Rivendichiamo la nostra storia: io sono comunista - ha detto Diliberto - ma la Federazione non è una operazione nostalgica. E' piuttosto una iconoclasta rivisitazione di tutte le nostre categorie di analisi e proposta politica: un giovane non deve essere comunista o anticapitalista come lo siamo stati noi". Il segretario del Pdci ha anche sottolineato che personalmente considera la Federazione "non un evento contingente, ma neanche l'approdo finale: deve essere una tappa verso un partito unitario della sinistra".

All'iniziativa, che ha visto la partecipazione di militanti di Rifondazione, Comunisti Italiani e Socialismo 2000 insieme a rappresentanti di numerosi movimenti sono intervenuti Roberto Musacchio di Sinistra e Libertà, Vincenzo Vita del Pd e Marco Ferrando del Partito Comunista dei Lavoratori. (www.aprileonline 18 luglio 2009)

 

 

Le conclusioni di  Paolo Ferrero al Cpn del 14 giugno 2009

 

 

La discussione in questo Comitato Politico nazionale è avvenuta all’interno di una difficoltà evidente. Il fatto che quella elettorale sia stata una sconfitta lo si evince dal tipo di discussione che riproduce molte delle divisioni che già avevamo dietro le spalle.

Mi pare che la discussione, di fronte alla sconfitta, sia stata più un riflesso delle divisioni passate che non una discussione vera sulle prospettive. Da questo punto di vista credo che questo CPN debba essere assunto come un punto di passaggio e non come un punto di arrivo. E’ l’inizio della discussione su come uscire dalla sconfitta, che proseguirà nelle prossime settimane all’interno delle federazioni, per arrivare al prossimo CPN a costruire una vera sintesi unitaria. Considero infatti arrivare ad una sintesi maggiore dentro il gruppo dirigente e dentro il partito una condizione indispensabile per il successo della nostra impresa politica.

Superare le correnti cristallizzate

Ritengo infatti che non vi sia la possibilità per rifondazione comunista di giocare un ruolo politico e di far vivere il suo progetto in presenza di divisioni interne che abbiano le caratteristiche di maggioranza e opposizione. Una spaccatura di questo tipo non siamo in grado di reggerla. Non abbiamo né le forze, né la capacità di farlo. Inoltre, nei mesi scorsi abbiamo subito un attacco che puntava a distruggere il progetto politico della rifondazione comunista e questo attacco prosegue da varie parti. Non a caso il nostro dibattito interno viene presentato secondo un unico copione: O Ferrero sta con i “bertinottiani” o Ferrero sta con Grassi. O Ferrero sta con Vendola o Ferrero sta con Diliberto. O Ferrero sta con l’innovazione o Ferrero sta con la conservazione. Il punto su cui siamo attaccati è la possibilità di portare avanti il progetto della rifondazione comunista dove i due termini si sostengono e si qualificano a vicenda. L’attacco al sottoscritto è l’attacco alla possibilità di avere un progetto della rifondazione comunista che tenga insieme memoria e innovazione, che tenga insieme il comunismo e l’unità della sinistra di alternativa, i diritti sociali e quelli civili, ecc. Il progetto della rifondazione comunista è fortemente sotto attacco e per rilanciarlo è necessario che il gruppo dirigente costruisca responsabilmente un livello di unità più alto su una proposta politica unitaria e con una gestione unitaria. Su questa strada continuerò a battermi perché ritengo che questa scelta non abbia alternative. Anche perché io penso che le differenze reali che ho sentito nella discussione siano meno consistenti di come appaiono.

Da questo punto di vista ritengo che il gruppo dirigente abbia una grande responsabilità nel gestire il dibattito nelle federazioni dopo questo CPN. Gli attivi di federazione, li trasformiamo in un congresso? Ci saranno quattro documenti; facciamo la conta e ci spacchiamo ben bene in ogni assemblea? Facciamo gli attivi per dividere il partito o pur a partire dalle diverse cose che abbiamo detto valorizziamo gli elementi unitari che ci accomunano, l’ordine del giorno unitario che ho presentato, cercando di spostare in avanti il dibattito, sia sulle cose da fare che sulla riflessione? La mia opinione è che occorre usare le riunioni territoriali per fare un passo in avanti nella prospettiva unitaria, a partire dalle cose su cui siamo tutti d’accordo. Considererei una vera e propria follia trasformare al contrario gli attivi territoriali in una conta interna. il compito di un gruppo dirigente non è quello di ripetersi le divisioni che abbiamo avuto al congresso – per fare quello basta un notaio - ma quello di costruire una prospettiva unitaria, possibilmente per tutto il partito. Propongo quindi di assumere i documenti approvati come base del lavoro politico e di lavorare a migliorali costruendo un percorso unitario di tutto il partito. Propongo quindi a tutti i dirigenti un atto di responsabilità.

I nodi emersi nella discussione.

In primo luogo la natura della sconfitta. Io penso che vada colta nel suo elemento dialettico. Da un lato si tratta di una sconfitta secca perché non abbiamo superato il 4%. Non è solo un fatto simbolico. Se avessimo raggiunto il quorum saremmo tra i vincitori della competizione elettorale. Il nostro progetto politico sarebbe rafforzato. Viceversa il mancato raggiungimento del 4% indebolisce ulteriormente la fiducia sulla possibilità di costruire una sinistra anticapitalista in questo paese. D’altro lato però non possiamo dire che si tratta di una sconfitta come quella dello scorso anno. Sia perché complessivamente la sinistra ha mostrato una capacità di attrarre voti dal PD e dal non voto, sia perché abbiamo in campo un progetto politico definito. Mentre l’anno scorso l’arcobaleno era un pastrocchio, oggi la nostra lista ha un progetto politico su cui lavorare. L’entusiasmo stesso che abbiamo avuto in campagna elettorale da parte di tanti compagni e compagne, ha rimesso in movimento la situazione. Questo dato lo dobbiamo valorizzare, non possiamo disperderlo. Si tratta di una battuta di arresto ma non di una catastrofe.

In secondo luogo penso che molte delle critiche alla relazione siano giuste. Da quella di Lidia Menapace che fotografa una mia congenita incapacità di nominare la contraddizione uomo donna come modalità di lettura della realtà sociale, al fatto che non abbiamo un linguaggio né un’attenzione sufficiente alle giovani generazioni, al fatto che non esisteva nella mia relazione una visione, una narrazione compiuta del nostro progetto. Vedo anch’io la difficoltà ad articolare un immaginario identificante, che abbia capacità di dare senso compiuto alla nostra impresa politica. Su questi nodi devo, dobbiamo lavorare. Voglio solo dire che però la visione non può essere un ossimoro che prende in giro la gente. Se il sogno e la narrazione si coniugano con l’allargamento delle giunte all’Udc, io penso che siamo nel campo della presa in giro e della demagogia, non di una risorsa per la trasformazione sociale. Dobbiamo quindi fare un salto di qualità sull’elaborazione del progetto e sulla sua capacità di connettere in forma non semplificata il complesso delle contraddizioni sociali. Così come ritengo giuste le critiche sui limiti organizzativi della campagna elettorale o sulla formazione delle liste. Queste critiche vanno assunte per migliorare il nostro lavoro.

La proposta politica

Nel merito della proposta politica che ho avanzato sottolineo nuovamente come questa abbia una precisa gerarchia di scelte da compiere: centralità della questione sociale, costruzione di un immaginario del nostro progetto, riorganizzare il partito, necessità di costruire la sinistra di alternativa. Mentre tutti si accapigliano su come organizzare il campo delle relazioni politiche, nessuno discute di come rendere più efficace il lavoro sociale. Io considero questa una follia. Il punto centrale della nostra linea è la messa al centro del lavoro del partito l’intervento sociale. Questo significa piegare, torcere, ristrutturare il partito a questo fine. Senza questa svolta siamo nell’universo delle chiacchiere. Se noi continuiamo a galleggiare sulla crisi di fronte ad un milione di lavoratori che perdono il posto di lavoro come se abitassimo da qualche altra parte possiamo anche chiudere bottega. Su questo non ho sentito la necessaria attenzione. Lo si assume come un elemento scontato quando invece è il compito più difficile che abbiamo dinnanzi. Proporrei un criterio: che le ore di discussione politica non possano superare le ore di intervento politico diretto: volantinaggi, picchetti, manifestazioni. Dobbiamo fare questa rivoluzione nel nostro partito. Vi è quindi un problema di cura e rilancio del partito che passa anche attraverso una ristrutturazione della direzione nazionale che deve tagliare drasticamente i propri costi.

Nel dibattito si è detto che Chianciano è fallita. Io non sono d’accordo. Io penso che i due punti fondamentali di Cianciano fossero la svolta e “in basso” e a “sinistra”. Penso che questi due elementi non solo siano giusti ma sacrosanti. Dopo il fallimento dell’esperienza di governo giustamente abbiamo ritenuto necessario ricostruire la nostra autonomia dal PD e individuare nel radicamento sociale il punto qualificante della ricostruzione del progetto e della forza. Ogni altra direzione di marcia la ritengo completamente sbagliata. Ad esempio il compagno Bertinotti propone una strada opposta, che potremo definire di svolta “in alto” a “destra”. Propone infatti di ricostruire la sinistra non a partire dalla ricostruzione dei sui legami sociali ma a partire da una sua riorganizzazione politica e propone che questa riorganizzazione avvenga con – mi verrebbe da dire nell’ambito – della sinistra moderata. Io penso che il disegno di Fausto sia completamente sbagliato ma abbia una sua logica, altre strada intermedie no. Per questo penso che l’intuizione di fondo di Chianciano sia giusta: la sinistra la si ricostruisce a partire dai suoi legami sociali e che a tal fine è necessario l’autonomia politica piena dalla sinistra moderata.

In basso a sinistra vuol dire che dobbiamo costruire una campagna di massa per l’autunno. Occorre partire dallo stare dentro le lotte, costruire i comitati contro la crisi e arrivare ad una campagna generale. Non la possiamo decidere oggi ma va costruita a breve, va articolata con precisione, vanno studiati i linguaggi. E’ necessaria un’altra riunione dell’organismo dirigente per decidere tre cose da fare per un anno, con continuità e determinazione. Perché il nostro problema non è solo che ci manca la visione: abbiamo smarrito la nostra funzione. Se tu vai in giro e chiedi chi sono quelli di rifondazione, non te lo sanno più dire. Da troppo tempo Rifondazione comunista non si qualifica più come una cosa chiara. Rifondazione è stata quella di Genova, ma non si vive di rendita tutta la vita. Dobbiamo riuscire a sedimentare un ruolo politico. Il nostro progetto politico non può essere la pura sommatoria di tutte le sensibilità e le soggettività presenti nel partito. Deve per forza di cose, avendo dei mezzi limitati, scegliere delle priorità. Per me il centro della nostra proposta politica è - oggi più di ieri - in basso a sinistra: centralità del lavoro sociale nel massimo di unità possibile nel lavoro di costruzione dell’opposizione.

Occorre riaprire il lavoro sulla Rifondazione. L’hanno detto in tanti, con accenti diversi, riaprire una discussione vera; le cose che diceva Lidia Menapace, Fosco Giannini, le cose che diceva Giusto riferendosi all’esperienza portoghese e cioè non solo parole d’ordine ma anche intreccio con i movimenti, ecc.

Riassumendo: occorre rimettere mano al partito, collocandolo dentro la costruzione del conflitto sociale. Occorre lavorare, non da soli, alla costruzione di un’idea della trasformazione sociale che renda forte il rapporto tra le parole come comunismo e sinistra e l’idea di trasformazione radicale, perché invece oggi non è così. Oggi quando dici sinistra o comunismo più che parlare di valori parli di una tua appartenenza. Non è un messaggio a chi sta perdendo il posto di lavoro o non ha la casa: dobbiamo trasformare queste grandi parole in concetti vivi nel corpo sociale, non nell’insegna della nostra bottega. Questo vuol dire fare i conti con il fatto che l’ideologia – come diceva Althusser è una forza materiale. Su questo ho un dissenso con Franco Russo. Io non credo che sia possibile costruire un movimento di massa totalmente privo di elementi ideologici. La stessa speranza in qualche modo lo è. A forza aver paura dell’ideologia rischiamo di diventare nichilisti, incapaci di un progetto collettivo che per sua natura non è studiato a tavolino ma è il crocevia di passioni, frustrazioni, disperazione e speranza.

Finisco sul punto che accende di più gli animi. Le relazioni politiche tra Rifondazione e il resto del mondo. Si tratta di un tema che non si può saltare e che non è puramente legato all’unità di azione. Venerdì sono andato alla manifestazione degli operai della Telecom e la domanda di unità che mi è stata posta era fortissima. Non possiamo far finta che questa domanda di unità non ci sia. Credo che non si possa risolvere tutto con l’unità e soprattutto che l’unità deve avere al centro dei contenuti, dei valori, dei percorsi e delle pratiche sociali. Ma il contrapporre alla richiesta di unità la nostra autosufficienza è un atto di settarismo che non ha nessun legame con la necessità di costruire un movimento di massa contro il capitale. Io credo quindi che, dopo aver messo al centro il rilancio del partito, il suo lavoro sociale, il nodo della rifondazione comunista, sia obbligatorio avanzare una proposta di unità della sinistra di alternativa. Non al posto del lavoro sociale ma per allargare e rendere più efficace il nostro lavoro sociale.

Certo occorre battere ogni politicismo che veda nell’unità della sinistra o nell’ unità dei comunisti la bacchetta magica per uscire dalla sconfitta in cui versa il movimento operaio. Penso che sia sbagliato pensare che noi risolviamo tutti i nostri problemi politici attraverso l’unità della sinistra o dei comunisti. Detto questo noi dobbiamo avanzare una proposta anche sul terreno della riaggregazione delle forze politiche e questa deve partire a mio avviso da quanto abbiamo già costruito. Abbiamo fatto una lista che ha prodotto un documento dove si dava vita ad un coordinamento della lista medesima. Dobbiamo lavorare perché il coordinamento prosegua perché ci manca solo che ci mettiamo a smontare il poco di unità che abbiamo costruito! Fuori da qui, è evidente, ci prenderebbero per matti e avrebbero pienamente ragione. Ovviamente il coordinamento della lista non è il polo della sinistra di alternativa. Questo deve essere costruito insieme e nella pari dignità con tutte le forze disponibili a questo progetto. Occorre cioè non smontare ma anzi valorizzare il coordinamento che c’è e nello stesso tempo evitare che il coordinamento diventi un recinto che impedisce ad altre forze di aggregarsi – nella pari dignità – nella costruzione del progetto politico. Il polo della sinistra di alternativa va costruito in maniera tale che vada oltre il coordinamento della lista ma non può presupporre la sua distruzione. Proponiamo quindi di costruire un polo della sinistra di alternativa, che non è un nuovo partito ma bensì una rete di relazioni stabili tra soggetti politici, sociali, culturali.

Non condivido quindi l’idea di Bellotti, di partire solo da Rifondazione comunista: lascerebbe uno spazio enorme a sinistra e libertà, finendo per regalare ad una rappresentanza moderata molti soggetti interessati all’unità della sinistra da posizioni genuinamente alternative.

Parimenti non condivido le argomentazioni di chi propone di costruire il polo della sinistra di alternativa facendo morire il coordinamento della lista. Da un lato non si capisce perché dobbiamo distruggere quanto abbiamo creato. In secondo luogo i problemi che abbiamo dovuto affrontare per la presentazione alle europee e cioè l’autonomia dalle socialdemocrazie e il simbolo della falce e martello non sono mica stati risolti. Non capisco perché dovremo affrontare questa discussione abbandonando per strada coloro con cui su questi due nodi ci siamo trovati uniti.

Per uscire dalla sconfitta non basta fare una cosa ma occorre una linea politica: quella proposta ordina gerarchicamente quattro compiti. Si tratta ora di cominciare a praticarla sul serio, ponendo fine ad un congresso durato troppo a lungo.

 

Ferrero, uniamo la sinistra in un polo alternativo al Pd

Red  

 
Ferrero, uniamo la sinistra in un polo alternativo al Pd"Bisogna lavorare a unire la sinistra in un polo con caratteristiche di autonomia dal Partito democratico". Con questa proposta il segretario di Rifondazione comunista, Paolo Ferrero, ha aperto oggi il Comitato politico nazionale del suo partito, che domani voterà per rinnovare il suo mandato.
Dopo le elezioni europee, che hanno consegnato al Prc, in lista con il Pdci, un 3,4% che lo tiene fuori anche dal Parlamento di Strasburgo, Ferrero ha presentato due proposte al parlamentino del suo partito. Da un lato la costruzione di una "opposizione sociale al governo Berlusconi, che è la cosa che oggi manca". Dall'altro il porsi come promotori di un "polo di una sinistra alternativa, che parta dalle forze con cui abbiamo fatto la lista per le europee, ma provi a discutere con tutti i soggetti disponibili, da Ferrando a Vendola".
Il segretario del Prc pensa a un primo appuntamento a luglio, che sia un incontro con i coordinatori della lista delle europee, ma aperto a chi a sinistra voglia lavorare all'idea di un polo alternativo al Pd. "Inizieremo a fare incontri dalla prossima settimana" annuncia.

Ma nel partito non tutti sono d'accordo. La minoranza dei cosiddetti bertinottiani, che a Chianciano sostennero Vendola ma non lo hanno seguito nella scissione e oggi nel Prc rappresentano il 30%, si prepara infatti a presentare domani un documento politico alternativo a quello del segretario.
La divergenza principale è rappresentata proprio dal presupposto da cui partire: no alla riunione del coordinamento di lista proposta da Ferrero. Piuttosto "ci si fermi tutti - dice Augusto Rocchi - e andiamo a un grande confronto della sinistra", per la costruzione di una "federazione unitaria e plurale", che non sia però una semplice "sommatoria di partiti come l'Arcobaleno".

Su un punto le diverse anime di Rifondazione si trovano invece d'accordo: E' il no alla proposta dell'ex segretario Fausto Bertinotti di un grande soggetto che vada dal Pd ai Radicali al Prc.
Bisogna rimanere "sinistra" ed essere "alternativi", sono le parole d'ordine.

Domani dunque proseguono i lavori del Cpn. Ma le grane per il segretario in attesa di riconferma non vengono solo dalla direzione del partito. Al piano di sopra, bolle la "grana" Liberazione. Oggi e domani il quotidiano comunista non sarà in edicola per uno sciopero dei giornalisti che protestano dopo la cancellazione, senza alcun preavviso, dell'appuntamento al tavolo della trattativa sullo stato di crisi, programmato da tempo per lunedì.
"Il Comitato di redazione, l'Associazione Stampa Romana e la Fnsi, - si legge in un comunicato congiunto - che a quel tavolo rappresentano i lavoratori, stigmatizzano il comportamento dell'azienda che ha disdetto un appuntamento formale senza nemmeno degnarsi di avvertire la controparte e adducendo motivazioni poco credibili. Non è un comportamento rispettoso nei confronti dei lavoratori. A meno di 48 ore dalla data prestabilita, il sindacato si trova nella condizione di non sapere perché non si possa portare avanti la discussione già avviata per risanare i conti del nostro giornale. Vogliamo però ricordare che la proprietà, nella persona del segretario del Prc Paolo Ferrero, - si legge nella nota sindacale - si era impegnata a garantire il mantenimento in vita e il rilancio del suo quotidiano ben prima delle elezioni europee e a prescindere dal loro esito.
Il Cdr di Liberazione, l'Asr e la Fnsi chiedono quindi alla Mrc e alla Fieg di riconvocare nel più breve tempo possibile il tavolo di trattativa per continuare il lavoro iniziato, nell'interesse di tutte le parti in gioco".

 

Lista comunista: "Siamo l'unico voto utile"

di Monica Maro

"Il voto utile? Questa volta è quello per la Lista comunista: siamo l'unico voto utile". Oliviero Diliberto sintetizza con una battuta speranze e obiettivi della Lista comunista e anticapitalista, che raccoglie il sostegno di Rifondazione comunista, Pdci, Socialismo 2000 di Cesare Salvi, Consumatori uniti e che sarà l'unica sulle schede elettorali delle europee con la falce e martello.

Lo scoglio da superare, lo sbarramento del 4 per cento, non è semplice, ma Salvi fa mostra di ottimismo: "I primi segnali che ci vengono dalla campagna elettorale sono positivi" e il segretario di Rifondazione comunista, Paolo Ferrero, sottolinea: "Il nostro non è un cartello elettorale, un'ammucchiata ma un progetto politico che vale per l'Europa, dove saremo i soli della sinistra italiana a ritrovarci in un unico gruppo parlamentare, e vale per l'Italia, dove abbiamo già dato vita a un coordinamento tra le diverse forze. Unico, poi, anche l'obiettivo: uscire dalla crisi da sinistra".

Ferrero, Diliberto e Salvi hanno presentato a Roma i candidati della falce e martello al Parlamento europeo. Capilista saranno il leader no-global Vittorio Agnoletto nel Nord-ovest e al Sud, il segretario Pdci Diliberto al Centro, la femminista e antimilitarista Lidia Menapace nel Nord-est e l'astrofisica Margherita Hack nelle Isole.
Particolarmente significativa la presenza complessiva delle donne, circa il 42 per cento, così come quella degli indipendenti, pari al 50 per cento dei candidati. Notevole la presenza di operai e cassaintegrati delle più significative realtà industriali in lotta: Ciro Argentino, della Thyssen Krupp, Antonello Mulas della Fiat Mirafiori, Cinzia Colaprico della Zanussi, Nicoletta Bracci, bracciante agricola, Ciccio Brigati, dell'Ilva di Taranto, Domenico Loffredo della Fiat di Pomigliano, Andrea Cavola della Sdl Alitalia.

Tra i politici in lista il responsabile esteri Prc Fabio Amato, l'ex deputato Alberto Burgio, l'ex sottosegretaria all'Ambiente del governo Prodi Laura Marchetti, il sindaco di Gubbio Orfeo Goracci, l'ex senatore dell'Ulivo Massimo Villone, l'eurodeputato uscente Giusto Catania e l'ex deputata Heidi Giuliani.
Non mancano esponenti del mondo della cultura e dello spettacolo: lo scrittore di fantasy Valerio Evangelisti, l'attrice rom Dijana Pavolovic e il primario di cardiologia a Trieste Sergio Minutillo; così come i rappresentanti di comunità di immigrati: il palestinese Bassam Saleh e la somala Esaq Suad Omar Sheik.

"I nostri candidati sono tutti eleggibili, tutti in grado di fare i parlamentari europei, da noi non ci sono specchietti per le allodole", spiega Paolo Ferrero che, a dispetto delle voci pressanti delle ultime settimane (e riprese anche da aprileonline), non si candida perché "il mio lavoro è già abbastanza arduo".
Non si candida neppure Cesare Salvi che preferisce lasciare spazio ad altri esponenti della sua formazione politica: "Io ho già una lunga esperienza politica".
Il leader del Pdci invece correrà come capolista nella Circoscrizione Centro e dietro Lidia Menapace nel Nord Est. "L'altra volta non si è candidato e siamo andati male perciò stavolta abbiamo insistito", ha scherzato Salvi sulla candidatura di Diliberto.

"Nonostante la censura mediatica - ha sottolineato Salvi - la partecipazione alle nostre iniziative è folta e combattiva, penso che la sinistra debba avere una sua autonomia dal Pd, l'altra componente della sinistra - ha aggiunto riferendosi a Sd - sostiene Bassolino, Renzi e Penati alle amministrative, io, pur rispettandoli, la penso diversamente. Dove è possibile ci si allea ma dove prevale il moderatismo meglio avere la propria autonomia e propri candidati".
"Dobbiamo abituarci a parlare con una voce sola" è l'auspicio di Diliberto che ha denunciato il fatto che Ciro Argentino insieme ad altri trenta operai che hanno fatto causa alla Thyssen sono gli unici a non essere stati riassunti: "Fino a quando chi si batte per i diritti resta disoccupato ci saremo noi a combattere contro queste ingiustizie". Infine il leader del Pdci si è scherzosamente rivolto ai giornalisti presenti: "Votate per noi, è l'unico voto utile".(www.aprileonline 28 aprile 2009)

 

 

A Piazza Navona una lista rossissima

      

Un’unica «bandiera rossa». Cantata dal pubblico prima, durante e dopo ogni intervento dal palco. Un’unica falce e martello per la sinistra comunista «erede» del Pci. Rifondazione, comunisti italiani e Socialismo 2000 (l’area ex Ds guidata da Cesare Salvi) scelgono piazza Navona a Roma per iniziare la propria campagna elettorale per le europee.
«E’ un progetto chiaro - spiega il segretario del Prc Paolo Ferrero prima del suo comizio - che continuerà anche dopo le europee a prescindere dal dato elettorale». Parole che confermano come questa lista elettorale sia effettivamente un passo decisivo verso l' "unità dei comunisti". Sempre che gli elettori mostrino di apprezzare l'obiettivo. A lanciare sul nastro di partenza la nuova formazione «rossissima» i leader di quasi tutta la sinistra europea che conta. Lothar Bisky della Linke tedesca; Paco Frutos, segretario del partito comunista spagnolo e Francis Wurtz, capogruppo del gruppo Gue/Ngl al parlamento europeo e storico dirigente a Strasburgo del partito comunista francese.
In piazza quasi quattromila persone, su cui campeggia nelle prime file «comunisti per sempre», lo striscione del circolo Zhukov di Poggibonsi. Quando i tre leader salgono sul palco il coro è unanime: «Uniti, uniti, uniti». Poco importa che l’appello all’unità riguardi una lista che, secondo i sondaggi più ottimisti, supera di poco la soglia del 4%.
Il primo a intervenire dal palco è Cesare Salvi, l’ex ministro del Lavoro fuoriuscito dalla Sinistra democratica di Fava e Mussi. «A chi mi chiede come mi trovo con la falce e martello - dice - rispondo: benissimo. Mi sembra di essere tornato ragazzo». Anche Diliberto, dopo di lui, prova il tasto dell’entusiasmo. «Guardate quanto ce n’è in questa piazza - dice al pubblico - vi ricordate l’Arcobaleno un anno fa?». «Tante volte i nostri partiti hanno sfilato insieme - sottolinea  - ma oggi c’è un’unica bandiera rossa comune, una sola falce e martello». Ferrero concorda e nel suo comizio, subito dopo, lo spiega così: «Noi siamo gli eredi non pentiti delle lotte per la libertà, la giustizia e i diritti civili di questo paese». «Se un giornalista -dice - ci chiede se siamo vetero o abbiamo il torcicollo - qui qualcuno nelle prime file azzarda a rispondere «sì, si, sì» - noi diciamo che no - corregge subito il segretario, dedicando la giornata a Carlo Giuliani e al movimento no global».

Sotto le falci e martello che garriscono al vento si parla un po’ anche delle liste. Resta ancora in sospeso il nodo dei segretari. «Io non mi candido - ribadisce Ferrero - fare il segretario di Rifondazione è già un compito gravoso e candidarmi per poi dimettermi sarebbe una finzione inaccettabile. Se qualcun altro vuol farlo, certo noi non metteremo veti».

Le pressioni, anche dentro il Prc, perché Ferrero sciolga la riserva sono notevoli. Sarebbe l’ufficializzazione dell’unità dei comunisti anche per il futuro. Non a caso, a via del Policlinico, provano a mettere qualche paletto alla candidatura di Diliberto. Nessun veto appunto ma spinta per una presenza non in una circoscrizione «forte» come quella centrale ma nelle caselle deboli (Isole o Sud). Ipotesi che il Pdci per ora non accetta.
Segretari a parte alcuni nomi sono ormai certi: Margherita Hack, Heidi Giuliani e Lidia Menapace sono sicure. Come Salvatore Bonadonna (bertinottiano rimasto nel Prc), Massimo Villone di Socialismo 2000 e Fabio Amato, responsabile esteri di via del Policlinico. Ricandidati anche gli europarlamentari uscenti Giusto Catania e Vittorio Agnoletto, che dovrebbe essere il capolista nel Nord Ovest. Contatti infine con scrittori importanti come Massimo Carlotto, Valerio Evangelisti e Valeria Parrella. Agita appena un po’ le acque la possibile candidatura di Rosario Crocetta, il sindaco antimafia a Gela passato al Pd che Franceschini pare non voler candidare. «Sono sempre inclusivo e non esclusivo», risponde a denti stretti Oliviero Diliberto a chi gli chiede se il figliol prodigo possa tornare nelle liste comuniste.(Il Manifesto 18 aprile 2009)

 

A quanti credono sia ora di alzare la testa e guardare lontano

 

Compagne e compagni carissimi,

credo che la coesione sotto un unico simbolo dei comunisti e di coloro i quali non si vergognano di essere insieme a loro, sia un passo molto importante e che mi rende felice.
Sono certo, voglio essere certo, che questo non sia un momento elettorale. Vorrei che questo simbolo sia sulle schede per le elezioni amministrative, che sia l'inizio di un morphing che riporti alla falce martello e stella su bandiere sovrapposte, che riporti in Italia la presenza del più grande partito comunista del mondo occidentale con tutto quello che questo può significare per il mondo intero. So che è difficile ma proprio per questo vale la pena impegnarsi.
Vi scrivo per dirvi che, se questo accade, le mie umili risorse umane sono a disposizione, qualunque ruolo sia ritenuto adatto alle mie capacità, a contribuire alla costruzione del partito del XXI-esimo secolo, un partito che sa da dove viene e ha ben chiaro il suo cammino, centro di aggregazione e luogo di confronto per tutti coloro che pensano che un mondo diverso è possibile e necessario, e che siano capaci di costruirlo, passo dopo passo, mattone dopo mattone.

Fraterni saluti

Pino De Luca: Ormonalmente Comunista


 

 

Europee, accordo fatto Prc-PdCI




di Monica Maro

E' stata una cena fra Paolo Ferrero e Oliviero Diliberto (che ha dovuto sacrificare alla ragione di partito la sua passione interista, nel giorno della sconfitta dei nerazzurri a Manchester) a sciogliere le ultime diffidenze fra Rifondazione comunista e i Comunisti italiani, in vista della lista comune per le elezioni europee.
Dopo qualche scintilla polemica (il leader del Pdci Diliberto aveva accusato Ferrero di pensare a un Prc "autosufficiente"), i due partiti sono passati alla fase operativa delle trattative, nominando le proprie delegazioni nel gruppo di lavoro comune: Ramon Mantovani, Mimmo Caporusso e Gianluigi Pegolo per il Prc, Orazio Licandro, Nino Frosini e Alessandro Pignatiello per il Pdci.
Dalla prossima settimana ci saranno riunioni quasi quotidiane del gruppo di lavoro congiunto, con l'obiettivo di varare le liste entro fine mese: Rifondazione ha già convocato il comitato politico nazionale per il 28 marzo, il Pdci lo farà presto con il suo comitato centrale. "Per ora - dice Claudio Grassi, della segreteria del Prc - non ci sono criteri di proporzione fra i partiti per le liste, la cosa importante è aprire il più possibile a rappresentanti di movimento e personalità della sinistra". L'idea di una lista 'aperta' serve anche in vista della concorrenza della Sinistra per le libertà di Nichi Vendola (ex Prc) e Claudio Fava, che dovrebbero ufficializzare il matrimonio (e il simbolo comune) martedì prossimo.
Candidata ad allearsi con Prc e Pdci anche una terza formazione politica, Sinistra critica, nata dalla scissione dal Prc dei "dissidenti" del Governo Prodi. " Per ora nulla di concreto - ci spiega Cannavò (che proprio in queste ore si è 'dimesso' dalla redazione di Liberazione, dove ha continuato formalmente a lavorare nonostante l'uscita dal partito)-. Siamo aperti al confronto, ma se non dovessimo trovare l'accordo, siamo pronti a presentarci da soli". Martedì è fissato un incontro con il segretario di Rifondazione Ferrero.
Da sciogliere per il nuovo "matrimonio elettorale" l'annosa questione del il simbolo: sarà una falce e martello molto simile al simbolo di Rifondazione e del Pdci, ma Sinistra critica chiede che sotto il logo principale, in piccolo, siano presenti i tre simboli di partito su un piano paritario. A Rifondazione nicchiano, e comunque Sinistra critica pensa anche a una piccola rivincita "simbolica": la candidatura in testa di lista di Franco Turigliatto, proprio il senatore "dissidente" eletto nel 2006 con il Prc, il cui voto contrario alla politica estera di Romano Prodi e Massimo D'Alema avviò il processo della mini-scissione a fine 2007.(www.aprileonline.info 13 marzo 2009)
 

 

 

Ferrero: cerchiamo di unire tutta la sinistra radicale

 

Milano, 7 mar. (Adnkronos)- "Stiamo lavorando per un accordo di tutta la sinistra radicale e comunista, per una lista unitaria tra Rifondazione, il Pdci di Diliberto, sinistra critica e gli altri movimenti. Non si puo' fare invece una lista cosi' slavata da non sapere dove andra' in Europa o da non avere contenuti chiari. Ad esempio i socialisti in questi anni hanno detto cose diverse dalle nostre". A proporre una lista comune della sinistra radicale alle elezioni europee di giugno e' il segretario di Rifondazione Comunista, Paolo Ferrero, a margine di una manifestazione a Milano del suo partito.

(Dra/Zn/Adnkronos)

 

Ferrero-Diliberto, ecco l'accordo


di Matteo Bartocci

Le schermaglie dei giorni scorsi tra Ferrero e Diliberto sul concetto di «pari dignità» paiono ormai superate. La lista anticapitalista e comunista per le europee Prc-Pdci si farà. «Nessuna pausa, il percorso è tracciato e non c'è nessuna subordinata», dice senza ombra di dubbio Claudio Grassi, responsabile organizzazione rifondarolo. «Per noi questa alleanza anticapitalista non è in discussione - concorda un dirigente vicino a Ferrero come Giovanni Russo Spena - ma non sarà solo una lista di comunisti, è un'alleanza aperta a tutta la sinistra politica, sindacale e di movimento, inclusi Vendola e compagni».
Ora però si tratta di sedersi attorno a un tavolo. Perché non è che le spine non manchino. Ovvio che la cancellazione del rimborso spese per le liste che superano il 2% decisa in commissione alla camera rende l'esigenza della fusione Prc-Pdci ancora più forte. Soprattutto per Rifondazione, sicura di superare il 2% ma più a rischio sul 4. Forse è per questo, prima di aprire le trattative, che il Pdci ha voluto alzare i toni.
Comunque sia, lo scambio di sms inferociti nei giorni scorsi tra Ferrero e Diliberto è ormai alle spalle. «L'unità della sinistra sotto una sola falce e martello è molto sentita nella base dopo il disastro dell'Arcobaleno. Una Rifondazione allargata, aperta a sinistra, è un progetto politico che va al di là del risultato elettorale», spiega Russo Spena, ammettendo che superare l'asticella del 4% sarà dura perché non sempre 1+1 in politica fa 2. Per raggiungerla servono nomi. Per ora si sa che i Comunisti italiani seguiranno la tagliola statutaria dei due mandati, il che escluderebbe dalle liste l'eurodeputato Marco Rizzo. Si sa anche che il candidato più accreditato a piazza Augusto Imperatore è Gianni Pagliarini, buon presidente della commissione lavoro della camera con l'Unione. Ma senza i «big» fare il pieno potrebbe essere impresa ardua.
Grassi è esplicito: «Secondo me i segretari e le figure più rappresentative dei vari partiti devono essere candidati». Un'ipotesi che piace da tempo a Oliviero Diliberto ma che non convince Paolo Ferrero. Tuttavia, anche se poco tempo fa la candidatura del segretario del Pdci era vista come fumo negli occhi a via del Policlinico (prodromo all'unità dei comunisti tout court) oggi la situazione è più fluida e le barricate sono state abbassate. Viceversa, proprio perché il Pdci non vuole annessioni, la candidatura del segretario può essere una garanzia. Ultima grana il simbolo. Scontata la falce e martello e pregiudiziale, per Rifondazione, la scritta Prc- Sinistra europea tutto è possibile. Il Pdci vorrebbe qualcosa che lo distingua dal partito da cui si è scisso 11 anni fa ma a rigor di logica appaiono schermaglie non insormontabili.
Procede più o meno spedita intanto anche l'altra ipotesi di aggregazione. La Sinistra di Vendola, Fava, Verdi e socialisti qua e là è già una realtà a macchia di leopardo. Nel Lazio, per esempio, è già nata a tutti i livelli istituzionali, sia in provincia e che in regione. A questo proposito in casa rifondarola le critiche non mancano. Giovanni Russo Spena non è convinto da un'unità a tutti i costi: «Non è che per salvare la democrazia da Berlusconi poi a Strasburgo ti presenti con chi vota a favore della Bolkestein con il Pse o è per la stretta al diritto di sciopero come i radicali». «La verità è che il nostro progetto ha una forza intrinseca, chi vuole unire la sinistra almeno cominci con l'unire i comunisti», commentano ai piani alti del Pdci. Oltre la retorica delle primarie, insistono, è ovvio che gli eletti in un cartello elettorale post-arcobaleno saranno decisi dalle preferenze sottoscritte dagli apparati di partito rimasti.
Martedì prossimo intanto il «movimento per la sinistra» di Vendola, Giordano, Migliore ed ex di Rifondazione trova casa e inaugurerà la nuova sede nazionale. Conferenza stampa e inaugurazione di «lusso». Accanto al governatore pugliese infatti ci sarà anche Fausto Bertinotti. Il palazzo è di pregio, a via Goito, in pieno centro storico. All'ultimo piano di un palazzo che ospita la camera del lavoro Cgil di Roma.( Il Manifesto del 01/03/2009)

 

L'intervista di Paolo Ferrero al Corriere della Sera

di Gianna Fregonara

dal Corriere della Sera del 26 febbraio 2009

Paolo Ferrero Il segretario del Prc: puntiamo da soli al 5%. Nichi con Cuffaro sarebbe invotabile
“No a Vendola, vuole una lista guazzabuglio”

ROMA- Segretario Paolo Ferrero, il suo ex compagno di partito Nichi Vendola vi lancia un appello: per le europee mettiamo da parte le ragioni di bottega e uniamo tutte le forze di sinistra. Che cosa risponde?
“No grazie, non saprei come fare la campagna elettorale per un cartello che tiene insieme socialisti, verdi , comunisti. E’ un guazzabuglio, una scorciatoia per essere eletti. Non vorrei essere offensivo ma rilevo lo scarso spessore politico della proposta di Nichi, che mi pare simile a quella del Pd: alla sconfitta si risponde allargando a destra, si fanno coalizionio fumose, eterogenee, rissose, che non sconfiggono nessuno. Un pastrocchio.”

Dividere la sinistra non significa rischiare di sprecare i voti, visto che c’è lo sbarramento?

“L’obiettivo è il 5%.”

E come pensate di raggiungerlo?

“Abbiamo proposto di lavorare per costruire attorno a Rifondazione un progetto di aggregazione di una sinistra alternativa. Non vedo oggi la possibilità di proporre alleanze.”

Vendola sdogana anche l’Udc.

“Allargare a Cuffaro e Buttiglione un’alleanza? Sarebbe invotabile.”

Questo isolamento vale anche per le elezioni amministrative?

“A livello locale la tipologia delle decisioni è più ridotta, non si decide sul precariato, sulla guerra o se cambiare la politica economica. Siamo a vedere caso per caso. Se a Torino c’è la Tav nel programma non faremo l’alleanza. Se a Milano il Pd appoggia le ronde il nostro è un no.”

E a Firenze e Bologna?

“A Firenze siamo fuori per via del piano regolatore. A Bologna si sta aprendo una discussione, se c’è discontinuità con la gestione Cofferati si aprono spazi per collaborare.”

Cosa proponete per le europee?

“Noi abbiamo proposto una lista i cui eletti vadano nel gruppo della sinistra unita, il Gue. Il simbolo sarà quello di Rifondazione, perché, detta un po’ brutalmente, tirare via i simboli del movimento operaio o abbandonare la parola comunismo non è né un obbligo né un’idea utile.”

E ci sarà anche Diliberto sotto il vostro simbolo?

“La lista è aperta a tutti quelli che ci staranno. Avremo candidati del mondo politico e sociale, del movimento sindacale e dei consumatori, del movimento ambientalista. Si parla tanto della Linke o di Besancenot in Francia. Questo è il nostro modello”.

Non rischiate di rinchiudevi nella testimonianza?

“Fare opposizione, e ci siamo solo noi con il sindacato di base e la Cgil a farla, non è una testimonianza.Il Pci è stato all’opposizione tutta la sua vita e ha pesato più di noi al governo.”

Si capisce l’ambizione, ma le percentuali…

“Lo so e non voglio essere ridicolo. Ma le coalizioni da allargare sino a Cuffaro distruggono qualsiasi possibilità di crescita fino a sinistra.”

Con l’Udc no, ma con il Pd di Franceschini?

“Il Pd non fa opposizione su niente. E’ uguale a quello di Veltroni.”

E, in prospettiva, Bersani?

“Le politiche di liberalizzazione le ha fatte anche lui. Vedremo nel concreto. Certo è da apprezzare la proposta per un sistema elettorale alla tedesca, avanzata da D’Alema.”

 

 

Ferrero: Il nostro simbolo  a disposizione per una lista unitaria

 

Ferrero: «Il nostro simbolo a disposizione per una lista unitaria»
Europee, prove di dialogo tra Rifondazione e Pdci

di Checchino Antonini

E' l'appartenenza al Gue/Ngl la condizione del Prc per una lista unitaria della sinistra alle elezioni europee. «Il gruppo unitario della sinistra europea è il riferimento per la gauche antiliberista, ambientalista, femminista e comunista. La direttiva Bolkestein, emblema della guerra tra poveri, è stata votata assieme da socialisti e popolari europei», spiega a Liberazione , Paolo Ferrero, segretario nazionale di Rifondazione comunista, pensando al consociativismo del Pse di Strasburgo (si veda la recentissima direttiva Fava che "punirà" chi sfrutta un migrante senza permesso facendogli pagare il biglietto per rimpatriare il lavoratore) o al trasversalismo del gruppo verde che si dichiara né di destra, né di sinista.
Da settimane, il leader del Prc è impegnato nella fase di ascolto di realtà politiche e sociali in vista delle prossime europee. L'assemblea di stamattina a Roma (al Rialto S.Ambrogio dalle 10 alle 14), promossa associazioni e singoli della Sinistra europea, è uno dei passaggi di questo lavorìo che sta coinvolgendo comitati, centri sociali, sindacati confederali e autorganizzati, associazioni di consumatori e partiti. «Per rafforzare questa proposta mettiamo a disposizione il simbolo di Rifondazione comunista che è, fino a prova contraria, il simbolo che dopo lo scioglimento del Pci ha caratterizzato la presenza di una sinistra degna di questo nome. Lo mettiamo a disposizione, non lo imponiamo. Lo discuteremo con tutti, con due attenzioni: sapendo che le improvvisazioni dei simboli in campagna elettorale si pagano care. In secondo luogo per noi la falce e martello, la parola comunismo, non è un peso; anzi pensiamo che, nella situazione disastrosa in cui è ridotta la sinistra in Italia, sia un risorsa.
In questa direzione, già ieri, è da registrare un momento di convergenza tra il Prc e il Pdci.
Ospiti del XXXIV incontro semestrale del Nelf, il Forum della nuova sinistra europea (in pratica quasi tutte le sigle del Gue meno i greci del Kke più gli invitati dal Medio Oriente e dall'America Latina), Ferrero e Oliviero Diliberto si sono confrontati a partire dall'idea di Europa, la «dimensione minima in cui si organizza il capitalismo globalizzato, l'Europa», come ha detto il segretario del Pdci, che dovrà essere «la dimensione minima su cui essere efficaci», gli ha ribattuto Ferrero. Terreno comune di analisi lo svelamento della maschera europea per brutali politiche regressive, dal trattato di Maastricht fino alla direttiva Bolkestein, che hanno minato il compromesso sociale noto come modello sociale europeo. La crisi di sistema del capitalismo, è stato segnalato, può essere un'occasione per rilanciare la «missione dei comunisti» (Diliberto) e stimolare sbocchi progressivi e di sinistra come nel Cono Sur del continente americano.
Così com'è, l'Europa è uno strumento aggressivo e poco democratico, subalterno alle politiche Usa. «Un contesto decisamente più arretrato che in America Latina - spiega il segretario Prc - l'Ue è nata nella fase alta del liberismo e l'ha costituzionalizzato». La crisi potrebbe avere sia «un'uscita da sinistra, sia l'aspetto di guerra tra poveri su cui le destre stanno lavorando». Le lezioni "latinoamericane", per Ferrero, vanno rintracciate nella «capacità di ripartire dal basso, nei processi di partecipazione popolare, nell'idea di coalizione che supera l'idea europea di partito unico». Per entrambi l'Europa non è una questione di politica estera. E' lì che si può agire per la riconversione della Bce, per reclamare una centralità dell'intervento pubblico. Per fare «il contrario della Bolkestein»: welfare per chi perde il lavoro, lotta ai paradisi fiscali, aumento della fiscalità sulle rendite e sulle transazioni finanziarie, fuoriuscita dalla subalternità alla Nato e ricerca di un ruolo di pace per un'Europa capace di guardare a Est e al Mediterraneo.
Diliberto rilancia il messaggio del congresso del suo partito, quello della riunificazione secca dei partiti comunisti ma conferma che, finora, non s'è definito né simbolo, né lista. Che si vada assieme alle europee lo dà al 99%. Ferrero ribadisce la contrarietà a utilizzare la "bicicletta" (i simboli appaiati) sulla scheda elettorale e conferma la domanda di unità (non di riunificazione) che emerge da questa fase di monitoraggio.
A leggere il labiale dello scambio di battute tra i due segratari, a margine del convegno, è facile captare questo messaggio: «Il tempo stringe».(Liberazione 21 febbraio 2009)



 

 

Ordine del giorno della Direzione nazionale del Prc

 

Odg della Direzione nazionale dell'11.2.2009 

Le prossime elezioni europee avvengono proprio mentre è evidente, in tutto il mondo, il fallimento del modello del capitalismo globalizzato. Siamo di fronte ad una crisi di carattere sistemico, non solo economica e finanziaria, ma sociale, alimentare, energetica, ambientale, che sta scuotendo l’intero pianeta. La crisi della globalizzazione capitalista conferma la scelta riaffermata al Congresso di Chianciano del PRC , ovvero quella del  rilancio del progetto strategico della rifondazione comunista e di ripresa del percorso cominciato a Genova e proseguito con la grande esperienza partecipativa dei Social Forum, quello della sua internità al movimento mondiale contro la globalizzazione capitalistica e la crisi economica che questa ha prodotto.  

In Europa ciò richiede il rafforzamento dell’unità della sinistra antiliberista, anticapitalista e delle forze comuniste, sia nell’ambito del Partito della Sinistra Europea sia in quello del Gruppo Parlamentare Europeo della Sinistra Unitaria Europea-Sinistra Verde Nordica. L’Europa di Maastricht mostra oggi tutti i limiti di una costruzione fondata sul primato del mercato sulla democrazia, sul dogma monetarista che ha imposto politiche finanziarie ed economiche che hanno prodotto aumento delle disuguaglianze, privatizzazioni dei servizi pubblici e controriforme dei sistemi di welfare su tutto il continente, congiuntamente alla precarizzazione del lavoro, alla deregolamentazione dei mercati e alla discriminazione dei migranti. Una discriminazione che si è tradotta nell’accentuarsi della guerra tra poveri, nel perpetuarsi di condizioni di subalternità giuridica nell’accesso ai diritti di cittadinanza reale, nell’approvazione di vere e proprie “leggi razziali”.

Quest’Europa è quella che viene confermata dai contenuti del Trattato di Lisbona e contro cui si sono espressi i popoli europei che hanno potuto pronunciarsi. Neoliberista e allo stesso tempo ademocratica. Un’ Europa a misura delle banche e non dei popoli. Dove il potere è sempre di più nei governi e sempre meno in assemblee democraticamente elette.  Un’Europa che è stata fin qui subalterna alla Nato e complice della guerra preventiva, incapace di proporre una politica di pace e di disarmo.

Questa Europa si è retta su una grande coalizione, formata dai più grandi partiti europei, in primis popolari e socialisti, che sono responsabili di queste politiche liberiste e che hanno praticato una costruzione mercantile e non politica dell’Europa. E’ dunque necessario contrastare fortemente questa grande coalizione e costruire l’alternativa alla lunga stagione del neoliberismo.

La Direzione Nazionale decide quindi di dar vita ad un percorso di costruzione della lista in vista delle elezioni europee, aperto e in relazione con i soggetti e le forze del movimento altermondialista, anticapitalista, comunista, femminista, LGBTQ, ambientalista, sindacale. Sulla base del Documento Congressuale, la Direzione nazionale decide pertanto di promuovere una lista da presentare alle prossime elezioni europee che, partendo dalla presentazione del simbolo di Rifondazione Comunista-SE, condivida la scelta di appartenenza al GUE-NGL,  unisca tutte le forze anticapitaliste, comuniste, di sinistra, sulla base di contenuti alternativi al progetto di Trattato di Lisbona e all’impostazione neoliberista e militarista dell’ Unione Europea.

La proposta che avanziamo è quella di una lista, che si ponga l’obiettivo di rovesciare queste politiche economiche e sociali antipopolari, che hanno prodotto la crisi, a partire dal programma elaborato dal Partito della Sinistra Europea. Con un percorso partecipato, vogliamo quindi costruire, riconoscendo la non autosufficienza di Rifondazione Comunista, una lista che sia un concreto segnale di unità della sinistra di alternativa; lista di cui siano protagonisti tutti i soggetti che stanno pagando la crisi e tutti i movimenti che si stanno battendo contro le politiche neoliberiste che l’hanno causata: lavoratori, precari, donne, giovani, studenti, pensionati e migranti. Una lista che faccia sue le ragioni di chi in questi anni e in questi mesi sta lottando, nella scuola e nei luoghi di lavoro, per la giustizia sociale e la libertà femminile, che sappia opporsi al razzismo e all’offensiva clericale del Vaticano. Che si batta per un intervento pubblico finalizzato alla riconversione sociale e ambientale dell’economia, per la redistribuzione del reddito, contro la guerra, le spese militari e per il disarmo europeo. Una proposta che rivolgiamo ai tanti e alle tante che da Genova in poi hanno animato l’esperienza dei Fori sociali e che hanno contribuito a dare gambe e sostanza all’idea di un’altra Europa possibile.

Una lista da costruire attraverso una grande partecipazione di tutti coloro che decideranno di farne parte e di sostenerla, al fine di unire e consolidare le forze che in Europa si battono per una uscita da sinistra dalla crisi, per un’alternativa al liberismo e alle fallimentari politiche della grande coalizione fra popolari e socialisti europei. Una lista per un’altra Europa possibile: dell’uguaglianza, della pace, della giustizia sociale ed ambientale , dei diritti e delle libertà.  

In questa prospettiva è necessario sviluppare il massimo di iniziativa per evidenziare il percorso politico e di lotta per l’altra Europa, sostenendo e partecipando alle iniziative di movimento già in cantiere e decise dal forum Sociale di Belem, fra le quali il 28 marzo a Londra contro il G20, il 4 aprile a Strasburgo contro la NATO, l’8-10 luglio in Sardegna contro il G8.

 

Approvato con 3 astensioni

 

 

Fuori dai palazzi per una politica di massa

di Paolo Ferrero

Vi sono epoche storiche in cui il tempo sembra scorrere più veloce, in cui si producono cambiamenti repentini, in cui ciò che due mesi prima appariva impossibile viene considerato normale.
Vi sono epoche in cui i giorni valgono anni.
Io penso che oggi stiamo attraversando una di queste epoche.
La crisi che ha investito il sistema capitalistico a livello mondiale è destinata a modificare pesantemente le nostre vite.
In Italia questa crisi sarà particolarmente pesante e oggi cominciamo ad averne una qualche consapevolezza.

In Italia più di un milione di persone perderanno il proprio posto di lavoro.
Di questi la metà non avranno alcuna forma di sostegno del reddito.
Molti stavano pagando il mutuo per la prima casa e la perderanno.
La paura per il futuro tende a sostituire l'incertezza e l'insicurezza che già caratterizzavano gli ultimi anni.

La crisi non durerà pochi mesi, ma è destinata a durare a lungo perché non è frutto di un incidente di percorso degli speculatori finanziari ma è il frutto maturo della globalizzazione capitalistica.
In questi venti anni è raddoppiato il numero di lavoratori salariati a livello mondiale e parallelamente è sceso il salario relativo.
In questi anni ovunque nel mondo e in particolare in Italia sono aumentati i profitti e le rendite ed è diminuita la massa salariale e le pensioni.
Questa iniqua distribuzione del reddito è all'origine della crisi: i lavoratori non hanno i soldi per comprare le merci che producono.
I padroni non hanno nuovi mercati verso cui indirizzare la produzione eccedente.
Da questa crisi non si esce senza un rovesciamento della distribuzione del reddito e senza una radicale messa in discussione delle tipologie di produzione e della stessa mercificazione dei valori d'uso.

Nello stesso tempo, il sistema politico italiano vive una crisi irrisolta. Il passaggio dalla prima alla seconda repubblica non ha dato luogo ad una costruzione stabile, ma piuttosto ad una costruzione fragile.
Il ricorso sempre più diffuso al populismo e il continuo scontro tra poteri dello stato ne è un chiaro indizio.
Quella italiana, più che una lunga transizione, sembra alludere ad una sorta di crisi della repubblica di Weimar al rallentatore.


Una crisi costituente
Per queste ragioni io penso che ci troviamo di fronte ad una crisi "costituente", ad un punto di passaggio che modificherà radicalmente il quadro dei rapporti sociali, delle culture dominanti, delle rappresentanze politiche.
La crisi - questa è la mia tesi - ha una valenza qualitativa simile alla crisi del '29 e - in scala ridotta - alle guerre mondiali.
Questa crisi non è un passaggio ma una fucina da cui il materiale che entra viene radicalmente trasformato.

In questa situazione, potenti forze operano per una uscita da destra dalla crisi.
Oltre a Confindustria, il governo nel suo impasto di populismo reazionario e politiche economiche antisociali propone nei fatti come sbocco la guerra tra i poveri, o meglio, una gestione autoritaria della frantumazione del conflitto sociale.
Il Pd non va oltre alcune suggestioni da borghesia illuminata; accetta la riforma della contrattazione e il peggioramento dell'iniqua distribuzione del reddito isolando la Cgil e risponde alla sua crisi strategica - non è in grado di assumere una posizione chiara su nessun tema - forzando il carattere bipartitico della politica italiana e provando a distruggere la sinistra.

Le altre forze politiche presenti certo non sono in grado di rovesciare questa tendenza.
Di Pietro ha accumulato consensi agitando l'antiberlusconismo e costruendosi una posizione di rendita sull'ignavia veltroniana, ma non propone alcun elemento progettuale in grado di prefigurare una uscita dalla crisi.
Una parte della sinistra di alternativa - tra cui i compagni e le compagne usciti dal Prc - ha piegato il tema dell'alternativa all'interno della gabbia dell'alternanza, condannandosi così all'impotenza.

Il nostro progetto
Il nostro progetto al contrario propone una uscita da sinistra dalla crisi. Visto il carattere delle classi dominanti e delle rappresentanze politiche, proponiamo una uscita in basso a sinistra dalla crisi, perché non è all'orizzonte nulla di simile a quanto si è prodotto negli Stati Uniti con la vittoria di Obama.
In altri termini non è alla portata un governo che persegua un New Deal comunque inteso, per cui la costruzione di uscita da sinistra dalla crisi deve necessariamente passare per una costruzione dal basso, in termini di conflitto, di vertenzialità, di progettualità, di costruzione di relazioni sociali solidali ed egualitarie.

Il nostro progetto si può così declinare: ridistribuire reddito, ridistribuire potere, riconvertire l'economia in senso ambientale e sociale attraverso un intervento pubblico forzato dal conflitto sociale.
Questo progetto, per potersi realizzare, deve muoversi su più livelli: il conflitto sociale, la battaglia culturale, la pratica mutualistica della solidarietà, la riproposizione sul terreno della politica della prospettiva dell'alternativa.

A tal fine dobbiamo ripensare completamente il modo di essere e di agire del nostro partito.
Occorre evitare qualsiasi continuismo e burocratismo interno.
Il peggior ostacolo che oggi noi abbiamo è costituito dall'incapacità di capire che la realtà si è rimessa in movimento e nel pensare che si tratta di resistere, di aspettare che "passi la nottata".
Noi non siamo impegnati a fare una traversata del deserto in cui si tratta di resistere.
Non siamo gli ultimi sopravvissuti di un esercito sconfitto chiamati a far la guardia a cosa resta di un passato glorioso dopo che la guerra è finita.
Siamo dentro una guerra di movimento in cui le identità sociali, politiche e culturali che abbiamo ereditato sono messe pesantemente in discussione, disarticolate dalla crisi, ma anche disponibili al conflitto ed a cercare una via di uscita.
Il problema oggi è la capacità di abbandonare completamente un atteggiamento di testimonianza e di propaganda per assumere una linea di massa che sappia interagire con la novità introdotta dalla crisi e su questa costruire le opportune alleanze e convergenze.

Questo, a mio parere, significa fare tre cose.

In primo luogo essere costruttori di conflitto.
Lo sciopero di Fiom e Funzione pubblica del 13 febbraio e il percorso di lotte pensato dalla Cgil così come le lotte che metterà in piedi il sindacalismo di base, non sono fatti sindacali.
Sono la principale risorsa di mobilitazione su cui innervare un tentativo di uscita a sinistra dalla crisi.
Dobbiamo lavorare a generalizzare queste lotte e a costruire mille punti di aggregazione, mille vertenze sul territorio.
La rivendicazione di estendere gli ammortizzatori sociali a tutti coloro che perdono il lavoro - qualsiasi sia il lavoro, dai precari, ai dipendenti delle aziende artigiane, a tutta la platea del lavoro subordinato - è, da questo punto di vista, obiettivo centrale della piattaforma.

In secondo luogo essere costruttori di pratiche mutualistiche e di solidarietà, di vertenzialità con gli enti locali, per combattere la solitudine delle persone, dare risposte concrete a problemi concreti e creare legami comunitari solidali.
Nessuno deve essere lasciato solo nella crisi.

In terzo luogo dobbiamo dare forma al progetto, dobbiamo trasformarlo in bandiere, slogan, ideali, proposta politica.
Dobbiamo demistificare il carattere non naturale della crisi e unire le rivendicazioni materiali con la lotta al razzismo e al sessismo.
Dobbiamo unire la richiesta della redistribuzione del reddito con la proposta dell'intervento pubblico per la riconversione ecologica e sociale dell'economia.
Dobbiamo cioè avere chiaro che il nostro "essere comunisti" deve essere oggi completamente piegato al nostro "fare i comunisti", cioè al nostro
costruire qui ed ora il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente.

Non è poco ma non è impossibile.
Soprattutto è indispensabile.

(1 Febbraio 2009 www.rifondazione.it)
 

 

Il Prc deve ritrovare il suo popolo

 

di Marzia Bonacci

 

Il Prc deve ritrovare il suo popoloUna parte della minoranza che al congresso estivo di Chianciano aveva animato la mozione 2 ha scelto sabato scorso, sempre a Chianciano, di lasciare il partito. Un'altra invece ha optato per restare. Il Prc vive uno momento importante, perde esponenti come Vendola o Giordano, dopo una lunga stagione di alta tensione interna che ha avuto il suo apice con il caso Sansonetti, mentre incombe la crisi economica e si avvicinano le scandenze elettorali. Con Claudio Grassi, responsabile organizzazione, abbiamo commentato questi recenti avvenimenti, cercando di capire quali sfide future attendono il partito e come questo intende rispondere.   

Sabato, con un'assemblea a Chianciano, parte della mozione 2 che ha animato il congresso di luglio, con in testa Nichi Vendola, ha scelto di lasciare ufficialmente il partito. Come valuti questa decisione?
Una scissione è sempre una esperienza negativa, avrei preferito che non si realizzasse. Detto questo, non possiamo che prenderne atto.

Coloro che lasciano il partito sostengono che la vostra segreteria ha reso impossibile la loro permanenza perché ha soffocato lo spazio di agibilità politica, cioè li ha di fatto isolati e costretti al silenzio. Come rispondi a questa critica?
E' una accusa che contesto perché non vera, perché smentita dalla realtà. Fin da subito dopo il congresso di Chianciano la prima proposta che abbiamo rivolto, come maggioranza, alla minoranza della mozione 2, è stata quella di partecipare alla segreteria. Un comportamento, il nostro, completamento opposto a quello avuto dal  segretario Bertinotti in occasione del precedente congresso. Sempre a Chianciano abbiamo confermato un tesoriere che aveva sottoscritto il secondo documento ed abbiamo eletto un presidente del collegio di garanzia che, anche lui, aveva firmato la seconda mozione. Se vogliamo attenerci ai fatti, quindi, la critica non ha fondamento.

Eppure i vendoliani che lasciano il Prc vi rimproverano di aver cancellato la democrazia interna, il dissenso e la critica verso la maggioranza del partito, citando il caso Sansonetti come emblema del vostro scarso senso democratico...
Il caso Liberazione è stato usato in modo scorretto. Il punto da cui partire per comprendere quanto è accaduto è che la nostra maggioranza si è trovata a rapportarsi non con un giornale di partito critico o autonomo rispetto a questo stesso partito -condizione che non avrebbe creato alcun problema-, bensì con un organo di informazione che all'indomani di un Congresso in cui si decideva di puntare sul rilancio del Prc, proseguiva ad essere il megafono di un progetto politico opposto, cioè quello dello scioglimento del Prc. Questo ci ha spinto a cambiare direzione: non c'è nessun giornale politico che sostiene il contrario di ciò che propone il partito di riferimento.
La questione perciò non ha avuto a che fare con la necessità che un quotidiano partitico dia conto del dibattito interno ad esso, che consideriamo scontata.
Inoltre vorrei ricordare che anche prima della direzione di Sansonetti Liberazione era un organo di informazione autonomo, non è mai stato un megafono passivo e acritico del Prc, ma si confrontava con esso. Greco sarà un direttore fedele a questa ispirazione, cioè indipendente ma in rapporto di confronto col partito.

Come valuti la nuova operazione a cui Vendola e i suoi si apprestano ad impegnarsi?
La proposta politica sostenuta da questi compagni incontra non pochi problemi. Il primo consiste nel dato per cui, come già da settimane abbiamo avuto modo di verificare, una parte significativa della mozione 2 ha deciso di restare. Il secondo risiede nella scarsa omogeneità di prospettive che si ravvisano tra coloro che hanno scelto di uscire: alcuni hanno dichiarato di voler lasciare da subito, mentre altri hanno richiesto più tempo. Per questo la scissione mi sembra una operazione sbriciolata. L'altro elemento di difficoltà sta nel fatto che più si scende verso il basso, raggiungendo i territori, più le dimensioni della scissione si riducono fino a scomparire nei circoli. C'è poi un altro aspetto che mi ha molto colpito in questa discussione dei compagni che lasciano il nostro partito.

Cioè?
Una parte dei vendoliani, per voce di autorevoli rappresentanti, sostiene che se si spaccasse il Pd e D'Alema fosse libero di diventare il nuovo riferimento del partito della sinistra, essa sceglierebbe questa nuova casa come propria. Noi avevamo detto da subito che intravedevamo in questa scissione una svolta a destra e il superamento delle ragioni del Prc: ecco che oggi, di fronte a tali dichiarazioni, possiamo dire che la nostra  previsione non era una forzatura politica irrealistica.

Ti riferisci a quanto dichiarato da Rina Gagliardi?
Dalla Gagliardi, ma anche da Gianni e altri ancora. Vorrei specificare che una possibile spaccatura del Pd, con la conseguente nascita di un partito socialdemocratico, è una eventualità che anche io reputo positiva. Ma alcuni esponenti che stanno lasciando il partito fanno di più: la indicano come la loro casa politica, il proprio spazio per fare politica. Ma allora, mi chiedo, perché hanno militato tutti questi anni nel Prc e non nel Pds? Magari dando una mano a fortificare la componente maggiormente di sinistra della socialdemocrazia?
Mi dispiace ma non posso non sottolineare come questi compagni, che hanno sottoscritto la mozione 2 e oggi però lasciano il partito, abbiano giocato di ambiguità: al congresso infatti non hanno apertamente affermato di voler superare il Prc, di voler attuare una scissione. Quando noi sostenevamo che questo era il loro sbocco, ci hanno sempre contestato, affermano che non fosse vero.

I vendoliani che lasciano sostengono che rispetto a luglio, al congresso, lo scenario sociale e politica sono cambiati...
Si, sono cambiati il contesto sociale e politico, ma resta il fatto che si erano impegnati a restare nel Prc...Invece oggi organizzano una scissione cercando di approdare in un partito non comunista. Insomma hanno occultato i veri obiettivi che volevano perseguire.

Tu citavi il comunismo come un vostro riferimento ideologico, mentre affermi che i vendoliani lo vogliano mettere in soffitta. Qual è il comunismo a cui guarda il Prc nel 2009?
Anche su questo consentimi una critica. Il modo con cui i compagni che se ne vanno hanno rappresentato il nostro dibattito in merito al nostro profilo ideologico-culturale è stato scorretto perché lo hanno alterato artificiosamente riducendolo ad un ripiegamento vetero-identitario. E' stato un escamotage per giustificare le loro scelte. L'attuale Prc non vuole rinunciare alla propria identità, perciò mantiene ferma la questione del comunismo, ma sempre col sostantivo della rifondazione, che ci consente di non dimettere lo sguardo critico verso la nostra storia passata per fare tesoro degli errori commessi. Perciò ci siamo chiamati fin dall'inizio Rifondazione comunista.

Quale sono le sfide che attendono il Prc? Su cosa lavorerete?
Il senso di questa Rifondazione, come detto a Chianciano in occasione del congresso, è quello di uscire dalla crisi politica vissuta "in basso a sinistra". La nostra prima aspirazione è ricostruire una connessione sentimentale con il nostro popolo compromessa da due anni di governo. Tornare ad essere attivi e visibili nella società. Da qui nasce un impegno del partito a sostegno dello sciopero del 13 febbraio, da qui nasce l'esigenza di mettere al centro della nostra azione politica la crisi economica e il contrasto alle misure (inadeguate) decise dal governo. Su questi temi staimo cercando di costruire faticosamente iniziative e propaganda. Lavoro, ammortizzatori, precariato, migranti, questione di genere, ambiente: sono questi i cardini della nostra azione.

Già la questione di genere. Anche questa è entrata nella polemica sul caso Sansonetti: la minoranza vi criticava accusandovi di voler azzerare quella direzione che più di tutte aveva aperto il giornale alle tematiche di genere, alle rivendicazioni femministe...
Cosa che non abbiamo intenzione di fare perché restano un tema centrale della nostra prospettiva politica, anche e soprattutto in un contesto di crisi economica: le lavoratrici sono quelle che più pagano la crisi e le misure che si vorrebbero attuare per uscirne. Penso alla proposta del governo sulla crescita dell'età pensionabile delle donne.

Dal punto di vista pratico cosa sta facendo il Prc?
Sta rimettendo in piedi la macchina organizzativa: il giornale, perché esca dalla crisi, e poi il rilancio del tesseramento.

Un ultima domanda non può che riguardare l'appuntamento elettorale di giugno. La vostra linea, vincente al congresso di Chianciano, punta sulla corsa in solitaria alle europee di Rifondazione. Ma se dovesse arrivare una riforma del sistema di voto con uno sbarramento del 4%, rivedrete le vostre posizioni, magari accogliendo la proposta che viene da più parti di un cartello elettorale per evitare una polverizzazione della sinistra?
Il cartello elettorale è una ipotesi che ha già fallito ad aprile scorso. In nome di una emergenza, come appunto lo sbarramento alle europee, non si può pensare di incassare voti con un assemblaggio indistinto, perchè saremo nuovamente puniti dagli elettori. Col cartello elettorale si creerebbe un serraglio di formazioni che pur correndo insieme, poi siederebbero in Europa in gruppi parlamentari diversi: Sd con il Pse, il Prc con il Gue e via di seguito. Come potrebbero allora votarci gli elettori? Non saremmo credibili ai loro occhi.
Questo però non vuol dire non essere interessati all'unità della sinistra.
Si deve lottare contro lo sbarramento e la riforma elettorale, poi qualora fosse attuata e con uno sbarramento alto, il Prc comunque si presenterebbe con il proprio simbolo e la propria lista, ma aprendola alle altre forze che con Rifondazione condividono lo stesso gruppo di adesione europeo e le istanze programmatiche. Il Prc è aperto alle forze comuniste.

Tu parli del Pdci, che però con il segretario Diliberto vi chiede una riunificazione. Che ne pensi di questa ricomposizione fra i due partiti comunisti?
Le ricompattazioni non si attuano perché ci sono le elezioni, ma si fanno partendo dalla lotta comune nei territori: circostanza che se avviene non può che rendermi felice. In una competizione elettorale si possono invece trovare intese elettorali, che nel nostro caso si fondano sulla possibilità di aprire le liste del Prc.  


 

 

Quante Rifondazioni per la sinistra?

 

di Marzia Bonacci

Qualcuno se ne va e qualcun altro resta. E' questo il quadro che emerge dopo l'appuntamento di sabato a Chianciano, dove si è riunita l'area Rifondazione per la sinistra, animata da quanti al Congresso di luglio hanno sottoscritto la mozione 2, primo firmatario Vendola. In occasione dell'incontro del week end una parte di questa area politico-culturale, il governatore pugliese in testa, ha deciso di lasciare il partito, mentre un'altra parte si è espressa per rimanere. Un uscita, quella di Vendola e Giordano, che avviene individualmente e sulla base di un documento politico che ha come primo firmatario l'ex capogruppo alla Camera Migliore.

Scissionisti e anti-scissionisti, per semplificare, forse troppo ma comunque inevitabilmente. Con i primi che hanno già annunciato la nascita di un movimento politico -Rps, con tanto di simbolo e stella rossa, ma che non è un partito- e gli altri che si affrettano a precisare che comunque l'area è tutt'altro che sciolta ma anzi, viva e vegeta, si incontrerà il prossimo fine settimana a Roma per stabilire come continuare a lavorare per il processo costituente di un nuovo partito da dentro Rifondazione. Una prospettiva che non rinuncia al percorso verso un soggetto unico della sinistra ma che rimane dentro il Prc, pur senza operare sconti verso l'attuale segreteria di Ferrero, rispetto a cui permane una distanza politica e un accento polemico.

Ma non meno polemico sembra essere il confronto al loro interno, tanto che Augusto Rocchi, che ha sottoscritto il documento 2 e fa parte dell'area Rifondazione per la Sinistra che però rimane, mette in guardia i compagni andati su ogni copyright: "Non si capisce perché dovremmo cambiare nome" visto che "la mozione Rifondazione per la Sinistra è di proprietà di 20mila iscritti che l'hanno votata, non certo di chi decide di andarsene dal Prc". Non condividono dall'altra parte. Con sabato Vendola e la stragrande maggioranza della sua componente, sostengono gli scissionisti, "hanno deciso di considerare conclusa questa esperienza, di uscire dal Prc e pertanto di considerare sciolta l'area di Rifondazione per la Sinistra per dar vita a un nuovo 'Movimento per la Sinistra".
Ragione per cui non si comprenderebbe perché coloro che restano debbano continuare ad usare quel nome: "si tratta di una realtà profondamente diversa da quella nata al termine del congresso di luglio. Sono ovviamente liberissimi di chiamarsi come vogliono, ma sarebbe utile per tutti evitare di diffondere equivoci e di produrre confusione dannosa per tutti".

Comunque sul tema si ritornerà nelle prossime ore e la polemica sembra destinata a non sgonfiarsi. Nel frattempo una parte conferma di restare nel Prc pur mantenendo l'obiettivo del partito della sinistra e non nascondendo la distanza con l'attuale maggioranza di Rifondazione. Sempre Rocchi ci spiega quale sarà il senso dell'incontro di sabato a Roma. "Ci vedremo, insieme ai membri del Cpn, ma speriamo anche di arrivare a far partecipare un rappresentante per federazione, con l'intento di delineare la strada della futura battaglia politica da condurre dentro il Prc". La scelta di restare, a suo dire, è confermata anche dal clima che ha registrato a Chianciano, quando una parte dei suoi compagni, in primis Vendola e Giordano, hanno deciso per l'addio a Rifondazione: "Mi aspettavo maggiore entusiasmo da parte chi ha scelto di incamminarsi verso una nuova avventura lasciando un partito in cui ha militato per anni. Invece i dissensi e i maldipancia non sono mancati", ci dice, spiegando anche l'origine di questa sofferenza. "La scelta di lasciare il Prc si fonda su un progetto politico che manca di chiarezza: si esce per andare dove, a fare cosa, e con chi?". Sono queste le domande su cui a suo dire "permangono troppe ombre". Rocchi, queste oscurità che aleggiano sulla decisione di Vendola e compagni, le esemplifica senza troppi giri di parole: "Da una parte si dice che non si vuole costruire un nuovo partito, però poi si annuncia una lista unitaria con simbolo unico alle prossime elezioni: il che, tradotto, rappresenta i prodromi di una nuova futura formazione. Se non bastasse poi ci si sbilancia nel dichiarare che la lista elettorale è l'avvio e non la fine del nuovo soggetto politico. Allora nasce o no questo partito? Ecco, sul tema c'è confusione. Troppa". Per Rocchi, nonostante le strade scelte siano diverse, il lavoro comune continua: "Ma con i fuoriusciti e con tutta la sinistra, cioè le associazioni, il Prc, il Pdci". Del resto, secondo lui anche la futura tornata elettorale, con la possibile riforma del sistema e l'introduzione dello sbarramento al 4%, rende questo sforzo comune inevitabile: "Io continuo a battermi per un cartello elettorale della sinistra tutta e credo sia un obiettivo che si può centrare". Sul no fino ad ora espresso da Ferrero, che ha continuato ad insistere sulla corsa elettorale del partito con il suo simbolo, tutta al più con liste aperte all'esterno, Rocchi si dice ottimista: "Ferrero è contrario al cartello elettorale se permane questa legge, ma con lo sbarramento che si profila forse potrebbe cambiare idea. E' questione della sopravvivenza di tutte le formazioni della sinistra", ci spiega. E la sopravvivenza o meglio il futuro della sinistra non potrà che intersecare anche il Pd e ciò che accadrà in esso. "I democratici hanno fallito e le elezioni potrebbero essere una ulteriore sconfitta. Cosa succederà allora? Quali nuovi equilibri si apriranno dopo giugno? La riposta che il Pd darà alla sua crisi riguarderà anche la sinistra", dice l'ex senatore del Prc.

Riecheggia nella riflessione di Rocchi, un'eco nemmeno troppo lontana del recente intervento di Rina Gagliardi. Tra coloro che lasciano il partito, dopo essere stata tra le colonne portanti del progetto della Rifondazione ridisegnata da Bertinotti, l'ex senatrice in un colloquio con Barenghi su La Stampa ha delineato le sue speranza per il futuro della sinistra, anche rispetto al Pd. E' la stessa Gagliardi che ci spiega perché ha scelto la strada tracciata da Vendola, rifiutando di ridurla ad una scissione: "perché non è tale e perché non è nato nessun partito, bensì un movimento per la sinistra". Contesta, l'ex senatrice, la riduzione del dibattito "a chi resta e chi lascia", perché "questo è un problema secondario e perché la discussione di Chianciano non si è svolta su questo". Qual è il punto lo indica brevemente in poche parole: "Sabato si è trattato di un'operazione positiva, che punta sul far nasce il nucleo di una sinistra nuova e aperta". Certo, un'operazione positiva di innovazione "che non esclude l'iniziativa elettorale". Anche se per discutere di questo i tempi non le sembrano maturi vista l'incertezza sul tipo di modello con cui si voterà. Se si andasse comunque con lo sbarramento del 4% -"una cosa gravissima ma che temo sia l'unica possibilità per il Pd per evitare una sconfitta netta"- si pone un problema "per tutti". Tanto che il cartello elettorale della sinistra per non venire polverizzata da tale mannaia, al centro della proposta della sua area ma bocciata dal Prc di Ferrero, potrebbe tornare in auge: "uno sbarramento così alto potrebbe spingere tutti a rivedere le proprie posizioni". Con questo sistema, invece, si potrebbe pensare ad una lista con Sd e Pdci? "Meglio evitare un'operazione politicistica. Non sono sicura che conquisti la credibilità che merita un progetto come il nostro, il quale non può misurarsi con questa precocità solo su un risultato elettorale. Certo le elezioni ci sono...". Anche sul partito unico la Gagliardi ammette di avere solo "pensieri fluidi". Quel che è sicuro è che "mi riconosco in Vendola: il nostro non è un nuovo partito ma un nuovo partire. Una frase che prendo sul serio".
C'è poi il tema del Pd, "che rischia una implosione, dunque non solo una crisi della leadership di Veltroni, ma proprio il tracollo del suo progetto". Non c'è questione rilevante su cui abbia posizione comune -"soprattutto sul sindacato, come dimostra il caso ultimo della riforma contrattuale non sottoscritta dalla Cgil"-, per non parlare delle evidenti tendenze centriste. In questo quadro, dice la gagliardi, "sarebbe bene che il Pd prendesse atto del suo fallimento. Se questo accadesse, magari dopo un risultato non soddisfacente alle europee, si riaprirebbero prospettive interessanti, anche per la sinistra". Perché? "Perché c'è una parte che intende andare verso una posizione socialdemocratica, mentre un'altra spinge verso il centro. E questo non può che interessare chi pensa in Italia al tema della ricostruzione della sinistra". Quella parte che spinge in direzioni socialdemocratiche si chiama però D'Alema? "Si, ma questo non significa che l'aspirazione sia quella di andare tutti sotto la sua ala. D'Alema certamente sta marcando una differenza politica interessante nel Pd, che risponde ad un dato oggettivo, cioè che una parte del popolo democratico e dei suoi militanti ritiene di aver fatto una scelta di sinistra...". (AprileOnline 27 gennaio 2009)


 

 

Prc: i segretari e le scissioni

 

Dicembre 1991: Nasce il Partito della rifondazione comunista.Il primo segretario nazionale è Sergio Garavini. Gennaio 1994: Fausto Bertinotti è nominato segretario del Prc. Il piccolo gruppo Iniziativa comunista abbandona il partito. Giugno 1995: scissione dei Comunisti unitari (poi confluiti nei Ds).
Aprile 1996: la deputata Mara Malavenda lascia il partito e fonda i Cobas per l’autorganizzazione.
Novembre 1997: scissione della Confederazione Comunisti/ e Autorganizzati (Cca).
Ottobre 1998: in seguito a una scissione, nasce il Partito dei comunisti italiani. Gennaio 2000: scissione di Democrazia Popolare (Sinistra Unita), poi confluita nel Pdci. Aprile 2006: esce dal Prc il gruppo trotzkista Progetto Comunista - Rifondare l’Opposizione dei Lavoratori (poi Partito di Alternativa Comunista).
Maggio 2006: Franco Giordano è eletto segretario del Prc, dopo la nomina di Bertinotti a Presidente della Camera.
Giugno 2006: da una scissione nasce il Partito comunista dei lavoratori. Dicembre 2007: la componente trotzkista “Sinistra critica” del senatore Franco Turigliatto lascia il partito. Luglio 2008: Paolo Ferrero è eletto segretario nazionale del Prc.
Gennaio 2009: la componente “bertinottiana” e “vendoliana”del Prc annuncia l’abbandono di Rifondazione.(La Rinascita della sinistra 22g ennaio 2009

 

Vendola consuma la scissione


di Aldo Garzia
 

Vendola consuma la scissioneOggi e domani si consuma a Chianciano, sede di un seminario dell'ex mozione congressuale che faceva riferimento a Nichi Vendola, una nuova frattura nella storia di Rifondazione. E' la quarta di una certa consistenza, da quando questo partito e' nato nel 1991 dalle ceneri del Pci e aveva come segretario Sergio Garavini.
I protagonisti sono oltre allo stesso Vendola (governatore della Puglia, tra i fondatori di Rifondazione), Franco Giordano (ex segretario), Gennaro Migliore (ex capogruppo alla Camera), Alfonso Gianni (ex sottosegretario allo Sviluppo economico) e tanti ex parlamentari e dirigenti del Prc.
Il luogo dello strappo definitivo è Chianciano, proprio quella sala congressi dove sei mesi fa Paolo Ferrero fu eletto segretario del partito dal congresso del Prc, ribaltando i pronostici che davano per vincente la candidatura di Vendola alla segreteria (la mozione di quest'ultimo aveva in partenza il 47% dei voti dei delegati).

Dice Vendola, confermando l'addio al Prc: "Occorre ricostruire una sinistra curiosa del mondo che cambia, all'altezza delle sfide del tempo presente, fatta di sentimenti buoni, di capacità di stare nella realtà, di conoscere i territori e i luoghi di lavoro". Il contrario di quello che starebbe facendo l'attuale Prc.
Aggiunge Vendola: "Non provo acrimonia verso Ferrero e il suo gruppo dirigente. Sono sereno perché faccio ciò che sento sia giusto fare. Rifondazione è stata la mia casa e questo addio non è un partire indolore".

Un gruppo di firmatari della mozione congressuale di Vendola di sei mesi fa ha però annunciato nei giorni scorsi di voler restare nel Prc. Tra questi: Milziade Caprili, ex vicepresidente del Senato, Giusto Catania, europarlamentare, gli ex parlamentari Augusto Rocchi, Matilde Provera e Luigi Comodi, l'ex sottosegretario Rosa Rinaldi, Raffaele Tecce, responsabile enti locali, Tommaso Sodano, responsabile ambiente, Sandro Valentini della direzione Prc.
Vendola ha parole anche per chi resta in Rifondazione: "A quelli di noi che condivideranno la mia scelta, voglio dire che non dobbiamo sentirci avversari di Rifondazione. E soprattutto ai compagni che scelgono di continuare la propria lotta dentro il partito voglio esprimere gratitudine per aver condiviso una bella battaglia, e perché sono certo che continueranno a battersi perché nasca una sinistra nuova".
Dallo scorso luglio in poi c'è stato un tiro alla fune tra Vendola e Ferrero che ha avuto per oggetto il rilancio o meno dell'ipotesi di una costituente della sinistra (Ferrero ha optato per la ricostruzione del Prc) e le sorti del quotidiano 'Liberazione' (Dino Greco, in sintonia con la nuova segreteria del partito, ha sostituito Piero Sansonetti).

L'analisi dei vendoliani è abbastanza simile a quella che proprio oggi Fausto Bertinotti, ex leader indiscusso di Rifondazione dedito attualmente più alla ricerca politica che all'azione, sviluppa in una intervista a l'Unità: "L'attuale assetto della sinistra è non solo inadeguato ad affrontare la realtà, ma impedente per una rinascita. E quindi va spezzato. Solo così può esserci un vero big bang, il nuovo inizio di cui c'è bisogno".
Vendola, Giordano e Migliore tenteranno di condurre "Rifondazione per la sinistra", il nuovo movimento che nasce a Chianciano, verso il big bang auspicato da Bertinotti stringendo maggiormente i rapporti con Sinistra democratica di Claudio Fava e Fabio Mussi.

A seguirli potrebbe arrivare il gruppo guidato da Katia Bellillo, ex ministro, e Umberto Guidoni, parlamentare europeo, che dovrebbe staccarsi dal Pdci di Oliviero Diliberto. Anche la maggioranza dei Verdi della portavoce Grazia Francescato auspica maggiori forme unitarie a sinistra.

Per Ferrero, la scissione capeggiata da Vendola resta "irrazionale, oltre che sbagliata" in quanto "rappresenta una contraddizione da parte di chi pone il problema dell'unità della sinistra". In una conferenza stampa convocata a Milano, ribadisce che "la linea del partito è stata scelta e chiarita da un responso democratico, noi abbiamo da sempre proposto una gestione unitaria".
Ferrero, infine, non cela la sua preoccupazione: "E' una scissione da destra, o verso destra: ovviamente non voglio dire che Vendola sia di destra, sarebbe una sciocchezza.
Tuttavia, il rischio è quello di una subalternità del suo gruppo al Pd che è già imballato per suo conto".

Il primo banco di prova per l'arcipelago della sinistra, già esclusa da Camera e Senato nelle scorse elezioni aprile, quando la lista Sinistra-Arcobaleno non raggiunse il quorum del 4%, sono le elezioni europee del 6 e 7 giugno. Potrebbero fronteggiarsi una lista del Prc (aperta al Pdci di Diliberto) e un'altra denominata "La sinistra" nella quale confluirebbero Sinistra democratica, Verdi, Rifondazione per la sinistra e la maggioranza dei Verdi.
In questa prospettiva, equivale a una doccia fredda l'annuncio che Pd e Pdl potrebbero trovare in extremis un accordo per riformare l'attuale legge elettorale per le europee che prevede la pura proporzionale con uno sbarramento posto al 4% mentre rimarrebbero in vigore le preferenze a disposizione dell'elettore.
In tale eventualità, il quorum del 4% potrebbe tramutarsi in una asticella quasi impossibile da saltare per entrambi i raggruppamenti in cui si sta riorganizzando la sinistra che non si riconosce nel Pd di Walter Veltroni. Proprio oggi però Silvio Berlusconi ha detto di ritenere improbabile il varo di una riforma elettorale in tempi utili.(AprileOnline 26 gennaio 2009)

 

 

Verso la scissione. Individuale

 

di Marzia Bonacci

Mancano poche ore all'appuntamento di Chianciano dove l'area che fa capo a Nichi Vendola discuterà l'uscita da Rifondazione. Poche ore in cui tutto si mette in moto per dare vita ad una scissione che era già presente, anche se in forma potenziale, nelle dichiarazioni e negli atti che hanno accompagnato il Congresso di luglio, quando la maggioranza di Ferrero e Grassi ha dato vita al nuovo corso del partito segnando la fine della lunga fase bertinottiana.

Se qualcuno ha scelto di lasciare la casa comunista, però, altri hanno preso la decisione opposta di restare. Sempre fedeli alla mozione 2 e convinti del processo costituente del nuovo partito della sinistra, alcuni vendoliani hanno optato per rimanere dentro il Prc e condurre dall'interno la battaglia. Nomi noti come Milziade Caprili, Giusto Catania, Marilde Provera, Augusto Rocchi non se la sentono di lasciare via del Policlinico, sebbene la nuova segreteria e il suo progetto politico non li convincano affatto. Ma allo stesso tempo l'ipotesi di abbandonare Rifondazione per accelerare il processo costituente sotto la pressione dei prossimi appuntamenti elettorali rischia, secondo loro, di affossare il futuro nuovo partito. Meglio attendere allora, lavorando nella società e con gli altri soggetti politici (Sd, parte del PdCI e dei Verdi) per rilanciare la sinistra, facendo della formazione partitica un frutto più maturo.

Sono proprio i tempi lunghi l'aspetto che maggiormente preoccupa i vendoliani che hanno scelto di andare via. Restare in un partito in cui non ci si riconosce più, nel progetto politico e nel clima di veleni che lo stanno caratterizzando da mesi, appare per loro insostenibile. Se si aggiunge la recente vicenda della sostituzione di Sansonetti alla direzione di Liberazione, dai vendoliani vissuta come un vero vulnus democratico, il quadro per uscire è presto fatto.

Per ora, comunque, non c'è una decisione di massa ufficiale perché, come ha spiegato Vendola, lasciare il partito è una scelta che per adesso avviene a livello singolo. Sabato a Chianciano, ha spiegato il governatore pugliese, "chiuderemo una stagione politica e faremo i conti con la crisi travolgente della politica", fermo restando che anche la decisione di chiudere con Rifondazione è qualcosa di individuale: "Io parlo per me, non voglio una leva militare, non chiedo un reclutamento. Ognuno deve fare i conti con la propria coscienza", ha infatti spiegato ai microfoni del Tg3 di tarda serata annunciando in via definitiva che lascerà la formazione. Con lui usciranno molti nomi noti: Franco Giordano, Gennaro Migliore, Graziella Mascia, Rina Gagliardi.

A niente valgono gli inviti a restare. L'appello rivolto in extremis per i vendoliani è ormai irricevibile: se si voleva ricucire, è il loro ragionamento, lo si poteva fare nei mesi scorsi. Adesso, a decisioni prese, è troppo tardi. Innescare la marcia indietro non è più possibile e del resto, forse, non è nemmeno ciò che vogliono entrambi, sia la minoranza che l'attuale segreteria. A questa scissione si è arrivati tutti preparati, nel senso che era nell'ordine delle cose fin da luglio e dall'assise di Chianciano: era solo una questione di quando, non di se.

Cade nel vuoto perciò l'ultimo richiamo del responsabile organizzazione Grassi, oggetto di critiche furenti in questi mesi da parte dei vendoliani a cui, di contro, non ha risparmiato mai la polemica. "Non si può inventare un partito ogni due anni - dice Grassi - A sinistra del Pd c'e' Rifondazione, pur con tutti i suoi limiti. Stiamo attraversando un momento difficile, ma si può ripartire". In fondo, sostiene l'ex senatore che ha dato i numeri della sua mozione per consegnare la segreteria a Ferrero, "lo ha fatto la Lega, che per uscire da una crisi gravissima ha puntato con forza su identità e radicamento territoriale, perchè non dovremmo riuscirci noi?".

Grassi non nasconde la sua visione: quella di lasciare il Prc è infatti "una scelta sbagliata" che determina "uno sbocco moderato" perché non "sollecitata da movimenti o istanze di lotta". Tradotto: la scelta dei vendoliani "si incrocia a livello nazionale con Sinistra democratica e a livello europeo con il Partito socialista", cioè il progetto politico sul quale si impegnano è quello di "costruire un partito di sinistra non comunista".

Per questo, la risposta del partito a tale uscita sarà quella di organizzare, proprio per il week end in cui i vendoliani si ritirano a Chianciano, un tesseramento straordinario perché "il futuro ha bisogno di Rifondazione". Che, per coloro che se ne vanno, però, non è la stessa in cui hanno investito Ferrero e la sua maggioranza. (AprileOnline 23 gennaio 2009)

 

"Libera" uscita dal Prc

 

di Marzia Bonacci

Il divorzio è consumato. Anche ufficialmente. Per la scissione vera e propria, intesa come l'uscita dal partito, bisognerà aspettare l'assemblea del 24 gennaio a Chianciano, quando l'area politico-culturale Rifondazione per la sinistra si riunirà per decidere le modalità con cui abbandonare la formazione comunista. Oggi, in occasione della Direzione con cui la segreteria di Ferrero ha sfiduciato alla terza votazione il direttore di Liberazione (28 voti favorevoli, 3 contrari e 2 astenuti), gli ex bertinottiani non hanno infatti partecipato al voto e hanno ratificato le loro dimissioni dall'organo dirigente.

Lasciano in 25 su 28, tre invece restano, gli stessi che oggi in Direzione hanno assicurato il numero legale alla sfiducia. Rocchi, Comodi e Rinaldi, pur criticando la maggioranza e la scelta di azzerare il vertice giornalistico che guida il quotidiano, scelgono di continuare a sedere nel parlamentino comunista (tanto che domani renderanno pubblico un documento che di fatto li unisce come area nuova nel partito), mentre gli altri, tra cui Migliore, Vendola, Giordano, Gagliardi, lo abbandonano perché, come ricordato dall'ex capogruppo alla Camera, "non ci sentiamo più dirigenti di questo partito". Una notizia nota, annunciata da giorni dall'ex segretario, che anche sta mattina faceva sapere come con quella che la sua componente definisce un' epurazione, "si chiude un capitolo importante nella vita del giornale e nelle modalità di vita del partito".

Per quanto riguarda la discussione per uscire definitivamente, specificava sempre Giordano, "si verificherà più avanti". Appunto a Chianciano, la stessa località che a luglio ha ospitato il congresso che ha sancito la fine dell'epoca del lider maximo Bertinotti, aprendo la strada alla stagione di Ferrero e Grassi.

Il clima era ovviamente teso. Il segretario Ferrero, intervenendo in direzione, ha spiegato le ragioni che hanno spinto la sua maggioranza a chiedere la testa di Sansonetti, al cui posto subentrerà il sindacalista cigiellino Dino Greco, che sabato ha sciolto la sua riserva facendo sapere di essere disponibile a sedere al secondo piano di via del Policlinico, dove oggi Sansonetti ha cominciato ad organizzare il suo trasloco in un via vai di persone e esponenti politici venuti a salutarlo. Accanto a lui, un vicedirettore giornalista professionista che lo affiancherà e il cui nome sarà reso noto nelle prossime ore. Riguardo alla sfiducia verso Sansonetti, Ferrero ha parlato di un "atto democratico" che risponde a quanto "hanno deciso compagni e compagne ai congressi di circolo". Un atto democratico che risponde anche a quanto stabilito dall'assise di luglio, perché "il problema è se il giornale è funzionale al progetto della Rifondazione Comunista oppure al suo superamento, legittimo, ma sconfitto dal congresso". Se infatti si riconosce che Sansonetti è "libero di portare avanti tutte le sue battaglie politiche", altrettanto insindacabile è che "non può farlo con i soldi che il Prc destina al suo quotidiano".

Soprattutto perché le casse del partito sono a secco e il giornale ha un deficit che preoccupa, tanto che la segreteria ha scelto la strada della vendita. "Il quasi dimezzamento delle copie vendute, che oggi sono attorno a 6mila" e l'aumento del buco "fino a 3 milioni e mezzo di euro" sono, a detta di Ferrero, altri elementi che giustificano la sua decisione.

Difende dunque il motivo della scelta, ma anche il metodo, rispondendo alle tante accuse piovutegli addosso. La più ricorrente? Essere uno stalinista. Per il segretario, infatti, stalinista è la minoranza che gli ha dato battaglia in questi mesi, presentando "la storia del nostro partito come un unicum del quale qualcuno è erede e qualcun altro no", colpevole di aver usato gli avvenimenti del passato "come forma di delegittimazione del gruppo dirigente". Tipica espressione, a suo dire, della cultura sovietica perché "Stalin scrisse negli anni 30 la storia del partito bolscevico per dimostrare che lui era la perfetta continuità".

Questo è il passato e il presente, per quanto riguarderà il futuro del quotidiano, il segretario ha spezzato una lancia in difesa del prossimo direttore: "non è in arrivo nessun commissario politico -ha detto- ma un sindacalista della Cgil che condivide il progetto politico che ha vinto il congresso di Chianciano". Non si tratta dunque "di un burocrate di partito né di un teleguidato da un segretario paranoico che vede nemici dappertutto", ha risposto ai detrattori, specificando come Greco al contrario sia "un compagno impegnato in tante battaglie che spero riesca a rilanciare Liberazione".

Sul cui corso non ci sono dubbi: al contrario di quanto sostengono gli ex bertinottiani e la stessa redazione, il quotidiano e il Prc "non saranno comunque soltanto espressione di battaglie economiche e sociali, ma continueranno l'impegno sui diritti civili e delle persone come è stato fatto in questi anni", ha spiegato, perché "la parola comunismo tiene insieme libertà e uguaglianza". Anche in questo si legge una risposta difensiva alle critiche di questi giorni che additavano nel nuovo corso di Rifondazione, e quindi anche in quello che si sta per imprimere al giornale, il rischio che fosse abbandonata la grande attenzione per il tema delle libertà civili che ha caratterizzato la direzione Sansonetti. La vicinanza fra Bonaccorsi, l'acquirente che Ferrero vorrebbe per Liberazione, e lo psichiatra Fagioli, noto per le sue esternazioni sull'omosessualità da curare, ha infatti messo in fibrillazione la redazione e i giordano-vendoliani.

Le ragioni politiche e economiche con cui Ferrero ha difeso la sua scelta non hanno convinto la minoranza che, pur spaccata tra chi rimane e chi se ne va, ha comunque criticato unitariamente l'allontanamento di Sansonetti, nella sostanza e nel metodo. Per Giordano, che lascia, i compagni e le compagne della maggioranza non hanno brillato per capacità dialettica e per rispetto della democrazia: "siccome siete andati avanti da soli e della direzione avete dimostrato che non sapete che farvene, io vi dico che d'ora in poi ve la cantate e ve la suonate da soli", ha spiegato all'assemblea mentre ratificava le sue dimissioni insieme a quelle di altri esponenti di peso, come appunto Vendola e lo stesso Alfonso Gianni che, sebbene da sempre scettico sull'idea di uscire adesso dal Prc, ha comunque optato per lasciare la direzione. Mentre amareggiato è stato il commento della Gagliardi: "mi sento cacciata a pedate".

Per la scissione vera e propria, comunque, tutto rimandato a fine mese e all'assemblea dell'area in toscana. Non a caso è lo stesso Vendola, nel corso del suo intervento a dare conto delle prossime settimane. "Oggi più che mai mi appare inutile e anzi dannoso insistere in una sfibrante e sterile rissa a sinistra", ha detto il governatore della Puglia, aggiungendo come "è invece ora di mettere mano alla costruzione di un nuovo percorso, che ci permetta di riscoprire un dizionario culturale e una pratica politica unitaria capaci di contrastare tutte le forme di sfruttamento, discriminazione, ingiustizia e intolleranza e di ricostruire dalle fondamenta la sinistra in questo paese". Un richiamo alla costituente della sinistra a cui la sua area si è impegnata insieme a Sd, parte del Pdci e dei Verdi.

E se nel partito va in scena lo scontro, non meno pesante è l'aria in redazione. Oggi è stato organizzato davanti alla sede del giornale un sit in in segno di protesta con l'allontanamento del direttore, ma anche per ricordare come la questione Liberazione sia anche un caso sindacale, perchè la vendita della proprietà coinvolge e preoccupa molti dei suoi lavoratori, che chiedono garanzie perchè non si sentono tutelati di fronte al possibile acquisto dell'editore fagiolino. Tanto che domani il quotidiano non uscirà per lo sciopero, mentre da domenica è in edicola con un numero dal titolo Lo abbiamo fatto strano. Un numero speciale dedicato agli ultimi 14 anni di lavoro, con alcune vecchie prime pagine: dai fatti di Seattle alla recente morte dello storico direttore Curzi, passando per la pagina lasciata bianca per le morti della Thyssen e quella del "Siamo tutte assassine", dedicata alle iniziative in difesa dell'aborto di un anno fa.

Il cdr è sul piede di guerra. Oltre alla sfiducia di Sansonetti, quello che si critica è che non sia stato ancora nominato un vice, giornalista professionista, che possa affiancare Greco e consentire al quotidiano di uscire: "approssimazione", così definisce la gestione della partita da parte della segreteria il comitato di redazione. Per non parlare della questione della vendita, su cui i giornalisti chiedono garanzie visto che "non sono arrivati i chiarimenti richiesti", scrivono nel loro comunicato. Proprio sul tema della vendita si apre a questo punto un nuovo dilemma, almeno stando a quanto dichiarato da Maurizio Zipponi. Secondo l'ex deputato, sull'eventuale cessione di Liberazione "deve essere il Cpn a decidere" visto che è l'organismo che rappresenta gli iscritti "che sono "i veri proprietari del quotidiano quale partimonio comune". Quel che è certo è comunque sta notte a via del Policlinico le luci saranno spente. Almeno quello della redazione. (AprileOnline 13 gennaio 2009)


 

Rifondazione, é conto alla rovescia?

 

Il conto alla rovescia, per Rifondazione comunista, è cominciato. Giovedì scorso, con una lunga intervista a “Repubblica” l'ex segretario Franco Giordano, oggi tra i principali dirigenti dell'area vendoliana “Rifondazione per la sinistra”, ha di fatto annunciato l'imminente uscita di quell'area dal Prc.

La decisione finale spetterà all'assemblea dell'area convocata per il 24 e 25 gennaio in quella stessa Chianciano dove, in luglio, un cartello composto dalle quattro mozioni di minoranza battè la mozione vendoliana, che aveva ottenuto la maggioranza relativa. Ma, sia pur prive di potere decisionale, quelle di Giordano non sono certo parole in libertà. Tanto più che ieri, dopo una girandola di incontri con lo stesso Giordano, con diversi esponenti dell'area vendoliana e alla fine col segretario Paolo Ferrero, Bertinotti ha benedetto la scissione facendo sapere che “con la destituzione di Sansonetti la Rifondazione che avevamo costruito insieme è diventata irriconoscibile”.

La rimozione di Sansonetti, accusato di promuovere una linea politica diversa da quella "del partito",  si consumerà lunedì. La Direzione del Prc è convocata con all'ordine del giorno la sfiducia al direttore di Liberazione e la nomina dei nuovi direttori. Uno sarà Dino Greco,  ex segretario della Camera del Lavoro di Brescia, purtroppo privo di qualsivoglia esperienza giornalistica. Sul secondo, che dovrebbe invece essere un giornalista vero, regna  il massimo segreto, e non è neppure certo che sia già stato individuato.

A complicare ulteriormente la vicenda, campeggia sullo sfondo l'ipotesi di vendere la testata (pur mantenendo la dizione "quotidiano del Prc" dalla quale dipende l'erogazione dei pingui contributi statali) all'editore Luca Bonaccorsi, piuttosto "chiacchierato" sia per i numerosi contenziosi sindacali con i giornalisti che lavorano nelle sue testate sia per le posizioni assai vicine a quelle del "guru" Massimo Fagioli, a sua volta un ex "bertinottiano" deluso poi dalla scelta di un gay cattolico come Nichi Vendola alla guida di "Rifondazione per la Sinistra". Un bel ginepraio.

I vendoliani negano che la loro scelta sia una diretta conseguenza del caso Sansonetti-Liberazione. In effetti, dopo il congresso di luglio, le posizioni delle due aree interne al Prc si sono vieppiù divaricate, sino a diventare incompatibili su tutti i fronti (dal giudizio sulla caduta del Muro di Berlino, all'alleanza con Di Pietro sponsorizzata da Ferrero sino all'iniziativa, criticatissima dai vendoliani). Ma è fuori di dubbio che la vicenda di Liberazione ha quanto meno accelerato i temi del divorzio.

Una parte non irrilevante dell'area vendoliana (circa un quarto) ha già annunciato e confermerà oggi la scelta di restare all'interno del Prc, sia pure su posizioni di fatto identiche a quelle degli scissionisti, con i quali manterranno comunque stretti rapporti. E c'è solo da sperare che avesse ragione il timoniere cinese Mao, quando diceva che "grande è la confusione sotto il cielo, la situazione è dunque ottima". (Il Manifesto 11 gennaio 2009)

 

Dino Greco indicato come nuovo direttore di Liberazione

 

Lunedì la direzione del Prc deciderà. Ferrero, «il problema è il progetto politico portato avanti dal giornale»

 In Rifondazione si respira un'aria sempre più tesa, fra annunci di scissioni e smentite, e colpi inferti a suon di interviste

sui maggiori quotidiani nazionali. E a proposito di quotidiani il nodo più duro da sciogliere per il Prc sembra il futuro di Liberazione, l'organo di stampa del partito. Proprio ieri il segretario Paolo Ferrero ha incontrato l'assemblea dei giornalisti di Liberazione ed i rappresentanti sindacali, Paolo Butturini di Stampa romana e Elena Polidori della Fnsi. Un incontro difficile in cui Ferrero ha fatto importanti annunci, accolti non benissimo dai giornalisti del quotidiano, a partire dalla probabile, quasi certa ormai, sostituzione del discusso direttore, Piero Sansonetti. «Il problema non è la fedeltà al segretario o l'autonomia dei giornalisti, ma quale progetto politico viene portato avanti dal giornale: se quello del Prc o quello della distruzione del Prc» ha chiarito Ferrero confermando che lunedì la direzione deciderà se sfiduciare o meno Sansonetti.

Quella stessa direzione che Giordano e parte dei vendoliani hanno annunciato che abbandoneranno se verrà votato il cambio di guardia a Liberazione. Un cambio assai probabile, tanto che Ferrero ha indicato anche un nome papabile, Dino Greco, ex segretario della Camera del Lavoro di Brescia, ala sinistra Cgil, mai iscritto al Prc. Accanto al direttore ci dovrebbe essere poi un direttore responsabile ma resta tutto incerto anche in vista del cambio dell'assetto proprietario. Infatti il Prc sarebbe intenzionato a vendere quote azionarie della società editrice del giornale, una quota non ancora chiarita e che non potrà prescindere dal fatto che per accedere al finanziamento statale il partito dovrebbe mantenere il 50% più una delle azioni.
A questo proposito l'assemblea dei giornalisti e il sindacato chiedono a Rifondazione di mantenere la quota di maggioranza della società editrice e di spiegare le ragioni per le quali la direzione del partito ha bocciato a dicembre il piano di rilancio proposto.

Ferrero si è detto disponibile a lavorare insieme per vagliare le offerte in campo, finora due (Bonaccorsi, editore di Left, e un consorzio di imprenditori che proprio dalle pagine di Liberazione ha lanciato l'offerta), e discutere il futuro del giornale. Ferrero ha chiesto 15 giorni per trattare con gli acquirenti e presentare al sindacato un piano editoriale e un piano industriale. Intanto rimane il problema delle decine di posti a rischio, della tutela occupazionale per i lavoratori di Liberazione, che a tal proposito hanno già annunciato diverse giornate di sciopero.(www.larinascita.org 9 gennaio 2009)

 

 

Liberazione non è di Sansonetti

di Renzo Butazzi,  



Liberazione non 蠤i SansonettiNella polemica, oziosa e irritante, del direttore di Liberazione con la nuova maggioranza del PRC mi ha colpito in particolare l'articolo: "Un commissario politico a Liberazione?" pubblicato mercoledì 24 dicembre. In esso Piero Sansonetti, sostiene che "gli elementi essenziali che garantiscono che un giornale sia un giornale sono la sua autonomia, la sua libertà".

A questa stregua soltanto Liberazione di Sansonetti sarebbe stato fino ad oggi un vero giornale perché, secondo lui, libero e autonomo. Adesso, però, anche il quotidiano comunista sarebbe a rischio perché la nuova segreteria del partito sta per togliergli autonomia e libertà.

Mi sembra incredibile che un giornalista esperto possa ancora sostenere in buona fede una tesi tanto lontana dalla realtà come quella dell'autonomia e libertà di un giornale.

Innanzi tutto qualsiasi giornale dipende dal suo direttore. Caso mai, dunque, è autonomo il direttore. Se Sansonetti lo è stato, è soprattutto perché, guarda caso, la sua linea era sostenuta dalla maggioranza precedente e ora da una bella fetta del partito proprietario del giornale. Per usare un'espressione che lo scandalizza - quella di "commissario politico" - potremmo dire che lui, a Liberazione, è stato il "commissario politico" di se stesso e dei redattori.

Salendo di un gradino, l'autonomia del direttore, in ogni giornale, non si sostanzia "per grazia di Dio", ma è quella che gli concede il padrone. Il direttore può essere "autonomo" solo nella misura in cui la linea con cui dirige il giornale va d'accordo con quella del proprietario o consente al proprietario di guadagnare di più.

Qualcuno ricorda quando Indro Montanelli si vantava di non avere un padrone perchè i padroni erano i suoi lettori? Silvio Berlusconi gli dimostrò il contrario mandandolo via. Forse che i direttori di "La Stampa" avrebbero potuto scrivere od ospitare articoli contrari alla Fiat e agli Agnelli?

E' assurdo dunque che Piero Sansonetti si scandalizzi perché la segreteria del partito dichiara di essere titolare della linea del giornale. Secondo lui questo non era mai accaduto in Occidente.

Non sono in grado di fare un'indagine per accertare se dichiarazioni in questo senso o analoghe siano o non siano state fatte per giornali di partito europei, comunque sarei disposto a scommettere che anche qualcun altro tra loro ha dato questa prova di sincerità, anzi, di "trasparenza". Mi sembra che non ci sia da inorridire se un partito detta la linea al suo giornale, soprattutto quando lo dice chiaramente.

Liberazione è del PRC e il suo direttore è pagato di fatto dal partito. Se questa dipendenza noni piace a Sansonetti, se la parola partito lo irrita (soltanto con questo segretario?) se l'idea di un direttore responsabile della linea politica lo fa pensare alla Ceka, perché seguita a dirigere un giornale di partito, per di più comunista?(AprileOnline 31 dicembre 2008)


 

 

 

Il segretario di Rifondazione in visita a Gerusalemme



«Dall'Italia via libera alla strage Processo di pace? Qui è apartheid» (mi. gio.)
 


In visita ufficiale già da qualche giorno nei Territori occupati palestinesi e, da oggi, anche nello Stato ebraico dove vedrà i rappresentanti di partiti della sinistra israeliana, il segretario nazionale di Rifondazione comunista Paolo Ferrero ha seguito ieri con molta attenzione le notizie dei bombardamenti israeliani in corso a Gaza. Peraltro da un punto particolare di Gerusalemme Est, la tenda di Umm Kamel Kurd, la donna palestinese cacciata un mese fa dai coloni israeliani dalla sua casa di Sheikh Jarrah e che ora vive accampata a pochi metri dall'abitazione occupata.

Abbiamo chiesto a Ferrero di commentare quanto sta accadendo in queste ore nella Striscia di Gaza e di tracciare brevemente la sua visione di una soluzione del conflitto israelo-palestinese.

«Esprimo una condanna fermissima di questa operazione israeliana - ha detto il segretario di Rifondazione -, è stata motivata con l'idea di un impossibile attacco chirurgico ma ha già provocato tanti morti e feriti anche tra i civili.
Questo attacco è stato reso possibile anche dall'atteggiamento della Comunità internazionale che è disattenta o complice.
Penso, ad esempio, alle incredibili parole del ministro degli esteri Franco Frattini quando (venerdì) ha detto "Va bene una reazione di Israele, purché sia chirurgica". Si tratta di un falso, le reazioni chirurgiche non ci sono.
In realtà l'Italia ha dato via libera al raid militare israeliano che non può che peggiorare la situazione».

Eppure si continua a parlare di pace possibile tra Israele e l'Anp di Abu Mazen, di negoziato interrotto ma che riprenderà dopo le elezioni israeliane del 10 febbraio. Tu che idea ti sei fatto in questi giorni girando per i Territori occupati?

"Non ci troviamo di fronte ad un processo di pace interrotto ma davanti al fatto che Israele, senza dichiararlo, sta attuando e praticando una politica di costruzione dell'apartheid, con i bantustan e il muro. Quella del muro è la vera politica, perché incorpora l'idea di dividere in questa terra tra persone di serie A, di serie B, serie C. E in ogni caso i palestinesi non stanno mai in serie A.
Ci troviamo perciò davanti alla messa in discussione materiale e non solo verbale della possibilità di avere due Stati per due popoli in questa terra.
Siamo davanti alla pratica di un'altra situazione, in cui c'è un solo Stato, strutturato per praticare l'apartheid."

È molto diffusa, anche in Italia, e a sinistra, l'idea che i nodi del conflitto israelo-palestinese non siano più l'occupazione militare e la negazione dei diritti ma invece l'esistenza di Hamas e la sua ideologia. Tu cosa ne pensi, saresti favorevole all'avvio di colloqui con il movimento islamico?

"Penso che Hamas sia contemporaneamente un effetto del blocco del processo di pace e una causa di questa paralisi.
A mio avviso sono due le strade da seguire.
Una è quella del dialogo con tutte le parti in causa, quindi anche con Hamas, perché l'idea che con qualcuno non si parla è estranea alla possibilità di trovare un compromesso. I compromessi si fanno con i nemici e non con gli amici. Il dialogo deve essere con tutti e l'Europa deve lavorare e dialogare con tutti.
La seconda strada è quella della costruzione di una sinistra in Palestina e in Israele che riesca a riproporre la questione dei diritti di tutti all'interno un contesto in cui i vari fondamentalisti la fanno da padrone, tendono a polarizzare il dialogo, sia in Israele che tra i palestinesi, e concepiscono solo una logica amico-nemico e rifiutando quella della soluzione e del compromesso. (Il Manifesto 28 dicembre 2008)

 

Sinistre d'Europa unite o quasi.

Finiamola con il liberismo e le "socialdemocrazie reali"

 

Il programma comune per il 2009


di Guido Ambrosino

Berlino. La sinistra europea, unione di partiti socialisti e comunisti nonché della sinistra verde del Nordeuropa, ha presentato ieri non solo un simbolo, ma per la prima volta anche un programma comune per le elezioni del prossimo anno: un documento di radicale opposizione ai dogmi liberisti che hanno dominato negli ultimi decenni le politiche dell'Unione (europea). Nel mezzo di una «crisi di sistema», propone di uscirne a sinistra, con misure di redistribuzione del reddito verso il basso e di stabilizzazione del lavoro precario. E in politica estera annuncia battaglia contro la militarizzazione del continente all'ombra della Nato.
Per la conferenza che ha discusso il programma non si poteva trovare luogo più adatto: il cinema Babylon - tanto per alludere alla varietà di culture politiche della sinistra europea - sulla via Rosa Luxemburg, all'angolo con la piazza intestata anch'essa alla rivoluzionaria tedesca. Vi si affacciano il teatro Volksbühne, che guarda caso ha in cartellone Brecht, e la Karl-Liebknecht-Haus, già sede del partito comunista negli anni di Weimar e ora sede della Linke. Camminando su questa piazza si possono leggere citazioni della Luxemburg, incise su nastri di metallo disposti di traverso sui marciapiedi e sul selciato. Questa piazza rimanda immediatamente alla storia della sinistra europea e alle sue tragedie: altre «crisi di sistema», sconfitta l'opzione socialista, sono già finite nella barbarie della guerra o nel fascismo.
Se ne sente un'eco nella piattaforma programmatica presentata ieri: «L'Europa è a un bivio. O prosegue la sua politica capitalista, approfondendo la sua crisi finanziaria, economica e energetica. O si trasforma in uno spazio di sviluppo compatibile e di giustizia sociale, di pace e cooperazione, di parità tra donne e uomini, di partecipazione democratica».
La sinistra europea chiede «il controllo statale e sociale del sistema bancario e finanziario». Vuole che al patto di stabilità, che ora impone alla banca europea di combattere solo l'inflazione per non compromettere il valore dell'euro, si sostituisca «un patto per la crescita, la piena occupazione la sicurezza sociale e la tutela dell'ambiente». Rivendica la «risocializzazione dei beni comuni» e di settori economici, sociali, culturali di valore fondamentale: istruzione, assistenza ai bambini e agli anziani, salute, acqua, energia, trasporti, posta.
Il documento parla al movimento italiano nelle scuole e nelle università, spiegando che «bisogna invertire la direzione di marcia del processo di Bologna, ovvero la subordinazione di scuola, università e ricerca agli interessi dell'economia privata e del mercato», perché «l'istruzione è un diritto umano».
E insiste sulla smilitarizzazione della politica estera. Giudica «necessario» il ritiro della Nato e delle coalizioni a guida Usa dall'Iraq e dall'Afghanistan. Chiede lo scioglimento della Nato e la chiusura delle basi Usa in Europa. Ovvia la contrarietà a nuovi sistemi antimissile» in Polonia e nella Repubblica ceca, come alla costruzione di nuove basi a Vicenza in Italia, in Bulgaria e in Romania.
Dal palco del Babylon per Rifondazione comunista parla Paolo Ferrero, partendo dalla cronaca di questi giorni: l'esplosione di violenza e di terrore in India, cui non si può rispondere se non smilitarizzando i conflitti. Ma anche l'assalto della folla alle merci in svendita di un grande magazzino non lontano da New York, costato la vita a un commesso travolto: «Guai se passasse l'idea che di fronte alla crisi ognuno deve salvarsi da sé. C'è il rischio di una guerra tra poveri, che trascinerebbe con sé razzismo e fascismo. Il vero conflitto è verticale, tra basso e alto, per la ridistribuzione dei redditi, la stabilizzazione del lavoro, per la riconversione ecologica».
Il programma di Berlino, polemico nei confronti delle «socialdemocrazie reali» considerate parte del complotto liberista e non della soluzione, piacerà in Italia anche al Pdci, associato come osservatore alla sinistra europea, e forse anche al Partito comunista dei lavoratori e a Sinistra critica. Si potrebbe fare una lista anche con loro? «Si potrebbe - spiega un delegato italiano - ma con il rischio di una scissione con Vendola, con tanti saluti per l'unità a sinistra». Finezze di casa nostra, valle a spiegare a un berlinese.(Il Manifesto 30 novembre 2008)
 

 

Partito Comunista, sociale, nei luoghi di lavoro

Intervista a Leonardo Masella


 di Claudio Buttazzo

Abbiamo intervistato Leonardo Masella, capogruppo del Prc in Regione (Emilia Romagna) e componente della Direzione nazionale. Partiamo dalla questione più attuale: la lotta degli studenti, degli insegnanti, di tutto il mondo della scuola. Che giudizio ne dai?

Il movimento in atto nelle scuole e nelle università è un fatto straordinario. Occorre evitare che sia un fuoco di paglia, ma fare in modo che determini una presa di coscienza generale non solo contro questo governo e la sua politica, ma in generale contro la devastazione della scuola pubblica, contro la sua privatizzazione, cioè contro una politica che in Italia da anni si sta facendo, non solo da parte del governo Berlusconi. Ricordo, per esempio, la prima controriforma di Berlinguer, che tentò di introdurre la concorrenza tra le scuole, il mercato, la sponsorizzazione privatistica nelle scuole. Ovviamente, il governo Berlusconi porta alle estreme conseguenze questa linea, anche con molto autoritarismo. Ecco: questo movimento dimostra che ci sono gli elementi per una controtendenza. Era già avvenuto in Italia, ma non solo in Italia, nel mondo, che da parte degli studenti cominciasse la rivolta. E' un bel segno. Spero che si estenda dal movimento degli studenti nelle scuole e nelle università anche ai lavoratori, agli operai. Studenti e operai uniti nella lotta. Auspichiamo, quindi, che adesso ci siano scioperi dei lavoratori, fino allo sciopero generale. Insomma, che si estenda la lotta di classe, che unisca studenti, intellettuali e lavoratori, nord e sud del Paese, italiani e immigrati.

Possiamo, quindi dire che dopo il gelo seguito alla disfatta elettorale è venuto il tempo della ripresa della lotta sociale. Partono gli studenti, sperando che poi la cosa si estenda ad altre categorie sociali, agli operai, ai precari, ecc.. Come si rapporta tutto questo col dibattito congressuale di Rifondazione Comunista? C'è stata la grande manifestazione dell'11 ottobre, adesso c'è questo movimento. Si può dire che siamo usciti dall'angolo?

Sì. Questo del movimento degli studenti è una tappa. Ma ce ne sono state altre due: la grande manifestazione dell'11 ottobre, una manifestazione fondamentalmente comunista, ma poi non vorrei che si dimenticasse lo sciopero e la grande manifestazione dei sindacati di base del 17 ottobre. Quindi: 11 ottobre, 17 ottobre, il movimento degli studenti, lo sciopero generale della scuola e speriamo che ci sia ora anche uno sciopero generale che fermi il paese con anche la Cgil alla testa. La Cgil ha rotto positivamente con Cisl e Uil sulla controriforma del contratto nazionale, ma ora deve dare coerenza a quella rottura, portando allo sciopero generale il paese, già stremato dalla drammatica situazione sociale (bassi salari, precarietà, povertà, disoccupazione, la strage degli "incidenti" sul lavoro, affitti alle stelle, mutui variabili, eccetera), sui cui piomba la gravissima crisi finanziaria internazionale. Se non si rompe oggi con il sindacalismo concertativo e subalterno alle compatibilità capitalistiche quando si rompe ? Se non si avvia ora, nella lotta, la costruzione di un sindacato conflittuale e di massa, quando lo si fa ?

Questa nuova situazione ha un inizio: il congresso di Chianciano di fine luglio. Non voglio certamente dire che quello che sta avvenendo oggi è diretta conseguenza di Chianciano. Ma lì c'è il primo fatto controcorrente, di sinistra. Dopo la catastrofe, la vittoria di Berlusconi, il clima che Berlusconi ha messo in campo, un clima di destra, razzista, antioperaio, lì, nel congresso di Chianciano, c'è il primo segnale controcorrente, perché tutti davano per scontata la vittoria di Vendola, anche perché Vendola aveva il tifo di tutti: di D'Alema, di Veltroni, del Corriere della sera, della Stampa, di tutta la stampa borghese.

Un fronte dei poteri forti che sperava nella disfatta definitiva dell'idea comunista, in particolare del Prc.

Esatto. Invece, è successa una cosa straordinaria. In Rifondazione Comunista è prevalsa la linea antiliquidatoria, sostenitrice della ripresa del conflitto sociale, della lotta, dell'antagonismo al capitalismo e dell'esigenza di una forza comunista in Italia. Questa è la prima novità, il primo effetto del terremoto elettorale del 13 e 14 aprile, che ci dice che molto spesso bisogna prendere con le pinze le previsioni astratte, le analisi a tavolino, troppo ideologiche e statiche. Da lì, da Chianciano è iniziata la rivolta, perché quel congresso ha significato una rivolta al potere costituito da Bertinotti. Adesso occorre concludere l'autunno sociale. Un buon autunno sociale può preparare un'ottima primavera. E' nel fuoco di questo autunno che va rilanciato il Prc, rimotivato il ruolo di un partito comunista e i valori di sinistra.

Come vedi le prospettive di Rifondazione comunista e del movimento comunista, come si colloca il tema dell'unità della sinistra in relazione a questi movimenti che ripartono?

Innanzitutto, mi piace questa parola "movimento" comunista. Non solo sul piano internazionale, dove sarebbe cosa positiva una rifondazione-ricostruzione di un nuovo movimento comunista e operaio mondiale, ma anche a livello nazionale: un movimento che è fatto da forze anche diverse che si ispirano al comunismo e che, a mio parere, vanno coordinate e unificate. In particolare, io vedo le forze principali: il Prc, il Pdci; ma poi anche altre forze: il Pcl di Ferrando, Sinistra critica di Cannavò, la Rete dei comunisti e altre realtà di sinistra anticapitalistica. Queste forze, a partire dal Prc e dal Pdci, che sono le più consistenti e le più vicine, vanno unificate. Ma c'è qui un punto di dibattito: l'unificazione passa da un processo di lotta, di movimento, di ricomposizione sul terreno sociale e sui contenuti innanzitutto. Io, devo dire, vedo oggi molta sintonia nei contenuti, e anche nell'approccio, netto politicamente ma mai minoritario, tra il nostro partito, il Prc e il Pdci, ma vedo grandi difficoltà all'iniziativa comune, difficoltà più presenti nella base militante che nei vertici. Mi paiono del tutto superate le motivazioni politiche della scissione del '98, anche se permangono ancora notevoli diversità di cultura politica, di approccio. Col Pdci non ci sono quasi più le differenze di un tempo. Siamo entrambi all'opposizione, e diversamente da Sd e Verdi, entrambi chiediamo una nuova scala mobile per i salari e le pensioni. Vedo che il Pdci oggi, diversamente non solo dal Pd ma anche dalle altre forze di sinistra, come Sd e Verdi, dice no all'Europa di Maastricht e al Trattato di Lisbona, come ha sempre sostenuto il Prc. Entrambi diciamo no alla Nato, sosteniamo Cuba e il Venezuela. Il nuovo Prc oggi, diversamente da Sd e Verdi e similmente al Pdci, solidarizza con la lotta dei palestinesi senza subalternità a Israele. Quindi vedo molti punti unificanti, di contenuto, diversamente dal passato, che ci differenziano entrambi dalle forze riformiste e socialdemocratiche. E allora è da qui, a partire dai contenuti, dalla società e dai movimenti, che è possibile superare le diffidenze reciproche che ancora permangono, e far avanzare un processo di unità, prima programmatica e d'azione e poi elettorale ed organizzativa, spingendo più che sui vertici dei partiti, sulle iniziative concrete unitarie - campagne comuni, lotte, banchetti, raccolte di firme, comitati di lotta, mutualismo - promosse dalle organizzazioni di base dei due partiti. Invece un processo inverso, che parte dall'alto e da una visione politicista o ideologica, o dal fatto che ci chiamiamo "comunisti", secondo me, è autoreferenziale, minoritaria e quindi perdente e sbagliata. Rischia di essere un danno per l'unità dei comunisti e per la ricostruzione di un partito comunista con un consenso di massa. L'unità bisogna non solo e non tanto proclamarla, declamarla, predicarla, ma costruirla concretamente e farla crescere dal basso, dalle strutture di base dei due partiti, dai circoli e dalle federazioni, sui contenuti e nel fuoco delle lotte contro il governo e il capitalismo.

Un'ultima domanda vorrei portela sul partito sociale. Qual è la tua interpretazione della teoria del partito sociale? E vorrei chiederti anche se il partito sociale può offrire una nuovo supporto teorico al rilancio, in questa fase e in questo conteso, della politica del Prc.

Sì, ho già detto qualcosa prima su questo. Non vedo affatto contraddizione, anzi, tra la necessità di un partito comunista e la necessità che questo sia un partito "sociale". E ciò a cominciare dal nostro partito, perché, se fallisce il progetto del rilancio di Rifondazione Comunista, fallisce ogni possibilità di riunificazione comunista che sia significativa. Quindi, intanto bisogna rilanciare Rifondazione Comunista. Il Prc può essere il perno della riunificazione. Questo processo non lo vedo affatto in contraddizione con il partito sociale. Perché io penso che o un partito comunista è anche un partito sociale, cioè radicato fortemente nella società, oppure non esiste. Oppure, cioè, esiste a tavolino, solo nella testa e nei desideri di qualcuno di noi. Io voglio che esista, invece, nella realtà, nella società e non sia soltanto un'icona o una reliquia del passato, un bel ricordo del tempo che fu. Io mi batto perché ci sia in Italia un partito comunista che esista davvero e dia qualche preoccupazione ai padroni, al capitalismo e all'imperialismo. E quindi, che sia radicato in un pezzo della società. Per cui io vedo assolutamente in modo positivo il ragionamento sul partito sociale.

E' nato così il movimento operaio, tra l'altro.
Certo. Ma anche perché, se vogliamo uscire dall'astrattismo (tutti, dicono a parole di volere un partito radicato nella società, pochi fanno proposte concrete con riscontri concreti), se si vuole veramente andare in questa direzione, bisogna capire che non basta andare davanti alle fabbriche e dare il volantino. Non è che così costruisci il partito radicato fra i lavoratori, perché oggi i lavoratori ti rispondono male; tale è la sfiducia verso i partiti, e, purtroppo, anche verso i comunisti, che hanno anch'essi governato quel disastro per i lavoratori che è stato il governo Prodi. Né bastano risposte puramente organizzativistiche per radicarsi fra i lavoratori e nei luoghi di lavoro. Il partito nei luoghi di lavoro, ma direi meglio nei luoghi del conflitto sociale (che non sono solo i luoghi di lavoro o della produzione com'era negli anni '50) serve non perché ce l'ha detto Lenin o Gramsci ma perché questo è utile oggi a guidare e dispiegare la lotta di classe. Ma perché ciò avvenga non basta proclamarlo, devi sapere cosa dire, come essere utile ai lavoratori. Innanzitutto, per esempio, farsi percepire come una forza che si mette al servizio dei lavoratori, che vuole aiutarli, che dice: le nostre sedi, le nostre strutture, i nostri soldi, le nostre risorse economiche sono al sevizio della tua rinascita, della tua ripresa, dei tuoi diritti. Questo è il compito dei comunisti, oggi, per ricostruire la fiducia fra classe e partito. Non basta dire: partito che si radica sui posti di lavoro. Anche perché bisogna capire cosa sono oggi i luoghi di lavoro. Solo le fabbriche? Un grande ipermercato, pieno di commesse e commessi sfruttati, con salari da fame, con turni massacranti, non è un luogo di lavoro? E poi: i luoghi di lavoro, oggi, non hanno un rapporto diverso col territorio? Quindi, un radicamento nei luoghi di lavoro ha bisogno oggi, diversamente da ieri, anche di una presenza sul territorio.

.anche perchè il rapporto territorio-luogo di lavoro è, oggi, molto più stretto. Lo sfruttamento passa, a volte, molto di più attraverso le condizioni di strozzinaggio in cui sei costretto ad abitare, attraverso la mercificazione dello spazio pubblico e il suo stretto controllo repressivo.

Sicuramente. Oggi ti puoi radicare sui luoghi di lavoro se parti dalle condizioni di vita anche fuori dal luogo di lavoro, ad esempio dalle stesse tematiche ambientali, oppure dalle problematiche del traffico metropolitano, dalla possibilità per lavoratori di raggiungere i luoghi di lavoro senza impiegare un'ora e mezza. Cioè, le problematiche sono molto più complesse che negli anni Cinquanta. Per non parlare della differenza abissale fra la situazione della società e dei lavoratori di oggi e quella in cui operavano Lenin o Gramsci. Oggi tu ti radichi nei luoghi di lavoro se sei anche radicato nel territorio e viceversa. Oggi il capitalismo è così devastante e onnivoro, che sfrutta non solo il lavoro. Insieme al lavoro sfrutta l'ambiente, il territorio, la natura, il rapporto tra i sessi, la scuola, la salute, la pensione, il tempo libero, nella mercificazione totalizzante di tutti gli aspetti della vita. Quindi, le problematiche del capitalismo nei suoi punti più alti come l'Italia sono oggi complicate, intrecciate e vanno affrontate a questo livello, altrimenti si fa un buco nell'acqua, l'ennesimo buco nell'acqua.(Emilia-Romagna Rossa, novembre 2008)
 

 

 

Nella sinistra ora si fanno sogni coi baffi



di Alessandro De Angelis

E così anche una parte di Rifondazione - anzi una parte dell'area di Nichi Vendola - ha un sogno proibito. Che si chiama Massimo D'Alema. Certo, dicono in molti, anche lui ha dei limiti: è volubile, più at-. tento alla tattica che al tema dell'identità. Ma Massimo è Massimo: uno tosto, che viene dal Pei. Mica un gruppettaro di Democrazia proletaria alla Ferrerò. E ieri l'ex segretario Franco Giordano il suo Ihave a dream l'ha consegnato al manifesto: «Nel Pd ci sono due linee politiche, è il momento di farle emergere». Praticamente: Massimo, facci sognare.

Giordano & Co la partita grossa se la vogliono giocare dopo le europee. Quando nel Pd - almeno così pensano - D'Alema aprirà il fuoco su Veltroni. Per ora si sono attestati sulla linea del "né né" (né nel col Pd né con Ferrerò): «Non serve - ha detto Giordano - una sinistra identitaria e nostalgica, e non serve neanche una sinistra che fonda la sua cifra sull'impostazione di governo e sul condizionamento di un partito che si definisce di centro». La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata la lettera di Veltroni a Galli della Loggia sul Corriere di due giorni fa. Dicono gli uomini vicini all'ex segretario: «Walter ci . aveva dato segnali di apertura ma quando Coirfindustria gli ha presentato il conto dicendogli niente alleanze, lui si è sdraiato come uno zerbino». Massimo, invece, è fatto di tutt'altra pasta. Qualcuno a microfoni spenti si lancia: «Se ci fosse un partito socialdemocratico di stampo bersaniano, noi faremmo la sinistra lì dentro. Sarebbe bene che D'Alema dicesse in pubblico quello che dice in privato». Patrizia Sentinelli, a microfoni accesi, va cauta: «Certo che ci interessa di più una linea che abbandoni la strategia neocentrista. Ma la discussione deve partire dai contenuti: scuola, lavoro, difesa del contratto nazionale dopo l'attacco di Berlusconi a Epi-fani».

Per ora D'Alema, in privato, ha blindato Vendola in Puglia. Non sono infatti in pochi - nel Pd - quelli che vorrebbero un cambio di cavallo in vista delle prossime regionali. Ma il leader maximo ha fatto sapere che «Nichi non si tocca». Dentro Rifondazione, se Giordano ha cucinato il messaggio politico, la riflessione "alta" l'ha fatta Bertinotti ai suoi: «Se la Cgil tiene sul conflitto sociale il Pd non regge, si può rompere. A quel punto si apre un'altra fase». Per questo ha frenato sulla scissione di Rifondazione spostando avanti l'obiettivo: «Va ricostruita la sinistra. E i tempi non sono brevi. Di certo la scadenza non sono le europee» è quello che ripete come un mantra e su cui ha scritto una riflessione approfondita suLiberazione, aprendo un dibattito col fior fiore dei ragazzi del secolo scorso, da Mario Tronti a Rossana Rossanda. Fausto però sul Pd è più cauto. Oggi farà uscire un articolo, sempre su Liberazione, firmato da Alfonso Gianni, la sua ombra, e Alfiero Grandi (Sd) in cui la proposta è «una lista di coalizione della sinistra per le europee». Praticamente una sortadi Arcobaleno che non cancelli i simboli dei singoli partiti. Ovvero, un altro modo per dire no alla scissione.

Il "né né" (sottotitolo: aspettando D'Alema) è quasi un "bye bye" a Claudio Fava: una lista solo con lui dentro Rifondazione ormai sono in pochi a volerla fare. E dentro Sd sono sull'orlo della crisi di nervi. Per gli ex ds il nuovo soggetto unitario («La sinistra») s'ha da fare, senza se e senza ma, in vista delle europee. Spiega il leader di Sd Fava: «Nel paese c'è bisogno di una sinistra. L'accelerazione è nei fatti e i dirigenti dei partiti non possono fingere che il processo non sia in corso. I gruppi unitari stanno nascendo ovunque. Non si tratta di una sinistra collocata a metà tra Rifondazione e il Pd come teme Bertinotti ma al di sopra dì quésta geografia politica. Non dico che le europee sono l'autobus della storia ma quasi».

Uno che la socialdemocrazìa non la vuole - nemmeno con i baffi di D'Alema - è Paolo Ferrerò: «Giordano non ha il senso del ridicolo. Da una posizione di debolezza vuole pure dare consigli su come si fa la scissione nel Pd. Vedo le differenze tra D'Alema e Veltroni sulPorganizzazione del sistema politico ma sui contenuti no». Ferrerò si muove in tutt'altra direzione. In questi giorni sta incontrando i vari segretari dei partiti della sinistra (ieri il segretario del Pdci Diliberto) per lanciare la sua idea di un coordinamento di tutte le forze di opposizione. Ma guai a chi tocca falce e martello: «Non sono un nostalgico - prosegue - ma se uno non sa chi è non va da nessuna parte». Ma dentro Rifondazione avanza la socialdemocrazia targata D'Alema.(Il Riformista 21 novembre 2008)

 

 

Lettera aperta alle forze di sinistra

 

di Paolo Ferrero

Compagni e compagne, amici e amiche,
vi scrivo per sottolineare un'esigenza politica che a me pare inderogabile: la costruzione di un coordinamento delle forze politiche della sinistra al fine di rafforzare l'opposizione e di contribuire ad una possibile uscita da sinistra dalla crisi.
Mi pare infatti evidente che la situazione attuale è caratterizzata da due elementi.
Da un lato un attacco pesantissimo del governo Berlusconi e della Confindustria che si intreccia con una crisi economica e finanziaria del capitalismo che peggiora drammaticamente le condizioni di vita e di lavoro di milioni di persone e apre rischi concreti di guerra tra i poveri.
Dall'altra il consolidarsi di una forte reazione sociale che avviatasi sul terreno della scuola e del movimento studentesco si sta estendendo al complesso del mondo del lavoro. In questo quadro va sottolineata la decisiva azione della Cgil e l'importanza strategica dello sciopero generale del 12 dicembre proclamato da Cgil e sindacati di base.
Sono fermamente convinto che da questa crisi strutturale è possibile uscirne a sinistra solo in virtù dell'efficacia dei movimenti di massa. Appare infatti chiaro che i soggetti in campo sono il governo e i poteri forti da un lato e il movimento di massa dall'altro e che l'opposizione parlamentare è incapace di determinare un qualsivoglia sbocco politico alla crisi.
Le forze politiche che dirigiamo operano ognuna positivamente sul terreno della costruzione dell'opposizione ma è palese la difficoltà a raggiungere una massa critica sufficiente in grado di determinare un salto di qualità nell'organizzazione del conflitto e nella sua qualificazione.
Vi propongo quindi di costruire un coordinamento al fine di favorire la costruzione di una vasta opposizione di sinistra nel paese, con l'obiettivo immediato di favorire la piena riuscita dello sciopero generale del 12 dicembre, da realizzarsi attraverso la costruzione di comitati in ogni città e la definizione di una vera e propria campagna politica. So bene che la costruzione di un coordinamento tra le forze politiche non risolve i problemi che abbiamo dinnanzi, ma rappresenta a mio parere, dopo la positiva esperienza dell'11 ottobre, un punto di passaggio obbligato. Si tratta di porsi l'obiettivo della costruzione di un movimento politico di massa per l'alternativa, che partendo dall'opposizione al governo Berlusconi e a Confindustria si ponga l'obiettivo di una uscita da sinistra dalla crisi economica e finanziaria, cioè dalla crisi del neoliberismo.
La necessità di collocarsi all'altezza del livello dello scontro che si è aperto credo debba guidare la nostra azione e la nostra riflessione e auspico pertanto che la mia proposta trovi la vostra condivisione.
A presto(Liberazione, 22/11/2008)
 

 

 

Bertinotti frena la scissione. Alle europee sinistra unita



Bertinotti frena la scissione Alle europee sinistra unita
Nelle tesi dell'ex segretario liste aperte sotto la falce e martello

di Matteo Bartocci


Quindici tesi per la sinistra. Oggi su Liberazione Fausto Bertinotti prova a riprendere il filo unitario rotto con la disastrosa sconfitta di aprile. Non per marcare le differenze e sollecitare scissioni di corrente ma per ritrovare «l'uscita a sinistra dalla crisi del movimento operaio del '900». Come titolo alle sue tesi Bertinotti riparte da se stesso agli stati generali di dicembre: «Per imparare a nuotare bisogna buttarsi in acqua», disse allora alla Fiera di Roma prima del disastro arcobaleno e ripete oggi, con un aforisma che Google attribuisce nientemeno che al guru Sai Baba.
E' un invito all'unità della sinistra, a tutta la sinistra, a costruire quel big-bang necessario alla sua rinascita. Tesi dove la parola comunismo non è indicibile ma nondimeno deve essere maneggiata con cura. In una sinistra in cui le identità contano e vengono da lontano ma devono avere il coraggio di «fare massa critica» se vogliono ambire a trasformare la società. E' una sinistra che deve tornare a imparare, andando a lezione dal movimento della scuola, e ritrovare voce sul terreno sindacale (con la Cgil in primis) e su altre contraddizioni fondamentali, oltre a quella generata dal capitale, come quelle ambientale e di genere.
Nelle ultime due tesi la lunga analisi sulla società e la sconfitta epocale di aprile precipitano nel futuro e nella forma della possibile reazione. Si legge chiaramente l'invito a un'impresa comune per una «forza politica unitaria e plurale così com'è oggi possibile» e a scegliere le primarie o comunque la partecipazione «una testa, un voto» per decidere tutto, a cominciare dai gruppi dirigenti.
Non è il là alla scissione di Rifondazione verso Sinistra democratica. Né certamente la sua sconfessione. E' la prima forma pubblica, certo autorevole, della tregua che un po' goffamente l'area Vendola ha chiesto e ottenuto all'interno del partito pur impegnandosi ufficialmente nell'associazione con Fava e compagni.
Una tregua che per Bertinotti può prendere due forme. In alto, alle elezioni europee, con una lista nazionale in cui, dice, è preziosa l'esperienza della Sinistra europea. Un precedente dove, anche se l'ex segretario non lo ricorda esplicitamente, la metà delle liste furono di iscritti al Prc e l'altra metà aperta all'esterno (movimenti, associazioni e stavolta, chissà, anche altri partiti o pezzi di essi) fino al clamoroso successo del «disobbediente» Nunzio d'Erme. In basso, insiste però Bertinotti, l'unità si può fare con un modello federativo dove rappresentanze territoriali e direzione centrale contino allo stesso modo (una sinistra lombarda, pugliese, etc. accanto a quella nazionale).
Per le reazioni bisognerà attendere. Martedì intanto una riunione dell'area vendoliana «Rifondazione per la sinistra» ha registrato molti dissensi alla scissione. E non è da escludere nei prossimi giorni un documento pubblico firmato soprattutto da dirigenti di federazione ostili al salto nel buio fuori dal partito. L'idea prevalente, in questa fase piuttosto confusa, è di insistere per liste unitarie alle europee senza precludersi, là dove è possibile, liste di sinistra dal basso insieme a Sd e Verdi. Per esempio a Firenze, in Basilicata o a Bari.
Ma è un doppio binario che sicuramente troverebbe l'ostilità di tutta la maggioranza di Rifondazione inclusa la componente ferreriana.
Ieri sera il segretario nulla sapeva delle tesi di Bertinotti in uscita sul quotidiano del suo partito. Ma certo è che almeno per Ferrero dal congresso di Chianciano è uscito con chiarezza da un lato il no alla riproposizione dell'Arcobaleno, dall'altro il sì all'apertura delle liste di Rifondazione a soggetti comunisti e non comunisti. Sotto la falce e martello molto è possibile. Ma come spiega uno dei dirigenti a lui più vicini «non si può proprio fare che si chiede una tregua per le europee e poi ci si mette a fare la guerricciola alle amministrative dove si può». La sinistra, del resto, ha già dimostrato di buttarsi nell'acqua e finire per affogare.

(il manifesto, 13/11/2008)


 

Sinistra democratica sfida l'area Vendola

Ma quale tregua, Sinistra democratica sfida l'area Vendola - Fava: «Basta con le finzioni del cartello elettorale, il nuovo partito va fatto subito, entro dicembre»

di Matteo Bartocci

Tra le varie aree di Rifondazione sarà pure una «tregua», come hanno concordato ieri Paolo Ferrero e Nichi Vendola, ma sulle prospettive politiche gli ex soci dell'Arcobaleno continuano a vederla in modo opposto.
All'assemblea nazionale degli amministratori di Sinistra democratica a Firenze, 400 quadri locali belli tosti, l'ipotesi di un cartello elettorale a sinistra del Pd non sfonda proprio, anzi.
Claudio Fava, coordinatore del movimento ex Ds, è chiarissimo: «Noi vogliamo lanciare un nuovo partito della sinistra subito. Entro la fine dell'anno ci sarà un nome, uno statuto e un nuovo simbolo». E l'associazione che avete presentato venerdì a Roma? «E' uno strumento leggero ed essenziale ma di passaggio», risponde Fava, per il quale l'ipotesi di un cartello elettorale tipo Arcobaleno 2 «non esiste proprio». E a chi obietta che così si aprirebbe lo scontro fratricida a sinistra l'eurodeputato risponde per le rime: «Ma ben venga una sana competizione elettorale tra noi! L'Arcobaleno ha perso proprio perché era un'unità fittizia di culture e strategie politiche diverse. Non si può fingere un'unità che non c'è. Per noi il tema del governo e dunque di un nuovo centrosinistra alleato col Pd non può essere accantonato». Anche Fabio Mussi alza le spalle di fronte alle difficoltà dell'area vendoliana del Prc: «Noi lavoriamo perché tutta la sinistra si unisca. Se non è possibile si unirà quella che è possibile». Ma quale?
Naturalmente le scissioni non si augurano a nessuno, è evidente però che l'offensiva di Sd punta innanzitutto all'area vendoliana di Rifondazione (il 47% del partito). Che oggi come non mai appare confusa sul da farsi.
Se Gennaro Migliore auspica che nel Prc si apra il dibattito perché «una sinistra unita è più utile oggi di prima», tanti ex bertinottiani non la pensano così. Dal lombardo Augusto Rocchi al toscano Milziade Caprili fino all'ex vicecapogruppo in senato Tommaso Sodano, in molti concordano nel dire che lasciare ora Rifondazione sarebbe semplicemente esiziale. Sono voci certo non dissonanti da quella di Fausto Bertinotti, che in un incontro di qualche giorno fa con Ferrero ha marcato la sua distanza con l'attuale corso rifondarolo ammettendo però con una inusitata franchezza che «fare una scissione prima delle europee sarebbe un suicidio».
Di fronte al quale la strada del «soggetto dentro/fuori» Rifondazione scelta con «l'associazione per la sinistra» appare un ibrido incomprensibile e alla lunga insostenibile dentro un partito che continua ad essere lacerato. Lo dimostra, per esempio, il caos al congresso regionale della Sardegna dove, in controtendenza, la maggioranza di Chianciano è minoranza (il 37%) e ha abbandonato i lavori alla semplice comparsa di Nichi Vendola per un dibattito «non concordato nel partito» con Renato Soru.
Strappi, risse e sollecitazioni (vedi sopra Diliberto) che non smuovono Ferrero, preoccupatissimo soprattutto per i conti in rosso di Liberazione. Per ora la sua linea è rafforzare una sinistra. «autonoma» Come e per fare che si vedrà.(Il Manifesto 9 novembre 2008)

 

Sinistra comunista


Sinistra comunista: un nuovo quotidiano per una nuova area politica


Di Gianluigi Pegolo e Sandro Targetti

Da oggi iniziano le pubblicazioni di un nuovo quotidiano on line: Sinistra Comunista