L'ultimo
appello a Nichi Vendola di Paolo Ferrero, segretario di Rifondazione
comunista, ha la forma di una video lettera. Contiene tre proposte per
tornare a lavorare insieme: la formazione a Milano di una lista comune della
sinistra come riferimento per tutti coloro che hanno votato Giuliano Pisapia
nelle recenti primarie; un candidato unitario per le eventuali primarie del
centrosinistra in caso di elezioni anticipate; l'avvio del confronto per
costruire un programma della sinistra da presentare alle altre forze del
centrosinistra.
La mano tesa a Vendola ha preceduto l'apertura del primo Congresso della
Federazione della sinistra. Rifondazione, Pdci e Socialismo 2000 sono le tre
forze principali che hanno vita nel 2009 alla Federazione della sinistra che
hanno celebrato nel fine settimana il Congresso con la parola d'ordine
''L'Italia che non si piega''.
Il tema delle Assisi era innanzitutto la definitiva unificazione delle tre
formazioni politiche, oltre che di tessere nuovi rapporti a sinistra in modo
da uscire dall'isolamento seguito alla mancata conquista di una
rappresentanza parlamentare nelle elezioni politiche del 2008 e in quelle
europee del 2009. Un obiettivo raggiunto, anche se ci sarà da lavorare nelle
rispettive basi.
All'ordine del giorno della discussione anche la verifica di poter ritessere
la collaborazione con Sinistra ecologia e libertà, il movimento nato dopo
l'elezione di Ferrero a segretario di Rifondazione nel 2008 e l'uscita da
quel partito di Vendola. Quest'ultimo appare con il vento in poppa, come
attestano i sondaggi che lo indicano in questo momento addirittura come il
leader politico più popolare, e disponibile a lasciarsi alle spalle i
rancori del passato ma non fino al punto da privilegiare l'idea di una
ricomposizione della sinistra radicale rispetto alla nascita di un rinnovato
centrosinistra.
Claudio Grassi, della segreteria nazionale della Federazione della sinistra,
scriveva alla vigilia del Congresso sul suo blog: ''Alle ultime elezioni
abbiamo raccolto il 2,7%. Oggi i sondaggi ci accreditano tra il 2 e il 2,5.
L'errore più grave che possiamo compiere è quello di coltivare questa
nicchia, rassegnarci al fatto che quello è il nostro consenso. Occorre anche
confrontarsi con altri, cercare di cogliere la verità interna delle loro
posizioni, essere meno supponenti e più accoglienti''.
L'impresa non è facile per le tante lacerazioni del passato. Nei mesi scorsi
la Federazione della sinistra aveva tentato un dialogo anche con il Pd
proponendo un accordo elettorale che escludesse impegni di governo in caso
di vittoria elettorale del centrosinistra ma poi non se ne è fatto nulla.
Sul tavolo resta solo la possibilità di un accordo tecnico, qualora si formi
un polo politico-elettorale formato da Pd, Sel e Idv che permetta alla
Federazione di avere come obiettivo raggiungibile la soglia del 2% e non
quella del 4 per accedere alla Camera.
Dialogare con il Pd restando fuori da un eventuale governo di centrosinistra
ma soprattutto "ricostruire un movimento di lotta delle classi sociali
subalterne per riconquistare i diritti, per rovesciare il capitalismo e per
porre il problema della rivoluzione in occidente". E' stato questo uno dei
punto più applauditi del discorso di Paolo Ferrero di fronte al Congresso.
"I padroni - ha detto Ferrero - vogliono far sparire il movimento operaio e
facci tornare tutti all'ottocento. Il populismo è la forma politica che
parla di questo tentativo di cancellare le classi subalterne. Berlusconi
dice che c'e' una sola società, la sua, e che noi siamo invidiosi. In realtà
il nostro compito è ricostruire un movimento di lotta. Gli yacht e il letto
di Putin che Berlusconi possiede ci fanno schifo perché noi abbiamo un altra
idea di società".
Nella sua analisi Ferrero ha parlato di "fallimento del capitalismo: è
andato in crisi perché ha vinto troppo, non perché è stato sconfitto dalla
classe operaia. Questo liberismo è pericoloso e ci condurrà alla barbaria e
un nuovo pericolo di guerra mondiale". Ha ribadito che "serve un intervento
pubblico in economia perché questa è diventata la grande questione
democratica. Non possono decidere tutto quattro padroni e quattro
banchieri". Ha quindi incitato tutti i comunisti della Federazione della
Sinistra a "credere profondamente nella ideologia comunista perché non ci
sono le ideologia vuol dire che c'è e una sola, quella del mercato. Dobbiamo
stare molto attenti al tentativo di cancellare il nostro diritto a credere:
prima passa l'idea che i repubblichini sono come i partigiani e poi
pretendono di rinchiuderci nei musei perché abbiamo una nostra ideologia".
"Il primo
obiettivo del centrosinistra deve essere la sconfitta di Silvio Berlusconi.
E questo è anche il primo obiettivo della Federazione di Sinistra" ha
spiegato Oliviero Diliberto che da ieri è il portavoce del nuovo soggetto
politico che nasce dalla fusione tra Pdc e Prc. "E' necessario dar vita - ha
sottolineato Diliberto - ad una alleanza per sconfiggere l'attuale premier.
Ma non dobbiamo dare per scontato che si tratterà di una passeggiata.
Berlusconi cercherà di comprare i deputati e poi cercherà di portarci al
voto umiliando ogni giorno di più il Parlamento".
L'ex leader del Pdci (????) ha poi sottolineato che la sconfitta di
Berlusconi non risolve tutti i problemi perché l'illegalità non è solo
mafia, cricca e leggi ad personam ma anche sottoporre i lavoratori al
ricatto dello scambio tra diritti e lavoro".
Insomma, c'è un
problema di democrazia a partire dalle fabbriche la cui vita è totalmente
oscurata dai mass-media. Dunque, l'auspicio che Grassi aveva lanciato dal
suo blog resta il nodo politico anche dopo il Congresso: "Serve un messaggio
di unità, in tutte le direzioni. Unità tra le forze che compongono la
Federazione. Unità, al suo interno, tra Prc e Pdci che devono trovare le
modalità per riunificarsi. Unità con Sinistra ecologia e libertà per
costruire una sinistra plurale. Unità con le altre forze democratiche per
battere Bossi e Berlusconi''. (www.paneacqua 23 novembre 2010)
Vendola al Pd:
Manifestiamo insieme l'11 dicembre
di Francesco Scommi
Pierluigi Bersani la manifestazione del Partito democratico contro
l'agonizzante governo Berlusconi l'ha voluta, personalmente, e l'ha già
fissata da giorni per l'undici dicembre prossimo. L'obiettivo è far uscire è
scongiurare il rischio di far apparire il Pd troppo schiacciato sulle mosse
di Gianfranco Fini, specialmente se il risiko tra il presidente del
Consiglio Silvio Berlusconi e il leader di Futuro e libertà andasse, come
sembra, avanti ancora per molto tempo.
Oggi il leader di Sinistra e libertà Nichi Vendola chiede che quella
manifestazione diventi qualcosa di più, si espanda a tutta l'opposizione, il
laboratorio dell'alternativa. Così il presidente della Regione Puglia
all'Ansa: "C'è bisogno che le forze di alternativa assumano un'iniziativa
unitaria: per questo mi permetto di suggerire e chiedere a Pierluigi Bersani
ed al Partito democratico di trasformare la manifestazione convocata per
l'11 dicembre in un grande appuntamento del cartello dell'alternativa, del
nuovo centrosinistra".
Vendola continua: "Il nuovo centrosinistra possa trovare in piazza la culla
di un sogno nuovo, di un'Italia che si liberi dal populismo ingannatore, che
si liberi dalle cricche e possa finalmente affrontare non i problemi di una
vita privata disordinata e borderline, ma i problemi di un'intera
generazione privata della prospettiva del futuro, affrontare i problemi di
un Paese in ginocchio che ha necessità di essere aiutato a rimettersi in
piedi".
La
proposta è rilanciata dal segretario del Pdci Oliviero Diliberto a nome
della Federazione della sinistra: "Anche oggi, come già ho fatto due giorni
fa, torno a chiedere a Bersani che la manifestazione dell`11 veda di nuovo
unita tutta la sinistra. Mi fa molto piacere leggere che anche Nichi Vendola
lo chiede. Significa che avvertiamo tutti l'esigenza di rispondere con
credibilità e sincera unità alla crisi del centrodestra e alla politica
ingannatrice che sta svilendo e dequalificando l'intera Italia".
"L`11 - aggiunge Diliberto - può diventare una straordinaria occasione di
incontro tra sinistra politica e sinistra sociale. Proprio l`11, infatti, si
terrà un'altra manifestazione centrata sui problemi del lavoro e del sapere
indetta dall'appello 'Uniti contro la crisi'. E' importante che le due
manifestazioni confluiscano in una sola perché - lo ripeto - oggi è il
momento dell'unità e della responsabilità contro la deriva del governo
Berlusconi". (www.paneacqua.eu 10 novembre 2010)
Qualcosa si muove a
sinistra
di
Edgardo Fulgente
Dopo
la manifestazione della Fiom la sinistra italiana sembra
aver ritrovato la capacità di confrontarsi nel merito e
le ragioni, profonde, dell’unità. La relazione di
Vendola al Congresso di Sel segna un punto di svolta.
Difesa della
democrazia, difesa e
rilancio della dignità del lavoro e dei saperi vengono
proposti come l’asse su cui costruire l’alleanza in
grado di sconfiggere Berlusconi, un’alleanza che secondo
Vendola, deve assumere - rifiutando tra le righe la
definizione di ‘Nuovo Ulivo’ - le primarie come
“elemento distintivo di una dimensione collettiva della
politica”.
Molto esplicito
anche il passaggio sui rapporti a sinistra. “Veniamo da
storie politiche comuni” dice Vendola rivolgendosi
direttamente a Diliberto e Ferrero presenti in sala a
nome della Federazione della sinistra, e ancora “Tra di
noi ci sono solo sentimenti e non risentimenti, torniamo
a confrontarci sui contenuti”.
La prima
reazione, a caldo, è quella del Segretario del Pdci, che
dichiara di aver “apprezzato molto” la relazione di
Vendola. Secondo Diliberto “è importante che abbia posto
alla base la centralità del lavoro e del sapere.”
Inoltre, sul fronte dei rapporti a sinistra e nel
centrosinistra il Segretario dei comunisti dice di
“apprezzare l’appello sincero all’unità.” venuto dal
Presidente della Puglia.
Può darsi che
tante batoste abbiano insegnato qualcosa alla sinistra?
L’auspicio è
che sia davvero terminata la stagione delle sconfitte, e
si apra un nuovo percorso, che sappia unire anziché
lacerare.(http://www.quinews.it/ 23 ottobre 2010)
Intervista a Paolo Ferrero
Segretario
Paolo Ferrero, il sì del Prc all'Alleanza democratica di Bersani è
quello della forza del centrosinistra oggi più lontana dal Pd. Cosa
vi fa decidere di starci? Quella di Bersani è la stessa proposta che ho fatto io da tempo,
per la precisione dal marzo scorso, a nome della Federazione della
sinistra: un fronte democratico che ha l'obiettivo di sconfiggere
Berlusconi e cambiare la legge elettorale in senso proporzionale, in
un quadro di salvaguardia democratica e di giustizia sociale. Ma
questo fronte non coincide con il governo che ne può emergere. Per
noi oggi non ci sono le condizioni per far parte di un governo con
questo centrosinistra. La logica che spinge Bersani mi pare la
stessa. Del resto per cacciare Berlusconi, fare la nuova legge
proporzionale e uscire dal bipolarismo sono pronto ad allearmi anche
col diavolo.
Ma il leader Pd ribadisce la scelta del bipolarismo e la
preferenza per l'uninominale. Non il proporzionale: vuole il ritorno
al Mattarellum.
Noi siamo per il proporzionale secco. Altri, come noi, preferiscono
il modello tedesco, penso a D'Alema, a Rutelli, a Casini. Vuol dire
che ne parleremo. Ma il punto è che fino a qui la discussione era
solo sull'impianto veltroniano, bipolarista e persino bipartitico,
il cui unico obiettivo era ammazzare le forze della sinistra. Ora
invece il tema è su come si va verso il proporzionale, o comunque
come si realizza un sistema plurale. Da questo punto di vista il
Mattarellum è un passo avanti. Poi il grado di compromesso finale si
vedrà. Ma si va nella direzione giusta.
L'Italia dei
valori ha detto sì all'alleanza a patto che non ci sia l'Udc. Vale
lo stesso anche per voi?
Noi non poniamo veti. Perché noi, a differenza di Di Pietro, non
siamo interessati a governare con loro. Il fronte democratico è una
proposta rivolta a tutte le forze dell'opposizione. E in tutta
franchezza voglio dire che il modo in cui si definirà questo fronte
lo vedremo. È chiaro che non ci potranno essere mafiosi in lista, e
che il profilo morale dei candidati debba essere solido. Ma voglio
ricordare a Di Pietro che nel Comitato di liberazione nazionale
c'erano anche i monarchici. Quanto al resto, l'Idv negli anni scorsi
ha votato i finanziamenti alla scuola privata, come l'Udc. Era
favorevole alla Tav, come l'Udc. Non era insieme a noi contro la
legge 30, come l'Udc; né per la commissione d'inchiesta sui fatti di
Genova, sempre come l'Udc. Io so che con loro tutti non posso
governare. Ma per fare un fronte democratico porte aperte a tutte le
opposizioni.
Viceversa è difficile che l'Udc accetti una qualche alleanza con
un partito ancora comunista.
Fatti loro. E sarebbe strano, in ogni caso: in Piemonte siamo stati
alleati contro l'indigeribile leghista Cota. E in Liguria governiamo
insieme. Ci presenteremo al voto come Federazione della sinistra,
che nel simbolo ha una bella falce e martello. E, lo diciamolo
subito, non siamo disponibili a toglierla. Ma ripeto: non mi
interessa il governo, non faccio il rompiballe che fra due mesi si
rimangia tutto.
A proposito di questo: il governo del vecchio Ulivo è caduto da
sinistra, l'avete buttato giù voi nel '98. E l'Unione, che invece è
caduta da destra per i voti di Mastella, aveva una sinistra in forte
sofferenza che aveva definito «morente» l'esecutivo. Crede che gli
elettori avranno voglia di votare alleanze con questi precedenti?
Ma infatti io non voglio stare in un'ammucchiata di governo con
forze che vent'anni fa ricoprivano tutto l'arco costituzionale. Il
punto decisivo è costruire una legge elettorale che permetta a certe
posizioni di esprimersi. Berlusconi di suo ha il 30 per cento nel
paese, non di più. Ma l'attuale legge elettorale gli consegna i
numeri che ha. C'è invece una larga maggioranza nel paese contro
Berlusconi: bisogna costruire subito, nei primi tre mesi di governo,
una legge che le restituisca la rappresentanza in parlamento. E lì
poi ci ci può essere Montezemolo, che considero un nemico di classe,
e Casini, con il quale mai governerei.
Ma il governo che deve fare la legge in tre mesi è quello
dell'Ulivo, o uno a tempo nato dalla crisi del Pdl?
Puntare a un governo di transizione, oltre a essere irrealistico
perché non è semplice che Berlusconi vada a casa, è sbagliatissimo.
Questo governo farebbe una legge elettorale del tutto al di fuori di
una discussione democratica nel paese. E sul piano sociale? Boh,
magari farebbe peggio del Pdl. Il rischio vero è che rivergini
Berlusconi, gli faccia fare la parte della povera vittima di un
intrigo di palazzo, che provochi una delusione pazzesca nel paese. E
che poi gli elettori lo rivotino.
Chi è il vostro candidato premier dell'alleanza democratico?
Chiunque. Tranne Fini, perché parliamo comunque di opposizioni. È la
forza più grande a dover decidere. Non mi infilerò nella discussione
' primarie sì, primarie no'.
Il Prc preferisce non partecipare
alla scelta del premier con le primarie?
È inessenziale. Il punto è costruire la coalizione e il suo
programma.
Il Pdci, che è federato con voi, ai gazebo preferisce De
Magistris candidato di tutta la sinistra. Voi no?
La discussione è fuori tempo. Se si arriverà ai gazebo discuteremo
con i candidati le proposte che avanzeranno. E sottolineo se.
Siete così disinteressati a come si sceglie il capo di una
coalizione a cui comunque aderite?
Abbiamo il senso delle proporzioni. Non sta a noi la proposta di un
capo di governo di cui comunque non faremo parte. Alle regionali in
qualche caso abbiamo partecipato in modo netto alle primarie, e
penso a Nichi Vendola in Puglia. In altri casi no.
Proprio per questo non è almeno probabile vi orientiate su
Vendola?
Ripeto, non posso saperlo ora, vedremo i programmi, fin qui non se
ne sono visti. E ripeto: se siamo interessati al fronte democratico
e non al Nuovo Ulivo è perché noi abbiamo un altro progetto
politico. Che è quello di unire tutta la sinistra di alternativa.
Quindi vogliamo collaborare con l'Ulivo, ma avanziamo una proposta a
tutte le forze della sinistra d'alternativa, da Sinistra e libertà
di Vendola, a Sinistra critica, al Partito comunista dei lavoratori:
costruiamo un polo per l'alternativa, autonomo dal Pd.
Vendola si rivolge a un popolo più ampio, comprendente anche
l'elettorato Pd.
In questo caso il popolo della sinistra dovrà dire se vorrà stare
dentro l'Ulivo o se vuole costruire una posizione autonoma. Perché
poi, una volta sconfitto Berlusconi, c'è da far fronte ai vari
Montezemolo, Cei eccetera.
Parla a nome del Prc o anche del Pdci e della Federazione della
sinistra?
Sul fronte democratico, la mia posizione è quella della Federazione,
l'abbiamo anche votata. Se poi Cesare Salvi, che è il portavoce di
turno, ancora non l'ha pronunciata a nome di tutti, è perché è in
vacanza per qualche giorno. Ma la Federazione c'è. Al voto politico
ci sarà il suo simbolo.
Nel
mare pieno di detriti della politica italiana, la
candidatura di Vendola ha suscitato interesse fino a
coinvolgere gruppi entusiasti di giovani e di militanti
della sinistra delusi ed irritati dalle debolezze e
contraddizioni del Pd e dal catacombismo di molta parte
dei comunisti da tempo desaparecidos o undeground.
Frequento internet e mi capita di incontrare compagni
che si battono per sostenere la candidatura di Niki. La
sua stella brilla non solo nell'emisfero sinistro della
politica italiana ma anche in diversi ambienti della
borghesia già berlusconiana e stanca e schifata dal
Cavaliere. Il mio farmacista che era stato candidato
alle comunali di Palermo per il Pdl mi ha detto, con un
sorriso, che le sue simpatie per Vendola aumentavano e
che probabilmente lo avrebbe votato alla prima occasione
utile.
Il fenomeno Vendola nasce dalla profonda delusione e
dallo smarrimento del popolo di sinistra sempre più
perplesso di fronte ai comportamenti a volte
sconcertanti del Pd. La recente infelice dichiarazione a
favore di un governo Tremonti è stata la goccia che ha
fatto traboccare il carico di insoddisfazioni che
Bersani ha sollevato durante tutta la sua gestione
politica del partito. I gruppi dei comunisti divisi tra
seguaci di Ferrero, Rizzo, Diliberto, Ferrando si
guardano in cagnesco e non riescono ad attuare una
politica di emersione dal sottosuolo e di ricomposizione
in un unico grande partito di classe. La federazione
della sinistra non decolla. In breve viviamo in un Paese
che ha il Parlamento più di destra che si possa
immaginare. I programmi del Pdl e del Pd quasi
coincidono in tutto. Anche IdV possiamo considerarlo un
partito populista di destra anche se ha salvato un poco
di decoro all'opposizione. Insomma, in questa palude
fangosa spunta come un fiore splendido questo politico,
questa persona onesta, militante dell'antimafia ed
amministratore capace che contro i mammasantissima di
D'Alema e di Fitto ha vinto in Puglia facendo della
regione una Istituzione
popolare tra gli abitanti. Fenomeno raro in Italia in
cui le regioni sono vissute come sanguisughe di risorse
e luoghi del privilegio dei politici e dei loro famuli e
compari di merende.
Non ho dubbi che se Vendola arriverà a candidarsi alle
primarie del Pd (se mai si faranno) le vincerà e si
consacrerà leader dell'alternativa a Berlusconi per una
nuova stagione del centro-sinistra che molti già
chiamano di sinistra-centro. Ma io considero perdente ed
anacronistica la coalizione del centro-sinistra. Prima
di tutto perchè non è più l'Ulivo, non è animata da
nobili ideali che diedero vita al primo governo Prodi.
Oggi le pulsioni liberiste ed antioperaie sono
fortissime al suo interno: Letta, Ichino, Bersani,
Fassino tra Marchionne e i metalmeccanici hanno scelto
Marchionne. La Confindustria li interessa molto di più
dei carcerati della Isola dei cassintegrati. Condividono
fino in fondo ed ancora di più il feroce liberismo che
sta sconvolgendo ed immiserendo venti milioni di
lavoratori dipendenti italiani. Il Pd è per le
privatizzazioni e per il federalismo ed ha accordi
sottobanco con La Lega per buoni rapporti nel Nord del
Paese. L'europeismo del PD è di tipo iperliberista ed
atlantico. D'Alema ha bombardato Belgrado senza farsene
tanti scrupoli. Fassino ed i suoi pari si sono schierati
con Israele contro i pacifisti della striscia di Gaza e
sostengono le guerre coloniali dell'Impero.
Il centro-sinistra di Vendola dovrà rinnovare
tacitamente o apertamente la conventio ad excludendum
verso la sinistra comunista decretata da Veltroni dopo
il noto accordo elettorale con Berlusconi. Gli sarà
imposto da Bersani, Franceschini, Fioroni... Se Vendola
vorrà il consenso di queste persone dovrà adeguarsi alle
loro idee. Non potrà mettersi in conflitto sostenendo
cose diverse. Se farà questo non sarà più Vendola ma
un'altra cosa diversa da quella che la gente crede di
identificare. Per quanto la sinistra comunista sia
divisa e sotterranea è la sola che sostiene la causa dei
lavoratori e della pace e si oppone alla svolta fascista
e militarista della Confindustria. Vendola fa finta di
non vederla ed è a disagio. Non sa come regolarsi e si
limita a non respingere l'aiuto che gli viene offerto da
Ferrero o altri.
Ma l'errore fatale di Vendola è quello di accettare il
meccanismo delle primarie e della finta democrazia del
bipolarismo italiano. Le primarie sono riservate a
persone che hanno raggiunto una visibilità massmediatica
forte. I massmedia sono fondamentali al successo di un
candidato. Non a caso le primarie vengono dalla
cosiddetta democrazia americana dove la lotta avviene
tra miliardari o candidati di gruppi potenti
dell'economia e della finanza. Ma la popolarità di una
persona non basta per avere la nostra fiducia.
Berlusconi è popolarissimo e riuscirebbe primo in tante
primarie. Ma questo non fa di lui il dirigente, lo
statista di cui l'Italia ha bisogno.
Al meccanismo del bipolarismo e delle primarie bisogna
sostituire il ritorno alla proporzionale ed alle
preferenze. Un Presidente eletto dal Parlamento è
preferibile ad un Presidente o Governatore o Sindaco che
per la legge attuale hanno un terribile potere di
ricatto sulle assemblee elettive. " Se cado io, voi
cadrete con me". La paradossale legge elettorale
italiana che mette il potere legislativo nelle mani di
una sola persona è inaccettabile e va cambiata. Altro
errore di Vendola è quello di schierarsi, acriticamente,
dalla parte delle Regioni così come sono nella loro
rivendicazione contro i tagli di Tremonti. Le Regioni
hanno un costo della politica diventato insopportabile,
hanno migliaia di consulenti di cui non c'è alcun
bisogno, hanno privatizzato ed appaltato quasi tutto
riducendosi a terminali erogatori di favori a cricche o
a cordate di imprenditori che hanno scoperto il denaro
pubblico come lubrificante delle loro imprese. Le
Regioni italiane vanno chiuse.
Ha ragione Giorgio Ruffolo a proporre due maxiregioni
federate in sostituzione dei venti statarelli che stanno
dissanguando gli italiani. Due maxi-regioni e Comuni
riformati come voleva Carlo Pisacane. Per questo e molte
altre cose credo che il problema non sia quello di fare
il tifo per Vendola incentivando il suo naturale
accondiscendente tartufismo. Dobbiamo chiedere a Vendola
di costruire un movimento non per vincere le elezioni ma
per dare un partito ai lavoratori che da anni non
l'hanno più e non hanno più neppure sindacato. La CGIL è
stata sequestrata da Bersani come suo "capitale" nei
negoziati per i voti dell'imprenditoria italiana. Sono
anni che invece di conquistare diritti ne toglie assieme
a Cisl ed Uil oppure limitandosi a fare il convitato di
pietra o il palo o il complice silente.
Venti milioni di lavoratori che hanno subito un vero e
proprio colpo di Stato ed hanno avuto decurtato il loro
reddito del cinquanta per cento, che dalla legge Biagi
hanno visto i loro figli diventare precari a vita e
schiavi per pochi spiccioli, con le pensioni
saccheggiate pur essendo l'Inps attiva, hanno bisogno di
un Partito di un movimento che li difende. Non si può
vincere senza di loro o, peggio, contro di loro. Il
problema dell'Italia è ridare sicurezza a tutte queste
persone, a quanti sono minacciate dai licenziamenti e
dalla perdita dei loro diritti. Fare vincere una
Oligarchia, seppure guidata da un leader onesto e
brillante, non il nostro obiettivo, Dobbiamo fare
vincere i diritti e una idea di società solidale ed
antimalthusiana. Con la ricostruzione dei diritti e
della sicurezza dei lavoratori ricostruiremo l'Italia
civile e solidale come è stata nei momenti più alti
della sua vita politica. (www.paneacqua.it 9 agosto
2010)
La risposta è
l'esplosione sociale
di Marco Ferrando*
Come in tutta la sua storia, la Fiat si candida a
direzione del padronato italiano.
Fu così nell'immediato secondo dopoguerra, quando si pose alla testa della
restaurazione padronale. Fu così nell'autunno 80, quando fece da apripista
dei licenziamenti collettivi. Così è oggi: laddove punta non solo allo
smantellamento del contratto nazionale, ma alla ricomposizione, sotto la
propria egemonia, del grosso della borghesia italiana, su una linea di nuovo
sfondamento sociale.
Tuttavia esistono due importanti differenze col passato.
La prima sta nel contesto della crisi capitalistica mondiale e del nuovo
quadro di competizione globale, usata cinicamente dalla Fiat come arma
estrema di ricatto.
La seconda sta nell'omologazione liberale del grosso dell'«opposizione»: che
vede un Pd confindustriale schierarsi di fatto dalla parte di Marchionne
contro la Fiom, al fianco del governo più reazionario che l'Italia abbia
avuto dai tempi di Tambroni.
Per questo lo scontro Fiat è oggi uno snodo tanto decisivo quanto difficile.
Ma proprio questo quadro generale fa sì che lo scontro non possa essere
affrontato in termini convenzionali. Non è più tempo, se mai lo è stato, di
denunce o iniziative simboliche. Men che meno di divisioni concorrenziali di
sigla all'interno del sindacalismo di classe.
È tempo di lavorare a mettere in campo, unitariamente, una forza di
contrasto che sia radicale quanto è radicale l'offensiva della Fiat e del
governo.
Questo è il punto decisivo. O si oppone alla determinazione di Marchionne
un'altra eguale e contraria, o la partita è segnata, con effetti di
trascinamento di lungo corso.
È con questa impostazione che avanziamo all'insieme delle sinistre politiche
e sindacali una proposta aperta di riflessione e confronto, che preveda la
più ampia partecipazione alla manifestazione promossa dalla Fiom per il 16
ottobre, assumendola però non come rito, ma come punto di passaggio di una
mobilitazione generale, prolungata e radicale, che miri ad incidere sui
rapporti di forza tra le classi.
Poniamo in sostanza l'esigenza della generalizzazione della lotta, al
massimo livello, in tutti gli stabilimenti Fiat , e della ricomposizione
attorno alla lotta Fiat dell'insieme delle vertenze aziendali oggi in corso.
Se Marchionne punta all'egemonia del fronte padronale, la lotta Fiat può
puntare al quella del fronte operaio.
Se punta allo scardinamento del contratto nazionale, le sinistre sindacali e
politiche possono preparare l'occupazione operaia degli stabilimenti Fiat e
di tutte le aziende che licenziano o calpestano i diritti, accompagnata
dalla costituzione di una cassa nazionale di resistenza.
Se Marchionne rivendica il diritto di espropriare lavoro e diritti nel nome
del profitto, i lavoratori possono rivendicare la nazionalizzazione della
Fiat e di tutte le aziende che licenziano, senza indennizzo per gli
azionisti e sotto controllo operaio.
Se Marchionne promuove la contrapposizione dei lavoratori italiani agli
operai polacchi, serbi, americani, le sinistre politiche e sindacali possono
lavorare ad una piattaforma operaia internazionale, innanzitutto europea,
tra tutti i lavoratori della Fiat (e non solo), raccogliendo gli appelli che
vengono da settori sindacali serbi e polacchi.
Una proposta «troppo radicale»? Al contrario.
Solo un'azione di rottura sociale, tanto più in tempo di crisi, può
strappare risultati parziali e concreti; mentre una rinuncia pregiudiziale
al salto concreto di mobilitazione moltiplicherebbe i rischi di una
regressione storica.
E sarebbe attuale anche sul piano politico. Il berlusconismo sta
attraversando una crisi esplosiva, per questo da un lato riemergono le
peggiori tentazioni plebiscitarie, dall'altro si moltiplicano le manovre
istituzionali di sottobosco tese a soluzioni di ricambio (governi di
transizione), sotto la benedizione di Bankitalia.
Con un esito paradossale: o la continuità (peggiorata) di Berlusconi o la
continuità delle politiche sociali di Berlusconi e Marchionne dentro un
«nuovo» quadro di governo borghese. In entrambi i casi una sconfitta
operaia.
Solo l'irruzione di un'autentica esplosione sociale - in piena autonomia dal
centrosinistra - può precipitare la crisi del berlusconismo dal versante
delle ragioni del lavoro. Non certo il mito vendoliano di un'«Obama bianco»,
magari in ticket con Chiamparino, mentre l'Obama nero esalta Marchionne.
* Segretario del Partito comunista dei lavoratori
Appello "La sinistra
torni a giocare un ruolo importante sulla scena politica italiana"
Siamo donne e uomini di sinistra che hanno preso parte alle tormentate
vicissitudini culminate nella disfatta del 2008. Oggi, nella diaspora della
sinistra italiana, facciamo riferimento a organizzazioni e movimenti diversi.
Alcuni di noi svolgono ruoli dirigenti in partiti o associazioni, altri –
dismessa la militanza attiva – contribuiscono in altre forme alla battaglia
politica o vi partecipano da semplici cittadini, con immutata passione.
Siamo dunque diversi. Ma siamo anche uguali, accomunati dall’appartenenza a una
stessa storia e cultura politica. Questa comunanza significa per noi convenire
su talune fondamentali priorità: i diritti del lavoro, l’occupazione e il
reddito delle classi lavoratrici; l’inalienabile titolarità collettiva dei beni
primari, a cominciare dall’acqua, dalla conoscenza e dall’ambiente; la
democrazia partecipativa, garantita dalla Costituzione repubblicana nata dalla
Resistenza antifascista.
Sulla base di queste opzioni condivise, l’attuale situazione sociale e politica
del Paese ci appare grave e densa di pericoli. Guardiamo con allarme alle
pesanti conseguenze della crisi economica sulle condizioni di vita di grandi
masse di cittadini italiani e migranti. Riteniamo (e la «manovra correttiva» ora
minacciata dal governo ci rafforza in tale convincimento) che la drammatica
crisi che investe gli anelli più deboli del contesto europeo sancendo il
fallimento dell’Europa liberista di Maastricht e di Lisbona renda ancor più
preoccupante anche nel nostro Paese la prospettiva delle classi subalterne.
Consideriamo intollerabili il dilagare della povertà e della precarietà;
l’attacco governativo alle tutele giuridiche del lavoro dipendente e al diritto
dei lavoratori a una contrattazione collettiva solidale, autonoma e democratica;
la distruzione dello Stato sociale e il controllo oligarchico sui mezzi di
informazione; il diffondersi della corruzione e dell’evasione fiscale e
l’imposizione di un sistema politico bipolare che nega rappresentanza e voce a
milioni di elettori. Riteniamo concreto il rischio di svolte autoritarie in un
contesto segnato dalla rottura della coesione sociale e dalla recrudescenza di
pulsioni razziste alimentate da chi accarezza disegni populisti e progetta la
distruzione istituzionale dell’unità nazionale.
In questo difficile frangente pensiamo che quanto ci unisce debba prevalere su
quanto ci ha sin qui diviso e tuttora ci separa. Siamo determinati a batterci
per una società più civile e meno ingiusta, ma siamo al tempo stesso consapevoli
del concreto rischio di estinzione che oggi incombe sulla sinistra italiana.
Tutto ciò ci convince della inderogabile necessità di puntare sulle convergenze
e affinità e di privilegiare le importanti battaglie comuni che insieme possiamo
combattere e vincere: innanzitutto quella, cruciale, per il rilancio del sistema
elettorale proporzionale per tutte le assemblee elettive, a cominciare dal
Parlamento nazionale.
Con questo spirito ci rivolgiamo a tutte le forze organizzate della sinistra,
affinché in ciascuna si affermi una volontà unitaria, indispensabile a far sì
che la sinistra torni a giocare un ruolo importante sulla scena politica
italiana.
Alberto Burgio, Cesare Caiazza, Maria Campese, Loris Campetti, Marcello Cini,
Paolo Ciofi, Elettra Deiana, Piero Di Siena, Paolo Favilli, Luigi Ferrajoli,
Gianni Ferrara, Francesco Garibaldo, Alfonso Gianni, Claudio Grassi, Raniero La
Valle, Orazio Licandro, Giorgio Lunghini, Maria Rosaria Marella, Maria Grazia
Meriggi, Roberto Musacchio, Franco Ottaviano, Gianni Pagliarini, Manuela Palermi,
Valentino Parlato, Roberto Passini, Tiziano Rinaldini, Patrizia Sentinelli,
Bruno Steri, Aldo Tortorella, Alessandro Valentini, Mario Vegetti, Gianni
Vigilante, Massimo Villone, Luigi Vinci (www.facebook.com 18 maggio
2010)
ilmegafonoquotidiano.it
Prove generali di unità a
sinistra
di Salvatore Cannavò
Un appello per unire la sinistra dopo la sua
sconfitta. Lo firmano alcuni e alcune dirigenti di vari partiti,
associazioni e giornali in un'iniziativa che smuove un po' le acque e,
se progredisse, potrebbe cambiare le carte in tavola. L'appello, che
dovrebbe apparire domani su Liberazione e manifesto, è firmato da un
numero significativo di personalità e, come spesso capita, colpisce per
l'assenza di alcuni nomi. In particolare per quella del segretario di
Rifondazione comunista, Paolo Ferrero - mentre il Prc è ampiamente
rappresentato - e del presidente della regione Puglia, Nichi Vendola. Ci
sono invece Claudio Grassi, Alberto Burgio, Alessandro Valentini e Luigi
Vinci di Rifondazione comunista, Licandro e Pagliarini del Pdci, Elettra
Deiana, Alfonso Gianni, Patrizia Sentinelli di Sinistra, Ecologia e
Libertà ma anche Valentino Parlato e Loris Campetti del manifesto, Aldo
Tortorella e Marcello Cini, Giorgio Lunghini e Raniero La Valle, Luigi
Ferrajoli e Massimo Villone. Insomme, uno spaccato della sinistra, a
volte minoranza nei partiti di riferimento, in gran parte ex
Rifondazione e riconducibile a una visione "continuista", legata alla
storia del Pci - sia pure con l'eresia manifestina - ma anche a gran
parte del percorso compiuto dal Prc.
"Siamo donne e uomini di sinistra che hanno preso parte alle tormentate
vicissitudini culminate nella disfatta del 2008", dice il documento e "
siamo diversi ma anche uguali, accomunati dall'appartenenza a una stessa
storia e cultura politica". I punti di convergenza sono semplici per
quanto generici: "i diritti del lavoro, l'occupazione e il reddito delle
classi lavoratrici; l'inalienabile titolarità collettiva dei beni
primari, a cominciare dall'acqua, dalla conoscenza e dall'ambiente; la
democrazia partecipativa, garantita dalla Costituzione repubblicana nata
dalla Resistenza antifascista".
"Sulla base di queste opzioni condivise, l'attuale situazione sociale e
politica del Paese ci appare grave e densa di pericoli" Si fa
riferimento alla crisi economica, agli attacchi al lavoro, ma anche al
diffondersi della corruzione fino al "rischio di svolte autoritarie in
un contesto segnato dalla rottura della coesione sociale e dalla
recrudescenza di pulsioni razziste".
E' per questo, dicono i promotori dell'appello, che "pensiamo che quanto
ci unisce debba prevalere su quanto ci ha sin qui diviso e tuttora ci
separa". Insomma, è venuto il momento della "inderogabile necessità di
puntare sulle convergenze e affinità e di privilegiare le importanti
battaglie comuni che insieme possiamo combattere e vincere: innanzitutto
quella, cruciale, per il rilancio del sistema elettorale proporzionale
per tutte le assemblee elettive, a cominciare dal Parlamento nazionale".
Un nuovo partito, una nuova organizzazione, magari un'associazione?
Niente di tutto questo. Per ora, l'appello chiede alle varie componenti
di far affermare, ciascuna in casa propria, "una volontà unitaria,
indispensabile a far sì che la sinistra torni a giocare un ruolo
importante sulla scena politica italiana". Poi si vedrà. Al momento non
c'è nessuna iniziativa convocata ma solo il desiderio di verificare
l'impatto dell'appello stesso.
Certo, non sfuggono alcune conseguenze politiche. Come dicevamo,
l'appello non vede, tra i suoi promotori, alcuni personaggi
significativi. Non c'è Vendola, proiettato sempre più in un'altra
direzione, alla conquista dell'intero centrosinistra - e con lui manca
qualsiasi figura riconducibile alla sinistra ex diessina di Mussi e Fava
- mentre da Rifondazione e dalla Federazione della sinistra, non c'è il
segretario Ferrero. Solo che i componenti della Federazione, o di
Rifondazione, che firmano l'appello, messi insieme fanno la maggioranza
di entrambe quelle due organizzazioni. E se la mancata adesione di
Ferrero rappresentasse una divergenza reale, questo vuol dire che è
finito in minoranza nel suo stesso partito
Unificare
le
lotte
in
una
prospettiva
politica
di Bruno Steri*,
Penso siano da
valutare positivamente i lavori dell'ultimo Cpn di
Rifondazione. La discussione è stata affrontata con la
giusta tensione politica: quella appunto richiesta da una
congiuntura molto difficile e, per molti aspetti, di
emergenza. Pressoché tutti hanno sottolineato l'estrema
pericolosità del quadro politico uscito da queste regionali
(domenica, il nostro giornale si spingeva fino ad evocare
nel suo editoriale una "fine della democrazia"): certo è
che, per il prossimo triennio, il voto conferisce nuova
legittimazione ad una destra pesantemente reazionaria
("barbara" è stato detto nell'intervento introduttivo).
In molti - io tra questi - hanno fatto discendere dalla
registrazione di questa emergenza democratica la necessità
di alzare il tono dell'offensiva unitaria: non per scoprire
all'improvviso un "alleantismo a prescindere", ma - primo -
per non restare a mezz'aria con il processo di attivazione
della Federazione della Sinistra; secondo: per pianificare
un'azione comune e sui nostri temi (ad esempio, quelli
referendari) con le forze collocate a sinistra del Pd; e -
terzo - per creare le condizioni per battere Berlusconi e
modificare assetto istituzionale e legge elettorale, aprendo
un dialogo "con chi ci sta" e non dando per scontata la
chiusura del cerchio bipolare. Le lotte, anche le più aspre,
hanno bisogno di essere unificate entro una prospettiva
politica; e questa, come ben sappiamo, ha bisogno non solo
di esser giusta, ma anche di essere efficace.
Tutto questo
concerne l'approccio alla fase; ma, poiché non si tratta di
indicazioni meramente "tattiche", è bene aggiungere qualcosa
al riguardo dei "fondamentali". E' qui che, a mio parere,
scontiamo qualche carenza di troppo. A volte, ho la
sensazione che noi ragioniamo come se avessimo già in tasca
l'essenziale, tutto quello che c'è da capire: di qua i
ricchi, di là i poveri, il conflitto di classe ecc. Se poi
siamo combinati come siamo, è perché abbiamo fatto degli
errori, i gruppi dirigenti si sono divisi ecc. Ebbene, non è
così. Lo dico al netto delle sacrosante considerazioni sul
nostro pressoché totale oscuramento mediatico, ma voglio
dirlo nel modo più deciso: le destre vincono e sfondano nel
nostro elettorato sui contenuti. E noi (soprattutto il
centro-sinistra, ma anche noi) perdiamo sul piano dei
contenuti.
Questo piano è
indissolubilmente connesso con quello delle alleanze: è
infatti ovvio che, se si dice "offensiva unitaria",
immediatamente si pone l'interrogativo: chi è il soggetto
che promuove questa offensiva (mi riferisco al Prc e, a
maggior ragione, alla Federazione)? qual è il suo profilo
politico, ideologico e programmatico? è sufficientemente
perspicuo, articolato? È mia convinzione che, su questo
terreno, non siamo sufficientemente attrezzati.
In un articolo su
L'Unità, Alfredo Reichlin sosteneva che abbiamo
bisogno non di poesie, ma di idee. Concordo, aggiungendo
che, forse, abbiamo bisogno anche di qualche sogno; ma
certamente occorrono idee. E queste scaturiscono da una
visione della realtà in cui siamo immersi. Guardiamo ancora
una volta alla Lega. Sui giornali si fa un gran parlare del
suo radicamento territoriale, della rete di istituzionali
locali e del loro attivismo, della sua presenza nella
bocciofila, dei banchetti ad ogni angolo del Nord Italia
ecc. Tutto vero. Si parla meno, tuttavia, delle sue idee.
Idee tanto terribili quanto semplici: come ben sapeva il
filosofo, la semplicità è la cosa più difficile, perché è la
chiarezza raggiunta a valle di un serio lavoro di scavo.
E infatti la Lega
ha fatto centro su due fenomeni macroscopici evidenziati
dalla globalizzazione capitalistica e dalla sua crisi: dal
lato della forza lavoro, il macro-fenomeno delle migrazioni;
dal lato dell'organizzazione del capitale, le
delocalizzazioni. In relazione ad essi, ha fornito due
risposte, appunto, terribili e semplici: quanto al primo, la
risposta è: dagli all'immigrato! Lavoro e case agli italiani
e non agli stranieri; quanto al secondo, protezionismo! stop
ai cinesi e all'invasione delle loro merci. Risposte
pericolose e drammaticamente reazionarie, ma collocate
all'altezza dei problemi, tempestive e dirette.
Non si tratta
dell'approccio grossolano di quattro sciamannati. In
Piemonte, Cota riesuma e fa sua la proposta del Prc contro
le delocalizzazioni: ma già alcuni mesi fa, nella
Commissione industria della Camera, davanti alla proposta
governativa di aiuti finanziari ai settori manifatturieri in
debito di ossigeno (elettrodomestici, ciclomotori ecc), la
Lega propone un emendamento in base al quale si esclude
dalle provvidenze le aziende che delocalizzano (il Pd vota
contro!).
È la Lega a
opporsi, sempre in Piemonte, alla famigerata legge
Bolkestein, schierandosi in difesa degli ambulanti. È sempre
la Lega a tutelare sul terreno delle politiche agricole, le
nostre nicchie produttive di qualità. E potrei continuare.
Idee, appunto: che qualificano la tua politica, quale essa
sia. Qualcosa che l'elettore precepisce e sulla cui base
giudica, pesa la forza di un'opzione politica.
Ci fu un tempo in
cui Rifondazione Comunista aveva un Comitato scientifico,
metteva al lavoro le sue commissioni per approfondire temi
specifici, produceva materiali e li metteva a disposizione
del partito, distribuiva alle federazioni libretti semplici
e chiari, riassuntivi di un tema. Oggi, chi dirà al Pd che,
sfasciando i cosiddetti "campioni nazionali" (pubblici), la
nostra industria manifatturiera d'eccellenza, e lasciando
campo libero alla micro-impresa, ha spianato la strada alla
Lega? Stiamo approfondendo su questo? E a quell'operaio
dell'Asinara che qualche sera fa, nella trasmissione di
Santoro, ha dato una lezione di politica industriale al
ministro del Tesoro, mettendo in fila i problemi della
chimica italiana, a questo compagno abbiamo qualcosa da
dire, possiamo supportarlo su quel terreno con un progetto
puntuale e non improvvisato? O ripartiamo da qui o non
ripartiremo affatto.
*Direzione nazionale Prc ,
coordinatore nazionale dell'area Essere comunisti e
direttore della omonima rivista
articolo pubblicato da Liberazione ( 16 aprile 2010 pag. 10)
e www.esserecomunisti.it
Oggi
la
Federazione
domani
la
fusione
di Matteo Bartocci
Dalla
Federazione della sinistra alla fusione di Prc, Pdci e associazioni varie in
un «unico soggetto politico»? «Non oggi - chiosa il portavoce Paolo Ferrero
- ma tra cinque anni chi lo sa».
Che così com'è, la «Fed rossa» non sia stata premiata dal voto è
indubitabile. Per questo la cinquantina di dirigenti, comunisti e non, che
hanno discusso ieri per oltre sei ore nel consiglio nazionale della «Fed»
hanno deciso di accelerare il passaggio dall'attuale «guscio-contenitore»
provvisorio a un'altra cosa. Più stabile e più concreta sul territorio, con
coordinamenti unici che vadano oltre i fondatori Prc e Pdci a livello
provinciale, e con un congresso fondativo in autunno. Vuoi per motivi di
cassa (i rimborsi elettorali sono prossimi allo zero), vuoi perché l'unità
della sinistra è ciò che resta del mezzo naufragio nelle urne, serrare i
ranghi è una strada obbligata. Nel mezzo, durante l'estate, si batterà la
strada dei referendum per l'acqua pubblica, contro il nucleare e contro la
legge 30. Un impegno su cui peraltro Paolo Ferrero e Angelo Bonelli dei
Verdi criticano l'Idv per l'atteggiamento sprezzante verso le altre forze
promotrici con la sua raccolta solitaria delle firme.
E' chiaro che dopo i mezzi fallimenti di tutte le elezioni dal 2008 a oggi,
sullo sfondo si agita soprattutto il «che fare» negli anni che separano
dalle politiche. Per il futuro, Pdci, Socialismo 2000, Lavoro e solidarietà
ma anche l'area di Claudio Grassi dentro Rifondazione sono tutte per
accelerare fino a fondere le varie anime comuniste post-Arcobaleno in un
«salto di qualità organizzativo». Al punto di poter sciogliere anche i
partiti fondatori nel «nuovo soggetto». Non è un tema di oggi, appunto, ma
domani chissà.
L'analisi di fondo è la medesima per tutti: c'è un area di sinistra larga
del 10-12%. «Un 7% di eroi che votano ancora a sinistra, per noi o Sel», per
dirla con Salvi. A cui si aggiunge un 5% di elettorato tra liste Grillo e
civiche varie da rispettare. Tutto sommato un potenziale di oltre due
milioni di voti che sono senza rappresentanza in parlamento e in Europa ed è
presente al lumicino anche nei consigli regionali.
La sinistra esiste ma è frammentata come non mai. Sul tema dell'unità è
logico che si arrovellino in molti. Vendola con le sue «Fabbriche» oltre i
partiti, De Magistris con una federazione larga dai grillini all'Idv. Paolo
Ferrero - che a fine mese sarà sostituito da Cesare Salvi come portavoce
della Fed secondo il principio della rotazione degli incarichi - «frena» chi
parla di fusioni e «andare oltre i partiti». Fedele al motto congressuale
«Rifondazione non si scioglie né oggi né domani».
Ma dentro il partito e nella stessa Fed non tutti la pensano così. In tanti
anzi auspicano un «rimescolamento complessivo» e anche «un nuovo gruppo
dirigente». Sciogliere Rifondazione, almeno tra i «grassiani»,
potenzialmente non è più un tabù se si fa per una sinistra più forte e «non
isolata».
A via del Policlinico c'è chi dipinge il segretario eletto a Chianciano due
anni fa come isolato, sostenuto solo dai compagni dell'ex Democrazia
proletaria. Maldicenze. Esagerazioni. Di fronte alle quali Ferrero esclude
difficoltà particolari. Non rimetterà il mandato da segretario al comitato
politico nazionale di sabato prossimo come gli ha chiesto l'area «vendoliana»
rimasta nel Prc e come fece autonomamente dopo il deludente 3% alle europee
di nove mesi fa. «In segreteria se ne è parlato - spiega - ma non crediamo
ce ne sia la necessità. Del resto le scelte sulle regionali le abbiamo
condivise tutti». Segno però che i malumori per l'isolamento e per i
risultati ci sono anche al vertice e non solo nella «base». Che per la prima
volta può dire la sua in viva voce sul sito www.federazionedellasinistra.it.
La «road map» del segretario è tracciata: entro ottobre congresso della Fed,
a primavera 2011 congresso del Prc. Nessuno però può assicurare che se la
Federazione dovesse accelerare veramente, al congresso del Prc poi si arrivi
mai.
Che il «rimescolamento» sia nei fatti lo dimostra anche il lavorìo sul nuovo
simbolo della Fed. Una scritta semplice e più visibile «Federazione della
sinistra» su falce e martello e bandiera rossa. Spariscono, insomma, i nomi
dei fondatori a cerchio come oggi. «Sicuramente la Federazione andrà avanti
velocemente - spiega Orazio Licandro del Pdci - ed è per noi lo strumento
dell'unità tra comunisti e non. Altrettanto sicuramente la sinistra non può
presentarsi alle prossime politiche con l'ennesimo cartello elettorale. E se
si vuole battere Berlusconi non può certo presentarsi da sola».
Sfumature non piccole che riguardano alleanze e prospettive. Salvi: «Vendola
non ci persuade, gli faccio i migliori auguri ma mi sembra faccia i discorsi
di Bassolino di cinque anni fa». Ferrero insiste che il «modello Marche
(cioè una sinistra unita e autonoma dal Pd, ndr) è il migliore». Altri fanno
notare invece che il successo più grande è stato in Umbria, l'unica regione
dove pur alleata col Pd una Fed di lotta e di governo ha aumentato i
consensi rispetto alle europee di nove mesi fa. (www.ilmanifesto.it 3 marzo
2010)
Il
Prc
e le
regionali
di Claudio Bellotti
Sconfitta una linea politica
I
risultati delle elezioni regionali non lasciano spazio a grandi voli di
fantasia. I dati, come vedremo, sono molto chiari. Le speranze di una crisi
del blocco di governo si sono rivelate per l'ennesima volta fallaci.
È vero che il Pdl perde ben tre milioni di voti rispetto alle europee (Bondi
si dichiara "non soddisfatto" del risultato), ma la Lega nord conquista
posizioni e, soprattutto, si dimostra come l'astensionismo abbia colpito non
solo a destra, ma anche nel centrosinistra e a sinistra. L'esperienza di
questi ultimi 15 anni viene confermata anche in queste elezioni: non c'è
scandalo che tenga, non c'è porcheria tanto grossa che il metabolismo del
blocco di potere berlusconiano non possa digerire: tra escort e tangenti,
imprenditori sciacalli e amministratori presi con la bistecca in bocca, Pdl
e Lega navigano con disinvoltura. Non la "rivolta delle coscienze offese",
ma solo e soltanto i grandi movimenti di lotta sociale hanno negli scorsi
anni saputo mettere in crisi questo blocco di potere. Fu così nel 1994, è
stato così nei primi anni 2000, lo si conferma - a negativo - anche oggi. La
destra stravince in Calabria, vince largo in Campania, strappa il Lazio
anche senza la lista del Pdl a Roma, si prende il Piemonte, allarga
ulteriormente il distacco in Veneto.
La crescita della Lega aprirà sicuramente delle contraddizioni, a medio
termine, all'interno del centrodestra, così come la sconfitta di Brunetta a
Venezia e Castelli a Lecco, ma per ora è l'asse Berlusconi-Bossi a venire
rafforzato. Chi pensava che bastasse qualche editoriale del Corriere della
Sera a far vacillare il governo, sarà bene che si rifaccia i conti. E
soprattutto che la smetta di costruirci sopra una linea politica per la
sinistra.
Per Rifondazione, inserita nelle liste della Federazione della sinistra, il
bilancio è impietoso. Chi parla di "tenuta" dia un'occhiata ai numeri.
Omettiamo qualsiasi paragone con le elezioni regionali del 2005 che
appartengono a un'altra epoca politica; allora Prc e Pdci raccolsero in
totale circa due milioni di voti pari a oltre l'8 per cento. Anche
limitandoci al raffronto con le europee del 2009 il calcolo dei voti
assoluti è impietoso; si perde infatti quasi un voto su tre: da 910mila a
620mila. Su 13 regioni, 10 arretrano anche in percentuale, due sono stabili
(Liguria e Puglia, quest'ultima però con l'apporto dei Verdi); la Toscana
avanza di uno 0,1 per cento, anche qui con i Verdi interni alla lista, e
l'Umbria dello 0,6. In quattro regioni non vengono eletti consiglieri:
Lombardia, Campania, Puglia, Basilicata.
Ulteriore dato negativo è il sorpasso operato da Sinistra Ecologia e
Libertà, che raccoglie 678.693 voti. In percentuale i vendoliani sono al
3,02, la Federazione al 2,76.
Drammatico il dato della Campania, dove la candidatura Ferrero raccoglie
l'1,35 per cento, persino meno della lista (1,56).
Questi numeri non possono essere spiegati solo con una condizione generale
negativa, che pure indubbiamente esiste. A nostro avviso ciò che
testimoniano non è semplicemente un risultato negativo di Rifondazione
comunista, ma la sconfitta della sua linea politica. La Federazione della
Sinistra si è confermata essere un puro contenitore incapace di produrre
alcun valore politico aggiunto; la sua unica forma di vita si è manifestata
nelle lunghe trattative per la composizione delle liste.
Il punto cruciale è che Rifondazione non è stata capace di trasmettere alcun
messaggio chiaro ad alcun settore sociale o politico. È nota la tesi secondo
la quale il nostro partito deve essere inserito nelle coalizioni di
centrosinistra per raccogliere il meglio di quell'elettorato senza essere
penalizzato dal "voto utile". Resta però da spiegare, se le cose stanno
così, perché del milione di voti persi dal Pd non ne raccogliamo neppure
uno. O perché in Emilia Romagna, culla delle "buone amministrazioni di
sinistra" alle quali da sempre il Prc è pienamente partecipe, a fronte di un
forte calo del candidato Errani (dal 62,7 per cento a poco più del 52),
tutto il voto critico o di protesta verso il Pd si sia incanalato verso la
lista "5 stelle" di Grillo, che in Emilia Romagna raccoglie il suo dato più
alto col 7 per cento al candidato (6 per cento alla lista) e un clamoroso
8,71 per cento a Bologna (do you remember Del Bono?.).
Il Prc non cresce né come forza "di governo" (unica eccezione l'Umbria), né
come forza "di opposizione": tutto il voto di protesta, tutto il voto
antiberlusconiano che non sopporta le manfrine del Pd è stato catalizzato da
Grillo, che in 4 regioni delle 5 in cui si presenta supera largamente le
liste della Federazione della sinistra. Anche Di Pietro subisce la
concorrenza di Grillo, pagando la "svolta di Salerno" con la quale ha
accettato di adeguarsi alla candidatura De Luca in Campania.
Intendiamoci: il voto alle liste di Grillo è un voto volatile e d'opinione,
che non dipende affatto dalla presenza di candidature pesanti o dallo spazio
mediatico. Raccoglie, tuttavia, l'unico movimento di opposizione che si sia
espresso con una qualche continuità negli ultimi 12 mesi, a fronte del
sostanziale mutismo della Cgil e dell'isolamento delle lotte per il lavoro,
che dopo l'autunno sembrano rientrate nel cono d'ombra. Inoltre il voto alle
liste Grillo "parla" anche ad altri movimenti di lotta, come testimonia il
28 per cento raccolto a Bussoleno, in Valsusa, contro il 4 per cento della
Federazione. Il "Movimento Cinque stelle" è premiato per la sua
alternatività ai due poli che in diverse regioni erano totalmente
sovrapponibili. Ciò dovrebbe far riflettere il nostro partito, come oggetto
di riflessione è il risultato delle Marche dove la candidatura di Massimo
Rossi, espressa dalla Federazione della sinistra e da Sinistra e libertà, ma
soprattutto alternativa a Pd e Pdl, è uno dei pochi segnali positivi di
questa campagna elettorale.
Brucia dover commentare il successo di Sinistra e Libertà. Non tanto per i
numeri, che non sono certo esplosivi, ma per la logica politica: Sel non
partiva da numeri molto diversi dalla Fds, aveva tuttavia una carta forte in
mano e l'ha giocata con determinazione. Ha costruito una strategia attorno
all'unico vero punto di forza che aveva, ossia la posizione di Vendola, l'ha
sfruttata per colpire un nemico alla volta: prima il Pd dalemiano, poi il
candidato di centrodestra.
Anche Rifondazione aveva un solo punto di forza: la convinzione di un
settore della sua militanza, di alcune migliaia di attivisti generosi, che
veramente si volesse voltare pagina e farla finita con le ambiguità, con
l'opportunismo, con i compromessi sempre al ribasso. A differenza di Vendola,
Paolo Ferrero non solo non ha sfruttato questo unico punto di forza, ma lo
ha sistematicamente indebolito, ha fatto piovere sulla testa dei suoi stessi
sostenitori una doccia fredda dopo l'altra, ha rincorso tutte le mode e
tutte le brezze: prima dietro a Di Pietro, poi a De Magistris, poi Bersani,
poi ai "viola", poi allo stesso Vendola. il tutto per ritrovarci poi quasi
completamente soli, dopo aver buttato mesi preziosi in cui si sarebbe potuto
fare ben altro per preparare il partito a questa competizione.
Il risultato inevitabilmente spingerà il settore più istituzionalista e
opportunista del partito a farsi avanti. Conosciamo già a memoria il loro
ritornello: "Senza gli accordi col Pd non eleggiamo nessuno, se non
eleggiamo nessuno restiamo senza finanziamenti e il partito chiude." Questi
compagni dimenticano un piccolo particolare: il partito che si costruisce su
queste basi non è un partito, ma un semplice comitato elettorale che non
appena le posizioni di potere sono messe a rischio si scioglie come neve al
sole. L'esempio della Campania parla chiaro: avendo rimandato fino
all'ultimo la scelta di rompere con l'indigeribile candidatura di De Luca,
abbiamo subìto la scissione dell'assessore regionale uscente Corrado
Gabriele, prontamente trasmigrato in casa Pd portando la graziosa dote di
17mila voti di preferenza nella circoscrizione di Napoli (dove l'intera
lista della Federazione della sinistra ne ha raccolti circa 23mila). Gli
accordi non salvano "il partito", salvano solo le posizioni di gruppi di
potere che si infeudano interi pezzi di partito. Da questo punto di vista,
scissioni del genere (non crediamo peraltro che sarà l'ultima) potrebbero
anche essere positive, ma ad una condizione: che esista un'alternativa. Che
ci sia un gruppo dirigente capace di investire con tenacia e con pazienza su
una linea alternativa, che capisca che per raccogliere bisogna aver prima
seminato, che sappia valorizzare e tutelare la militanza vera, offrendo gli
strumenti necessari per questo lungo e difficile lavoro. Insomma, un gruppo
dirigente che faccia l'esatto contrario di quello che è stato fatto.
È proprio questo il lato più negativo di questa sconfitta: che dà fiato ai
predicatori di sconfitte, che già prima del voto e ancor di più oggi ci
spiegano che l'unica strada è quella di abbracciare al più presto il
compagno Vendola, che non ci sono spazi al di fuori del centrosinistra, e
così via all'infinito. Rendiamo merito a Claudio Grassi, responsabile di
organizzazione del nostro partito, di aver già parlato con chiarezza in
questo senso ancora prima che si andasse al voto (vedi il suo editoriale
intitolato "Unità" su Liberazione). Pensiamo che Grassi sbagli da cima
a fondo, ma perlomeno ha avuto il pregio di dire chiaramente quello che
altri pensano ma non hanno il coraggio di dire ad alta voce.
In questa proposta non c'è solo un errore di moderatismo, c'è un'analisi
profondamente sbagliata di cosa rappresenta oggi Vendola e il suo partito.
Non si tratta semplicemente di una forza di sinistra un po' meno radicale di
noi. Il progetto di Vendola si nutre di una idea legata al cosiddetto
"partito del sud", che non solo è interclassista, ma è anche trasversale
rispetto agli schieramenti politici. È una linea sulla quale Vendola si
trova oggi a dialogare con Adriana Poli Bortone, ma che domani potrebbe
portarlo tranquillamente a stringere accordi con Lombardo in Sicilia.
Peraltro non si capisce perché Sinistra e Libertà dovrebbe tenderci la mano
quando, con la collaborazione del Pd che hanno assicurata già un partenza,
possono continuare a risucchiare il nostro elettorato e puntare a
cancellarci totalmente o ad arruolarci come truppa di complemento nella sua
scalata alla leadership del nuovo centrosinistra.
Rischiamo di trovarci rapidamente in una situazione surreale: il Prc
incastonato nella Federazione della Sinistra, a sua volta alla ricerca di un
accordo di qualche tipo con Sinistra e Libertà, il tutto inquadrato in un
nuovo centrosinistra: cosa resterebbe, a quel punto, di Rifondazione? Quale
reale possibilità si darebbe di lavorare per una forza realmente alternativa
al sistema, una volta ingabbiati in questo meccanismo?
C'è solo una risposta possibile: questo gruppo dirigente deve permettere al
partito tutto di discutere al di fuori delle scadenze artificiose dei vari
processi "costituenti", degli eterni "cantieri" della sinistra che
vengono sempre aperti e mai chiusi, e convocare un congresso che abbia al
centro non la Federazione della sinistra inesistente, non le furbizie
elettorali, ma le fondamenta politiche, programmatiche, organizzative per la
ricostruzione di Rifondazione come partito anticapitalista, esterno e
contrapposto ai due poli dell'alternanza.
Fuori da questo c'è solo la lenta dissipazione di un patrimonio ormai
ridotto ai minimi, ma che tuttavia continua ad esistere e che merita
un'altra possibilità. (marxismo.net, 31/3/2010)
i
Regionali,
la
sinistra
in
cerca
di
riscatto
La
galassia della 'sinistra radicale' torna quindi in campo: c'è la
Federazione della sinistra, che mette insieme i Comunisti
italiani di Oliviero Diliberto, Rifondazione comunista guidata
da Paolo Ferrero (portavoce nazionale della nuova formazione) e
Socialismo2000 di Cesare Salvi; i Verdi, dopo un congresso che è
costata la fuoriuscita di alcuni esponenti storici, si
ripresentano alle urne guidati da Angelo Bonelli; sotto le
insegne di Sinistra Ecologia e Libertà si schierano l'ala
sinistra dei Ds, uscita dal partito alla nascita del Pd, la
componente che fa capo al governatore della Puglia, Nichi
Vendola, più alcuni ex Prc e Verdi. Per tutti, il primo
obiettivo è sconfiggere i candidati del centrodestra. E tornare
a far uscire un segno positivo dalle urne.
"Spero che alle
regionali Berlusconi prenda una discreta botta -ha detto il
portavoce della Fds, Paolo Ferrero- perché gli può fare solo
bene. Meno voti prende Berlusconi meno forza avrà per continuare
le sue politiche nefaste". Candidato alla presidenza della
regione Campania, dove la Fds ha deciso di uscire dalla cerchia
dei partiti del centrosinistra che insieme all'Udc hanno
appoggiato Vincenzo de Luca, Ferrero indica il target per le
regionali.
"Di fronte abbiamo due obiettivi: sconfiggere le destre e
riportare una rappresentanza della sinistra nei consigli
regionali. Ricostruire una presenza della sinistra -spiega il
leader del Prc- è essenziale perché le regioni sono un elemento
dinamico della politica. Dobbiamo riuscire a imprimere una
spinta che vada in controtendenza rispetto alla politica
nazionale, in grado di dare risposte vere ai ceti deboli, cosa
che questo governo non è riuscito neppure lontanamente a fare".
"Abbiamo scelto di
presentarci con un'idea nuova di costruzione della sinistra
-afferma invece Gennaro Migliore, della segreteria di Sinistra
Ecologia e Libertà- un'aggregazione di persone che definiscono
un progetto intorno a Nichi Vendola che vuole essere
concorrenziale rispetto alla sinistra parlamentare". L'unità
della sinistra è una prospettiva ma non è più un assillo. Temi e
spazi per fare un lavoro di alternativa esistono e, soprattutto,
nessuno ha nostalgia dell'Unione.
"Ho vinto il congresso
- ricorda il presidente Angelo Bonelli - portando i Verdi fuori
dalla sinistra radicale e immaginando una nuova forza ecologista
con una visione europea e moderna, un soggetto post ideologica
che sta dentro la società con programmi chiari e obiettivi
concreti. Meglio di ogni discorso che possa descrivere cosa
vogliamo fare, è lo slogan che ho letto su uno striscione
portato in mano da un gruppo di ragazzi, durante una
manifestazione contro l'inquinamento causato dall'Ilva di
Taranto: 'né di destra né di sinistra vogliamo solo aria fresca'".
"La salute e la qualità della vita -afferma ancora il leader del
Sole che Ride- sono beni primari, irrinunciabili, che non hanno
un colore politico. Nelle regioni si stabiliscono le politiche
sanitarie, sul territorio si possono sviluppare progetti sulle
energie rinnovabili, sulla qualità dell'ambiente e sulla green
economy". "Non siamo solo di fronte alla necessità di rialzare
la testa - puntualizza Migliore, indicando gli obiettivi di Sel
- dopo le regionali possono cambiare parecchie cose", anche la
ricostruzione dei rapporti a sinistra dovrà superare ostacoli e
diffidenze, ruggini della passata legislatura e della sconfitta
del 2008.
"La spinta che ci potrà
dare l'elettorato -continua Migliore- è fondamentale per
determinare i processi di riaggregazione. Lascia tuttavia
esterrefatti l'egoismo con cui i segretari dei partiti
dell'opposizione parlamentare si sono rapacemente accaparrati lo
spazio dell'informazione. Il Pd al di là di un generico appello
alla libertà di stampa, è stato del tutto complice
nell'escludere le altre forze politiche minori dal cerchio
delll'informazione televisiva. Per questo vogliamo essere molto
netti nella costruzione della sinistra e allo stesso tempo
positivi perché non abbiamo l'assillo di dover governare a tutti
i costi".
"L'assenza della
sinistra -conferma Ferrero- pesa ed è stata certamente
alimentata dalla vergognosa censura televisiva a cui abbiamo
assistito in questi mesi". Esclusi dalla tv ("anche quella che
ci dovrebbe essere 'amica', aggiunge), la Fds ha cercato di
lavorare in modo capillare sul territorio, tornando un po' alle
origini delle esperienze del mutualismo e del solidarismo
socialista.
"Non so se è un ritorno al passato. Al congresso -prosegue
Ferrero- ho detto noi dovevamo ripartire 'in basso a sinistra' e
così stiamo cercando di fare, con una politica che vuole stare
al mercato e non solo nelle piazze, tra la gente e non solo in
tv. Si inizia a vedere un riconoscimento del nostro impegno,
dato che dal Parlamento certi temi, come il lavoro, sono stati
estromessi, mentre si discute all'infinito delle amanti di
Berlusconi".
"Non sentiamo alcuna
nostalgia del Parlamento -chiosa il presidente del Sole che
Ride- ma la mancanza di una forza ecologista si sente amaramente
quando si tratta di contrastare 'senza se e senza ma'
provvedimenti vergognosi, come abbiamo visto con l'approvazione
della legge che stabilisce la depenalizzazione degli scarichi
industriali".
"In Italia si parla di
tutto, fuorché dei problemi dei cittadini, si parla di elezione
diretta del premier. Ma a chi interessa? L'inquinamento nella
città, il traffico che le paralizza, la salute dei cittadini...
La Fiat -dichiara infine Bonelli- è nel mezzo dell'ennesima
crisi produttiva, perché non si riconverte producendo mezzi
pubblici, tram elettrici o metropolitane? Ecco, quando parlo di
ricette e proposte concrete dei Verdi è questo ciò che intendo".
(adnkronos) 27 marzo 2010
Le
elezioni
francesi
e
noi
di
Francesco
Maringiò
il
Punto
Nella
sua
“guida
alla
politica
estera
italiana”
Sergio
Romano
sottolinea
spesso
come
un
vecchio
vizio
del
nostro
paese
sia
quello
di
usare
e
torcere
per
motivi
domestici
i
temi
e
gli
avvenimenti
della
politica
internazionale.
È
indubbio
che
è
sempre
utile
tenere
presente
questo
ammonimento
del
vecchio
decano
della
politica
estera,
soprattutto
di
fronte
alla
lettura
ed
alla
interpretazione
dei
risultati
elettorali.
È il
caso,
tra
gli
altri,
anche
del
primo
turno
delle
elezioni
regionali
francesi
dell
o
scorso
fine
settimana.
Le
elezioni
francesi...
Una
prima
considerazione
riguarda
il
fatto
che
qualsiasi
interpretazione
dei
dati
venga
condotta,
deve
tener
conto
di
un
elemento
che
condiziona
ogni
analisi
e
cioè
l'alto
tasso
di
astensionismo
(quasi
il
54%),
che
porta
più
della
metà
degli
elettori
a
disertare
le
urne.
Qualsiasi
analisi
su
chi
abbia
“vinto”
o
“perso”
in
queste
elezioni
deve
quindi
tener
conto
di
questo
aspetto,
trascurato
il
quale
si
perdono
di
vista
le
tendenze
di
fondo
che
si
muovono
nelle
viscere
della
società
francese
(ma
qui
il
discorso
può
tranquillamente
essere
traslato
a
quasi
tutti
i
paesi
del
vecchio
continente).
Sembra
un
paradosso
ma,
pur
in
presenza
di
forti
tensioni
e
mobilitazioni
sociali
(la
cui
punta
dell'iceberg
è
rappresentata
dal
sequestro
dei
manager
aziendali
da
parte
dei
lavoratori),
la
partecipazione
alla
vita
democratica
ed
alle
elezioni
raggiunge
il
minimo
storico.
La
differenza
col
caso
statunitense
(dove
tendono
ed
essere
deboli
anche
i
movimenti
di
lotta
-
non
le
manifestazioni
o le
dimostrazioni,
ma
il
conflitto
sociale-)
è
evidente,
ma
non
c'è
dubbio
che
questa
tendenza
è
data
dal
sistema
elettorale
fortemente
bipolare,
che
punta
ed
espellere
grandi
masse
dalla
partecipazione
politica.
Pur
in
presenza
di
una
pesantissima
crisi
economica
e di
conseguenti
lotte
sociali,
la
partecipazione
politica
è
ridotta
al
minimo.
E
questo
aspetto
se è
vero
che
colpisce
tutti
(la
prima
vittima
è
proprio
Sarkozy
ed
il
suo
partito),
non
può
non
interrogare
la
sinistra
di
alternativa
ed i
comunisti
sul
saldo
legame
che
si
registra
tra
lotte
sociali,
rappresentanza
politica
delle
lotte
e
radicamento
sociale.
Tanto
più
se,
come
è
del
tutto
evidente,
ad
astenersi
sono
soprattutto
i
ceti
popolari,
come
emblematicamente
ci
dice
il
dislivello
tra
la
percentuale
vertiginosa
di
astensione
(70%)
a
Bobigny,
sobborgo
periferico
di
Parigi,
ed
il
fisiologico
tasso
di
astensione
a
Versailles
(5%).
Bipolarismo
e
vita
politica
ingabbiata
nello
scontro/alternanza
UMP-PS,
fanno
da
detonatore
alla
disaffezione
ed
al
disimpegno
ed
in
pochi
riescono
a
trarne
un
vantaggio
dando
rappresentanza
a
quella
gente.
Tra
questi,
purtroppo,
l'estrema
destra.
Come
nei
più
classici
dei
meccanismi,
in
un
periodo
di
crisi
economica
caratterizzato
da
paure
ed
incertezze
e di
fronte
ad
un
quadro
politico
che
viene
percepito
da
larga
parte
dell'elettorato
come
immutabile,
oltre
alla
crescita
dell'astensionismo
si
registra
l'avanzata
di
partiti
di
estrema
destra,
populisti
ed
apertamente
razzisti
e
xenofobi
come
è il
caso
del
Fronte
Nazionale
che
raccoglie
oltre
il
12%
in
tutto
il
paese.
Una
delle
novità
di
questo
passaggio
elettorale
è
rappresentato
proprio
dalla
forte
avanzata
del
partito
di
Le
Pen
che
si
avvantaggia
di
una
campagna
mediatica
che
dirotta
il
dibattito
politico
dai
temi
caldi
della
crisi
economica
e
delle
proteste
sociali
a
quelli
quali
l'identità
nazionale
(in
questa
campagna
elettorale
si è
discusso
molto
di
burka
e
minareti,
più
che
di
programmi).
Il
risultato
è
sotto
gli
occhi
di
tutti.
Il
FN
raccoglie
consensi
da
capogiro:
oltre
il
10%
in
11
regioni
ed
addirittura
il
20%
in
PACA
(Provenza-Alpi-Costa
Azzurra).
Un
successo
enorme
dovuto
al
fatto
che
questo
partito
da
un
lato
vampirizza
i
consensi
dell'elettorato
di
Sarkozy
e,
dall'altro
lato,
è
votato
da
un
bacino
elettorale
di
voti
di
protesta
che
in
passato
premiava
liste
di
sinistra
come
Lotta
Operaia
ed
il
Nuovo
Partito
Anticapitalista
di
Olivier
Besancenot.
Ad
essere
eroso
è
anche
il
voto
operaio
che
tradizionalmente
si
rivolgeva
verso
il
PS
ed
il
PCF
come
dimostra
l'avanzata
del
FN
nelle
città
industriali
del
Nord-Pas-de-Calais
dove
sfiora
il
18,3%
dei
consensi.
Dentro
questo
quadro
fortemente
influenzato
dal
tasso
di
astensione,
non
si
può
non
cogliere
il
tonfo
dell'UMP,
reso
ancora
più
fragoroso
dall'impegno
che
in
prima
persona
il
Presidente
ha
profuso
in
questa
campagna
elettorale.
Non
solo
a
differenza
dei
suoi
predecessori
non
ha
abbandonato
la
guida
del
partito
una
volta
assunti
incarichi
istituzionali,
ma
si è
speso
fino
in
fondo
in
campagna
elettorale,
arrivando
addirittura
a 24
ore
dal
voto
ad
invitare
il
popolo
francese
a
“votare
bene”
attraverso
le
colonne
del
noto
quotidiano
le
Figaro.
La
sua
leadership
è
sicuramente
in
affanno,
ma
ad
essere
forse
realmente
in
crisi
è
questo
tratto
di
bonapartismo
postmoderno
che
ha
caratterizzato
la
sua
presidenza.
Del
resto
i
risultati
dell'UMP
alle
europee
non
erano
molto
lontani
da
quelli
attuali
(27,5%
contro
il
26,7%
raccolto
oggi).
Non
è
chiaro
come
reagirà
ora
Sarkozy,
se
moderando
il
suo
piano
di
riforme
liberiste
o
accelerandolo
per
mostrare
quei
risultati
che
fino
ad
oggi
non
sono
ancora
arrivati.
Il
successo
del
Partito
Socialista,
che
passa
dal
17%
delle
europee
al
30%
in
questa
tornata
elettorale,
è
immancabilmente
legato
invece
alla
figura
della
nuova
segreteria
Aubry
e ad
una
linea
politica
di
forte
attenzione
nei
confronti
delle
richieste
che
vengono
dal
mondo
del
lavoro.
Ma
questa
immagine
smagliante
di
forza
deve
però
fare
i
conti
con
un
complesso
sistema
elettorale
a
doppio
turno
che
prevede,
in
vista
del
secondo,
la
costituzione
di
alleanze
elettorali
per
aggiudicarsi
il
governo
delle
regioni
e
dei
dipartimenti.
Compito
non
facile,
che
rischia
di
pregiudicare
l'obbiettivo
della
conquista
della
maggioranza
in
tutte
le
regioni
(la
scorsa
volta
le
forze
di
sinistra
riuscirono
a
conquistare
la
presidenza
di
tutte
le
regioni
tranne
due).
Un
paragone
con
il
caso
italiano
si
rende
necessario:
se
qui
il
PD
ha
scelto
una
dinamica
politica
di
“competizione
al
centro”
(strategia
che
Bersani
non
ha
abbandonato
e
che
rimane
l'aspetto
strategico
della
politica
delle
alleanze
di
questo
partito),
in
Francia
il
PS è
rifuggito
da
questa
logica,
guardando
e
privilegiando
i
rapporti
a
sinistra,
con
il
triplice
vantaggio
che,
il
partito
centrista
d'oltralpe
(Mo-Dem
di
François
Bairou)
raccoglie
un
misero
4%
mentre,
non
scattando
un
meccanismo
di
“voto
utile”
a
sinistra,
il
Fronte
di
Sinistra
sostanzialmente
mantiene
il
consenso
raccolto
alle
europee
e i
verdi
di
Europe
Ecologie,
dell'ex
leader
del
'68
Danielle
Cohn-Bendit,
col
13,3%
diventano
la
terza
forza
politica
del
paese.
A
sinistra
del
PS
(esclusi
i
verdi
che,
comunque,
hanno
un
profilo
ecologista
e
riformista),
assistiamo
ad
un
leggero
calo
di
consenso
rispetto
alle
europee
per
le
forze
della
sinistra
d'alternativa.
Escludendo
infatti
i
territori
d'Oltremare,
Fronte
di
Sinistra,
NPA
e
Lotta
Operaia
raccolgono
assieme
attorno
al
9,66%
(approssimando
a 6
il
FdS
+
2,5
+
1%),
avevano
il
12,38%
alle
europee.
In
questo
pesa
fortemente
il
risultato
del
NPA
che
subisce
un
drastico
ridimensionamento.
Ovviamente
parte
di
questi
voti
in
fuga
dal
partito
di
Besancenot
sono
andati
al
FdS
(ma
non
solo),
in
virtù
di
una
certa
mobilità
dell'elettorato
e
dell'assenza
di
fidelizzazione
della
base
di
consenso
di
queste
formazioni.
In
questo
quadro
va
però
rilevato
il
risultato
positivo
del
Fronte
della
Sinistra
(che
ricordiamo
essere
una
coalizione
elettorale
tra
il
PC
francese,
il
Partito
di
Sinistra
di
Jean-Luc
Mélanchon,
ex
esponente
del
PS,
e
Sinistra
Unitaria
di
Piquet
Christian)
che,
a
seconda
delle
modalità
di
conteggio
delle
diverse
realtà
regionali,
raccoglie
un
consenso
che
va
da
5,8%
(considerando
la
proiezione
nazionale)
al
6,5%
(guardando
alle
sole
regioni
in
cui
la
lista
ha
preso
più
del
4%:
17
sulle
22
totali,
esclusi
i
territori
d'Oltremare);
è
stato
il
6,18%
alle
europee.
Nell'Ile-de-France,
che
comprende
anche
Parigi,
la
lista
raccoglie
un
ragguardevole
6,55%
dei
voti.
Significativi
sono
i
risultati
in
quattro
regioni
dove
questa
coalizione
ha
preso
più
del
10%,
come
nel
caso
del
Limousin
(13,13%
in
alleanza
con
l'NPA),
nel
Nord
(10,78%),
in
Corsica
(10,02%)
e ad
Auvergne
(14,24%).
Sono
10
invece
le
regioni
dove
la
lista
ha
raccolto
più
del
5%
mentre,
oltre
alle
3
regioni
dove
il
consenso
è
stato
inferiore
al
5%,
va
ricordato
che
si
votava
anche
nei
territori
d'Oltremare:
a
Reunion,
Paul
Vergès
(passato
presidente
comunista
del
Consiglio
Regionale)
ha
raccolto
il
30,23%
dei
voti
ed
ha
buone
possibilità
di
farcela;
in
Guadalupa,
ha
vinto
il
PS
al
primo
turno
ed
il
candidato
sostenuto
dal
Partito
Comunista
di
Guadalupa
ha
preso
il
12,4%
dei
voti
mentre
a
Martinica,
il
candidato
sostenuto
dal
Partito
Comunista
della
Martinica
ottiene
6,85%
dei
voti.
Non
mancano
però
i
rilievi
critici
che
provengono
dall'interno
dello
stesso
PCF
e
che
fanno
notare
come
questi
dati,
pur
positivi,
segnano
molte
volte
un
arretramento
rispetto
alle
elezioni
regionali
del
2004.
E'
da
questo
confronto
che,
per
esempio,
si
evince
come
il
pur
positivo
risultato
del
Nord-Pas-de-Calais
vede
la
perdita
di
un
quinto
dell'elettorato
o
come
nell'Ile-de-France
si
passa
in
termini
assoluti
da
264.000
a
189.000
voti
(dal
7,2%
al
6,5%),
con
diminuzioni
significative
nei
sobborghi
popolari;
in
Seine-Saint-Denis,
si
raccoglie
solo
il
4,0%
contro
il
7,8%
registrato
nel
2004
e in
Val
d'Oise
2,1%
contro
il
4%,
solo
per
citare
alcuni
tra
gli
esempi
più
rappresentativi.
E
tutti
questi
raffronti
sono
fatti
partendo
dai
voti
che
il
solo
PCF
aveva
raccolto
nel
2004
e
confrontandoli
con
i
risultati
oggi
portati
a
casa
da
tutta
la
coalizione
(PCF
più
altri,
più
eventuali
alleati
locali).
Nonostante
tutto,
il
segno
caratterizzante
di
questa
tornata
elettorale
per
il
FdS
è
quello
di
un
importantissimo
segnale
di
tenuta,
al
punto
che
le
Monde
del
15/03
così
titolava:
“il
Fronte
di
Sinistra
ha
vinto
la
sua
scommessa
sull'unità”.
...e
noi
Proprio
per
queste
ragioni
molti
tra
i
commenti
che
in
Italia
sono
stati
fatti
sulle
elezioni
francesi
indugiavano
sulla
riuscita
della
scommessa
unitaria
del
PCF
all'interno
del
Fronte
di
Sinistra
e
sui
risultati
elettorali
che
suggellavano
e
confermavano
tale
impianto.
Ma
proprio
per
non
commettere
però
l'errore
di
cui
ci
parlava
Sergio
Romano
è
bene
tenere
presente
almeno
due
aspetti
fondamentali.
Il
primo
è
che,
quando
si
parla
delle
esperienze
di
unità
a
sinistra
che
ci
sono
in
Europa
è
bene
evitare
semplificazioni.
Un
conto
è il
Fronte
di
Sinistra
francese,
ben
altra
cosa
sono
esperienze
quali
la
Federazione
della
Sinistra
italiana,
piuttosto
che
la
Linke
tedesca.
Considerare
queste
tre
esperienze
(ma
ce
ne
sono
molte
altre)
come
sostanzialmente
equivalenti,
come
spesso
si
legge
nel
nostro
paese,
è
davvero
esiziale.
Il
Fronte
di
Sinistra,
come
abbiamo
già
detto,
è
una
semplice
coalizione
elettorale:
l'autonomia
dei
partiti
non
viene
messa
in
discussione
ed a
partire
da
essi,
si
dà
vita
ad
una
coalizione
elettorale
che
ha
quindi
il
vantaggio
di
rispondere
alla
doppia
esigenza
di
unità
a
sinistra
e di
presentare
una
lista
elettorale
competitiva,
capace
di
superare
gli
sbarramenti
e di
concorrere
come
alternativa
credibile
ai
partiti
della
sinistra
moderata
di
ispirazione
riformista
(PS
e
Verdi).
In
questo,
il
FdS
è
paragonabile
all'esperienza
portoghese
della
CDU,
la
Coalizione
Democratica
Unitaria
, ma
su
questo
punto
ci
ritorniamo.
L'esperienza
italiana
della
Federazione
della
Sinistra
è
invece,
come
dice
il
nome
stesso,
un
coordinamento
federato
tra
vari
soggetti.
E
quindi,
pur
mantenendo
ciascun
partito
la
propria
autonomia,
cede
però
quote
di
sovranità
alla
struttura
federativa
su
alcuni
aspetti
non
secondari.
È il
caso,
per
esempio,
del
modo
in
cui
ci
si
presenta
nelle
competizioni
elettorali
(accordi
o
meno
e
rispettivi
temi
politici
e
programmi
elettorali),
un
aspetto
quindi
centrale
della
vita
di
una
forza
politica.
Volendo
trovare
un
termine
di
paragone,
potemmo
dire
che
l'esperienza
della
FdS
italiana
è
molto
simile
a
quella
di
Izquierda
Unida
spagnola,
dove
l'autonomia
dei
partiti
(come
è il
caso
del
PCE)
convive
dentro
l'esperienza
della
struttura
federativa.
Ben
altro
caso
è
invece
l'esperienza
tedesca.
Questo
infatti
è un
partito
vero
e
proprio,
nato
dall'unione
di
PDS
e
WASG
che,
come
tali,
ovviamente
non
esistono
più.
Ecco
perché
non
si
può
parlare
di
processo
di
unità
a
sinistra
tra
i
comunisti
e
forze
della
sinistra
d'alternativa
guardando
a
queste
esperienze
come
fossero
varianti
dello
stesso
progetto
di
fondo.
E
soprattutto,
chi
oggi
si
pone
senza
ambiguità
il
tema
della
“rifondazione”
di
un
partito
comunista
non
può
non
avere
presente
la
differenza
che
intercorre
tra
forme
di
coordinamento
e
processi
unitari
a
sinistra
in
cui
l'autonomia
dei
comunisti
o
rimane
oppure
viene
sussunta
nella
nuova
struttura
organizzata.
La
seconda
considerazione,
che
è
intimamente
legata
alla
prima,
ha
bisogno
di
una
premessa.
In
vista
del
congresso
del
PCF
che
ci
sarà
il
prossimo
giugno,
alcuni
militanti
hanno
lamentato
la
scarsa
visibilità
del
partito
alle
elezioni
in
favore
del
FdS
e
temono,
in
vista
dell'importate
appuntamento
delle
presidenziali
per
il
2012,
che
per
la
prima
volta
non
si
decida
più
di
correre
con
un
proprio
candidato
ma
di
presentarne
uno
espressione
di
tutto
il
FdS.
Queste
paure
sono
ovviamente
influenzate
da
un
forte
orgoglio
di
partito,
accentuato
dal
fatto
che
la
disparità
di
rappresentatività
tra
i
partiti
che
compongono
il
FdS
è
davvero
alta
(solo
per
citare
un
dato:
il
PCF
ha
circa
170mila
iscritti,
il
partito
di
Mélenchon
circa
4mila
e
Sinistra
Unitaria
circa
un
migliaio).
Ma
non
c'è
solo
questo.
Anche
all'interno
del
PCF
ci
sono
da
anni
tendenze
che
parlano
apertamente
della
necessità
di
una
“rifondazione”
del
partito
stesso
e
del
superamento
della
natura
comunista
del
partito;
un
tema
che
del
resto
a
noi
italiani
è
molto
familiare.
Ecco
perché
l'esperienza
del
FdS
viene
vista
con
sospetto
da
alcuni
settori
del
PCF
e ci
si
“aggrappa”
alla
presentazione
dei
propri
simboli
e
dei
propri
candidati
alle
elezioni
come
antidoto
al
tentativo
di
superamento,
per
questa
via,
della
natura
comunista
e
rivoluzionaria
del
partito.
Non
è
l'esigenza
dell'unità
a
sinistra
che
viene
criticata
o
messa
sotto
accusa,
ma
il
timore
che
una
diluizione
degli
elementi
identitari
e
caratterizzanti
del
partito
diventi
la
strada
per
successive
tappe
del
processo
“rifondatore”.
E
questo
perché
nel
suo
ultimo
congresso
il
PCF
ha
espresso
un
gruppo
dirigente
che,
nella
sua
maggioranza,
ha
scelto
di
stare
ancora
“in
mezzo
al
guado”
e di
non
sciogliere
definitivamente
questo
nodo.
Sta
in
questo
il
nucleo
politico
della
seconda
considerazione:
non
è la
forma
con
cui
i
comunisti
si
presentano
alla
elezioni
che
mina
la
natura
del
partito,
ma
la
direzione
strategica
del
suo
gruppo
dirigente.
Tanto
è
vero
che
nessuno
in
Portogallo
si
scandalizza
quando
il
PCP
si
presenta
alle
elezioni
con
un
contrassegno
diverso
dal
proprio
simbolo
o in
Grecia
dove
addirittura
il
KKE
si
presenta
alle
elezioni
locali
senza
la
falce
e il
martello
nel
simbolo,
perché
è in
coalizione
con
altre
forze
non
comuniste.
Questo
perché
la
direzione
strategica
del
gruppo
dirigente
di
quei
partiti
è
chiara,
come
è
chiara
la
volontà
di
non
superamento
del
partito.
Un
aspetto,
questo,
che
ha
caratterizzato
anche
la
storia
del
comunismo
italiano:
il
PCI
bolognese
era
solito
presentare
alle
comunali
un
contrassegno
elettorale
(col
nome
e
simbolo
delle
Due
Torri)
che
nulla
aveva
a
che
fare
con
la
simbologia
e la
terminologia
comunista.
E
questo
non
scandalizzava
nessuno
perché
allora
era
evidente
a
tutti
che
la
natura
del
partito
non
era
affatto
messa
in
discussione.
Ecco
perché,
per
non
torcere
per
esigenze
domestiche
esperienze
e
scelte
che
i
comunisti
fanno
in
Europa
non
bisogna
fare
semplificazioni.
E
quindi,
per
venire
a
noi
ed
evitare
normali
e
sane
resistenze
che
ci
sono
di
fronte
all'esigenza
dei
processi
unitari
(a
partire
da
quelle
che
si
registrano
nel
PRC
rispetto
all'esperienza
della
Federazione),
è
necessario
che
nel
gruppo
dirigente
prevalga
una
linea
chiaramente
volta
alla
costruzione
del
partito
e
della
sua
natura
comunista
e
rivoluzionaria.
E
non
già
nascondere,
dietro
l'esigenza
“dell'unità
a
sinistra”,
processi
di
diluizione
e
superamento
dell'esperienza
comunista
e
resistenze
ad
un
rafforzamento
dei
comunisti
e ad
una
loro
ricomposizione.
Temi
questi
che
dovrebbero
spingere
tutti
ad
una maggiore
chiarezza
ed
onestà
intellettuale,
piuttosto
che
a
mischiare
o
confondere
i
piani
(questione
comunista
e
tema
dell'unità
e
del
coordinamento
della
forze
di
sinistra
alternativa
ed
anticapitalista).
È di
fronte
a
queste
ambiguità
(si
dice
di
aver
sconfitto
a Chianciano
una
linea
liquidazionista
e
poi
non
si
pratica
una
vera
gestione
unitaria
e ci
sono
resistenze
viscerali
ed
un
confronto
ed
un
percorso
di
riunificazione
di
tutti
i
comunisti;
si
dice
di
voler
rispondere
al
tema
dell'unità
a
sinistra
ma
poi
si
confondono
i
piani,
alludendo
alla
necessità
di
un
nuovo
soggetto
politico
dei
comunisti
e
della
sinistra
(Linke
all'italiana);
si
dice
di
non
voler
metter
in
discussione
l'autonomia
del
Prc
ma
poi
lo
si
commissaria
de
facto
scegliendo
le
modalità
di
presentazione
della
lista
e
dei
candidati
senza
riunire
né i
gruppi
dirigenti
di
partito,
né
quelli
della
Federazione...)
che
sorge
il
dubbio
che,
dietro
a
tutte
queste
semplificazioni,
si
nasconda
invece
un
progetto
politico
chiaro
(una
“linke
all'italiana”?
Cioè
un
partito
non
più
comunista
ma
in
cui
comunisti
e
non
comunisti
stiano
insieme),
solo
che
finora
rimane
inespresso.
E la
confusione
dei
piani
(esigenze
elettorali/unità
della
sinistra,
questione
comunsita)
è
funzionale
a
farlo
avanzare
nei
fatti
e
senza
una
discussione
pubblica
e
chiara
nel
merito.(www.lernesto.it
22
marzo2010)
Inerzie
di Rossana Rossanda
Tanto tuonò che piovve. Da
poche ore il premier
Berlusconi ha denunciato al
Partito popolare europeo, a
Bonn, di essere un
perseguitato politico in
Italia. E chi lo perseguita?
L’Alta
corte costituzionale,
che non è più supremo
istituto di garanzia ma
organo di parte, e
precisamente di sinistra,
grazie alle nomine fatte da
tre presidenti della
Repubblica di sinistra che
si sono susseguiti da
noi, i noti estremisti
Scalfaro, Ciampi e
Napolitano. Non solo: un
partito di giudici,
clandestino ma efficiente,
gli scatena contro una
valanga di calunniose
vertenze giudiziarie.
Stando così le cose, egli ha
dichiarato solennemente al
Ppe che intende cambiare la
Costituzione italiana del
1948 e lo farà con tutte le
regole o senza. Già in
passato l’aveva
disinvoltamente definita di
tipo «sovietico».
Il Ppe è rimasto di stucco.
Il Presidente Napolitano, di
solito assai prudente, ha
definito il discorso «un
violento attacco alle
istituzioni», il premier gli
ha risposto con
insolenza: «Si occupi
piuttosto della giustizia».
Il Presidente della Camera,
Fini, che aveva preso
le distanze, si è sentito
ribattere: «Ne ho abbastanza
delle ipocrisie».
La reazione del paese è
stata nulla.
Probabilmente molti hanno
scosso privatamente
la testa. Come la regina
d’Inghilterra, l’Alta
corte non risponde ai
vituperi che le vengono
rivolti, soltanto la Camera
potrebbe denunciare il
premier per attentato alle
istituzioni, ma
la maggioranza della Camera
ce l’ha lui. Il suo
alleato, Bossi, ne ha
elogiato «le palle»,
argomento decisivo per tutti
e due. Il Popolo
della libertà ha annunciato
per domenica a Milano una
manifestazione a suo
sostegno.
Il presidente Casini ha
lamentato che Berlusconi, per
essere stato votato dal 35
per cento del paese, crede
di esserne il padrone. Il
leader del Pd Bersani si è
doluto di aver
ricevuto, testualmente, un
«cazzotto» ma si
ripromette di avviare
ugualmente assieme a
Berlusconi le più urgenti
riforme istituzionali. L’ex
pm Di Pietro ha gridato con
qualche approssimazione: «E
che si aspetta per dire che
siamo nel fascismo?», non
senza aggiungere: «E se
succede qualche incidente?».
Alcuni giornali parlano di
stato d’emergenza, la
sinistra della sinistra ha
emesso alcune strida o ha
parlato d’altro.
Ora, ci rifiutiamo di
credere che la metà
del paese che non ha votato
Berlusconi ne trangugi anche
stavolta le escandescenze.
Certo una maggioranza non si
abbatte che con
un’altra maggioranza, ma
questa va preparata non
essendo affatto detto che ci
sarebbe già oggi. E per
molti motivi. Perché quando
la detta metà ha avuto un
suo governo, non ha
ritenuto urgente né
risolvere il conflitto di
interessi né regolare il
sistema radiotelevisivo, né
darsi una legge elettorale
decente - provvedimenti che
non sarebbero stati niente
di straordinario, soltanto
la premessa di un quadro
politico decoroso. Anche per
questo la tela della
democrazia, faticosamente
tessuta nella Resistenza, si
è andata sfilacciando, la
crisi dei partiti è stata
salutata dal più stolto
degli entusiasmi, nulla di
più affidabile ed efficace
essendo stato messo al loro
posto, socialisti e
comunisti si sono pentiti di
essere stati tali e la
sinistra della sinistra non
ha saputo che
frammentarsi. E siamo
arrivati a questo punto.
È l’ora di finirla di
lamentarsi e di
aspettare qualche leader
miracoloso. Siamo noi, la
gente che cerca di battersi
con la Cgil, giovani
e precari senza speranza,
coloro che sono andati alla
manifestazione del Nobday,
gli piacesse Di Pietro o no,
visto che nessun altro
aveva pensato di
promuoverla, siamo noi
insomma la parte attiva di
quella metà d’Italia che
incassa botte da troppi
anni. Andiamo a
chieder conto a chi abbiamo
votato fino a ieri di
quel che sta facendo o non
facendo oggi, senza né astio
né affidamento. Proponiamo a
chi lo vuole di metterci a
discutere subito e a
medio termine. Finiamola di
lamentarci di non
essere rappresentati. Siamo
adulti e
vaccinati. Rappresentiamoci.(www.ilmanifesto.it
23 dicembre 2009)
Tra matrimoni e separazioni
la sinistra radicale ci
riprova
di Andrea Carugati
Appena nata la federazione tra Prc e Pdci. Il leader sarà
a «rotazione», tre mesi per uno.
Sinistra e libertà prepara l'assemblea del 19-20 dicembre. Un vertice per
ricucire con i socialisti.
Geografia in continua evoluzione a sinistra del Pd. Prc e Pdci si federano,
Sinistra e libertà tenta di ricucire con i socialisti e prepara l'assemblea
fondativa del 19-20 dicembre. Tutti insieme alle regionali? Se ne discute.
di Andrea Carugati
Non c'è pace nella ex sinistra radicale. Tra scissioni e federazioni,
coordinamenti provvisori, stop and go, leadership non definite e talvolta
persino a rotazione, rancori personali, sondaggi scoraggianti, incursioni di
Di Pietro nell'elettorato operaio, la geografia a sinistra del Pd rimane in
continua evoluzione.
PRC E PDCI PROVANO A FARE PACE
Questo mese di dicembre dovrebbe fissare due punti fermi nella ricostruzione
post sismica della sinistra. Il 5, giorno del «No B Day», al teatro
Brancaccio di Roma è nata la «federazione della sinistra», che dopo 11 anni
riunifica Rifondazione e Comunisti italiani, più socialismo 2000 di Cesare
salvi e l'associazione «Lavoro e solidarietà» di Gianpaolo Patta, nata da
una costola della sinistra Cgil. Non ci sarà un nuovo partito con la falce a
martello, a fine 2010 un congresso sancirà la nascita della federazione che
(questa è la volontà del Prc, Diliberto vorrebbe fare un passo più avanti)
si sovrapporrà ai due partiti fondatori, con conseguente sdoppiamento delle
strutture. Nel frattempo, da gennaio, il timone lo terrà un coordinamento di
unatrentina di persone, composta con percentuali cencelliane da Prc, Pdci e
dalle due associazioni. Il leader? Ci sarà un portavoce a rotazione, tre
mesi per uno, parte Ferrero, poi lo seguiranno nell'ordine Diliberto, Salvi
e Patta. Alle regionali si va col simbolo delle europee, falce e martello,
tricolore, tutti i nomi dei fondatori a corona e la dicitura «per la
federazione». Grande prudenza.
VENDOLA TRA PUGLIA E SOCIALISTI
L'altro momento clou sarà il 19 e 20 dicembre, all'Hotel Mariott di Roma,
con l'assemblea nazionale di Sinistra ecologia e libertà, guidata da Nichi
Vendola. Il congresso fondativo ci sarà dopo le regionali, anche qui non è
chiaro se nascerà o meno un nuovo partito, ma l'assemblea è decisiva per
superare la crisi partita dopo l'uscita dei Verdi e il divorzio con i
Socialisti. Questo fine settimana ci saranno le assemblee provinciali, che
dovranno eleggere i1200 delegati per l'appuntamento di Roma che avrà come
simbolo una vecchia 500 rosso fuoco (ma elettrica) e come slogan «In viaggio
verso il futuro». Saranno votati la carta d'identità di Sl e una bozza di
statuto, e sarà rinnovato il coordinamento nazionale. Ancora non è stato
deciso se il portavoce verrà eletto, c'è chi insiste come il verde Paolo
Cento e chi frena. Molto dipende dalle vicende di Nichi Vendola, leader
finora indiscusso, ma assai impegnato in Puglia. «Non mollerò», ha ribadito
ieri, a proposito della presidenza della sua Regione. «Il Pd sappia che
senza primarie Vendola è candidato, è il popolo che mi candida». Respinta
ogni richiesta del segretario del Pd pugliese Blasi a fare un passo
indietro. E la tensione rende incerta la presenza di Bersani, invitato
all'assemblea del 19-20 e alleato "naturale" di Sl. C'è un altro nodo da
sciogliere: domani ci sarà un vertice con i socialisti di Nencini, per
verificare se è possibile ricucire lo strappo e magari correre insieme con
simbolo di Sl in qualche regione come Campania, Lombardia, Puglia, Liguria e
Emilia. Pare che molti socialisti, nei territori, stiano premendo su Nencini
per trovare un accordo ed evitare guerre legali sul simbolo. C'è poi un
clima di disgelo tra i vendoliani e i cugini del Prc, che sostengono «Nichi
» in Puglia e spingono per fare liste insieme almeno nelle regioni, come
Toscana, Puglia e Calabria, dove c'è lo sbarramento. «Non se ne parla», dice
il mussiano Carlo Leoni. Ma Paolo Cento la pensa diversamente: «Dove c'è lo
sbarramento bisogna provarci, guai a ripetere l'errore delle europee.(
l'Unità, 9/12/2009)
La sinistra ricomincia
daccapo: nasce la
Federazione
di Frida Roy
Tesseramento subito, aperto a realtà organizzate e singoli
cittadini, congresso tra un anno: con una grande assemblea al
teatro Brancaccio di Roma, convocata nel giorno del No
Berlusconi day e a quattro passi da piazza san Giovanni, nasce
sabato prossimo
la
Federazione della Sinistra. I promotori sono quattro: due
partiti, Rifondazione comunista e i Comunisti italiani, e due
associazioni, Socialismo 2000, nata in origine nei Ds e guidata
da Cesare Salvi, Lavoro e Solidarietà, associazione nata da una
costola di sinistra della Cgil e guidata da Giampaolo Patta.
"E' tempo di smetterla - spiega il segretario
di Rifondazione Paolo Ferrero nel corso di una conferenza stampa
alla Camera - con le divisioni a sinistra. Parte un processo
costituente aperto a tutti". Anche al governatore della Puglia
Nichi Vendola?
"Certamente...", replica Ferrero, che all'ex compagno di partito
dedica un passaggio proprio con riferimento alle elezioni
pugliesi: "Lì c'è stato un processo democratico che ha portato
quel presidente, è impensabile che lo si possa cambiare con una
manovra di palazzo".
A ridosso di piazza san Giovanni, Ferrero,
Diliberto e Salvi proveranno a mettere in secondo piano le sigle
(a cominciare dal nome comunisti) e daranno il via ad un
soggetto federativo, già deliberato dagli organismi dirigenti.
Ospiti di eccezione Lothar Binsky della Linke e il segretario di
Akel, il partito comunista cipriota. I posti a sedere sono 2800
ma gli organizzatori prevedono molte più persone: complice il No
B. Day, via Merulana sarà invasa da bandiere rosse e striscioni.
"Sarà la più grande manifestazione di opposizione al governo
Berlusconi- dice Paolo Ferrero- e noi ci andiamo convintamene,
con le nostre bandiere".
La Sinistra unita non teme la concorrenza di
Antonio Di Pietro: "Il problema non è essere in tanti a
sinistra, ma essere in pochi", dice Ferrero, "siamo ben contenti
quando c'è sovraffollamento, pensiamo che se si radicalizza
l'opposizione è un bene".
Con Di Pietro, la neonata federazione condivide anche le accuse
nei confronti del Pd: "Se il Pd avesse aderito alla
manifestazione non avrebbe legittimato la Rai a non trasmettere
la diretta". "Il Pd non è qui, fa la corte all'Udc...", chiosa
Cesare Salvi parafrasando un antico - e più crudo - slogan
anti-Pci dell'estrema sinistra degli anni ‘70.
Coi Democratici i rapporti non sono idilliaci. "Abbiamo
incontrato Bersani, crediamo nella costruzione di un'opposizione
ma ad oggi non ci sono grandi segnali di apertura. Staremo a
vedere...", spiega ancora Ferrero.
Oliviero Diliberto, leader del Pdci, sostiene
dal canto suo che "c'è un bisogno disperato di sinistra in
questo paese: la prova è nel voto di ieri al Senato sulle
missioni, Afghanistan compreso. Nessuno ha votato contro, sta
vincendo il pensiero unico".
Secondo Diliberto, "escludere i comunisti dalle istituzioni
significa escludere tutti quegli italiani che sono contro la
guerra". E Salvi aggiunge che è allo studio "un quesito per il
referendum abrogativo della norma che consente il
rifinanziamento delle missioni". Se tecnicamente non si potrà
realizzare, "ne faremo una petizione popolare, la gente ha il
diritto di dire la sua sui una guerra che ci costa mille euro al
minuto, come ha detto il ministro La
Russa".(www.aprileonline.info 3 dicembre 2009)
La sinistra e la
ripartenza del 5 dicembre
di Andrea Scarchilli
Attorno
alla manifestazione del 5 dicembre prossimo, il "No
Berlusconi day" promosso dal popolo della rete, passa il
destino della sinistra italiana, quella uscita malconcia
dalle elezioni dell'anno scorso in cui non è riuscita a
conquistare la rappresentanza parlamentare. L'adesione dei
partiti dell'allora "Sinistra arcobaleno" c'è, oggi è
arrivato l'annuncio anche dal coordinamento nazionale di
"sinistra e libertà". In più, a partire da quella data,
Rifondazione comunista e Pdci guideranno l'avvio di un
processo di avvicinamento reciproco, la "Federazione della
sinistra".
Assieme al Prc e al Pdci parteciperanno
alla Federazione anche "Socialismo 2000" e "Lavoro e
solidarietà". Il battesimo sarà a Roma, al teatro
Brancaccio, a partire dalla nove e mezzo. Poi nel
pomeriggio, ha detto il numero due di Rifondazione Claudio
Grassi, "tutti in piazza per manifestare contro Berlusconi".
La Federazione è pensata in una prospettiva diversa rispetto
all'Arcobaleno - il cui fallimento elettorale fu la causa
principale del cambio di maggioranza all'interno di
Rifondazione e della conseguente scissione avviata dalla
componente guidata da Nichi Vendola - e i promotori la
ritengono "un passo avanti" rispetto a quell'esperienza.
Perché, ha spiegato Grassi, i "cartelli elettorali di fronte
alle difficoltà politiche si sciolgono come neve al sole"
mentre la Federazione della Sinistra sarà "un'aggregazione
con un programma politico comune". Un programma netto per
"il superamento del capitalismo e del patriarcato" e una
formazione pienamente indipendente, politicamente e
culturalmente dal centrosinistra e, quindi, dal Pd.
"La Federazione - ha spiegato Grassi -
non si colloca su una posizione genericamente di sinistra e
di alternanza, ma su quella della trasformazione, del
conflitto e della alternativa di società. Questo significa
che con il centrosinistra si possono fare degli accordi su
base programmatica, ma senza nessuna subalternita' e senza
nessun automatismo". Sarà aperta ad associazioni, soggetti
politici, comitati, movimenti locali e nazionali, "un
processo aperto ma non indistinto".
Il 5 dicembre verranno costituiti un
consiglio politico nazionale, un coordinamento politico
ristretto e verrà nominato un portavoce nazionale, che per
il primo anno sarà a rotazione tra le forze politiche
promotrici. Partirà anche il tesseramento, il primo
congresso è fissato per la fine del 2010. "Se non vogliamo
costruire un cartello elettorale e un accordo statico tra
quattro soggetti politici organizzati - ha rilevato Grassi -
è necessario attivare la più ampia partecipazione. Questa
non può che partire dal coinvolgimento di tutti gli iscritti
in un processo democratico che parta dal basso e dal
concetto una testa un voto".
La Federazione, ha concluso Grassi, dovrà
cogliere due necessità, dopo "i colpi durissimi" subiti in
questi anni dalla sinistra in Italia: "Dare un segnale di
unità alla nostra gente, marcando una inversione di tendenza
rispetto alle continue scissioni e divisioni e poi non dovrà
fare pasticci, né nella direzione di un nuovo Arcobaleno né
nella forzatura di un partito unico, per il quale le
condizioni non sono ancora mature. Rifondazione comunista,
quindi, resta con la sua piena autonomia, ma dal 5 dicembre
sarà impegnata in un importante progetto di unità e di
rilancio della sinistra comunista di alternativa nel paese".
Movimento anche sull'altro fronte della
sinistra "extraparlamentare". A tre giorni dall'esortazione
dell'assessore alla Cultura della Regione Lazio Giulia
Rodano, anche Sinistra e Libertà ha ufficializzato
l'adesione alla manifestazione del cinque dicembre. Lo ha
deciso il coordinamento nazionale del movimento, che si è
riunito appositamente oggi. Questa la nota diffusa dopo la
riunione: "Sinistra, Ecologia e Libertà parteciperà alla
manifestazione con la convinzione che sia uno dei momenti
della mobilitazione contro il governo Berlusconi, incapace
ancora una volta di affrontare serenamente il rapporto con
la magistratura e la giustizia e che attraverso la
riproposizione di leggi ad-personam come la prescrizione
breve intende sottrarsi ai più elementari principi di
legalità e democrazia". Sinistra e Libertà inoltre è
"convinta che l'opposizione a Berlusconi deve essere
innanzitutto opposizione sociale alle scelte economiche e
ambientali che questo governo ha fatto". Il coordinamento di
Sel incontrerà prima della manifestazione il comitato
promotore.
La riunione di oggi segue l'incontro di
ieri con il Forum dei Movimenti dell'acqua, nel quale il
coordinamento di SeL ha deciso di "sostenere attivamente la
campagna lanciata dal Forum dei Movimenti per l'acqua con la
quale si chiede alle assemblee elettive di modificare gli
Statuti comunali inserendo l'acqua come bene comune non a
rilevanza economica. Nelle prossime settimane si svolgerà a
Roma un'assemblea nazionale tematica degli eletti di SeL
sulla questione specifica della ripubblicizzazione del
servizio idrico. Questo sarà uno dei punti di piattaforma
politica per la redazione dei programmi delle prossime
elezioni regionali, seguendo anche l'esperienza positiva
della Regione Puglia". Sinistra e libertà ha annunciato
inoltre di stare valutando, assieme ai rappresentanti del
Forum dei movimenti per l'acqua, l'opportunità di lanciare
un referendum abrogativo.
L'auspicio della dirigenza è che le
iniziative possano rilanciare il percorso di Sinistra e
libertà, che in poche settimane ha subito la defezione dei
Verdi a seguito del congresso (è rimasta nel movimento solo
la minoranza dell'associazione ecologisti) e del Partito
socialista. Con il Ps la divergenza durava già da qualche
mese, vista la riluttanza del segretario Riccardo Nencini a
fare passi avanti nel processo federativo. Due giorni fa la
segreteria dei socialisti ha praticamente dato il via libera
alla scissione, inaugurando il percorso autonomo in vista
delle elezioni regionali. Nella stessa giornata Nencini ha
incontrato il leader del Pd Pierluigi Bersani. Nel mezzo c'è
stato l'oscuramento del portale internet (e il conseguente
cambio di indirizzo) del movimento a seguito della
pubblicazione di un documento che i socialisti non
condividevano. (www.aprileonline.info 20 novembre 2009)
Sinistra e libertà, addio.
Scissione a colpi di mouse
di Matteo Bartocci
Sinistra
e libertà, di fatto, non c'è più. O se sopravvive a se
stessa sarà radicalmente un'altra cosa. Riccardo Nencini
ha ufficializzato ieri l'addio dei socialisti al
congresso dei radicali a Chianciano. Il segretario del
Psi rompe con gli alleati rosso-verdi delle europee e
propone per le regionali di marzo un «triciclo» di
socialisti, Pd e radicali che preluda «a un nuovo
centrosinistra in grado di proporsi come alternativa di
governo al centrodestra». Un addio talmente rissoso
che perfino il sito Web di Sinistra e libertà viene
oscurato e al suo posto una mano pietosa ha scritto
«Portale in manutenzione».
Dopo l'uscita dei Verdi dovuta alla vittoria
«ecologista» di Angelo Bonelli ora anche un altro socio
fondatore come il Psi se ne va. Nei ranghi della «nuova
sinistra» per ora restano, di fatto, solo gli sconfitti
dai vari congressi (ex Pds, ex Prc, ex Pdci, ex
ambientalisti) più alcuni indipendenti candidati alle
europee. Il travaglio però potrebbe non essere finito.
Le scosse telluriche si estendono adesso anche alla
pattuglia di Sinistra democratica di Claudio Fava e
Fabio Mussi - convinta fin dalla nascita sulla rotta a
sinistra ma spaccata sull'addio dei socialisti - che nel
pomeriggio si chiude in conclave.
Dalla sconfitta di giugno in poi (3,2% alle europee) il
cammino di Sel è stato quanto mai accidentato. L'ala
vendoliana e Claudio Fava (segretario di Sd) hanno
insistito a più riprese sulla necessità di costruire da
quell'esordio un vero partito, con un congresso
fondativo, tesseramento e organigrammi definiti. Ma i
soci già strutturati in partiti (Sole che ride e Psi),
di riffa o di raffa, hanno sempre frenato. Dopo infinite
diatribe sul filo della rottura si trovò una mediazione
con un'assemblea nazionale il 19 dicembre ma senza
elezione del portavoce e senza tessere. In sostanza, un
appuntamento politico senza ricadute organizzative.
La situazione però è precipitata sul «caso Toscana».
Nencini e i socialisti avevano deciso da tempo di
presentarsi alle regionali di marzo con la lista locale
del Pd «Toscana democratica» (pare, anzi, che avessero
già contrattato un assessore e almeno un posto di peso
nel consiglio regionale). Gli altri soci, invece,
volevano presentarsi come Sinistra e libertà. Lo statuto
però prevede l'unanimità di vedute sui simboli
elettorali. Lite furibonda e nuovo compromesso
esilissimo: la lista rosso-verde in Toscana non si
presenta. Ci sarà solo in tutte le altre 12 regioni. Di
fatto, visto che le decisioni ormai sono già prese a
Roma, l'assemblea del 19 è ormai svuotata di peso
politico.
Pochi giorni fa però «Toscana democratica» ha iniziato a
vacillare e si è sparsa la voce che Nencini non abbia
escluso una sua candidatura direttamente col Pd e non
con Sel. Il segretario però smentisce, definendola
un'indiscrezione diffusa «da chi ha intenzione di far
saltare del tutto il progetto di Sinistra e libertà,
facendola diventare un appendice di Rifondazione
comunista».
Lo showdown avviene giovedì pomeriggio. I toscani si
precipitano al coordinamento nazionale per chiedere che
a questo punto Sel si presenti anche a Firenze e
dintorni. I toni degenerano, Marco Di Lello - numero 2
del Psi - lascia la riunione infuriato e se ne va prima
della fine. Anche Sd si spacca, metà dei presenti non
vogliono rompere con i socialisti, l'altra metà insiste
sull'alleanza con Vendola. La questione finisce ai voti
e si approva a maggioranza un altro dispositivo di
compromesso: Sel si presenta intanto alle primarie
regionali. Non è chiaro se il testo approvato dovesse
essere divulgato, come di consueto, sul sito Internet di
Sinistra e libertà.
Sta di fatto che quando appare on line apriti cielo. Per
i tesorieri del Psi e dei Verdi ma anche di Sd (Oreste
Pastorelli, Marco Lion e Marco Fredda) quella decisione
è «illegale». Per questo scrivono una e-mail infuriata
ad Antonello Falomi, ex senatore e coordinatore
Internet. «Caro Antonello, - si legge nel testo - ti
comunichiamo la nostra decisione di sospendere
l'aggiornamento del sito compreso i Blog. Ti chiediamo,
inoltre, di rimuovere qualsiasi riferimento a presunti
documenti approvati dal coordinamento nazionale nella
giornata di ieri. Un cordiale saluto. Marco Fredda».
Altrettanto infuriata l'immediata risposta del «vendoliano»
Ciccio Ferrara ai tesorieri: «Caro Marco, francamente la
vostra decisione (...) mi risulta incomprensibile. Si
possono non condividere le decisioni assunte ma non per
questo soggette a veti. In questo caso in quanto
rappresentante legale di uno dei soggetti fondatori di
SeL, faccio notare che la vostra decisione è fuori dai
deliberati statutari in quanto i tesorieri come da
statuto hanno solo la responsabilità economica,
finanziaria e contabile di SeL. Saluti Francesco
Ferrara». Esauriti i convenevoli, i socialisti - a
quanto pare gli unici possessori delle password Web -
oscurano per ritorsione il sito.
Nel frattempo Nencini da Chianciano lancia l'amo ai
radicali e al Pd. E dopo la Toscana anche il Lazio si
prepara a lasciare Sel. Atlantide Di Tommaso, segretario
della federazione romana del Psi, annuncia liste
autonome alle regionali e prepara una serie di contatti,
già nei prossimi giorni, con amministratori del Pd
«esperti e validi come Montino, Gasbarra e Zingaretti,
con cui i socialisti hanno avuto e hanno ottimi
rapporti».
La frittata è fatta. In serata c'è chi lavora intanto
almeno ad un sito bis: www.sinistraecologialiberta.it.
Nei partiti virtuali le scissioni si fanno anche a colpi
di mouse.(www.ilmanifesto 14 novembre 2009)
Tutti
in piazza contro Berlusconi
La
vittoria di Bersani, ennesima illusione
e l'unità dei comunisti e della
sinistra
di Leonardo Masella (Prc)
La
vittoria di Bersani è l'ennesima illusione di poter fermare la deriva moderata
della sinistra italiana. Vi ricordate l'illusione Cofferati, che pure aveva
condotto un grande scontro sociale col governo Berlusconi ? Qui siamo invece al
politicismo allo stato puro. Bersani (o meglio D'Alema) non è certamente il
nostro nemico, ma rappresenta essenzialmente la cultura e la posizione della
socialdemocrazia oggi, che è un po' diversa dalla cultura liberal-democratica,
incarnata da Franceschini, ma è quella che dal craxismo e dallo snaturamento del
Pci ad oggi ha distrutto ogni argine alla vittoria sociale e culturale della
destra, dal cosiddetto riformismo neoliberista della cancellazione della scala
mobile, delle privatizzazioni e delle liberalizzazioni, della flessibilità del
lavoro, delle agenzie interinali, delle controriforme pensionistiche e delle
pensioni integrative private, alla partecipazione, sotto l'ombrello della Nato,
alle guerre imperialistiche contro la ex-Yugoslavia, l'Iraq e l'Afghanistan;
dalla distruzione della prima Repubblica antifascista e proporzionalista alla
seconda Repubblica maggioritaria, presidenzialista ed anticomunista; dal
federalismo solidale con cui fare meglio gli interessi della borghesia del nord
e dividere l'Italia al razzismo "democratico" con cui discriminare e sfruttare
meglio gli immigrati e tutti i lavoratori.
E' urgente aprire nella costituenda federazione della sinistra e fra chi si
autodefinisce comunista una discussione fraterna ma franca sulla questione del
governo, non in astratto ma oggi in questa parte del mondo che è la Ue e non
l'America Latina, e su cosa rappresenta la posizione di D'Alema-Bersani, che
peraltro sarà ancora più ingabbiata dalla mediazione con le altre componenti per
poter governare il Pd. Questo significa non fare nessun accordo col Pd a livello
locale oppure non convergere col Pd se ce ne fosse bisogno per battere
Berlusconi ? Niente affatto, ma neanche pensare di poter governare il Paese di
nuovo assieme al Pd, ripetendo per la terza volta (la prima con Cossutta e la
seconda con Bertinotti) errori così catastrofici all'origine di tutti i nostri
guai. Senza questa discussione politica e soprattutto culturale su un tema di
così grande e stringente attualità, di quale unità della sinistra e dei
comunisti si parla ? (facebook 27 ottobre 2009)
Ferrero
scrive a Napolitano
Con una lettera aperta inviata ieri sera
al presidente della Repubblica, Giorgio
Napolitano, lettera pubblicata sulla
prima pagina del quotidiano
'Liberazione' sotto il titolo "Lo scudo
fiscale è un'amnistia. Signor
Presidente, ne valuti appieno la
costituzionalità", Paolo Ferrero,
segretario nazionale del Prc-Se, si
rivolge direttamente al capo dello
Stato, chiedendogli un intervento netto
e fermo che valuti i requisiti di
costituzionalità, quando gli verrà
sottoposto per la consueta firma di
vidimazione, a un provvedimento, quello
varato dal governo Berlusconi, il
cosiddetto "Scudo fiscale", in
discussione in questi giorni al Senato
della Repubblica e che presto arriverà
anche alla Camera dei Deputati per la
sua definitiva approvazione.
Nella lettera inviata
a Napolitano, Ferrero scrive: "Non sono
tra coloro che si rivolgono in ogni
occasione al Presidente della Repubblica
perché intervenga a sanare le
illegittimità del Governo o gli orrori
imposti al Parlamento dalla sua
maggioranza. Conosco e rispetto ruoli,
garanzie, funzioni, autonomie dei
differenti poteri dello Stato. Conosco e
rispetto le valutazioni che fondano
l'istituto della promulgazione. A tal
fine mi permetto di chiederLe di
valutare appieno l'incostituzionalità
del procedimento del così detto "Scudo
Fiscale" che, a mio avviso, ne impedisce
la promulgazione".
Per Ferrero "ci
troviamo di fronte, infatti, ad una vera
e propria amnistia; un maxicondono nei
confronti dell'esportazione di capitali
all'estero, degli evasori, dei
bancarottieri. Vi è, tra l'altro, un
aspetto molto rilevante di diritto
penale, in un settore molto aspro e
delicato quale quello dei reati
economici e fiscali. Se ci troviamo,
allora, di fronte ad una vera e propria
amnistia, contesto il fatto, molto
evidente, che non siano state adottate
procedure di discussione, approvazione,
maggioranza qualificata previste per
legge".(www.aprileonline.info 25
settembre 2009)
Intervento
al CPN del Prc
Roma, 12 e 13 settembre 2009.
Comitato Politico nazionale
di Fosco Giannini
Il
compagno Ferrero
ha aperto la
relazione di
questo Comitato
Politico
Nazionale con
una lunga e
condivisibile
analisi dei moti
che attraversano
oggi l’America
Latina, mettendo
in luce sia le
grandi spinte
antimperialiste,
rivoluzionarie e
volte alla
trasformazione
sociale che
attraversano
quel continente,
che i nuovi
pericoli di
reazione
imperialista che
vanno
pericolosamente
riemergendo
simultaneamente
all’Amministrazione
Obama.
E’ un’attenzione
giusta.
Tuttavia, noi ci
troviamo a
lottare nella
regione mondiale
dell’Unione
europea e
dovremmo anche
iniziare a
mettere a fuoco
un lotta ed una
strategia ( oggi
molto
deficitarie,
anche perché
inficiate da una
sorta di nostro,
ambiguo, filo
europeismo ) che
sappiano
affrontare il
processo di
costruzione , in
atto, del neo
imperialismo
europeo. Ad
esempio, dicendo
a noi stessi che
mai più dovremmo
subordinarci –
come in passato
è avvenuto – ai
dettami di
Maastricht, alle
pesanti
politiche neo
liberiste insite
in quei dettami.
Non pongo –
dunque – la
questione dell’Ue
in alternativa
alla questione
dell’America
Latina. Propongo
solo di avviare
un percorso di
più attenta
decodificazione
– con strumenti
di classe –
anche, dico
anche, del
nostro concreto
terreno di lotta
: l’Ue, appunto.
Iniziando, ad
esempio, a porci
sia il problema
di come
combattere
conseguentemente,
nelle nostre
politiche e
lotte nazionali,
le spinte
liberiste dell’Ue,
che il problema
di come
unificare, sul
piano
sovrannazionale
– nell’area
dell’Ue – le
lotte dei
comunisti, delle
forze
anticapitaliste
e
antimperialiste
e sindacali di
classe per far
fronte
all’unificazione
del capitale
transnazionale
europeo.
Le ultime
elezioni europee
( nelle quali le
forze comuniste
e
anticapitaliste
tengono e
avanzano)
confermano un
dato: noi non
siamo di fronte
( come viene da
più -
interessate -
parti detto)
alla “grande”
crisi del
movimento
comunista
europeo o
mondiale : noi
siamo –
esattamente – di
fronte alla
crisi del
movimento
comunista
italiano.
Da questo punto
di vista noi non
possiamo operare
spostamenti di
tipo
“freudiano”, nel
senso che non
possiamo
proiettare la
nostra crisi –
al fine di
rimuoverla – sul
movimento
comunista
mondiale ( che
pure ha i suoi
grandi
problemi).
Noi dobbiamo –
col coraggio
intellettuale e
politico che
sinora ci è
mancato- porci
di fronte alla
nostra crisi e
dirci con
chiarezza che se
vogliamo davvero
rilanciare il
movimento
comunista
italiano, se
vogliamo
rimettere in
campo un partito
comunista degno
di questo nome e
di ciò che esso
evoca, dobbiamo
pensare e
lavorare
innanzitutto
alla
ridefinizione e
al rilancio di
un profilo
politico e
teorico
comunista,
rivoluzionario,
all’altezza dei
tempi, delle
nuove ( e in
diversi casi
ancora
sconosciute)
contraddizioni
sociali e ai
nuovi processi
produttivi.
Dobbiamo pensare
ad una forma
partito
comunista adatta
alla nuova fase
storica e
sociale; pensare
ad una
accumulazione di
forze comuniste
e alla
riorganizzazione
della vasta
diaspora
comunista
italiana. E
dobbiamo
stabilire un
nesso tra la
nostra “ nebbia
teorica e
strategica” e la
difficoltà del
nostro
radicamento
sociale, che
difficilmente (
senza aver
deciso prima chi
siamo e che cosa
vogliamo, per
cosa lottiamo,
che passioni
suscitiamo)
potrà
realizzarsi solo
in virtù di
sollecitazioni
soggettivistiche.
Ma il punto è
che – noi –
tutto facciamo
meno che questo,
tutto facciamo
meno che
iniziare ad
affrontare la
“questione
comunista”.
Dico al compagno
Ferrero: sulle
spalle degli
attuali
dirigenti, sulle
tue spalle –
Paolo – pesa il
macigno politico
e morale del
rilancio
dell’autonomia
comunista. Non
ne senti il
peso? Non è ora
di rimboccarsi
le maniche per
dare risposta a
questo compito
primario, prima
che il tempo –
come una sabbia
mobile – ci
divori?
Non è più
appassionante
lavorare ( in un
lavoro che leghi
organizzazione
del conflitto e
ricerca politica
e teorica) –
consapevoli
della nostra
crisi profonda –
al rilancio
dell’autonomia
comunista,
piuttosto che
perdersi – come
spesso avviene –
in mille ed
estenuanti
piccoli gesti
inessenziali?
Dico tutto ciò
perché penso che
siamo di fronte
– in Italia – ad
una vera e
propria
“ questione
comunista”, nel
senso che il
lungo,
trentennale
attacco
all’autonomia
comunista e ad
una forza di
ispirazione
leninista e
gramsciana stia
raccogliendo
oggi - nel
nostro Paese –
il suo
obiettivo:
l’emarginazione,
sino al pericolo
della
cancellazione,
del partito
comunista.
L’attacco
politico e
culturale
all’autonomia
comunista è
stato lungo,
organizzato,
penetrante: esso
si è sviluppato
attraverso il
processo di
social
democratizzazione
del PCI;
attraverso
l’eurocomunismo
( poco indagato
nella sua azione
negativa); la “Bolognina”;
l’occhettismo e
– infine-
attraverso
quella che,
giustamente, il
compagno Ferrero
ha definito la
profonda pars
destruens del
bertinottismo.
Un bertinottismo
liquidazionista
del pensiero,
della prassi e
dell’autonomia
comunista che ha
lanciato la sua
maggiore potenza
di fuoco al
nostro ultimo
Congresso di
Chianciano, dove
ha tentato,
anche con
l’apporto dei
compagni della
Seconda Mozione
che sono rimasti
– positivamente
- nel nostro
Partito – di
cancellare
l’esperienza di
Rifondazione
Comunista e
trasformare il
PRC in un vago
partito di
sinistra.
A Chianciano –
tutti insieme –
respingemmo
questa spinta
liquidazionista
e ci impegnammo
a rilanciare,
ognuno con la
sua propria
sensibilità
politica . un
progetto di
autonomia
comunista.
Per ciò che ci
riguarda
tentammo – e
tentiamo – di
dare un
contributo a
tale progetto
anche ( anche!)
attraverso la
proposta di
unità dei
comunisti; unità
tra PRC e PdCI
come primo
catalizzatore
per unificare la
più vasta
diaspora
comunista
italiana. Una
unità dei
comunisti che –
sappiamo – da
sola non
basterebbe in
nessun modo a
dare una
risposta
esaustiva alla
questione
comunista
italiana, ma che
potrebbe fornire
una prima massa
critica e basi
materiali
maggiori ( se
investita
innanzitutto nel
conflitto
sociale e nella
ricerca politico
teorica
consapevole) al
progetto della
necessaria
ridefinizione di
un pensiero e di
una prassi
comunista nel
nostro Paese.
Si tratta,
insomma, di
unire i
comunisti e le
comuniste in un
progetto di
nuovo
appassionante,
che li veda
uniti nella
lotta e nella
ricerca di un
nuovo profilo
rivoluzionario.Di
nuovo, compagno
Ferrero: non è
questo lavoro (
tutt’altro che
accademico) più
appassionante
del logorarsi
senza costrutto
in mille,
piccoli,
aggiustamenti
interni, in
mille, piccole,
battaglie,
spesso destinate
( se svuotate di
progettualità e
strategia) a
trasformarsi in
mille
“caporetto” ?
Ancora, compagno
Ferrero: hai
affermato nella
relazione che
noi non
lavoreremo
all’unità dei
comunisti
attraverso la
Federazione.
Bene : allora
lavoriamoci
fuori di essa,
ma in modo che
il rafforzamento
dei comunisti,
anche in un
unico partito,
sia funzionale (
oltre che al
rilancio
dell’autonomia
comunista e alla
lotta
antimperialista
e
anticapitalista)
anche al
rafforzamento
della
Federazione!
Pongo con forza
“ la questione
comunista”
perché ciò che
dobbiamo
constatare è che
da Chianciano in
poi non si è
sviluppato
nessun
significativo
processo – né
politico, né
culturale, né
sociale – volto
alla
riaffermazione e
al rilancio di
un progetto
comunista che
possa portarci
fuori dalle
nostre ormai
annose ambiguità
culturali e
identitarie (
chi siamo? ) e
darci una rotta,
un progetto a
lungo termine.
Dopo Chianciano,
dopo aver
sfiorato la
nostra fine,
attraverso la
vittoria
liquidazionista
di Vendola, non
si è preso il
toro per le
corna; non si è
affrontata
decisamente (
come a
Chianciano si
era evocato e
promesso) la
questione
comunista; non
si è mai – in
nessun passaggio
– posto il
problema della
fuoriuscita
dalla nostra
crisi
strategica.
Ora, questo
cattivo processo
politicista e
attendista,
sbocca – quasi “
naturalmente” –
nell’ennesima
mediazione al
ribasso: sbocca
cioè in un
allargamento
della segreteria
nazionale che
nulla ha a che
vedere con una
sincera e
auspicabile
gestione
unitaria; che
nulla ha a che
vedere con un
progetto
politico alto:
quello del
rilancio
dell’autonomia
comunista, oggi
come ieri
fortemente
insidiata.
Un allargamento
della segreteria
che rischia
invece – per
come è stato
concepito – di
rivelarsi una
nuova
subordinazione
all’ancora
potente pulsione
bertinottiana
che attraversa
culturalmente e
politicamente il
nostro Partito.
Và messo a
fuoco un punto:
i compagni della
Seconda Mozione
che oggi si
accingono ad
entrare in
segreteria non
hanno affatto
abbandonato (
coerentemente e
legittimamente)
il loro progetto
strategico (
anche in questo
CPN
riconfermato),
che è contrario
al rilancio di
un partito
comunista dal
carattere
antimperialista,
internazionalista,
di classe e di
lotta, radicato
nel mondo del
lavoro, né
massimalista né
incline alle
derive
istituzionaliste;
legato ai
movimenti,
unitario,
contrario al
feticcio dello
spontaneismo e
volto a tenere
aperto , in
Italia, un
progetto di
transizione al
socialismo.
I compagni che
oggi entrano in
segreteria non
sono interessati
a questo
partito.
Ribadiscono che
il loro progetto
strategico è un
partito di
sinistra.
L’allargamento
della segreteria
esclusivamente
ai compagni
della Seconda
Mozione non
rappresenta,
tuttavia, solo
il pericolo di
un cambiamento
di linea e di
prospettiva
rispetto a
Chianciano. Tale
allargamento
rappresenta
anche la
negazione totale
di una vera
gestione
unitaria.
E per due
motivi: primo,
perché
all’interno
della nuova
segreteria
vengono a
costituirsi
inediti e
negativi
equilibri
politici,
lontani dallo
spirito di
Chianciano.
Secondo, perché
un’intera
opzione politica
– quella in
grande crescita,
da Chianciano in
poi e dentro e
fuori del PRC (
l’opzione volta
all’unità dei
comunisti e al
rilancio
dell’autonomia
comunista) - è
tenuta
immotivatamente
e duramente
fuori dalla
finta gestione
unitaria.
Noi siamo
d’accordo con la
proposta della
Federazione,
affermando
tuttavia che
tale Federazione
dovrà
rappresentare
un’unità
d’azione ( anche
articolata) tra
vari soggetti,
comunisti e di
sinistra
anticapitalista;
e non dovrà
invece subire
torsioni in
senso partitista;
non dovrà
chiedere ( come
ha chiesto
Cesare Salvi il
18 luglio a
Roma) “cessioni
di sovranità”
culturale,
politica e
organizzativa ai
soggetti che la
compongono ( e
dunque,
oggettivamente,
soprattutto ai
comunisti); non
dovrà, cioè,
trasformarsi
surrettiziamente
in quel soggetto
politico di
sinistra voluto
da Bertinotti e
Vendola; e non
dovrà essere –
anche –
l’alternativa al
progetto di
unità dei
comunisti e
all’autonomia
comunista.
Il punto è che
l’esclusiva
entrata in
segreteria
nazionale di due
compagni della
Seconda Mozione
non è sola la
negazione di una
vera gestione
unitaria, ma
essa rischia di
gettare una luce
diversa anche
sulla
Federazione
della sinistra
d’alternativa,
sulla quale
potrà così
aumentare la
pressione volta
a trasformarla (
da unità
d’azione tra
forze diverse) a
partito
strutturato di
una sinistra non
comunista.
Per tutta questa
serie di ragioni
dichiariamo la
nostra
contrarietà a
questa nuova
segreteria, che
– insieme – può
spegnere lo
spirito di
Chianciano,
spostare a
destra l’asse
politico e
aprire ulteriori
contraddizioni
all’interno del
Partito.
Immigrati
Dichiarazione di Paolo
Ferrero, segretario nazionale del Prc
Roma, 22 ago. 2009 – “Bossi non faccia il furbo
chiamando in causa l’atteggiamento della chiesa nei
confronti dei fenomeni migratori. In realtà la
politica della Lega Nord è a suo modo alquanto
somigliante e coerente rispetto quella dei
nazifascisti: è una politica che alimenta e induce
il razzismo, esalta la segregazione e ricorre alla
logica del capro espiatorio contro gli avversari e
le categorie deboli. Il problema non sono qualche
centinaio di profughi e di rifugiati in fuga dalle
guerre tra le due sponde del Mediterraneo. Il
problema è che al governo di questo paese ci sia un
partito con un’ideologia di stampo cripto nazista,
che fomenta il razzismo e introduce il reato di
clandestinità, utilizzato tra l’altro per favorire
il lavoro schiavistico a vantaggio del tessuto di
imprenditori disonesti che costituiscono la base
sociale del leghismo”. (www.rifondazione.it)
Liberazione
intervista Paolo Ferrero
Rilanciare la
rifondazione comunista per costruire la sinistra di
alternativa
di Dino Greco, Cosimo Rossi
Proprio
perché la distruzione della democrazia marcia nella
società, non basta mettere in minoranza Berlusconi in
parlamento». Per Paolo Ferrero, infatti,il berlusconismo
è un prodotto del bipolarismo, che provoca la
passivizzazione e induce a derubricare le questioni
sociali, favorendo così la crescita di consenso per la
destra e il distacco dalla politica. Per questo il
segretario di Rifondazione ritiene che il terreno di
contrasto della destra populista berlusconiana sia
innanzitutto quello sociale, proponendo nel contempo
alle forze di opposizione «un accordo di garanzia
costituzionale che produca una nuova legge
proporzionale».
Quello che invece per Ferrero non può essere rimesso
all'ordine del giorno è un accordo di governo col Pd.
Non per pregiudizio, ma perché i rapporti di forza in
questo momento non lo permettono, in quanto «il
bipolarismo produce il cortocircuito in cui per
difendere la democrazia devi fare alleanze e sommare i
tuoi voti con chi fa politiche sociali che aumentano il
consenso delle destre». Anche per questo occorre
«provare a ricostruire la sinistra a partire dalla presa
d'atto degli errori fatti, dalla ricostruzione del
conflitto sociale, dalla costruzione di un immaginario
che si sappia contrapporre a quello dominante». Ed
elaborare «il rapporto con la propria storia». Dunque
attraverso il fatto che il Prc «rimane per l'oggi e per
il domani» e attraverso la costruzione di «una
Federazione che abbia come caratteristica la centralità
del progetto politico».
Luigi Ferrajoli sostiene (nell'intervista a Liberazione
pubblicata venerdì 31 luglio) che oggi non ci si trovi
davanti alla prospettiva di un'alternativa di sinistra,
ma piuttosto ad un'emergenza democratica dovuta al
carattere populista della destra berlusconiana, che
annienta la rappresentanza e devasta il tessuto sociale.
Perciò ritiene che occorra una logica da Cln,
rimproverando per questo l'indisponibilità di
Rifondazione ad allearsi col Pd. Come rispondi a questa
critica che è la più diffusa a sinistra?
E' assolutamente vero che c'è un attacco alla democrazia
da parte di Berlusconi e che ha sostanzialmente i
contorni che descrive Ferrajoli. Il problema è capire
come si può contrastarlo efficacemente. Vorrei infatti
subito sgombrare dal campo un problema: il nodo non è
tra chi pensa sia oggi possibile mettere a tema
l'alternativa e se ne frega se nel frattempo in Italia i
fascisti spadroneggiano e chi si pone invece
responsabilmente il tema della sconfitta di Berlusconi e
del berlusconismo. La discussione non è tra chi pensa di
poter saltare dieci gradini tutti insieme e chi
responsabilmente si pone l'obiettivo di salire un
gradino per volta. Siamo tutti d'accordo che occorre
battere Berlusconi e il berlusconismo. Il punto è che la
strada individuata da Ferrajoli a mio parere è sbagliata
e completamente inefficace.
Perché sbagliata?
In primo luogo è sbagliato il parallelo storico. Oggi
non ci troviamo in una situazione simile alla fine di un
regime che ha perso la guerra, che ha perso il consenso
della popolazione e che si trova contro un arco di forze
che va da quelle stesse che ne hanno sostenuto l'ascesa,
dai i monarchici ai comunisti. Oggi Berlusconi ha un
largo consenso nel Paese, ha vinto le elezioni un anno
fa dopo i due anni del governo Prodi, ha vinto le
elezioni amministrative e la destra non ha certo perso
le europee. Nulla a che vedere con il '43 '44. Siamo
piuttosto in una situazione simile agli anni Venti, una
specie di repubblica di Weimar al rallentatore, in cui
la disgregazione sociale, la crisi delle identità
sociali, politiche e culturali, non trovando uno sbocco
a sinistra ha determinato la vittoria del nazismo.
Vorrei ricordare che Hitler vince le elezioni del 1933
proprio contro uno schieramento che va dalla destra
prussiana di von Hindemburg ai comunisti della Kpd.
In primo luogo occorre quindi abbandonare il parallelo
storico del Cln, perché oggi non si tratta di abbattere
un regime che sta perdendo la guerra e ha smarrito il
consenso, ma di sconfiggere una destra che ha un largo
consenso nel Paese e che raccoglie adesioni
maggioritarie tra gli strati popolari e operai.
E in secondo luogo?
In secondo luogo Ferrajoli sbaglia perché traduce la
necessità di sconfiggere Berlusconi rimanendo
integralmente all'interno del regime bipolare, quando
invece è stato proprio questo recinto a permettere la
nascita, lo sviluppo e il rafforzamento di Berlusconi e
del berlusconismo. Senza il bipolarismo e la legge
elettorale maggioritaria Berlusconi, che non ha la
maggioranza dei consensi nel Paese, non avrebbe la
maggioranza assoluta in parlamento. E' proprio il
meccanismo dell'alternanza che sino ad oggi ha
rafforzato Berlusconi: dopo ogni esperienza di governo
di centro sinistra Berlusconi ha vinto le elezioni e
ogni volta ha trasformato il Paese a sua immagine e
somiglianza spostandolo più a destra e ponendo le basi
per uno sbocco di regime.
Quindi come si interviene?
Bisogna aver chiaro che sconfiggere Berlusconi e il
berlusconismo è un' operazione politica complessa, che
non basta chiedere alla sinistra di baciare il rospo.
Occorre avere un progetto politico chiaro che a mio
parere si muove principalmente su tre terreni. In primo
luogo la questione sociale. Ci sono strati sempre più
larghi della popolazione che non vedono affrontati dalla
politica i propri problemi, in cui cresce l'indifferenza
rispetto alla democrazia e che si sentono più tutelati
da questa destra. Il primo punto per sconfiggere
Berlusconi è la ricostruzione sistematica e certosina di
un efficace conflitto sociale, a partire dal quello di
classe, per evitare che il disagio sociale si trasformi
in disperazione e in guerra tra i poveri. Ci sono interi
strati sociali che si rivolgono a destra, oppure
all'astensione, se non si riesce a rispondere alle loro
istanze sociali. E questo non lo si fa sul terreno delle
regole, ma su quello degli interventi sociali,
dell'efficacia del conflitto. Affrontare la questione
sociale non è un lusso da subordinare alla questione
democratica ma la chiave di volta per poter ridurre
seriamente il consenso di cui le destre godono oggi.
A questo proposito si rimprovera spesso a Rifondazione
l'atteggiamento verso il governo Prodi, imparagonabile a
Berlusconi….
E' evidente che governo il Prodi era meglio di quello
Berlusconi. Ma è altrettanto evidente che il governo
Prodi ha deluso le aspettative di cambiamento che lo
avevano reso possibile, in particolare tra gli strati
più deboli del mondo del lavoro. L'aumento
dell'astensionismo nel mondo del lavoro è enorme e nel
2008 la maggioranza del lavoro dipendente ha votato a
destra; il fatto che oggi i giovani operai siano quelli
che vanno più a destra secondo me la dice lunga sulla
delusione dell'esperienza del governo Prodi. Perciò
penso che ci troviamo in una situazione di guerra di
movimento in cui il problema decisivo riguarda la
ricostruzione dei legami sociali e del loro nesso con la
questione democratica. La forza di Berlusconi non sta
solo in parlamento ma nel Paese. La forza della destra è
in larga parte dovuta agli errori e all'ingnavia del
centrosinistra sul piano sociale. Detto questo il
secondo terreno su cui deve muovere la nostra proposta
politica è proprio quello istituzionale.
Cioè la questione della legge elettorale?
Il punto è che la necessità di battere Berlusconi non ha
nulla a che vedere con l'accettazione del bipolarismo.
Il bipolarismo è anzi all'origine del problema.
Berlusconi è nato e cresciuto nel bipolarismo. La
proposta politica che avanziamo affinché sia possibile
non restituire le chiavi in mano a Berlusconi il giorno
dopo che il suo governo sia caduto - e noi lavoriamo
alla sua caduta il più presto possibile - è quindi
quella di fare un accordo di garanzia costituzionale che
produca una nuova legge proporzionale. Propongo di fare
un accordo delimitato, preciso, tra tutti coloro che
ritengono essere Berlusconi un pericolo per la
democrazia al fine di andare alle elezioni con un unico
schieramento, battere Berlusconi, cambiare la legge
elettorale e uscire finalmente da questa disastrosa
seconda repubblica bipolare che è la seconda sciocchezza
che ha combinato Occhetto dopo aver sciolto il Pci.
Ma non è velleitario proporre un cambiamento del sistema
elettorale escludendo un accordo di governo di
legislatura?
Non sono velleitario, semplicemente penso che se il
problema sta nel manico occorre cambiare il manico.
Penso sia possibile un accordo limitato e concreto per
cambiare la legge elettorale, non credo sia possibile
fare un accordo con l'Udc per governare l'Italia. Su che
programma, con che profilo, con quali contenuti?
Velleitario è chi pensa di poter combattere la mafia con
Totò Cuffaro, non chi propone un accordo assolutamente
delimitato. Del resto, la proposta di cambiare la legge
elettorale a me non pare così velleitaria: Udc e D'Alema
sono per il sistema tedesco, così come Marini. Se il
congresso del Pd desse un segnale in questo senso a me
non sembrerebbe impossibile percorrere la strada che ho
sopra delineato. Perciò io dico: facciamo in modo che
Berlusconi, essendo minoranza nella società, diventi
minoranza anche nel parlamento. Questo mi pare un modo
per rispondere al problema della salvaguardia della
democrazia evitando di infilarsi dentro la logica
bipolare che è all'origine del problema.
Questo significa escludere a priori la partecipazione al
governo?
Io non escludo in linea di principio la partecipazione
al governo. Penso si possa fare in un contesto in cui i
rapporti di forza ti permettano banalmente di vedere
rispettati i patti che fai. Il problema è che il
bipolarismo produce un cortocircuito in cui per
difendere democrazia devi fare alleanze e sommare i tuoi
voti con chi fa politiche sociali che aumentano consenso
delle destre.
L'impatto della crisi investe la condizione di milioni
di persone, tuttavia non c'è alcuna reazione. Come mai?
Perché a questi aspetti, che rappresentano la forza
intrinseca della destra, corrisponde la debolezza della
sinistra, sia politica che sindacale. Infatti il
comportamento che appare più dirompente non è votare
comunista, ma non andare a votare. Da questo punto di
vista stiamo raccogliendo i frutti negativi di un ciclo
che è stato quello sintetizzabile nella politica dei
sacrifici prima e della concertazione poi.
Un ciclo che ha portato l'Italia in pochi anni ad avere
le retribuzioni più basse d'Europa e a considerare
l'intera condizione dei salari come una variabile
dipendente del profitto d'impresa. In questo senso non è
ora di sottoporre a una critica complessiva la politica
del sindacato?
Di più. Penso che abbiamo avuto una redistribzione dal
basso verso l'alto fatta con l'accordo dei sindacati e
in piena violazione della democrazia sindacale. Il tutto
è stato teorizzato in nome della politica dei redditi.
Ma in realtà non si sono mai fatte politiche dei
redditi, perché se ne è esistita una questa era la scala
mobile. In questo senso la sconfitta nasce negli anni
settanta, quando il Pci non fu assolutamente in grado di
prospettare un orizzonte nuovo di trasformazione
sociale. Qui c'è un elemento che riguarda il sindacato e
uno che riguarda la politica.
In che senso?
Dal Craxi di san Valentino, all'attacco a pensioni e
sanità di Amato nel '92, alle privatizzazioni dei
servizi pubblici fatte dai governi di centrosinistra. Il
punto, secondo me, è che c'è stata un'enorme sconfitta
sociale che le persone hanno visto essere gestita dal
sindacato e nei fatti anche dalla sinistra, perché non
c'era più chiarezza su chi stava da una parte e chi
dall'altra. A questo si aggiunge poi anche un elemento
ideologico, in quanto lo scioglimento del Pci avviene
per assunzione integrale dei valori del capitalismo,
della competizione, dell'egoismo sociale, del fatto che
la libertà si coniuga con la disuguaglianza. Si tratta
dunque di un processo che parte dalla sconfitta dei
primi anni Ottanta. Rispetto a quella, penso che la
novità sia stata il passaggio di Genova, in cui
Rifondazione comunista aveva ricostruito una sua
credibilità a livello di relazioni sociali. E noi ce la
siamo giocata con la partecipazione al governo Prodi.
Avevamo fatto i manifesti con scritto "Vuoi vedere che
l'Italia cambia davvero", e invece non è cambiato un bel
nulla.
A questo proposito però le responsabilità non possono
essere taciute per nessun dirigente di Rifondazione:
Bertinotti che si trova "ibernato" alla presidenza della
Camera e tu che nel governo Prodi eri ministro...
Diciamo che non abbiamo fatto un errore ma due. E gli
errori non si può far altro che cercare di riconoscerli
per non ripeterli. Il primo è stato la sopravvalutazione
dei rapporti di forza: cioè l'idea che saremmo riusciti
a condizionare l'attuazione del programma, senza
renderci conto che il nostro peso sociale era pressoché
nullo e che quindi ci siamo messi quasi subito nella
condizione di bere o rompere. Su alcuni punti siamo
stati efficaci, penso alle norme sulla sicurezza sul
lavoro, ma sulla grandi questioni di politica economica,
laddove entravano in ballo Confindustria, Banca centrale
e sindacato, noi abbiamo bevuto alla grande. Questo
rimanda a una valutazione generale, ed è anche il motivo
per cui penso che Ferrajoli sbagli: senza rapporti di
forza, non conti abbastanza per determinare alcunché, il
massimo di iniziativa politica mette contro di te i
poteri forti ma non realizza nulla che consenta di
costruire il consenso per contrastare quei poteri.
Quindi le cose non sarebbero potute andare diversamente
cercando di governare di più anziché di meno?
E' il secondo errore. Noi abbiamo usato tutta la
capacità contrattuale per ottenere posizioni di rilievo
istituzionale che non avevano alcuna rilevanza nei
processi reali: presidente della Camera e vicepresidente
del Senato. Mentre il ministero concordato era una
specie di pro loco, che poteva dire ma non fare. Penso
che sarebbe stato meglio se avessimo usato il nostro
potere per contrattare posti di governo fino in fondo.
Ma quegli errori sono il frutto di un rovesciamento del
discorso politico. Perché siamo partiti dal dire che lo
sbocco politico del movimento era la costruzione del
movimento stesso e siamo finiti col dire che era la
costruzione delle giunte di centrosinistra.
Bertinotti sostiene che forse proprio a Genova si doveva
provare a spingere verso un rinnovamento profondo, che
dall'Arcobaleno non si doveva tornare indietro e che ora
neanche quello basterebbe più, perché dalla sconfitta
delle due sinistre si risale con l'idea di una sola
sinistra. Cosa ne pensi?
Mi pare che, se l'errore nell'impostazione dell'Unione è
stata la sopravvalutazione delle nostre forze, qui vi
sia un eccesso persino ulteriore. Nella logica
dell'alternanza il Pd è stato sconfitto ma non dissolto.
L'idea di poter piegare il Pd a cambiare il suo sistema
di potere per fare qualcosa di sinistra mi pare una pia
illusione. Il Pd ragiona di come sdoganare l'Udc, non è
diviso tra un impianto di destra e uno di sinistra sul
piano sociale e nel rapporto con poteri forti. Quella di
Fausto mi pare una rimozione dei dati di realtà. Non fa
i conti con la sconfitta della sinistra di alternativa e
ipotizza di uscire da quella sconfitta con l'idea che
hanno perso tutte e due le sinistre e che quindi ne
facciamo una nuova. Invece abbiamo perso noi, la
sinistra moderata è in minoranza ma non ha nessuna
intenzione di modificare il proprio impianto strategico.
Quindi penso che bisognerebbe fare l'esatto opposto di
quel che dice Fausto, ovvero provare a ricostruire la
sinistra a partire dalla presa d'atto degli errori
fatti, dalla ricostruzione del conflitto sociale, dalla
ricostruzione di un immaginario che si sappia
contrapporre a quello dominante. E da questo punto di
vista c'è una questione di relazione con la nostra
storia. Bisogna guardare a Gramsci, a come ha indagato
la storia italiana per cercare in quella i fili da
tirare per porre il tema della trasformazione. Da
Occhetto in avanti si fa esattamente l'opposto. Invece
nella storia patria, quella della falce e martello, c'è
una vicenda che ha una rilevanza decisiva. Pensare di
costruire una cosa tutta nuova recidendo storia e radici
significa segare il ramo su cui si sta seduti.
Il che rimanda automaticamente alla vessata questione
dell'identità comunista…
La teorizzazione dell'assenza dell'identità è in realtà
l'assunzione inconsapevole di identità altrui che
vengono spacciate come oggettive. Marx ha scritto il
Capitale per dire che il sistema di produzione
capitalistico non è naturale ma storicamente
determinato, mentre tutta l'ideologia capitalistica
tende a sostenere che quello che esiste è naturale. Per
poter pensare un trascendimento dello stato di cose
presenti occorre un' identità per potersi pensare in
forma diversa. Questa identità è oggi monolitica o
plurale? Io penso sia plurale. E' differenziata per
genere, provenienza, condizione, preferenze? Io penso di
sì. E' data dall'adesione a dei modelli già presenti?
No. Se mi si chiede cos'è il comunismo io non so
rispondere meglio che citando Marx: "è il movimento
reale che abolisce lo stato di cose presente". In questo
senso considero qualificante chiamarci Rifondazione
comunista, cioè essere integralmente antistalinisti,
considerare lo stalinismo come un prodotto della storia
del movimento comunista che nega radicalmente il
comunismo stesso. L'elemento della storia è importante
anche in quanto noi riconosciamo la possibilità della
trasformazione non in modelli realizzati ma nelle lotte
per la libertà e la giustizia: io la riconosco nella
rivolta di Spartaco, nell'occupazione delle fabbriche
nel '20, nella lotta di liberazione, nel '68-‘69, nelle
giornate di Genova. Se si vuole dire con Benjamin: «Dai
posteri non pretendiamo ringraziamenti per le nostre
vittorie, ma la rammemorazione delle nostre sconfitte.
Questa è la consolazione: la consolazione che si dà solo
per quelli che non hanno più speranza di consolazione».
La dissoluzione della nostra storia concide in realtà
con il recupero del trasformismo.
Dunque cos'è il comunismo che propone oggi Rifondazione?
Oggi la nostra battaglia è coniugare libertà e
uguaglianza dentro la lotta alla mercificazione. Questo
è quello che alla fine io chiamo comunismo.
Il tema della natura diventa sempre più centrale. Il
capitale è riuscito a realizzare il divorzio tra uomo e
natura, allo stesso tempo l'ecologismo viene sempre più
inteso come critica complessiva al sistema. Da questo
punto di vista una parte del mondo ambientalista sente
ancora sorda la sinistra comunista…
Noi ci siamo presentati nei fatti come variante di
sinistra della socialdemocrazia, che al fondo non mette
in discussione il modo in cui si produce, ma
semplicemente la distribuzione della ricchezza. Dobbiamo
reinventare un comunismo che rompa con la logica
sociademocratica. Il solo modo di coniugare il lavoro
con il rispetto della natura è sottoporre a critica la
mercificazione dei rapporti sociali e della natura, non
solo il prezzo a cui viene venduta la merce. La
questione ambientale coincide con il recupero della
radicalità del marxismo e della critica dell'economia
politica. Oggi, per esempio, la crisi pone il problema
centrale della redistribuzione del lavoro. Il capitale
polarizza, qualcuno lavora a zero ore e qualcuno a 60. E
chiama in causa il rapporto tra uomo, produzione e
natura.
Questo significa insomma tornare a proporre il tema del
senso sociale della produzione, di chi la organizza,
come e perché?
Penso che questo tipo di riflessioni sia centrale. Penso
tuttavia che la risposta non sia la decrescita, perché
sennò significherebbe che il 2009 con la crisi che l'ha
contraddistinto è stato un passo verso il socialismo. Mi
pare azzardato. Penso invece che il tema sia la
demercificazione.
Non solo uomo-natura, ma anche uomo-donna è una
questione su cui la sinistra fatica a corrispondere ai
propri propositi. Che ne pensi?
Penso che questo sia un punto fondamentale. Il
patriarcato e il dominio maschile presentato come
oggettivo è una questione che preesiste al capitalismo e
che il capitalismo ha inglobato. Di conseguenza una
critica del capitalismo deve tematizzare il superamento
del patriarcato, altrimenti è monca. La critica delle
compagne è corretta: il tema del superamento non solo
del capitalismo ma del patriarcato non corrisponde alla
coscienza effettiva del partito a tutti i livelli. E'
necessario metterla al centro.
Veniamo allora proprio al partito. Dopo il congresso di
Chianciano, la scissione e il risultato in salita delle
europee, verso dove va il Prc?
Secondo me dobbiamo provare a fare sul serio quel che
abbiamo detto al congresso della svolta in basso a
sinistra. In basso per me vuol dire la ripresa della
centralità del lavoro sociale, a 360 gradi. Questo
implica allo stesso tempo anche un salto in alto sul
versante della cultura.
In che senso?
Nel senso della ricostruzione di un immaginario
alternativo. La svolta che bisogna cominciare a fare
riguarda la relativizzazione del terreno della
rappresentanza e la presa d'atto della centralità del
lavoro politico di costruzione di conflitto e
mutualismo. Ma dall'altra parte riguarda il lavoro nella
cultura e la capacità di produrre un'idea diversa di
società. E da questo punto di vista la costruzione della
Federazione è il tentativo da un lato di produrre una
massa critica maggiore, di coinvolgere, di dare risposte
credibili.
Trasferendo quella che si potrebbe chiamare ossessione
della rappresentanza per liberare le energie del
partito?
Per me c'è anche un punto decisivo di sperimentazione di
forme diverse dell'agire politico. Significa valorizzare
lo stare assieme, provare a invertire le meccaniche
subite anche dal Prc, per cui la maggioranza emargina le
minoranze. Quella logica ha prodotto unicamente
scissioni. Invece occorre cambiare schema. Rifondazione
rimane per l'oggi e per il domani, e con una logica
unitaria per cui il congresso serve a decidere la linea,
non ad emarginare dirigenti. Questo significa lavorare
sempre per la gestione unitaria e fare una battaglia
politica per la riduzione della frammentazione
correntizia. Queste per me sono le precondizioni anche
per costruire una federazione che abbia come
caratteristiche la centralità del progetto politico.
Porre al centro del processo federativo il progetto
politico significa quindi che la sfera identitaria non
si pone come discriminante?
Nella federazione ci sono cose che non devono poter
essere votate. Io non voglio votare se Salvi si possa o
meno chiamare socialista, come non voglio si voti se
iopossa o meno definirmi comunista.
E quali saranno le prossime tappe di questo processo?
Intanto dobbiamo costruire la Federazione, che ad oggi
ancora non c'è. Dobbiamo elaborare un manifesto politico
e delle regole. Poi convocare assemblee territoriali
promosse da tutti coloro che sono disponibili. Bisogna
che non siano le forze politiche che convocano e gli
altri a fare gli ospiti. Bisogna discutere a fondo,
costruire un processo partecipato per arrivare a
novembre a un'assemblea che indichi un indirizzo
politico e una modalità di funzionamento. Con la
federazione dobbiamo tentare di rivolgerci non solo a
coloro che sono nei partiti, ma a tutti coloro che fanno
politica, che hanno partecipato ai social forum, che
vivono l'impegno, che non si sono riconosciuti e sono
stati delusi dalle esperienze di questi anni. Dobbiamo
renderli protagonisti.
Questo rimanda a una questione fondamentale che è quella
della democrazia e della partecipazione che a sinistra
si è spesso infranta nel primato delle organizzazioni.
Come affrontarlo?
Per parte mia penso a una testa un voto. Ma è decisiva
la costruzione di processi decisionali che accorcino la
catena di comando. Non so dire ora come e non mi
piacciono le forme plebiscitarie. La Linke, però, ha
fatto il referendum sulla sua partecipazione ai governi
regionali. Il problema è che la democrazia diretta è
stata coniugata solo con il plebiscitariamo, invece
vanno indagate forme di democrazia diretta sui
contenuti. Penso che ad esempio uno dei nodi di
battaglia politica in Italia è la ricostruzione di una
democrazia sindacale, che va di pari passo con la
ricostruzione della sinistra. (Liberazione 2 agosto
2009)
A
proposito di sinistra e di
unità
di
Salvatore
Cannavò
Cari
compagni e
compagne di
Prc, Pdci e
Socialismo
2000, non
siamo stati
presenti
alla vostra
assemblea di
lancio della
Federazione
della
Sinistra
Alternativa
semplicemente
perché non
ufficialmente
invitati.
Saremmo
venuti
volentieri
ad ascoltare
e anche a
intervenire
dicendo a
voi quello
che andiamo
ripetendo da
oltre un
anno e che
costituisce
uno dei
punti del
dibattito
congressuale
che Sinistra
Critica ha
appena
avviato.
La fase
attuale è
contrassegnata
dall'esaurirsi
di alcuni
cicli
politici e
storico-politici
che
conferiscono
ai nostri
tempi i
caratteri di
una profonda
instabilità.
Vecchi
equilibri,
convinzioni,
strutture si
sono
deteriorate
e/o estinte
anche se
nuovi
equilibri
non sono
ancora
all'orizzonte.
Viviamo al
tempo del
"non più" e
del "non
ancora" ed è
dentro
queste
coordinate
che occorre
mettere a
punto le
linee guida
per una
ricostruzione
di una
sinistra
anticapitalista.
Perché di
ricostruzione
radicale
oggi
dobbiamo
parlare,
dopo la
lunga fase
della
"rifondazione"
e dei
tentativi di
ricomposizione
di culture e
organizzazioni
diverse.
Quel
tentativo è
fallito, le
culture non
si sono
amalgamate e
le
organizzazioni
oggi
riprendono,
ognuna, la
propria
autonomia
anche se in
condizioni
più
arretrate.
Viviamo
quindi al
tempo della
ricostruzione
della
sinistra di
classe e
anticapitalista.
Per farlo ci
vorrà tempo
e pazienza,
non esistono
più
scorciatoie,
appuntamenti
elettorali
salvifici o
discussioni
astratte sul
contenitore
migliore o
sul simbolo
più
efficace. Si
tratta
squisitamente
di un lavoro
che verterà
su due
aspetti
centrali:
un'efficacia
sociale per
resistere
alla crisi,
alle destre,
al
capitalismo;
una
discussione
a fondo,
programmatica
e culturale,
per
delineare
gli assi
fondamentali,
capaci di
reggere nel
tempo, che
devono
caratterizzare
la nuova
sinistra
necessaria.
La crisi
della
sinistra di
classe pone
il problema
della sua
ricostruzione.
A questa
ricostruzione
noi ci
accingiamo
con
l'apertura
necessaria e
con la
centralità
del
dibattito
attorno alle
idee, ai
contenuti,
al profilo
di fondo che
una nuova
sinistra
deve avere.
Il nostro
progetto di
fondo,
infatti,
resta quello
di costruire
un nuovo
soggetto
politico
della
sinistra
anticapitalista
con
influenza di
massa.
Questo
processo
avverrà per
salti
qualitativi,
soprattutto
per la sua
capacità di
attrarre le
nuove
generazioni,
per la
convergenza
di altre
tendenze
della
sinistra
anticapitalista,
per la
riattivizzazione
di
importanti
settori di
militanti
dei
movimenti
sociali,
dell'associazionismo
diffuso e
del
movimento
sindacale.
Una forza
politica
militante,
democratica
e plurale in
cui le
diverse
culture del
movimento
operaio
possono
convivere e
fluidificarsi
nella comune
prospettiva
di rottura
con il
sistema
capitalista.
Per questo
pensiamo che
serve una
grande
discussione
generale,
aperta,
pubblica,
aspra, che
faccia
tesoro delle
lezioni
passate e
che riannodi
i fili a
partire
dalle idee e
dai
contenuti e
non dalla
discussione
astratta sui
contenitori;
che non si
nascondi
dietro
l'esigenza
astratta
dell'unità
priva di
progettualità;
che non
sottovaluti
la capacità
di fare
fronte
comune
contro le
destre e la
crisi del
capitalismo
e contro i
suoi effetti
devastanti
sul
movimento
operaio.
Non crediamo
sia utile un
generico
appello
all'unità
delle
sinistre, di
unità è
lastricata
la via dei
compromessi,
dei
moderatismi
e, in
un'ultima
istanza, dei
fallimenti.
L'Arcobaleno
insegna.
L'unità
ovviamente è
importante
ma lo è in
funzione dei
suoi
contenuti e
delle idee
che mette in
moto.
Sarebbe
davvero
benvenuta
una unità
attorno a
una
battaglia
comune
contro il
razzismo o
per
allargare i
diritti dei
lavoratori,
una vertenza
generale per
il salario e
contro i
licenziamenti.
Questa è
l'unità di
cui abbiamo
assolutamente
bisogno.
Quello di
cui invece
non abbiamo
bisogno è
una
discussione
fondata sui
contenitori,
sulle
tecniche di
coordinamento
delle
sconfitte.
In realtà,
ci sarebbe
bisogno di
un'unità in
grado di
generare
partecipazione,
autorganizzazione,
di
travalicare
le forze
stesse che
innescano il
processo.
Nel nuovo
ciclo che si
è aperto,
anche la
ricomposizione
più avanzata
sarebbe
insufficiente
per
risolvere il
problema
della
ricostituzione
di una forza
politica
all'altezza
dello
scontro. Per
essere tale
la
ricostruzione
ha bisogno
del
contributo
di una nuova
generazione
militante. E
quindi, per
ottenere
risultati
positivi non
servono
assemblaggi,
soprattutto
se
identitari e
rivolti al
passato, ma
progetti, un
discorso, un
profilo,
un'identità,
una
leadership
collettiva
che inneschi
una reazione
e una
ripartenza.
Noi vogliamo
proporre,
quindi, non
solo alle
sinistre
politiche ma
anche a
quelle
sociali e
sindacali,
di
progettare
una
iniziativa
unitaria e
prolungata
contro il
razzismo e
la crisi in
grado di
cogliere la
connessione
tra razzismo
istituzionale,
sfruttamento
dei
migranti,
licenziamenti
e
peggioramento
di vita dei
lavoratori e
delle
lavoratrici.
Una
iniziativa,
magari una
Campagna, da
discutere
alla pari,
in forma
orizzontale,
senza
primogeniture,
autoconvocando
un
appuntamento
comune,
allargandolo
il più
possibile a
strutture
territoriali
in modo da
poterlo
replicare
poi su scala
locale. Una
iniziativa
che
rappresenti
un punto di
vista
alternativo
e che provi
a strappare
qualche
risultato, a
invertire la
tendenza
alla
demoralizzazione.
Ma a questo
percorso
serve una
seconda
condizione:
per essere
davvero
alternativa
al Pd e alla
sinistra
moderata -
perché
esistono
ancora
diverse
sinistre e
non vederle
è
l'ennesimo,
grave,
errore di
analisi -
occorre
semplicemente
essere
alternativi
fino in
fondo. A
volte quel
5% di cose
che ci
dividono,
per citare
Paolo
Ferrero, è
la non
piccola
questione se
occorre
governare
gangli
importanti
della
gestione
capitalistica
come le
Regioni o le
Province o
le grandi
città. Se
occorre
condividere,
sia pure
"riducendo
il danno",
ristrutturazioni
e tagli alla
spesa, opere
antiecologiche
e via
dicendo. Su
questo
punto, la
discussione
non è
compiuta:
noi parliamo
di "elogio
dell'opposizione"
come viatico
per
ricostruire
davvero una
sinistra
anticapitalista
in grado di
strappare
conquiste e
anche
"riforme" ma
soprattutto
di porsi il
problema
della
rottura con
questo
sistema
sociale;
altri
pensano a
una più
tradizionale
via di
riforme
progressive
in cui
l'opposizione
di oggi
serve solo a
rafforzarsi
in vista di
un governo
"delle
sinistre"
del domani
in ossequio
a una logica
del
"compromesso"
più o meno
dinamico -
ma la cui
sostanza è
l'ipotesi di
governare
con la
borghesia
"progressista"
- che non è
stata mai
dismessa
finora. Al
di là degli
scontri
congressuali,
questa
discussione
di fondo,
programmatica
e
strategica,
non
l'abbiamo
mai fatta e
questa
discussione
rinvia
esattamente
alla natura
della
sinistra che
vogliamo
costruire.
Nodo
centrale per
poter
reimpostare
un percorso
che non si
esaurisca al
primo
intoppo o
alla prima
vera prova
del fuoco.
(www.aprileOnline.info
27 luglio
2009)
Sinistra: Ferrero,
inizia costruzione alternativa politica
E'
nata oggi a Roma la Federazione della
Sinistra promossa da Rifondazione
Comunista e Comunisti Italiani e
Socialismo 2000. Con gli interventi di
Oliviero Diliberto e Paolo Ferrero si è
infatti concluso il processo che ha
portato all'ultimo tentativo di
aggregazione a livello nazionale del
nuovo soggetto. Il processo costituente
locale partirà a settembre attraverso
assemblee sui territori, sul modello di
quella che si è svolta oggi a Roma.
L'approdo finale sarà un appuntamento a
fine ottobre che segnerà la nascita
definitiva della Federazione
Nel suo intervento,
che ha concluso l'assemblea, il
segretario di Rifondazione Comunista
Paolo Ferrero ha sottolineato che "oggi
si apre il processo di costruzione della
Federazione di sinistra di alternativa.
C'è una proposta unitaria che si rivolge
a tutti gli uomini e le donne che si
sentono a sinistra del Pd". La sfida, ha
spiegato Ferrero, "è riuscire a
costruire un nuovo modo di stare
insieme, per evitare che il 5% di cose
che non condividiamo ci obblighino a
rompere, come è stato in passato".
Ferrero, poi, si è detto convinto che la
Federazione sia la forma migliore per
mettere insieme la sinistra
anticapitalista, "le cui diversità - ha
spiegato - non sono un impedimento ad un
processo unitario'. Il segretario del
Prc ha quindi indicato come primo
obiettivo la "ricostruzione di
un'opposizione sociale e politica".
Rispetto a Sinistra e Libertà che non
condivide l'idea di essere solo 'la
sinistra del Pd' ma di puntare piuttosto
a conquistare una propria autonomia e ad
essere vera 'alternativa'.
Il processo costituente partirà a
settembre attraverso assemblee sui
territori, sul modello di quella che si
e' svolta oggi a Roma. L'approdo finale
sarà un appuntamento a fine ottobre che
segnerà la nascita della Federazione.
Per il segretario del
Pdci, Oliviero Diliberto, "era ora:
torniamo insieme. "Rivendichiamo la
nostra storia: io sono comunista - ha
detto Diliberto - ma la Federazione non
è una operazione nostalgica. E'
piuttosto una iconoclasta rivisitazione
di tutte le nostre categorie di analisi
e proposta politica: un giovane non deve
essere comunista o anticapitalista come
lo siamo stati noi". Il segretario del
Pdci ha anche sottolineato che
personalmente considera la Federazione
"non un evento contingente, ma neanche
l'approdo finale: deve essere una tappa
verso un partito unitario della
sinistra".
All'iniziativa, che ha visto la
partecipazione di militanti di
Rifondazione, Comunisti Italiani e
Socialismo 2000 insieme a rappresentanti
di numerosi movimenti sono intervenuti
Roberto Musacchio di Sinistra e Libertà,
Vincenzo Vita del Pd e Marco Ferrando
del Partito Comunista dei Lavoratori.
(www.aprileonline 18 luglio 2009)
Le conclusioni di Paolo
Ferrero al Cpn del 14 giugno 2009
La discussione in
questo Comitato Politico nazionale è
avvenuta all’interno di una difficoltà
evidente. Il fatto che quella elettorale
sia stata una sconfitta lo si evince dal
tipo di discussione che riproduce molte
delle divisioni che già avevamo dietro
le spalle.
Mi pare che la discussione, di fronte
alla sconfitta, sia stata più un
riflesso delle divisioni passate che non
una discussione vera sulle prospettive.
Da questo punto di vista credo che
questo CPN debba essere assunto come un
punto di passaggio e non come un punto
di arrivo. E’ l’inizio della discussione
su come uscire dalla sconfitta, che
proseguirà nelle prossime settimane
all’interno delle federazioni, per
arrivare al prossimo CPN a costruire una
vera sintesi unitaria. Considero infatti
arrivare ad una sintesi maggiore dentro
il gruppo dirigente e dentro il partito
una condizione indispensabile per il
successo della nostra impresa politica.
Superare le correnti cristallizzate
Ritengo infatti che non vi sia la
possibilità per rifondazione comunista
di giocare un ruolo politico e di far
vivere il suo progetto in presenza di
divisioni interne che abbiano le
caratteristiche di maggioranza e
opposizione. Una spaccatura di questo
tipo non siamo in grado di reggerla. Non
abbiamo né le forze, né la capacità di
farlo. Inoltre, nei mesi scorsi abbiamo
subito un attacco che puntava a
distruggere il progetto politico della
rifondazione comunista e questo attacco
prosegue da varie parti. Non a caso il
nostro dibattito interno viene
presentato secondo un unico copione: O
Ferrero sta con i “bertinottiani” o
Ferrero sta con Grassi. O Ferrero sta
con Vendola o Ferrero sta con Diliberto.
O Ferrero sta con l’innovazione o
Ferrero sta con la conservazione. Il
punto su cui siamo attaccati è la
possibilità di portare avanti il
progetto della rifondazione comunista
dove i due termini si sostengono e si
qualificano a vicenda. L’attacco al
sottoscritto è l’attacco alla
possibilità di avere un progetto della
rifondazione comunista che tenga insieme
memoria e innovazione, che tenga insieme
il comunismo e l’unità della sinistra di
alternativa, i diritti sociali e quelli
civili, ecc. Il progetto della
rifondazione comunista è fortemente
sotto attacco e per rilanciarlo è
necessario che il gruppo dirigente
costruisca responsabilmente un livello
di unità più alto su una proposta
politica unitaria e con una gestione
unitaria. Su questa strada continuerò a
battermi perché ritengo che questa
scelta non abbia alternative. Anche
perché io penso che le differenze reali
che ho sentito nella discussione siano
meno consistenti di come appaiono.
Da questo punto di vista ritengo che il
gruppo dirigente abbia una grande
responsabilità nel gestire il dibattito
nelle federazioni dopo questo CPN. Gli
attivi di federazione, li trasformiamo
in un congresso? Ci saranno quattro
documenti; facciamo la conta e ci
spacchiamo ben bene in ogni assemblea?
Facciamo gli attivi per dividere il
partito o pur a partire dalle diverse
cose che abbiamo detto valorizziamo gli
elementi unitari che ci accomunano,
l’ordine del giorno unitario che ho
presentato, cercando di spostare in
avanti il dibattito, sia sulle cose da
fare che sulla riflessione? La mia
opinione è che occorre usare le riunioni
territoriali per fare un passo in avanti
nella prospettiva unitaria, a partire
dalle cose su cui siamo tutti d’accordo.
Considererei una vera e propria follia
trasformare al contrario gli attivi
territoriali in una conta interna. il
compito di un gruppo dirigente non è
quello di ripetersi le divisioni che
abbiamo avuto al congresso – per fare
quello basta un notaio - ma quello di
costruire una prospettiva unitaria,
possibilmente per tutto il partito.
Propongo quindi di assumere i documenti
approvati come base del lavoro politico
e di lavorare a migliorali costruendo un
percorso unitario di tutto il partito.
Propongo quindi a tutti i dirigenti un
atto di responsabilità.
I nodi emersi nella discussione.
In primo luogo la natura della
sconfitta. Io penso che vada colta nel
suo elemento dialettico. Da un lato si
tratta di una sconfitta secca perché non
abbiamo superato il 4%. Non è solo un
fatto simbolico. Se avessimo raggiunto
il quorum saremmo tra i vincitori della
competizione elettorale. Il nostro
progetto politico sarebbe rafforzato.
Viceversa il mancato raggiungimento del
4% indebolisce ulteriormente la fiducia
sulla possibilità di costruire una
sinistra anticapitalista in questo
paese. D’altro lato però non possiamo
dire che si tratta di una sconfitta come
quella dello scorso anno. Sia perché
complessivamente la sinistra ha mostrato
una capacità di attrarre voti dal PD e
dal non voto, sia perché abbiamo in
campo un progetto politico definito.
Mentre l’anno scorso l’arcobaleno era un
pastrocchio, oggi la nostra lista ha un
progetto politico su cui lavorare.
L’entusiasmo stesso che abbiamo avuto in
campagna elettorale da parte di tanti
compagni e compagne, ha rimesso in
movimento la situazione. Questo dato lo
dobbiamo valorizzare, non possiamo
disperderlo. Si tratta di una battuta di
arresto ma non di una catastrofe.
In secondo luogo penso che molte delle
critiche alla relazione siano giuste. Da
quella di Lidia Menapace che fotografa
una mia congenita incapacità di nominare
la contraddizione uomo donna come
modalità di lettura della realtà
sociale, al fatto che non abbiamo un
linguaggio né un’attenzione sufficiente
alle giovani generazioni, al fatto che
non esisteva nella mia relazione una
visione, una narrazione compiuta del
nostro progetto. Vedo anch’io la
difficoltà ad articolare un immaginario
identificante, che abbia capacità di
dare senso compiuto alla nostra impresa
politica. Su questi nodi devo, dobbiamo
lavorare. Voglio solo dire che però la
visione non può essere un ossimoro che
prende in giro la gente. Se il sogno e
la narrazione si coniugano con
l’allargamento delle giunte all’Udc, io
penso che siamo nel campo della presa in
giro e della demagogia, non di una
risorsa per la trasformazione sociale.
Dobbiamo quindi fare un salto di qualità
sull’elaborazione del progetto e sulla
sua capacità di connettere in forma non
semplificata il complesso delle
contraddizioni sociali. Così come
ritengo giuste le critiche sui limiti
organizzativi della campagna elettorale
o sulla formazione delle liste. Queste
critiche vanno assunte per migliorare il
nostro lavoro.
La proposta politica
Nel merito della proposta politica che
ho avanzato sottolineo nuovamente come
questa abbia una precisa gerarchia di
scelte da compiere: centralità della
questione sociale, costruzione di un
immaginario del nostro progetto,
riorganizzare il partito, necessità di
costruire la sinistra di alternativa.
Mentre tutti si accapigliano su come
organizzare il campo delle relazioni
politiche, nessuno discute di come
rendere più efficace il lavoro sociale.
Io considero questa una follia. Il punto
centrale della nostra linea è la messa
al centro del lavoro del partito
l’intervento sociale. Questo significa
piegare, torcere, ristrutturare il
partito a questo fine. Senza questa
svolta siamo nell’universo delle
chiacchiere. Se noi continuiamo a
galleggiare sulla crisi di fronte ad un
milione di lavoratori che perdono il
posto di lavoro come se abitassimo da
qualche altra parte possiamo anche
chiudere bottega. Su questo non ho
sentito la necessaria attenzione. Lo si
assume come un elemento scontato quando
invece è il compito più difficile che
abbiamo dinnanzi. Proporrei un criterio:
che le ore di discussione politica non
possano superare le ore di intervento
politico diretto: volantinaggi,
picchetti, manifestazioni. Dobbiamo fare
questa rivoluzione nel nostro partito.
Vi è quindi un problema di cura e
rilancio del partito che passa anche
attraverso una ristrutturazione della
direzione nazionale che deve tagliare
drasticamente i propri costi.
Nel dibattito si è detto che Chianciano
è fallita. Io non sono d’accordo. Io
penso che i due punti fondamentali di
Cianciano fossero la svolta e “in basso”
e a “sinistra”. Penso che questi due
elementi non solo siano giusti ma
sacrosanti. Dopo il fallimento
dell’esperienza di governo giustamente
abbiamo ritenuto necessario ricostruire
la nostra autonomia dal PD e individuare
nel radicamento sociale il punto
qualificante della ricostruzione del
progetto e della forza. Ogni altra
direzione di marcia la ritengo
completamente sbagliata. Ad esempio il
compagno Bertinotti propone una strada
opposta, che potremo definire di svolta
“in alto” a “destra”. Propone infatti di
ricostruire la sinistra non a partire
dalla ricostruzione dei sui legami
sociali ma a partire da una sua
riorganizzazione politica e propone che
questa riorganizzazione avvenga con – mi
verrebbe da dire nell’ambito – della
sinistra moderata. Io penso che il
disegno di Fausto sia completamente
sbagliato ma abbia una sua logica, altre
strada intermedie no. Per questo penso
che l’intuizione di fondo di Chianciano
sia giusta: la sinistra la si
ricostruisce a partire dai suoi legami
sociali e che a tal fine è necessario
l’autonomia politica piena dalla
sinistra moderata.
In basso a sinistra vuol dire che
dobbiamo costruire una campagna di massa
per l’autunno. Occorre partire dallo
stare dentro le lotte, costruire i
comitati contro la crisi e arrivare ad
una campagna generale. Non la possiamo
decidere oggi ma va costruita a breve,
va articolata con precisione, vanno
studiati i linguaggi. E’ necessaria
un’altra riunione dell’organismo
dirigente per decidere tre cose da fare
per un anno, con continuità e
determinazione. Perché il nostro
problema non è solo che ci manca la
visione: abbiamo smarrito la nostra
funzione. Se tu vai in giro e chiedi chi
sono quelli di rifondazione, non te lo
sanno più dire. Da troppo tempo
Rifondazione comunista non si qualifica
più come una cosa chiara. Rifondazione è
stata quella di Genova, ma non si vive
di rendita tutta la vita. Dobbiamo
riuscire a sedimentare un ruolo
politico. Il nostro progetto politico
non può essere la pura sommatoria di
tutte le sensibilità e le soggettività
presenti nel partito. Deve per forza di
cose, avendo dei mezzi limitati,
scegliere delle priorità. Per me il
centro della nostra proposta politica è
- oggi più di ieri - in basso a
sinistra: centralità del lavoro sociale
nel massimo di unità possibile nel
lavoro di costruzione dell’opposizione.
Occorre riaprire il lavoro sulla
Rifondazione. L’hanno detto in tanti,
con accenti diversi, riaprire una
discussione vera; le cose che diceva
Lidia Menapace, Fosco Giannini, le cose
che diceva Giusto riferendosi
all’esperienza portoghese e cioè non
solo parole d’ordine ma anche intreccio
con i movimenti, ecc.
Riassumendo: occorre rimettere mano al
partito, collocandolo dentro la
costruzione del conflitto sociale.
Occorre lavorare, non da soli, alla
costruzione di un’idea della
trasformazione sociale che renda forte
il rapporto tra le parole come comunismo
e sinistra e l’idea di trasformazione
radicale, perché invece oggi non è così.
Oggi quando dici sinistra o comunismo
più che parlare di valori parli di una
tua appartenenza. Non è un messaggio a
chi sta perdendo il posto di lavoro o
non ha la casa: dobbiamo trasformare
queste grandi parole in concetti vivi
nel corpo sociale, non nell’insegna
della nostra bottega. Questo vuol dire
fare i conti con il fatto che
l’ideologia – come diceva Althusser è
una forza materiale. Su questo ho un
dissenso con Franco Russo. Io non credo
che sia possibile costruire un movimento
di massa totalmente privo di elementi
ideologici. La stessa speranza in
qualche modo lo è. A forza aver paura
dell’ideologia rischiamo di diventare
nichilisti, incapaci di un progetto
collettivo che per sua natura non è
studiato a tavolino ma è il crocevia di
passioni, frustrazioni, disperazione e
speranza.
Finisco sul punto che accende di più gli
animi. Le relazioni politiche tra
Rifondazione e il resto del mondo. Si
tratta di un tema che non si può saltare
e che non è puramente legato all’unità
di azione. Venerdì sono andato alla
manifestazione degli operai della
Telecom e la domanda di unità che mi è
stata posta era fortissima. Non possiamo
far finta che questa domanda di unità
non ci sia. Credo che non si possa
risolvere tutto con l’unità e
soprattutto che l’unità deve avere al
centro dei contenuti, dei valori, dei
percorsi e delle pratiche sociali. Ma il
contrapporre alla richiesta di unità la
nostra autosufficienza è un atto di
settarismo che non ha nessun legame con
la necessità di costruire un movimento
di massa contro il capitale. Io credo
quindi che, dopo aver messo al centro il
rilancio del partito, il suo lavoro
sociale, il nodo della rifondazione
comunista, sia obbligatorio avanzare una
proposta di unità della sinistra di
alternativa. Non al posto del lavoro
sociale ma per allargare e rendere più
efficace il nostro lavoro sociale.
Certo occorre battere ogni politicismo
che veda nell’unità della sinistra o
nell’ unità dei comunisti la bacchetta
magica per uscire dalla sconfitta in cui
versa il movimento operaio. Penso che
sia sbagliato pensare che noi risolviamo
tutti i nostri problemi politici
attraverso l’unità della sinistra o dei
comunisti. Detto questo noi dobbiamo
avanzare una proposta anche sul terreno
della riaggregazione delle forze
politiche e questa deve partire a mio
avviso da quanto abbiamo già costruito.
Abbiamo fatto una lista che ha prodotto
un documento dove si dava vita ad un
coordinamento della lista medesima.
Dobbiamo lavorare perché il
coordinamento prosegua perché ci manca
solo che ci mettiamo a smontare il poco
di unità che abbiamo costruito! Fuori da
qui, è evidente, ci prenderebbero per
matti e avrebbero pienamente ragione.
Ovviamente il coordinamento della lista
non è il polo della sinistra di
alternativa. Questo deve essere
costruito insieme e nella pari dignità
con tutte le forze disponibili a questo
progetto. Occorre cioè non smontare ma
anzi valorizzare il coordinamento che
c’è e nello stesso tempo evitare che il
coordinamento diventi un recinto che
impedisce ad altre forze di aggregarsi –
nella pari dignità – nella costruzione
del progetto politico. Il polo della
sinistra di alternativa va costruito in
maniera tale che vada oltre il
coordinamento della lista ma non può
presupporre la sua distruzione.
Proponiamo quindi di costruire un polo
della sinistra di alternativa, che non è
un nuovo partito ma bensì una rete di
relazioni stabili tra soggetti politici,
sociali, culturali.
Non condivido quindi l’idea di Bellotti,
di partire solo da Rifondazione
comunista: lascerebbe uno spazio enorme
a sinistra e libertà, finendo per
regalare ad una rappresentanza moderata
molti soggetti interessati all’unità
della sinistra da posizioni genuinamente
alternative.
Parimenti non condivido le
argomentazioni di chi propone di
costruire il polo della sinistra di
alternativa facendo morire il
coordinamento della lista. Da un lato
non si capisce perché dobbiamo
distruggere quanto abbiamo creato. In
secondo luogo i problemi che abbiamo
dovuto affrontare per la presentazione
alle europee e cioè l’autonomia dalle
socialdemocrazie e il simbolo della
falce e martello non sono mica stati
risolti. Non capisco perché dovremo
affrontare questa discussione
abbandonando per strada coloro con cui
su questi due nodi ci siamo trovati
uniti.
Per uscire dalla sconfitta non basta
fare una cosa ma occorre una linea
politica: quella proposta ordina
gerarchicamente quattro compiti. Si
tratta ora di cominciare a praticarla
sul serio, ponendo fine ad un congresso
durato troppo a lungo.
Ferrero, uniamo la sinistra in un polo alternativo al Pd
Red
"Bisogna
lavorare a unire la
sinistra in un polo con
caratteristiche di
autonomia dal Partito
democratico". Con questa
proposta il segretario
di Rifondazione
comunista, Paolo Ferrero,
ha aperto oggi il
Comitato politico
nazionale del suo
partito, che domani
voterà per rinnovare il
suo mandato.
Dopo le elezioni
europee, che hanno
consegnato al Prc, in
lista con il Pdci, un
3,4% che lo tiene fuori
anche dal Parlamento di
Strasburgo, Ferrero ha
presentato due proposte
al parlamentino del suo
partito. Da un lato la
costruzione di una
"opposizione sociale al
governo Berlusconi, che
è la cosa che oggi
manca". Dall'altro il
porsi come promotori di
un "polo di una sinistra
alternativa, che parta
dalle forze con cui
abbiamo fatto la lista
per le europee, ma provi
a discutere con tutti i
soggetti disponibili, da
Ferrando a Vendola".
Il segretario del Prc
pensa a un primo
appuntamento a luglio,
che sia un incontro con
i coordinatori della
lista delle europee, ma
aperto a chi a sinistra
voglia lavorare all'idea
di un polo alternativo
al Pd. "Inizieremo a
fare incontri dalla
prossima settimana"
annuncia.
Ma
nel partito non tutti
sono d'accordo. La
minoranza dei cosiddetti
bertinottiani, che a
Chianciano sostennero
Vendola ma non lo hanno
seguito nella scissione
e oggi nel Prc
rappresentano il 30%, si
prepara infatti a
presentare domani un
documento politico
alternativo a quello del
segretario.
La divergenza principale
è rappresentata proprio
dal presupposto da cui
partire: no alla
riunione del
coordinamento di lista
proposta da Ferrero.
Piuttosto "ci si fermi
tutti - dice Augusto
Rocchi - e andiamo a un
grande confronto della
sinistra", per la
costruzione di una
"federazione unitaria e
plurale", che non sia
però una semplice
"sommatoria di partiti
come l'Arcobaleno".
Su un
punto le diverse anime
di Rifondazione si
trovano invece
d'accordo: E' il no alla
proposta dell'ex
segretario Fausto
Bertinotti di un grande
soggetto che vada dal Pd
ai Radicali al Prc.
Bisogna rimanere
"sinistra" ed essere
"alternativi", sono le
parole d'ordine.
Domani dunque proseguono
i lavori del Cpn. Ma le
grane per il segretario
in attesa di riconferma
non vengono solo dalla
direzione del partito.
Al piano di sopra, bolle
la "grana" Liberazione.
Oggi e domani il
quotidiano comunista non
sarà in edicola per uno
sciopero dei giornalisti
che protestano dopo la
cancellazione, senza
alcun preavviso,
dell'appuntamento al
tavolo della trattativa
sullo stato di crisi,
programmato da tempo per
lunedì.
"Il Comitato di
redazione,
l'Associazione Stampa
Romana e la Fnsi, - si
legge in un comunicato
congiunto - che a quel
tavolo rappresentano i
lavoratori,
stigmatizzano il
comportamento
dell'azienda che ha
disdetto un appuntamento
formale senza nemmeno
degnarsi di avvertire la
controparte e adducendo
motivazioni poco
credibili. Non è un
comportamento rispettoso
nei confronti dei
lavoratori. A meno di 48
ore dalla data
prestabilita, il
sindacato si trova nella
condizione di non sapere
perché non si possa
portare avanti la
discussione già avviata
per risanare i conti del
nostro giornale.
Vogliamo però ricordare
che la proprietà, nella
persona del segretario
del Prc Paolo Ferrero, -
si legge nella nota
sindacale - si era
impegnata a garantire il
mantenimento in vita e
il rilancio del suo
quotidiano ben prima
delle elezioni europee e
a prescindere dal loro
esito.
Il Cdr di Liberazione,
l'Asr e la Fnsi chiedono
quindi alla Mrc e alla
Fieg di riconvocare nel
più breve tempo
possibile il tavolo di
trattativa per
continuare il lavoro
iniziato, nell'interesse
di tutte le parti in
gioco".
Lista comunista: "Siamo l'unico voto utile"
di Monica Maro
"Il
voto utile? Questa volta è quello per la
Lista comunista: siamo l'unico voto
utile". Oliviero Diliberto sintetizza
con una battuta speranze e obiettivi
della Lista comunista e anticapitalista,
che raccoglie il sostegno di
Rifondazione comunista, Pdci, Socialismo
2000 di Cesare Salvi, Consumatori uniti
e che sarà l'unica sulle schede
elettorali delle europee con la falce e
martello.
Lo scoglio da
superare, lo sbarramento del 4 per
cento, non è semplice, ma Salvi fa
mostra di ottimismo: "I primi segnali
che ci vengono dalla campagna elettorale
sono positivi" e il segretario di
Rifondazione comunista, Paolo Ferrero,
sottolinea: "Il nostro non è un cartello
elettorale, un'ammucchiata ma un
progetto politico che vale per l'Europa,
dove saremo i soli della sinistra
italiana a ritrovarci in un unico gruppo
parlamentare, e vale per l'Italia, dove
abbiamo già dato vita a un coordinamento
tra le diverse forze. Unico, poi, anche
l'obiettivo: uscire dalla crisi da
sinistra".
Ferrero, Diliberto e
Salvi hanno presentato a Roma i
candidati della falce e martello al
Parlamento europeo. Capilista saranno il
leader no-global Vittorio Agnoletto nel
Nord-ovest e al Sud, il segretario Pdci
Diliberto al Centro, la femminista e
antimilitarista Lidia Menapace nel
Nord-est e l'astrofisica Margherita Hack
nelle Isole.
Particolarmente significativa la
presenza complessiva delle donne, circa
il 42 per cento, così come quella degli
indipendenti, pari al 50 per cento dei
candidati. Notevole la presenza di
operai e cassaintegrati delle più
significative realtà industriali in
lotta: Ciro Argentino, della Thyssen
Krupp, Antonello Mulas della Fiat
Mirafiori, Cinzia Colaprico della
Zanussi, Nicoletta Bracci, bracciante
agricola, Ciccio Brigati, dell'Ilva di
Taranto, Domenico Loffredo della Fiat di
Pomigliano, Andrea Cavola della Sdl
Alitalia.
Tra i politici in
lista il responsabile esteri Prc Fabio
Amato, l'ex deputato Alberto Burgio,
l'ex sottosegretaria all'Ambiente del
governo Prodi Laura Marchetti, il
sindaco di Gubbio Orfeo Goracci, l'ex
senatore dell'Ulivo Massimo Villone,
l'eurodeputato uscente Giusto Catania e
l'ex deputata Heidi Giuliani.
Non mancano esponenti del mondo della
cultura e dello spettacolo: lo scrittore
di fantasy Valerio Evangelisti,
l'attrice rom Dijana Pavolovic e il
primario di cardiologia a Trieste Sergio
Minutillo; così come i rappresentanti di
comunità di immigrati: il palestinese
Bassam Saleh e la somala Esaq Suad Omar
Sheik.
"I nostri candidati
sono tutti eleggibili, tutti in grado di
fare i parlamentari europei, da noi non
ci sono specchietti per le allodole",
spiega Paolo Ferrero che, a dispetto
delle voci pressanti delle ultime
settimane (e riprese anche da
aprileonline), non si candida perché "il
mio lavoro è già abbastanza arduo".
Non si candida neppure Cesare Salvi che
preferisce lasciare spazio ad altri
esponenti della sua formazione politica:
"Io ho già una lunga esperienza
politica".
Il leader del Pdci invece correrà come
capolista nella Circoscrizione Centro e
dietro Lidia Menapace nel Nord Est.
"L'altra volta non si è candidato e
siamo andati male perciò stavolta
abbiamo insistito", ha scherzato Salvi
sulla candidatura di Diliberto.
"Nonostante la
censura mediatica - ha sottolineato
Salvi - la partecipazione alle nostre
iniziative è folta e combattiva, penso
che la sinistra debba avere una sua
autonomia dal Pd, l'altra componente
della sinistra - ha aggiunto riferendosi
a Sd - sostiene Bassolino, Renzi e
Penati alle amministrative, io, pur
rispettandoli, la penso diversamente.
Dove è possibile ci si allea ma dove
prevale il moderatismo meglio avere la
propria autonomia e propri candidati".
"Dobbiamo abituarci a parlare con una
voce sola" è l'auspicio di Diliberto che
ha denunciato il fatto che Ciro
Argentino insieme ad altri trenta operai
che hanno fatto causa alla Thyssen sono
gli unici a non essere stati riassunti:
"Fino a quando chi si batte per i
diritti resta disoccupato ci saremo noi
a combattere contro queste ingiustizie".
Infine il leader del Pdci si è
scherzosamente rivolto ai giornalisti
presenti: "Votate per noi, è l'unico
voto utile".(www.aprileonline 28 aprile
2009)
A Piazza Navona una lista rossissima
Un’unica
«bandiera rossa». Cantata dal pubblico prima,
durante e dopo ogni intervento dal palco.
Un’unica falce e martello per la sinistra
comunista «erede» del Pci. Rifondazione,
comunisti italiani e Socialismo 2000 (l’area ex
Ds guidata da Cesare Salvi) scelgono piazza
Navona a Roma per iniziare la propria campagna
elettorale per le europee.
«E’ un progetto chiaro - spiega il segretario
del Prc Paolo Ferrero prima del suo comizio -
che continuerà anche dopo le europee a
prescindere dal dato elettorale». Parole che
confermano come questa lista elettorale sia
effettivamente un passo decisivo verso l' "unità
dei comunisti". Sempre che gli elettori mostrino
di apprezzare l'obiettivo. A lanciare sul nastro
di partenza la nuova formazione «rossissima» i
leader di quasi tutta la sinistra europea che
conta. Lothar Bisky della Linke tedesca; Paco
Frutos, segretario del partito comunista
spagnolo e Francis Wurtz, capogruppo del gruppo
Gue/Ngl al parlamento europeo e storico
dirigente a Strasburgo del partito comunista
francese.
In piazza quasi quattromila persone, su cui
campeggia nelle prime file «comunisti per
sempre», lo striscione del circolo Zhukov di
Poggibonsi. Quando i tre leader salgono sul
palco il coro è unanime: «Uniti, uniti, uniti».
Poco importa che l’appello all’unità riguardi
una lista che, secondo i sondaggi più ottimisti,
supera di poco la soglia del 4%.
Il primo a intervenire dal palco è Cesare Salvi,
l’ex ministro del Lavoro fuoriuscito dalla
Sinistra democratica di Fava e Mussi. «A chi mi
chiede come mi
trovo con la falce e martello - dice - rispondo:
benissimo. Mi sembra di essere tornato ragazzo».
Anche Diliberto, dopo di lui, prova il tasto
dell’entusiasmo. «Guardate quanto ce n’è in
questa piazza - dice al pubblico - vi ricordate
l’Arcobaleno un anno fa?». «Tante volte i nostri
partiti hanno sfilato insieme - sottolinea - ma
oggi c’è un’unica bandiera rossa comune, una
sola falce e martello». Ferrero concorda e nel
suo comizio, subito dopo, lo spiega così: «Noi
siamo gli eredi non pentiti delle lotte per la
libertà, la giustizia e i diritti civili di
questo paese». «Se un giornalista -dice - ci
chiede se siamo vetero o abbiamo il torcicollo -
qui qualcuno nelle prime file azzarda a
rispondere «sì, si, sì» - noi diciamo che no -
corregge subito il segretario, dedicando la
giornata a Carlo Giuliani e al movimento no
global».
Sotto le falci e martello che
garriscono al vento si parla un po’ anche delle
liste. Resta ancora in sospeso il nodo dei
segretari. «Io non mi candido - ribadisce
Ferrero - fare il segretario di Rifondazione è
già un compito gravoso e candidarmi per poi
dimettermi sarebbe una finzione inaccettabile.
Se qualcun altro vuol farlo, certo noi non
metteremo veti».
Le pressioni, anche dentro il
Prc, perché Ferrero sciolga la riserva sono
notevoli. Sarebbe l’ufficializzazione dell’unità
dei comunisti anche per il futuro. Non a caso, a
via del Policlinico, provano a mettere qualche
paletto alla candidatura di Diliberto. Nessun
veto appunto ma spinta per una presenza non in
una circoscrizione «forte» come quella centrale
ma nelle caselle deboli (Isole o Sud). Ipotesi
che il Pdci per ora non accetta.
Segretari a parte alcuni nomi sono ormai certi:
Margherita Hack, Heidi Giuliani e Lidia Menapace
sono sicure. Come Salvatore Bonadonna (bertinottiano
rimasto nel Prc), Massimo Villone di Socialismo
2000 e Fabio Amato, responsabile esteri di via
del Policlinico. Ricandidati anche gli
europarlamentari uscenti Giusto Catania e
Vittorio Agnoletto, che dovrebbe essere il
capolista nel Nord Ovest. Contatti infine con
scrittori importanti come Massimo Carlotto,
Valerio Evangelisti e Valeria Parrella. Agita
appena un po’ le acque la possibile candidatura
di Rosario Crocetta, il sindaco antimafia a Gela
passato al Pd che Franceschini pare non voler
candidare. «Sono sempre inclusivo e non
esclusivo», risponde a denti stretti Oliviero
Diliberto a chi gli chiede se il figliol prodigo
possa tornare nelle liste comuniste.(Il
Manifesto 18 aprile 2009)
A quanti credono sia ora di alzare la testa e guardare
lontano
Compagne
e compagni carissimi,
credo che la coesione sotto un unico
simbolo dei comunisti e di coloro i
quali non si vergognano di essere
insieme a loro, sia un passo molto
importante e che mi rende felice.
Sono certo, voglio essere certo, che
questo non sia un momento
elettorale. Vorrei che questo
simbolo sia sulle schede per le
elezioni amministrative, che sia
l'inizio di un morphing che riporti
alla falce martello e stella su
bandiere sovrapposte, che riporti in
Italia la presenza del più grande
partito comunista del mondo
occidentale con tutto quello che
questo può significare per il mondo
intero. So che è difficile ma
proprio per questo vale la pena
impegnarsi.
Vi scrivo per dirvi che, se questo
accade, le mie umili risorse umane
sono a disposizione, qualunque ruolo
sia ritenuto adatto alle mie
capacità, a contribuire alla
costruzione del partito del
XXI-esimo secolo, un partito che sa
da dove viene e ha ben chiaro il suo
cammino, centro di aggregazione e
luogo di confronto per tutti coloro
che pensano che un mondo diverso è
possibile e necessario, e che siano
capaci di costruirlo, passo dopo
passo, mattone dopo mattone.
Fraterni saluti
Pino De Luca: Ormonalmente
Comunista
Europee, accordo fatto Prc-PdCI
di Monica Maro
E'
stata una cena fra Paolo Ferrero e Oliviero Diliberto
(che ha dovuto sacrificare alla ragione di partito la
sua passione interista, nel giorno della sconfitta dei
nerazzurri a Manchester) a sciogliere le ultime
diffidenze fra Rifondazione comunista e i Comunisti
italiani, in vista della lista comune per le elezioni
europee.
Dopo qualche scintilla polemica (il leader del Pdci
Diliberto aveva accusato Ferrero di pensare a un Prc
"autosufficiente"), i due partiti sono passati alla
fase operativa delle trattative, nominando le proprie
delegazioni nel gruppo di lavoro comune: Ramon
Mantovani, Mimmo Caporusso e Gianluigi Pegolo per il Prc,
Orazio Licandro, Nino Frosini e Alessandro Pignatiello
per il Pdci.
Dalla prossima settimana ci saranno riunioni quasi
quotidiane del gruppo di lavoro congiunto, con
l'obiettivo di varare le liste entro fine mese:
Rifondazione ha già convocato il comitato politico
nazionale per il 28 marzo, il Pdci lo farà presto con il
suo comitato centrale. "Per ora - dice Claudio Grassi,
della segreteria del Prc - non ci sono criteri di
proporzione fra i partiti per le liste, la cosa
importante è aprire il più possibile a rappresentanti di
movimento e personalità della sinistra". L'idea di una
lista 'aperta' serve anche in vista della concorrenza
della Sinistra per le libertà di Nichi Vendola (ex Prc)
e Claudio Fava, che dovrebbero ufficializzare il
matrimonio (e il simbolo comune) martedì prossimo.
Candidata ad allearsi con Prc e Pdci anche una terza
formazione politica, Sinistra critica, nata dalla
scissione dal Prc dei "dissidenti" del Governo Prodi. "
Per ora nulla di concreto - ci spiega Cannavò (che
proprio in queste ore si è 'dimesso' dalla redazione di
Liberazione, dove ha continuato formalmente a lavorare
nonostante l'uscita dal partito)-. Siamo aperti al
confronto, ma se non dovessimo trovare l'accordo, siamo
pronti a presentarci da soli". Martedì è fissato un
incontro con il segretario di Rifondazione Ferrero.
Da sciogliere per il nuovo "matrimonio elettorale"
l'annosa questione del il simbolo: sarà una falce e
martello molto simile al simbolo di Rifondazione e del
Pdci, ma Sinistra critica chiede che sotto il logo
principale, in piccolo, siano presenti i tre simboli di
partito su un piano paritario. A Rifondazione nicchiano,
e comunque Sinistra critica pensa anche a una piccola
rivincita "simbolica": la candidatura in testa di lista
di Franco Turigliatto, proprio il senatore "dissidente"
eletto nel 2006 con il Prc, il cui voto contrario alla
politica estera di Romano Prodi e Massimo D'Alema avviò
il processo della mini-scissione a fine
2007.(www.aprileonline.info 13 marzo 2009)
Ferrero: cerchiamo di unire tutta la sinistra radicale
Milano, 7 mar. (Adnkronos)- "Stiamo lavorando per un
accordo di tutta la sinistra radicale e comunista, per
una lista unitaria tra Rifondazione, il Pdci di
Diliberto, sinistra critica e gli altri movimenti. Non
si puo' fare invece una lista cosi' slavata da non
sapere dove andra' in Europa o da non avere contenuti
chiari. Ad esempio i socialisti in questi anni hanno
detto cose diverse dalle nostre". A proporre una lista
comune della sinistra radicale alle elezioni europee di
giugno e' il segretario di Rifondazione Comunista, Paolo
Ferrero, a margine di una manifestazione a Milano del
suo partito.
(Dra/Zn/Adnkronos)
Ferrero-Diliberto, ecco l'accordo
di Matteo Bartocci
Le schermaglie dei giorni scorsi tra Ferrero
e Diliberto sul concetto di «pari dignità»
paiono ormai superate. La lista
anticapitalista e comunista per le europee
Prc-Pdci si farà. «Nessuna pausa, il
percorso è tracciato e non c'è nessuna
subordinata», dice senza ombra di dubbio
Claudio Grassi, responsabile organizzazione
rifondarolo. «Per noi questa alleanza
anticapitalista non è in discussione -
concorda un dirigente vicino a Ferrero come
Giovanni Russo Spena - ma non sarà solo una
lista di comunisti, è un'alleanza aperta a
tutta la sinistra politica, sindacale e di
movimento, inclusi Vendola e compagni».
Ora però si tratta di sedersi attorno a un
tavolo. Perché non è che le spine non
manchino. Ovvio che la cancellazione del
rimborso spese per le liste che superano il
2% decisa in commissione alla camera rende
l'esigenza della fusione Prc-Pdci ancora più
forte. Soprattutto per Rifondazione, sicura
di superare il 2% ma più a rischio sul 4.
Forse è per questo, prima di aprire le
trattative, che il Pdci ha voluto alzare i
toni.
Comunque sia, lo scambio di sms inferociti
nei giorni scorsi tra Ferrero e Diliberto è
ormai alle spalle. «L'unità della sinistra
sotto una sola falce e martello è molto
sentita nella base dopo il disastro
dell'Arcobaleno. Una Rifondazione allargata,
aperta a sinistra, è un progetto politico
che va al di là del risultato elettorale»,
spiega Russo Spena, ammettendo che superare
l'asticella del 4% sarà dura perché non
sempre 1+1 in politica fa 2. Per
raggiungerla servono nomi. Per ora si sa che
i Comunisti italiani seguiranno la tagliola
statutaria dei due mandati, il che
escluderebbe dalle liste l'eurodeputato
Marco Rizzo. Si sa anche che il candidato
più accreditato a piazza Augusto Imperatore
è Gianni Pagliarini, buon presidente della
commissione lavoro della camera con
l'Unione. Ma senza i «big» fare il pieno
potrebbe essere impresa ardua.
Grassi è esplicito: «Secondo me i segretari
e le figure più rappresentative dei vari
partiti devono essere candidati». Un'ipotesi
che piace da tempo a Oliviero Diliberto ma
che non convince Paolo Ferrero. Tuttavia,
anche se poco tempo fa la candidatura del
segretario del Pdci era vista come fumo
negli occhi a via del Policlinico (prodromo
all'unità dei comunisti tout court) oggi la
situazione è più fluida e le barricate sono
state abbassate. Viceversa, proprio perché
il Pdci non vuole annessioni, la candidatura
del segretario può essere una garanzia.
Ultima grana il simbolo. Scontata la falce e
martello e pregiudiziale, per Rifondazione,
la scritta Prc- Sinistra europea tutto è
possibile. Il Pdci vorrebbe qualcosa che lo
distingua dal partito da cui si è scisso 11
anni fa ma a rigor di logica appaiono
schermaglie non insormontabili.
Procede più o meno spedita intanto anche
l'altra ipotesi di aggregazione. La Sinistra
di Vendola, Fava, Verdi e socialisti qua e
là è già una realtà a macchia di leopardo.
Nel Lazio, per esempio, è già nata a tutti i
livelli istituzionali, sia in provincia e
che in regione. A questo proposito in casa
rifondarola le critiche non mancano.
Giovanni Russo Spena non è convinto da
un'unità a tutti i costi: «Non è che per
salvare la democrazia da Berlusconi poi a
Strasburgo ti presenti con chi vota a favore
della Bolkestein con il Pse o è per la
stretta al diritto di sciopero come i
radicali». «La verità è che il nostro
progetto ha una forza intrinseca, chi vuole
unire la sinistra almeno cominci con l'unire
i comunisti», commentano ai piani alti del
Pdci. Oltre la retorica delle primarie,
insistono, è ovvio che gli eletti in un
cartello elettorale post-arcobaleno saranno
decisi dalle preferenze sottoscritte dagli
apparati di partito rimasti.
Martedì prossimo intanto il «movimento per
la sinistra» di Vendola, Giordano, Migliore
ed ex di Rifondazione trova casa e
inaugurerà la nuova sede nazionale.
Conferenza stampa e inaugurazione di
«lusso». Accanto al governatore pugliese
infatti ci sarà anche Fausto Bertinotti. Il
palazzo è di pregio, a via Goito, in pieno
centro storico. All'ultimo piano di un
palazzo che ospita la camera del lavoro Cgil
di Roma.( Il Manifesto del 01/03/2009)
L'intervista di Paolo
Ferrero al Corriere della Sera
di Gianna Fregonara
dal Corriere della Sera del 26 febbraio 2009
Paolo FerreroIl
segretario del Prc: puntiamo da soli al 5%.
Nichi con Cuffaro sarebbe invotabile
“No a Vendola, vuole una lista guazzabuglio”
ROMA-
Segretario Paolo Ferrero, il suo ex
compagno di partito Nichi Vendola vi lancia un
appello: per le europee mettiamo da parte le
ragioni di bottega e uniamo tutte le forze di
sinistra. Che cosa risponde?
“No grazie, non saprei come fare la campagna
elettorale per un cartello che tiene insieme
socialisti, verdi , comunisti. E’ un
guazzabuglio, una scorciatoia per essere eletti.
Non vorrei essere offensivo ma rilevo lo scarso
spessore politico della proposta di Nichi, che
mi pare simile a quella del Pd: alla sconfitta
si risponde allargando a destra, si fanno
coalizionio fumose, eterogenee, rissose, che non
sconfiggono nessuno. Un pastrocchio.”
Dividere la sinistra
non significa rischiare di sprecare i voti,
visto che c’è lo sbarramento?
“L’obiettivo è il 5%.”
E come pensate di
raggiungerlo?
“Abbiamo proposto di lavorare
per costruire attorno a Rifondazione un progetto
di aggregazione di una sinistra alternativa. Non
vedo oggi la possibilità di proporre alleanze.”
Vendola sdogana anche
l’Udc.
“Allargare a Cuffaro e
Buttiglione un’alleanza? Sarebbe invotabile.”
Questo isolamento
vale anche per le elezioni amministrative?
“A livello locale la
tipologia delle decisioni è più ridotta, non si
decide sul precariato, sulla guerra o se
cambiare la politica economica. Siamo a vedere
caso per caso. Se a Torino c’è la Tav nel
programma non faremo l’alleanza. Se a Milano il
Pd appoggia le ronde il nostro è un no.”
E a Firenze e
Bologna?
“A Firenze siamo fuori per
via del piano regolatore. A Bologna si sta
aprendo una discussione, se c’è discontinuità
con la gestione Cofferati si aprono spazi per
collaborare.”
Cosa proponete per le
europee?
“Noi abbiamo proposto una
lista i cui eletti vadano nel gruppo della
sinistra unita, il Gue. Il simbolo sarà quello
di Rifondazione, perché, detta un po’
brutalmente, tirare via i simboli del movimento
operaio o abbandonare la parola comunismo non è
né un obbligo né un’idea utile.”
E ci sarà anche
Diliberto sotto il vostro simbolo?
“La lista è aperta a tutti
quelli che ci staranno. Avremo candidati del
mondo politico e sociale, del movimento
sindacale e dei consumatori, del movimento
ambientalista. Si parla tanto della Linke o di
Besancenot in Francia. Questo è il nostro
modello”.
Non rischiate di
rinchiudevi nella testimonianza?
“Fare opposizione, e ci siamo
solo noi con il sindacato di base e la Cgil a
farla, non è una testimonianza.Il Pci è stato
all’opposizione tutta la sua vita e ha pesato
più di noi al governo.”
Si capisce l’ambizione, ma le
percentuali…
“Lo so e non voglio essere ridicolo. Ma le
coalizioni da allargare sino a Cuffaro
distruggono qualsiasi possibilità di crescita
fino a sinistra.”
Con l’Udc no, ma con il Pd di
Franceschini?
“Il Pd non fa opposizione su niente. E’
uguale a quello di Veltroni.”
E, in prospettiva, Bersani?
“Le politiche di
liberalizzazione le ha fatte anche lui. Vedremo
nel concreto. Certo è da apprezzare la proposta
per un sistema elettorale alla tedesca, avanzata
da D’Alema.”
Ferrero: Il nostro simbolo a disposizione per una
lista unitaria
Ferrero: «Il nostro simbolo a
disposizione per una lista unitaria»
Europee, prove di dialogo tra Rifondazione e Pdci
di Checchino Antonini
E'
l'appartenenza al Gue/Ngl la condizione del Prc per una
lista unitaria della sinistra alle elezioni europee. «Il
gruppo unitario della sinistra europea è il riferimento
per la gauche antiliberista, ambientalista, femminista e
comunista. La direttiva Bolkestein, emblema della guerra
tra poveri, è stata votata assieme da socialisti e
popolari europei», spiega a Liberazione , Paolo Ferrero,
segretario nazionale di Rifondazione comunista, pensando
al consociativismo del Pse di Strasburgo (si veda la
recentissima direttiva Fava che "punirà" chi sfrutta un
migrante senza permesso facendogli pagare il biglietto
per rimpatriare il lavoratore) o al trasversalismo del
gruppo verde che si dichiara né di destra, né di sinista.
Da settimane, il leader del Prc è impegnato nella fase
di ascolto di realtà politiche e sociali in vista delle
prossime europee. L'assemblea di stamattina a Roma (al
Rialto S.Ambrogio dalle 10 alle 14), promossa
associazioni e singoli della Sinistra europea, è uno dei
passaggi di questo lavorìo che sta coinvolgendo
comitati, centri sociali, sindacati confederali e
autorganizzati, associazioni di consumatori e partiti.
«Per rafforzare questa proposta mettiamo a disposizione
il simbolo di Rifondazione comunista che è, fino a prova
contraria, il simbolo che dopo lo scioglimento del Pci
ha caratterizzato la presenza di una sinistra degna di
questo nome. Lo mettiamo a disposizione, non lo
imponiamo. Lo discuteremo con tutti, con due attenzioni:
sapendo che le improvvisazioni dei simboli in campagna
elettorale si pagano care. In secondo luogo per noi la
falce e martello, la parola comunismo, non è un peso;
anzi pensiamo che, nella situazione disastrosa in cui è
ridotta la sinistra in Italia, sia un risorsa.
In questa direzione, già ieri, è da registrare un
momento di convergenza tra il Prc e il Pdci.
Ospiti del XXXIV incontro semestrale del Nelf, il Forum
della nuova sinistra europea (in pratica quasi tutte le
sigle del Gue meno i greci del Kke più gli invitati dal
Medio Oriente e dall'America Latina), Ferrero e Oliviero
Diliberto si sono confrontati a partire dall'idea di
Europa, la «dimensione minima in cui si organizza il
capitalismo globalizzato, l'Europa», come ha detto il
segretario del Pdci, che dovrà essere «la dimensione
minima su cui essere efficaci», gli ha ribattuto Ferrero.
Terreno comune di analisi lo svelamento della maschera
europea per brutali politiche regressive, dal trattato
di Maastricht fino alla direttiva Bolkestein, che hanno
minato il compromesso sociale noto come modello sociale
europeo. La crisi di sistema del capitalismo, è stato
segnalato, può essere un'occasione per rilanciare la
«missione dei comunisti» (Diliberto) e stimolare sbocchi
progressivi e di sinistra come nel Cono Sur del
continente americano.
Così com'è, l'Europa è uno strumento aggressivo e poco
democratico, subalterno alle politiche Usa. «Un contesto
decisamente più arretrato che in America Latina - spiega
il segretario Prc - l'Ue è nata nella fase alta del
liberismo e l'ha costituzionalizzato». La crisi
potrebbe avere sia «un'uscita da sinistra, sia l'aspetto
di guerra tra poveri su cui le destre stanno lavorando».
Le lezioni "latinoamericane", per Ferrero, vanno
rintracciate nella «capacità di ripartire dal basso, nei
processi di partecipazione popolare, nell'idea di
coalizione che supera l'idea europea di partito unico».
Per entrambi l'Europa non è una questione di politica
estera. E' lì che si può agire per la riconversione
della Bce, per reclamare una centralità dell'intervento
pubblico. Per fare «il contrario della Bolkestein»:
welfare per chi perde il lavoro, lotta ai paradisi
fiscali, aumento della fiscalità sulle rendite e sulle
transazioni finanziarie, fuoriuscita dalla subalternità
alla Nato e ricerca di un ruolo di pace per un'Europa
capace di guardare a Est e al Mediterraneo.
Diliberto rilancia il messaggio del congresso del suo
partito, quello della riunificazione secca dei partiti
comunisti ma conferma che, finora, non s'è definito né
simbolo, né lista. Che si vada assieme alle europee lo
dà al 99%. Ferrero ribadisce la contrarietà a utilizzare
la "bicicletta" (i simboli appaiati) sulla scheda
elettorale e conferma la domanda di unità (non di
riunificazione) che emerge da questa fase di
monitoraggio.
A leggere il labiale dello scambio di battute tra i due
segratari, a margine del convegno, è facile captare
questo messaggio: «Il tempo stringe».(Liberazione 21
febbraio 2009)
Ordine del giorno della Direzione nazionale del Prc
Odg della Direzione
nazionale dell'11.2.2009
Le
prossime elezioni europee avvengono proprio mentre è
evidente, in tutto il mondo, il fallimento del modello
del capitalismo globalizzato. Siamo di fronte ad una
crisi di carattere sistemico, non solo economica
e finanziaria, ma sociale, alimentare, energetica,
ambientale, che sta scuotendo l’intero pianeta. La crisi
della globalizzazione capitalista conferma la scelta
riaffermata al Congresso di Chianciano del PRC , ovvero
quella del rilancio del progetto strategico della
rifondazione comunista e di ripresa del percorso
cominciato a Genova e proseguito con la grande
esperienza partecipativa dei Social Forum, quello della
sua internità al movimento mondiale contro la
globalizzazione capitalistica e la crisi economica che
questa ha prodotto.
In Europa ciò richiede il rafforzamento dell’unità della
sinistra antiliberista, anticapitalista e delle forze
comuniste, sia nell’ambito del Partito della Sinistra
Europea sia in quello del Gruppo Parlamentare Europeo
della Sinistra Unitaria Europea-Sinistra Verde Nordica.
L’Europa di Maastricht mostra oggi tutti i limiti di una
costruzione fondata sul primato del mercato sulla
democrazia, sul dogma monetarista che ha imposto
politiche finanziarie ed economiche che hanno prodotto
aumento delle disuguaglianze, privatizzazioni dei
servizi pubblici e controriforme dei sistemi di welfare
su tutto il continente, congiuntamente alla
precarizzazione del lavoro, alla deregolamentazione dei
mercati e alla discriminazione dei migranti. Una
discriminazione che si è tradotta nell’accentuarsi della
guerra tra poveri, nel perpetuarsi di condizioni di
subalternità giuridica nell’accesso ai diritti di
cittadinanza reale, nell’approvazione di vere e proprie
“leggi razziali”.
Quest’Europa è quella che viene confermata dai contenuti
del Trattato di Lisbona e contro cui si sono espressi i
popoli europei che hanno potuto pronunciarsi.
Neoliberista e allo stesso tempo ademocratica. Un’
Europa a misura delle banche e non dei popoli. Dove il
potere è sempre di più nei governi e sempre meno in
assemblee democraticamente elette. Un’Europa che è
stata fin qui subalterna alla Nato e complice della
guerra preventiva, incapace di proporre una politica di
pace e di disarmo.
Questa Europa si è retta su una grande coalizione,
formata dai più grandi partiti europei, in primis
popolari e socialisti, che sono responsabili di queste
politiche liberiste e che hanno praticato una
costruzione mercantile e non politica dell’Europa. E’
dunque necessario contrastare fortemente questa grande
coalizione e costruire l’alternativa alla lunga stagione
del neoliberismo.
La Direzione Nazionale decide quindi di dar vita ad un
percorso di costruzione della lista in vista delle
elezioni europee, aperto e in relazione con i soggetti e
le forze del movimento altermondialista,
anticapitalista, comunista, femminista, LGBTQ,
ambientalista, sindacale.
Sulla base del Documento Congressuale, la Direzione
nazionale decide pertanto di promuovere una lista da
presentare alle prossime elezioni europee che, partendo
dalla presentazione del simbolo di Rifondazione
Comunista-SE, condivida la scelta di appartenenza al
GUE-NGL, unisca tutte le forze anticapitaliste,
comuniste, di sinistra, sulla base di contenuti
alternativi al progetto di Trattato di Lisbona e
all’impostazione neoliberista e militarista dell’ Unione
Europea.
La proposta che avanziamo è quella di una lista, che si
ponga l’obiettivo di rovesciare queste politiche
economiche e sociali antipopolari, che hanno prodotto la
crisi, a partire dal programma elaborato dal Partito
della Sinistra Europea. Con un percorso partecipato,
vogliamo quindi costruire, riconoscendo la non
autosufficienza di Rifondazione Comunista, una lista che
sia un concreto segnale di unità della sinistra di
alternativa; lista di cui siano protagonisti tutti i
soggetti che stanno pagando la crisi e tutti i movimenti
che si stanno battendo contro le politiche neoliberiste
che l’hanno causata: lavoratori, precari, donne,
giovani, studenti, pensionati e migranti. Una lista che
faccia sue le ragioni di chi in questi anni e in questi
mesi sta lottando, nella scuola e nei luoghi di lavoro,
per la giustizia sociale e la libertà femminile, che
sappia opporsi al razzismo e all’offensiva clericale del
Vaticano. Che si batta per un intervento pubblico
finalizzato alla riconversione sociale e ambientale
dell’economia, per la redistribuzione del reddito,
contro la guerra, le spese militari e per il disarmo
europeo. Una proposta che rivolgiamo ai tanti e alle
tante che da Genova in poi hanno animato l’esperienza
dei Fori sociali e che hanno contribuito a dare gambe e
sostanza all’idea di un’altra Europa possibile.
Una lista da costruire attraverso una grande
partecipazione di tutti coloro che decideranno di farne
parte e di sostenerla, al fine di unire e consolidare le
forze che in Europa si battono per una uscita da
sinistra dalla crisi, per un’alternativa al liberismo e
alle fallimentari politiche della grande coalizione fra
popolari e socialisti europei. Una lista per un’altra
Europa possibile: dell’uguaglianza, della pace, della
giustizia sociale ed ambientale , dei diritti e delle
libertà.
In questa prospettiva è necessario sviluppare il massimo
di iniziativa per evidenziare il percorso politico e di
lotta per l’altra Europa, sostenendo e partecipando alle
iniziative di movimento già in cantiere e decise dal
forum Sociale di Belem, fra le quali il 28 marzo a
Londra contro il G20, il 4 aprile a Strasburgo contro la
NATO, l’8-10 luglio in Sardegna contro il G8.
Approvato con 3 astensioni
Fuori dai palazzi per una politica di massa
di Paolo Ferrero
Vi
sono epoche storiche in cui il tempo sembra scorrere più
veloce, in cui si producono cambiamenti repentini, in
cui ciò che due mesi prima appariva impossibile viene
considerato normale.
Vi sono epoche in cui i giorni valgono anni.
Io penso che oggi stiamo attraversando una di queste
epoche.
La crisi che ha investito il sistema capitalistico a
livello mondiale è destinata a modificare pesantemente
le nostre vite.
In Italia questa crisi sarà particolarmente pesante e
oggi cominciamo ad averne una qualche consapevolezza.
In Italia più di un milione di persone perderanno il
proprio posto di lavoro.
Di questi la metà non avranno alcuna forma di sostegno
del reddito.
Molti stavano pagando il mutuo per la prima casa e la
perderanno.
La paura per il futuro tende a sostituire l'incertezza e
l'insicurezza che già caratterizzavano gli ultimi anni.
La crisi non durerà pochi mesi, ma è destinata a durare
a lungo perché non è frutto di un incidente di percorso
degli speculatori finanziari ma è il frutto maturo della
globalizzazione capitalistica.
In questi venti anni è raddoppiato il numero di
lavoratori salariati a livello mondiale e parallelamente
è sceso il salario relativo.
In questi anni ovunque nel mondo e in particolare in
Italia sono aumentati i profitti e le rendite ed è
diminuita la massa salariale e le pensioni.
Questa iniqua distribuzione del reddito è all'origine
della crisi: i lavoratori non hanno i soldi per comprare
le merci che producono.
I padroni non hanno nuovi mercati verso cui indirizzare
la produzione eccedente.
Da questa crisi non si esce senza un rovesciamento della
distribuzione del reddito e senza una radicale messa in
discussione delle tipologie di produzione e della stessa
mercificazione dei valori d'uso.
Nello stesso tempo, il sistema politico italiano vive
una crisi irrisolta. Il passaggio dalla prima alla
seconda repubblica non ha dato luogo ad una costruzione
stabile, ma piuttosto ad una costruzione fragile.
Il ricorso sempre più diffuso al populismo e il continuo
scontro tra poteri dello stato ne è un chiaro indizio.
Quella italiana, più che una lunga transizione, sembra
alludere ad una sorta di crisi della repubblica di
Weimar al rallentatore.
Una crisi costituente
Per queste ragioni io penso che ci troviamo di fronte ad
una crisi "costituente", ad un punto di passaggio che
modificherà radicalmente il quadro dei rapporti sociali,
delle culture dominanti, delle rappresentanze politiche.
La crisi - questa è la mia tesi - ha una valenza
qualitativa simile alla crisi del '29 e - in scala
ridotta - alle guerre mondiali.
Questa crisi non è un passaggio ma una fucina da cui il
materiale che entra viene radicalmente trasformato.
In questa situazione, potenti forze operano per una
uscita da destra dalla crisi.
Oltre a Confindustria, il governo nel suo impasto di
populismo reazionario e politiche economiche antisociali
propone nei fatti come sbocco la guerra tra i poveri, o
meglio, una gestione autoritaria della frantumazione del
conflitto sociale.
Il Pd non va oltre alcune suggestioni da borghesia
illuminata; accetta la riforma della contrattazione e il
peggioramento dell'iniqua distribuzione del reddito
isolando la Cgil e risponde alla sua crisi strategica -
non è in grado di assumere una posizione chiara su
nessun tema - forzando il carattere bipartitico della
politica italiana e provando a distruggere la sinistra.
Le altre forze politiche presenti certo non sono in
grado di rovesciare questa tendenza.
Di Pietro ha accumulato consensi agitando l'antiberlusconismo
e costruendosi una posizione di rendita sull'ignavia
veltroniana, ma non propone alcun elemento progettuale
in grado di prefigurare una uscita dalla crisi.
Una parte della sinistra di alternativa - tra cui i
compagni e le compagne usciti dal Prc - ha piegato il
tema dell'alternativa all'interno della gabbia
dell'alternanza, condannandosi così all'impotenza.
Il nostro progetto
Il nostro progetto al contrario propone una uscita da
sinistra dalla crisi. Visto il carattere delle classi
dominanti e delle rappresentanze politiche, proponiamo
una uscita in basso a sinistra dalla crisi, perché non è
all'orizzonte nulla di simile a quanto si è prodotto
negli Stati Uniti con la vittoria di Obama.
In altri termini non è alla portata un governo che
persegua un New Deal comunque inteso, per cui la
costruzione di uscita da sinistra dalla crisi deve
necessariamente passare per una costruzione dal basso,
in termini di conflitto, di vertenzialità, di
progettualità, di costruzione di relazioni sociali
solidali ed egualitarie.
Il nostro progetto si può così declinare: ridistribuire
reddito, ridistribuire potere, riconvertire l'economia
in senso ambientale e sociale attraverso un intervento
pubblico forzato dal conflitto sociale.
Questo progetto, per potersi realizzare, deve muoversi
su più livelli: il conflitto sociale, la battaglia
culturale, la pratica mutualistica della solidarietà, la
riproposizione sul terreno della politica della
prospettiva dell'alternativa.
A tal fine dobbiamo ripensare completamente il modo di
essere e di agire del nostro partito.
Occorre evitare qualsiasi continuismo e burocratismo
interno.
Il peggior ostacolo che oggi noi abbiamo è costituito
dall'incapacità di capire che la realtà si è rimessa in
movimento e nel pensare che si tratta di resistere, di
aspettare che "passi la nottata".
Noi non siamo impegnati a fare una traversata del
deserto in cui si tratta di resistere.
Non siamo gli ultimi sopravvissuti di un esercito
sconfitto chiamati a far la guardia a cosa resta di un
passato glorioso dopo che la guerra è finita.
Siamo dentro una guerra di movimento in cui le identità
sociali, politiche e culturali che abbiamo ereditato
sono messe pesantemente in discussione, disarticolate
dalla crisi, ma anche disponibili al conflitto ed a
cercare una via di uscita.
Il problema oggi è la capacità di abbandonare
completamente un atteggiamento di testimonianza e di
propaganda per assumere una linea di massa che sappia
interagire con la novità introdotta dalla crisi e su
questa costruire le opportune alleanze e convergenze.
Questo, a mio parere, significa fare tre cose.
In primo luogo essere costruttori di conflitto.
Lo sciopero di Fiom e Funzione pubblica del 13 febbraio
e il percorso di lotte pensato dalla Cgil così come le
lotte che metterà in piedi il sindacalismo di base, non
sono fatti sindacali.
Sono la principale risorsa di mobilitazione su cui
innervare un tentativo di uscita a sinistra dalla crisi.
Dobbiamo lavorare a generalizzare queste lotte e a
costruire mille punti di aggregazione, mille vertenze
sul territorio.
La rivendicazione di estendere gli ammortizzatori
sociali a tutti coloro che perdono il lavoro - qualsiasi
sia il lavoro, dai precari, ai dipendenti delle aziende
artigiane, a tutta la platea del lavoro subordinato - è,
da questo punto di vista, obiettivo centrale della
piattaforma.
In secondo luogo essere costruttori di pratiche
mutualistiche e di solidarietà, di vertenzialità con gli
enti locali, per combattere la solitudine delle persone,
dare risposte concrete a problemi concreti e creare
legami comunitari solidali.
Nessuno deve essere lasciato solo nella crisi.
In terzo luogo dobbiamo dare forma al progetto, dobbiamo
trasformarlo in bandiere, slogan, ideali, proposta
politica.
Dobbiamo demistificare il carattere non naturale della
crisi e unire le rivendicazioni materiali con la lotta
al razzismo e al sessismo.
Dobbiamo unire la richiesta della redistribuzione del
reddito con la proposta dell'intervento pubblico per la
riconversione ecologica e sociale dell'economia.
Dobbiamo cioè avere chiaro che il nostro "essere
comunisti" deve essere oggi completamente piegato al
nostro "fare i comunisti", cioè al nostro
costruire qui ed ora il movimento reale che abolisce lo
stato di cose presente.
Non è poco ma non è impossibile.
Soprattutto è indispensabile.
(1 Febbraio 2009 www.rifondazione.it)
Il Prc deve ritrovare il suo popolo
di Marzia Bonacci
Una
parte della minoranza che al congresso
estivo di Chianciano aveva animato la
mozione 2 ha scelto sabato scorso,
sempre a Chianciano, di lasciare il
partito. Un'altra invece ha optato per
restare. Il Prc vive uno momento
importante, perde esponenti come Vendola
o Giordano, dopo una lunga stagione di
alta tensione interna che ha avuto il
suo apice con il caso Sansonetti, mentre
incombe la crisi economica e si
avvicinano le scandenze elettorali. Con Claudio
Grassi, responsabile
organizzazione, abbiamo commentato
questi recenti avvenimenti, cercando di
capire quali sfide future attendono il
partito e come questo intende
rispondere.
Sabato, con
un'assemblea a Chianciano, parte della
mozione 2 che ha animato il congresso di
luglio, con in testa Nichi Vendola, ha
scelto di lasciare ufficialmente il
partito. Come valuti questa decisione? Una scissione è sempre una
esperienza negativa, avrei preferito che
non si realizzasse. Detto questo, non
possiamo che prenderne atto.
Coloro che
lasciano il partito sostengono che la
vostra segreteria ha reso impossibile la
loro permanenza perché ha soffocato lo
spazio di agibilità politica, cioè li ha
di fatto isolati e costretti al
silenzio. Come rispondi a questa
critica? E' una accusa che contesto
perché non vera, perché smentita dalla
realtà. Fin da subito dopo il congresso
di Chianciano la prima proposta che
abbiamo rivolto, come maggioranza, alla
minoranza della mozione 2, è stata
quella di partecipare alla segreteria.
Un comportamento, il nostro,
completamento opposto a quello avuto
dal segretario Bertinotti in occasione
del precedente congresso. Sempre a
Chianciano abbiamo confermato un
tesoriere che aveva sottoscritto il
secondo documento ed abbiamo eletto un
presidente del collegio di garanzia che,
anche lui, aveva firmato la seconda
mozione. Se vogliamo attenerci ai fatti,
quindi, la critica non ha fondamento.
Eppure i
vendoliani che lasciano il Prc vi
rimproverano di aver cancellato la
democrazia interna, il dissenso e la
critica verso la maggioranza del
partito, citando il caso Sansonetti come
emblema del vostro scarso senso
democratico... Il caso Liberazione è stato
usato in modo scorretto. Il punto da cui
partire per comprendere quanto è
accaduto è che la nostra maggioranza si
è trovata a rapportarsi non con un
giornale di partito critico o autonomo
rispetto a questo stesso partito
-condizione che non avrebbe creato alcun
problema-, bensì con un organo di
informazione che all'indomani di un
Congresso in cui si decideva di puntare
sul rilancio del Prc, proseguiva ad
essere il megafono di un progetto
politico opposto, cioè quello dello
scioglimento del Prc. Questo ci ha
spinto a cambiare direzione: non c'è
nessun giornale politico che sostiene il
contrario di ciò che propone il partito
di riferimento.
La questione perciò non ha avuto a che
fare con la necessità che un quotidiano
partitico dia conto del dibattito
interno ad esso, che consideriamo
scontata.
Inoltre vorrei ricordare che anche prima
della direzione di Sansonetti
Liberazione era un organo di
informazione autonomo, non è mai stato
un megafono passivo e acritico del Prc,
ma si confrontava con esso. Greco sarà
un direttore fedele a questa
ispirazione, cioè indipendente ma in
rapporto di confronto col partito.
Come valuti
la nuova operazione a cui Vendola e i
suoi si apprestano ad impegnarsi? La proposta politica sostenuta
da questi compagni incontra non pochi
problemi. Il primo consiste nel dato per
cui, come già da settimane abbiamo avuto
modo di verificare, una parte
significativa della mozione 2 ha deciso
di restare. Il secondo risiede nella
scarsa omogeneità di prospettive che si
ravvisano tra coloro che hanno scelto di
uscire: alcuni hanno dichiarato di voler
lasciare da subito, mentre altri hanno
richiesto più tempo. Per questo la
scissione mi sembra una operazione
sbriciolata. L'altro elemento di
difficoltà sta nel fatto che più si
scende verso il basso, raggiungendo i
territori, più le dimensioni della
scissione si riducono fino a scomparire
nei circoli. C'è poi un altro aspetto
che mi ha molto colpito in questa
discussione dei compagni che lasciano il
nostro partito.
Cioè? Una parte dei vendoliani, per
voce di autorevoli rappresentanti,
sostiene che se si spaccasse il Pd e D'Alema
fosse libero di diventare il nuovo
riferimento del partito della sinistra,
essa sceglierebbe questa nuova casa come
propria. Noi avevamo detto da subito che
intravedevamo in questa scissione una
svolta a destra e il superamento delle
ragioni del Prc: ecco che oggi, di
fronte a tali dichiarazioni, possiamo
dire che la nostra previsione non era
una forzatura politica irrealistica.
Ti riferisci
a quanto dichiarato da Rina Gagliardi? Dalla Gagliardi, ma anche da
Gianni e altri ancora. Vorrei
specificare che una possibile spaccatura
del Pd, con la conseguente nascita di un
partito socialdemocratico, è una
eventualità che anche io reputo
positiva. Ma alcuni esponenti che stanno
lasciando il partito fanno di più: la
indicano come la loro casa politica, il
proprio spazio per fare politica. Ma
allora, mi chiedo, perché hanno militato
tutti questi anni nel Prc e non nel Pds?
Magari dando una mano a fortificare la
componente maggiormente di sinistra
della socialdemocrazia?
Mi dispiace ma non posso non
sottolineare come questi compagni, che
hanno sottoscritto la mozione 2 e oggi
però lasciano il partito, abbiano
giocato di ambiguità: al congresso
infatti non hanno apertamente affermato
di voler superare il Prc, di voler
attuare una scissione. Quando noi
sostenevamo che questo era il loro
sbocco, ci hanno sempre contestato,
affermano che non fosse vero.
I vendoliani
che lasciano sostengono che rispetto a
luglio, al congresso, lo scenario
sociale e politica sono cambiati... Si, sono cambiati il contesto
sociale e politico, ma resta il fatto
che si erano impegnati a restare nel Prc...Invece
oggi organizzano una scissione cercando
di approdare in un partito non
comunista. Insomma hanno occultato i
veri obiettivi che volevano perseguire.
Tu citavi il
comunismo come un vostro riferimento
ideologico, mentre affermi che i
vendoliani lo vogliano mettere in
soffitta. Qual è il comunismo a cui
guarda il Prc nel 2009? Anche su questo consentimi una
critica. Il modo con cui i compagni che
se ne vanno hanno rappresentato il
nostro dibattito in merito al nostro
profilo ideologico-culturale è stato
scorretto perché lo hanno alterato
artificiosamente riducendolo ad un
ripiegamento vetero-identitario. E'
stato un escamotage per giustificare le
loro scelte. L'attuale Prc non vuole
rinunciare alla propria identità, perciò
mantiene ferma la questione del
comunismo, ma sempre col sostantivo
della rifondazione, che ci consente di
non dimettere lo sguardo critico verso
la nostra storia passata per fare tesoro
degli errori commessi. Perciò ci siamo
chiamati fin dall'inizio Rifondazione
comunista.
Quale sono le sfide che
attendono il Prc? Su cosa lavorerete? Il senso di questa
Rifondazione, come detto a Chianciano in
occasione del congresso, è quello di
uscire dalla crisi politica vissuta "in
basso a sinistra". La nostra prima
aspirazione è ricostruire una
connessione sentimentale con il nostro
popolo compromessa da due anni di
governo. Tornare ad essere attivi e
visibili nella società. Da qui nasce un
impegno del partito a sostegno dello
sciopero del 13 febbraio, da qui nasce
l'esigenza di mettere al centro della
nostra azione politica la crisi
economica e il contrasto alle misure
(inadeguate) decise dal governo. Su
questi temi staimo cercando di costruire
faticosamente iniziative e propaganda.
Lavoro, ammortizzatori, precariato,
migranti, questione di genere, ambiente:
sono questi i cardini della nostra
azione.
Già la
questione di genere. Anche questa è
entrata nella polemica sul caso
Sansonetti: la minoranza vi criticava
accusandovi di voler azzerare quella
direzione che più di tutte aveva aperto
il giornale alle tematiche di genere,
alle rivendicazioni femministe... Cosa che non abbiamo intenzione
di fare perché restano un tema centrale
della nostra prospettiva politica, anche
e soprattutto in un contesto di crisi
economica: le lavoratrici sono quelle
che più pagano la crisi e le misure che
si vorrebbero attuare per uscirne. Penso
alla proposta del governo sulla crescita
dell'età pensionabile delle donne.
Dal punto di
vista pratico cosa sta facendo il Prc? Sta rimettendo in piedi la
macchina organizzativa: il giornale,
perché esca dalla crisi, e poi il
rilancio del tesseramento.
Un ultima
domanda non può che riguardare
l'appuntamento elettorale di giugno. La
vostra linea, vincente al congresso di
Chianciano, punta sulla corsa in
solitaria alle europee di Rifondazione.
Ma se dovesse arrivare una riforma del
sistema di voto con uno sbarramento del
4%, rivedrete le vostre posizioni,
magari accogliendo la proposta che viene
da più parti di un cartello elettorale
per evitare una polverizzazione della
sinistra? Il cartello elettorale è una
ipotesi che ha già fallito ad aprile
scorso. In nome di una emergenza, come
appunto lo sbarramento alle europee, non
si può pensare di incassare voti con un
assemblaggio indistinto, perchè saremo
nuovamente puniti dagli elettori. Col
cartello elettorale si creerebbe un
serraglio di formazioni che pur correndo
insieme, poi siederebbero in Europa in
gruppi parlamentari diversi: Sd con il
Pse, il Prc con il Gue e via di seguito.
Come potrebbero allora votarci gli
elettori? Non saremmo credibili ai loro
occhi.
Questo però non vuol dire non essere
interessati all'unità della sinistra.
Si deve lottare contro lo sbarramento e
la riforma elettorale, poi qualora fosse
attuata e con uno sbarramento alto, il
Prc comunque si presenterebbe con il
proprio simbolo e la propria lista, ma
aprendola alle altre forze che con
Rifondazione condividono lo stesso
gruppo di adesione europeo e le istanze
programmatiche. Il Prc è aperto alle
forze comuniste.
Tu parli del
Pdci, che però con il segretario
Diliberto vi chiede una riunificazione.
Che ne pensi di questa ricomposizione
fra i due partiti comunisti? Le ricompattazioni non si
attuano perché ci sono le elezioni, ma
si fanno partendo dalla lotta comune nei
territori: circostanza che se avviene
non può che rendermi felice. In una
competizione elettorale si possono
invece trovare intese elettorali, che
nel nostro caso si fondano sulla
possibilità di aprire le liste del Prc.
Quante Rifondazioni per la sinistra?
di Marzia
Bonacci
Qualcuno
se ne va e qualcun altro resta. E'
questo il quadro che emerge dopo
l'appuntamento di sabato a Chianciano,
dove si è riunita l'area Rifondazione
per la sinistra, animata da quanti al
Congresso di luglio hanno sottoscritto
la mozione 2, primo firmatario Vendola.
In occasione dell'incontro del week end
una parte di questa area
politico-culturale, il governatore
pugliese in testa, ha deciso di lasciare
il partito, mentre un'altra parte si è
espressa per rimanere. Un uscita, quella
di Vendola e Giordano, che avviene
individualmente e sulla base di un
documento politico che ha come primo
firmatario l'ex capogruppo alla Camera
Migliore.
Scissionisti e
anti-scissionisti, per semplificare,
forse troppo ma comunque
inevitabilmente. Con i primi che hanno
già annunciato la nascita di un
movimento politico -Rps, con tanto di
simbolo e stella rossa, ma che non è un
partito- e gli altri che si affrettano a
precisare che comunque l'area è tutt'altro
che sciolta ma anzi, viva e vegeta, si
incontrerà il prossimo fine settimana a
Roma per stabilire come continuare a
lavorare per il processo costituente di
un nuovo partito da dentro Rifondazione.
Una prospettiva che non rinuncia al
percorso verso un soggetto unico della
sinistra ma che rimane dentro il Prc,
pur senza operare sconti verso l'attuale
segreteria di Ferrero, rispetto a cui
permane una distanza politica e un
accento polemico.
Ma non meno polemico
sembra essere il confronto al loro
interno, tanto che Augusto Rocchi, che
ha sottoscritto il documento 2 e fa
parte dell'area Rifondazione per la
Sinistra che però rimane, mette in
guardia i compagni andati su ogni
copyright: "Non si capisce perché
dovremmo cambiare nome" visto che "la
mozione Rifondazione per la Sinistra è
di proprietà di 20mila iscritti che
l'hanno votata, non certo di chi decide
di andarsene dal Prc". Non condividono
dall'altra parte. Con sabato Vendola e
la stragrande maggioranza della sua
componente, sostengono gli scissionisti,
"hanno deciso di considerare conclusa
questa esperienza, di uscire dal Prc e
pertanto di considerare sciolta l'area
di Rifondazione per la Sinistra per dar
vita a un nuovo 'Movimento per la
Sinistra".
Ragione per cui non si comprenderebbe
perché coloro che restano debbano
continuare ad usare quel nome: "si
tratta di una realtà profondamente
diversa da quella nata al termine del
congresso di luglio. Sono ovviamente
liberissimi di chiamarsi come vogliono,
ma sarebbe utile per tutti evitare di
diffondere equivoci e di produrre
confusione dannosa per tutti".
Comunque sul tema si
ritornerà nelle prossime ore e la
polemica sembra destinata a non
sgonfiarsi. Nel frattempo una parte
conferma di restare nel Prc pur
mantenendo l'obiettivo del partito della
sinistra e non nascondendo la distanza
con l'attuale maggioranza di
Rifondazione. Sempre Rocchi ci spiega
quale sarà il senso dell'incontro di
sabato a Roma. "Ci vedremo, insieme ai
membri del Cpn, ma speriamo anche di
arrivare a far partecipare un
rappresentante per federazione, con
l'intento di delineare la strada della
futura battaglia politica da condurre
dentro il Prc". La scelta di restare, a
suo dire, è confermata anche dal clima
che ha registrato a Chianciano, quando
una parte dei suoi compagni, in primis
Vendola e Giordano, hanno deciso per
l'addio a Rifondazione: "Mi aspettavo
maggiore entusiasmo da parte chi ha
scelto di incamminarsi verso una nuova
avventura lasciando un partito in cui ha
militato per anni. Invece i dissensi e i
maldipancia non sono mancati", ci dice,
spiegando anche l'origine di questa
sofferenza. "La scelta di lasciare il
Prc si fonda su un progetto politico che
manca di chiarezza: si esce per andare
dove, a fare cosa, e con chi?". Sono
queste le domande su cui a suo dire
"permangono troppe ombre". Rocchi,
queste oscurità che aleggiano sulla
decisione di Vendola e compagni, le
esemplifica senza troppi giri di parole:
"Da una parte si dice che non si vuole
costruire un nuovo partito, però poi si
annuncia una lista unitaria con simbolo
unico alle prossime elezioni: il che,
tradotto, rappresenta i prodromi di una
nuova futura formazione. Se non bastasse
poi ci si sbilancia nel dichiarare che
la lista elettorale è l'avvio e non la
fine del nuovo soggetto politico. Allora
nasce o no questo partito? Ecco, sul
tema c'è confusione. Troppa". Per
Rocchi, nonostante le strade scelte
siano diverse, il lavoro comune
continua: "Ma con i fuoriusciti e con
tutta la sinistra, cioè le associazioni,
il Prc, il Pdci". Del resto, secondo lui
anche la futura tornata elettorale, con
la possibile riforma del sistema e
l'introduzione dello sbarramento al 4%,
rende questo sforzo comune inevitabile:
"Io continuo a battermi per un cartello
elettorale della sinistra tutta e credo
sia un obiettivo che si può centrare".
Sul no fino ad ora espresso da Ferrero,
che ha continuato ad insistere sulla
corsa elettorale del partito con il suo
simbolo, tutta al più con liste aperte
all'esterno, Rocchi si dice ottimista: "Ferrero
è contrario al cartello elettorale se
permane questa legge, ma con lo
sbarramento che si profila forse
potrebbe cambiare idea. E' questione
della sopravvivenza di tutte le
formazioni della sinistra", ci spiega. E
la sopravvivenza o meglio il futuro
della sinistra non potrà che intersecare
anche il Pd e ciò che accadrà in esso.
"I democratici hanno fallito e le
elezioni potrebbero essere una ulteriore
sconfitta. Cosa succederà allora? Quali
nuovi equilibri si apriranno dopo
giugno? La riposta che il Pd darà alla
sua crisi riguarderà anche la sinistra",
dice l'ex senatore del Prc.
Riecheggia nella
riflessione di Rocchi, un'eco nemmeno
troppo lontana del recente intervento di
Rina Gagliardi. Tra coloro che lasciano
il partito, dopo essere stata tra le
colonne portanti del progetto della
Rifondazione ridisegnata da Bertinotti,
l'ex senatrice in un colloquio con
Barenghi su La Stampa ha delineato le
sue speranza per il futuro della
sinistra, anche rispetto al Pd. E' la
stessa Gagliardi che ci spiega perché ha
scelto la strada tracciata da Vendola,
rifiutando di ridurla ad una scissione:
"perché non è tale e perché non è nato
nessun partito, bensì un movimento per
la sinistra". Contesta, l'ex senatrice,
la riduzione del dibattito "a chi resta
e chi lascia", perché "questo è un
problema secondario e perché la
discussione di Chianciano non si è
svolta su questo". Qual è il punto lo
indica brevemente in poche parole:
"Sabato si è trattato di un'operazione
positiva, che punta sul far nasce il
nucleo di una sinistra nuova e aperta".
Certo, un'operazione positiva di
innovazione "che non esclude
l'iniziativa elettorale". Anche se per
discutere di questo i tempi non le
sembrano maturi vista l'incertezza sul
tipo di modello con cui si voterà. Se si
andasse comunque con lo sbarramento del
4% -"una cosa gravissima ma che temo sia
l'unica possibilità per il Pd per
evitare una sconfitta netta"- si pone un
problema "per tutti". Tanto che il
cartello elettorale della sinistra per
non venire polverizzata da tale mannaia,
al centro della proposta della sua area
ma bocciata dal Prc di Ferrero, potrebbe
tornare in auge: "uno sbarramento così
alto potrebbe spingere tutti a rivedere
le proprie posizioni". Con questo
sistema, invece, si potrebbe pensare ad
una lista con Sd e Pdci? "Meglio evitare
un'operazione politicistica. Non sono
sicura che conquisti la credibilità che
merita un progetto come il nostro, il
quale non può misurarsi con questa
precocità solo su un risultato
elettorale. Certo le elezioni ci
sono...". Anche sul partito unico la
Gagliardi ammette di avere solo
"pensieri fluidi". Quel che è sicuro è
che "mi riconosco in Vendola: il nostro
non è un nuovo partito ma un nuovo
partire. Una frase che prendo sul
serio".
C'è poi il tema del Pd, "che rischia una
implosione, dunque non solo una crisi
della leadership di Veltroni, ma proprio
il tracollo del suo progetto". Non c'è
questione rilevante su cui abbia
posizione comune -"soprattutto sul
sindacato, come dimostra il caso ultimo
della riforma contrattuale non
sottoscritta dalla Cgil"-, per non
parlare delle evidenti tendenze
centriste. In questo quadro, dice la
gagliardi, "sarebbe bene che il Pd
prendesse atto del suo fallimento. Se
questo accadesse, magari dopo un
risultato non soddisfacente alle
europee, si riaprirebbero prospettive
interessanti, anche per la sinistra".
Perché? "Perché c'è una parte che
intende andare verso una posizione
socialdemocratica, mentre un'altra
spinge verso il centro. E questo non può
che interessare chi pensa in Italia al
tema della ricostruzione della
sinistra". Quella parte che spinge in
direzioni socialdemocratiche si chiama
però D'Alema? "Si, ma questo non
significa che l'aspirazione sia quella
di andare tutti sotto la sua ala. D'Alema
certamente sta marcando una differenza
politica interessante nel Pd, che
risponde ad un dato oggettivo, cioè che
una parte del popolo democratico e dei
suoi militanti ritiene di aver fatto una
scelta di sinistra...". (AprileOnline 27
gennaio 2009)
Prc: i segretari e le scissioni
Dicembre 1991: Nasce il Partito della
rifondazione comunista.Il primo segretario nazionale è
Sergio Garavini. Gennaio 1994: Fausto Bertinotti è
nominato segretario del Prc. Il piccolo gruppo
Iniziativa comunista abbandona il partito. Giugno 1995:
scissione dei Comunisti unitari (poi confluiti nei Ds).
Aprile 1996: la deputata Mara Malavenda lascia il
partito e fonda i Cobas per l’autorganizzazione.
Novembre 1997: scissione della Confederazione Comunisti/
e Autorganizzati (Cca).
Ottobre 1998: in seguito a una scissione, nasce il
Partito dei comunisti italiani. Gennaio 2000: scissione
di Democrazia Popolare (Sinistra Unita), poi confluita
nel Pdci. Aprile 2006: esce dal Prc il gruppo trotzkista
Progetto Comunista - Rifondare l’Opposizione dei
Lavoratori (poi Partito di Alternativa Comunista).
Maggio 2006: Franco Giordano è eletto segretario del Prc,
dopo la nomina di Bertinotti a Presidente della Camera.
Giugno 2006: da una scissione nasce il Partito comunista
dei lavoratori. Dicembre 2007: la componente trotzkista
“Sinistra critica” del senatore Franco Turigliatto
lascia il partito. Luglio 2008: Paolo Ferrero è eletto
segretario nazionale del Prc.
Gennaio 2009: la componente “bertinottiana” e
“vendoliana”del Prc annuncia l’abbandono di
Rifondazione.(La Rinascita della sinistra 22g ennaio
2009
Vendola consuma la scissione
di Aldo Garzia
Oggi
e domani si consuma a Chianciano, sede
di un seminario dell'ex mozione
congressuale che faceva riferimento a
Nichi Vendola, una nuova frattura nella
storia di Rifondazione. E' la quarta di
una certa consistenza, da quando questo
partito e' nato nel 1991 dalle ceneri
del Pci e aveva come segretario Sergio
Garavini.
I protagonisti sono oltre allo stesso
Vendola (governatore della Puglia, tra i
fondatori di Rifondazione), Franco
Giordano (ex segretario), Gennaro
Migliore (ex capogruppo alla Camera),
Alfonso Gianni (ex sottosegretario allo
Sviluppo economico) e tanti ex
parlamentari e dirigenti del Prc.
Il luogo dello strappo definitivo è
Chianciano, proprio quella sala
congressi dove sei mesi fa Paolo Ferrero
fu eletto segretario del partito dal
congresso del Prc, ribaltando i
pronostici che davano per vincente la
candidatura di Vendola alla segreteria
(la mozione di quest'ultimo aveva in
partenza il 47% dei voti dei delegati).
Dice Vendola,
confermando l'addio al Prc: "Occorre
ricostruire una sinistra curiosa del
mondo che cambia, all'altezza delle
sfide del tempo presente, fatta di
sentimenti buoni, di capacità di stare
nella realtà, di conoscere i territori e
i luoghi di lavoro". Il contrario di
quello che starebbe facendo l'attuale
Prc.
Aggiunge Vendola: "Non provo acrimonia
verso Ferrero e il suo gruppo dirigente.
Sono sereno perché faccio ciò che sento
sia giusto fare. Rifondazione è stata la
mia casa e questo addio non è un partire
indolore".
Un gruppo di
firmatari della mozione congressuale di
Vendola di sei mesi fa ha però
annunciato nei giorni scorsi di voler
restare nel Prc. Tra questi: Milziade
Caprili, ex vicepresidente del Senato,
Giusto Catania, europarlamentare, gli ex
parlamentari Augusto Rocchi, Matilde
Provera e Luigi Comodi, l'ex
sottosegretario Rosa Rinaldi, Raffaele
Tecce, responsabile enti locali, Tommaso
Sodano, responsabile ambiente, Sandro
Valentini della direzione Prc.
Vendola ha parole anche per chi resta in
Rifondazione: "A quelli di noi che
condivideranno la mia scelta, voglio
dire che non dobbiamo sentirci avversari
di Rifondazione. E soprattutto ai
compagni che scelgono di continuare la
propria lotta dentro il partito voglio
esprimere gratitudine per aver condiviso
una bella battaglia, e perché sono certo
che continueranno a battersi perché
nasca una sinistra nuova".
Dallo scorso luglio in poi c'è stato un
tiro alla fune tra Vendola e Ferrero che
ha avuto per oggetto il rilancio o meno
dell'ipotesi di una costituente della
sinistra (Ferrero ha optato per la
ricostruzione del Prc) e le sorti del
quotidiano 'Liberazione' (Dino Greco, in
sintonia con la nuova segreteria del
partito, ha sostituito Piero Sansonetti).
L'analisi dei
vendoliani è abbastanza simile a quella
che proprio oggi Fausto Bertinotti, ex
leader indiscusso di Rifondazione dedito
attualmente più alla ricerca politica
che all'azione, sviluppa in una
intervista a l'Unità: "L'attuale assetto
della sinistra è non solo inadeguato ad
affrontare la realtà, ma impedente per
una rinascita. E quindi va spezzato.
Solo così può esserci un vero big bang,
il nuovo inizio di cui c'è bisogno".
Vendola, Giordano e Migliore tenteranno
di condurre "Rifondazione per la
sinistra", il nuovo movimento che nasce
a Chianciano, verso il big bang
auspicato da Bertinotti stringendo
maggiormente i rapporti con Sinistra
democratica di Claudio Fava e Fabio
Mussi.
A seguirli potrebbe arrivare il
gruppo guidato da Katia Bellillo, ex
ministro, e Umberto Guidoni,
parlamentare europeo, che dovrebbe
staccarsi dal Pdci di Oliviero Diliberto.
Anche la maggioranza dei Verdi della
portavoce Grazia Francescato auspica
maggiori forme unitarie a sinistra.
Per Ferrero, la scissione capeggiata
da Vendola resta "irrazionale, oltre che
sbagliata" in quanto "rappresenta una
contraddizione da parte di chi pone il
problema dell'unità della sinistra". In
una conferenza stampa convocata a
Milano, ribadisce che "la linea del
partito è stata scelta e chiarita da un
responso democratico, noi abbiamo da
sempre proposto una gestione unitaria".
Ferrero, infine, non cela la sua
preoccupazione: "E' una scissione da
destra, o verso destra: ovviamente non
voglio dire che Vendola sia di destra,
sarebbe una sciocchezza.
Tuttavia, il rischio è quello di una
subalternità del suo gruppo al Pd che è
già imballato per suo conto".
Il primo banco di prova per
l'arcipelago della sinistra, già esclusa
da Camera e Senato nelle scorse elezioni
aprile, quando la lista
Sinistra-Arcobaleno non raggiunse il
quorum del 4%, sono le elezioni europee
del 6 e 7 giugno. Potrebbero
fronteggiarsi una lista del Prc (aperta
al Pdci di Diliberto) e un'altra
denominata "La sinistra" nella quale
confluirebbero Sinistra democratica,
Verdi, Rifondazione per la sinistra e la
maggioranza dei Verdi.
In questa prospettiva, equivale a una
doccia fredda l'annuncio che Pd e Pdl
potrebbero trovare in extremis un
accordo per riformare l'attuale legge
elettorale per le europee che prevede la
pura proporzionale con uno sbarramento
posto al 4% mentre rimarrebbero in
vigore le preferenze a disposizione
dell'elettore.
In tale eventualità, il quorum del 4%
potrebbe tramutarsi in una asticella
quasi impossibile da saltare per
entrambi i raggruppamenti in cui si sta
riorganizzando la sinistra che non si
riconosce nel Pd di Walter Veltroni.
Proprio oggi però Silvio Berlusconi ha
detto di ritenere improbabile il varo di
una riforma elettorale in tempi utili.(AprileOnline
26 gennaio 2009)
Verso la scissione. Individuale
di Marzia Bonacci
Mancano
poche ore all'appuntamento di Chianciano
dove l'area che fa capo a Nichi Vendola
discuterà l'uscita da Rifondazione.
Poche ore in cui tutto si mette in moto
per dare vita ad una scissione che era
già presente, anche se in forma
potenziale, nelle dichiarazioni e negli
atti che hanno accompagnato il Congresso
di luglio, quando la maggioranza di
Ferrero e Grassi ha dato vita al nuovo
corso del partito segnando la fine della
lunga fase bertinottiana.
Se qualcuno ha scelto di lasciare la
casa comunista, però, altri hanno preso
la decisione opposta di restare. Sempre
fedeli alla mozione 2 e convinti del
processo costituente del nuovo partito
della sinistra, alcuni vendoliani hanno
optato per rimanere dentro il Prc e
condurre dall'interno la battaglia. Nomi
noti come Milziade Caprili, Giusto
Catania, Marilde Provera, Augusto Rocchi
non se la sentono di lasciare via del
Policlinico, sebbene la nuova segreteria
e il suo progetto politico non li
convincano affatto. Ma allo stesso tempo
l'ipotesi di abbandonare Rifondazione
per accelerare il processo costituente
sotto la pressione dei prossimi
appuntamenti elettorali rischia, secondo
loro, di affossare il futuro nuovo
partito. Meglio attendere allora,
lavorando nella società e con gli altri
soggetti politici (Sd, parte del PdCI e
dei Verdi) per rilanciare la sinistra,
facendo della formazione partitica un
frutto più maturo.
Sono proprio i tempi lunghi l'aspetto
che maggiormente preoccupa i vendoliani
che hanno scelto di andare via. Restare
in un partito in cui non ci si riconosce
più, nel progetto politico e nel clima
di veleni che lo stanno caratterizzando
da mesi, appare per loro insostenibile.
Se si aggiunge la recente vicenda della
sostituzione di Sansonetti alla
direzione di Liberazione, dai vendoliani
vissuta come un vero vulnus democratico,
il quadro per uscire è presto fatto.
Per ora, comunque, non c'è una
decisione di massa ufficiale perché,
come ha spiegato Vendola, lasciare il
partito è una scelta che per adesso
avviene a livello singolo. Sabato a
Chianciano, ha spiegato il governatore
pugliese, "chiuderemo una stagione
politica e faremo i conti con la crisi
travolgente della politica", fermo
restando che anche la decisione di
chiudere con Rifondazione è qualcosa di
individuale: "Io parlo per me, non
voglio una leva militare, non chiedo un
reclutamento. Ognuno deve fare i conti
con la propria coscienza", ha infatti
spiegato ai microfoni del Tg3 di tarda
serata annunciando in via definitiva che
lascerà la formazione. Con lui usciranno
molti nomi noti: Franco Giordano,
Gennaro Migliore, Graziella Mascia, Rina
Gagliardi.
A niente valgono gli inviti a
restare. L'appello rivolto in extremis
per i vendoliani è ormai irricevibile:
se si voleva ricucire, è il loro
ragionamento, lo si poteva fare nei mesi
scorsi. Adesso, a decisioni prese, è
troppo tardi. Innescare la marcia
indietro non è più possibile e del
resto, forse, non è nemmeno ciò che
vogliono entrambi, sia la minoranza che
l'attuale segreteria. A questa scissione
si è arrivati tutti preparati, nel senso
che era nell'ordine delle cose fin da
luglio e dall'assise di Chianciano: era
solo una questione di quando, non di se.
Cade nel vuoto perciò l'ultimo
richiamo del responsabile organizzazione
Grassi, oggetto di critiche furenti in
questi mesi da parte dei vendoliani a
cui, di contro, non ha risparmiato mai
la polemica. "Non si può inventare un
partito ogni due anni - dice Grassi - A
sinistra del Pd c'e' Rifondazione, pur
con tutti i suoi limiti. Stiamo
attraversando un momento difficile, ma
si può ripartire". In fondo, sostiene
l'ex senatore che ha dato i numeri della
sua mozione per consegnare la segreteria
a Ferrero, "lo ha fatto la Lega, che per
uscire da una crisi gravissima ha
puntato con forza su identità e
radicamento territoriale, perchè non
dovremmo riuscirci noi?".
Grassi non nasconde la sua visione:
quella di lasciare il Prc è infatti "una
scelta sbagliata" che determina "uno
sbocco moderato" perché non "sollecitata
da movimenti o istanze di lotta".
Tradotto: la scelta dei vendoliani "si
incrocia a livello nazionale con
Sinistra democratica e a livello europeo
con il Partito socialista", cioè il
progetto politico sul quale si impegnano
è quello di "costruire un partito di
sinistra non comunista".
Per questo, la risposta del partito a
tale uscita sarà quella di organizzare,
proprio per il week end in cui i
vendoliani si ritirano a Chianciano, un
tesseramento straordinario perché "il
futuro ha bisogno di Rifondazione". Che,
per coloro che se ne vanno, però, non è
la stessa in cui hanno investito Ferrero
e la sua maggioranza. (AprileOnline 23
gennaio 2009)
"Libera" uscita dal Prc
di Marzia Bonacci
Il
divorzio è consumato. Anche
ufficialmente. Per la scissione vera e
propria, intesa come l'uscita dal
partito, bisognerà aspettare l'assemblea
del 24 gennaio a Chianciano, quando
l'area politico-culturale Rifondazione
per la sinistra si riunirà per decidere
le modalità con cui abbandonare la
formazione comunista. Oggi, in occasione
della Direzione con cui la segreteria di
Ferrero ha sfiduciato alla terza
votazione il direttore di Liberazione
(28 voti favorevoli, 3 contrari e 2
astenuti), gli ex bertinottiani non
hanno infatti partecipato al voto e
hanno ratificato le loro dimissioni
dall'organo dirigente.
Lasciano in 25 su 28,
tre invece restano, gli stessi che oggi
in Direzione hanno assicurato il numero
legale alla sfiducia. Rocchi, Comodi e
Rinaldi, pur criticando la maggioranza e
la scelta di azzerare il vertice
giornalistico che guida il quotidiano,
scelgono di continuare a sedere nel
parlamentino comunista (tanto che domani
renderanno pubblico un documento che di
fatto li unisce come area nuova nel
partito), mentre gli altri, tra cui
Migliore, Vendola, Giordano, Gagliardi,
lo abbandonano perché, come ricordato
dall'ex capogruppo alla Camera, "non ci
sentiamo più dirigenti di questo
partito". Una notizia nota, annunciata
da giorni dall'ex segretario, che anche
sta mattina faceva sapere come con
quella che la sua componente definisce
un' epurazione, "si chiude un capitolo
importante nella vita del giornale e
nelle modalità di vita del partito".
Per quanto riguarda
la discussione per uscire
definitivamente, specificava sempre
Giordano, "si verificherà più avanti".
Appunto a Chianciano, la stessa località
che a luglio ha ospitato il congresso
che ha sancito la fine dell'epoca del
lider maximo Bertinotti, aprendo la
strada alla stagione di Ferrero e
Grassi.
Il clima era
ovviamente teso. Il segretario Ferrero,
intervenendo in direzione, ha spiegato
le ragioni che hanno spinto la sua
maggioranza a chiedere la testa di
Sansonetti, al cui posto subentrerà il
sindacalista cigiellino Dino Greco, che
sabato ha sciolto la sua riserva facendo
sapere di essere disponibile a sedere al
secondo piano di via del Policlinico,
dove oggi Sansonetti ha cominciato ad
organizzare il suo trasloco in un via
vai di persone e esponenti politici
venuti a salutarlo. Accanto a lui, un
vicedirettore giornalista professionista
che lo affiancherà e il cui nome sarà
reso noto nelle prossime ore. Riguardo
alla sfiducia verso Sansonetti, Ferrero
ha parlato di un "atto democratico" che
risponde a quanto "hanno deciso compagni
e compagne ai congressi di circolo". Un
atto democratico che risponde anche a
quanto stabilito dall'assise di luglio,
perché "il problema è se il giornale è
funzionale al progetto della
Rifondazione Comunista oppure al suo
superamento, legittimo, ma sconfitto dal
congresso". Se infatti si riconosce che
Sansonetti è "libero di portare avanti
tutte le sue battaglie politiche",
altrettanto insindacabile è che "non può
farlo con i soldi che il Prc destina al
suo quotidiano".
Soprattutto perché le
casse del partito sono a secco e il
giornale ha un deficit che preoccupa,
tanto che la segreteria ha scelto la
strada della vendita. "Il quasi
dimezzamento delle copie vendute, che
oggi sono attorno a 6mila" e l'aumento
del buco "fino a 3 milioni e mezzo di
euro" sono, a detta di Ferrero, altri
elementi che giustificano la sua
decisione.
Difende dunque il
motivo della scelta, ma anche il metodo,
rispondendo alle tante accuse piovutegli
addosso. La più ricorrente? Essere uno
stalinista. Per il segretario, infatti,
stalinista è la minoranza che gli ha
dato battaglia in questi mesi,
presentando "la storia del nostro
partito come un unicum del quale
qualcuno è erede e qualcun altro no",
colpevole di aver usato gli avvenimenti
del passato "come forma di
delegittimazione del gruppo dirigente".
Tipica espressione, a suo dire, della
cultura sovietica perché "Stalin scrisse
negli anni 30 la storia del partito
bolscevico per dimostrare che lui era la
perfetta continuità".
Questo è il passato e
il presente, per quanto riguarderà il
futuro del quotidiano, il segretario ha
spezzato una lancia in difesa del
prossimo direttore: "non è in arrivo
nessun commissario politico -ha detto-
ma un sindacalista della Cgil che
condivide il progetto politico che ha
vinto il congresso di Chianciano". Non
si tratta dunque "di un burocrate di
partito né di un teleguidato da un
segretario paranoico che vede nemici
dappertutto", ha risposto ai detrattori,
specificando come Greco al contrario sia
"un compagno impegnato in tante
battaglie che spero riesca a rilanciare
Liberazione".
Sul cui corso non ci
sono dubbi: al contrario di quanto
sostengono gli ex bertinottiani e la
stessa redazione, il quotidiano e il Prc
"non saranno comunque soltanto
espressione di battaglie economiche e
sociali, ma continueranno l'impegno sui
diritti civili e delle persone come è
stato fatto in questi anni", ha
spiegato, perché "la parola comunismo
tiene insieme libertà e uguaglianza".
Anche in questo si legge una risposta
difensiva alle critiche di questi giorni
che additavano nel nuovo corso di
Rifondazione, e quindi anche in quello
che si sta per imprimere al giornale, il
rischio che fosse abbandonata la grande
attenzione per il tema delle libertà
civili che ha caratterizzato la
direzione Sansonetti. La vicinanza fra
Bonaccorsi, l'acquirente che Ferrero
vorrebbe per Liberazione, e lo
psichiatra Fagioli, noto per le sue
esternazioni sull'omosessualità da
curare, ha infatti messo in
fibrillazione la redazione e i
giordano-vendoliani.
Le ragioni politiche
e economiche con cui Ferrero ha difeso
la sua scelta non hanno convinto la
minoranza che, pur spaccata tra chi
rimane e chi se ne va, ha comunque
criticato unitariamente l'allontanamento
di Sansonetti, nella sostanza e nel
metodo. Per Giordano, che lascia, i
compagni e le compagne della maggioranza
non hanno brillato per capacità
dialettica e per rispetto della
democrazia: "siccome siete andati avanti
da soli e della direzione avete
dimostrato che non sapete che farvene,
io vi dico che d'ora in poi ve la
cantate e ve la suonate da soli", ha
spiegato all'assemblea mentre ratificava
le sue dimissioni insieme a quelle di
altri esponenti di peso, come appunto
Vendola e lo stesso Alfonso Gianni che,
sebbene da sempre scettico sull'idea di
uscire adesso dal Prc, ha comunque
optato per lasciare la direzione. Mentre
amareggiato è stato il commento
della Gagliardi: "mi sento cacciata a
pedate".
Per la scissione vera
e propria, comunque, tutto rimandato a
fine mese e all'assemblea dell'area in
toscana. Non a caso è lo stesso Vendola,
nel corso del suo intervento a dare
conto delle prossime settimane. "Oggi
più che mai mi appare inutile e anzi
dannoso insistere in una sfibrante e
sterile rissa a sinistra", ha detto il
governatore della Puglia, aggiungendo
come "è invece ora di mettere mano alla
costruzione di un nuovo percorso, che ci
permetta di riscoprire un dizionario
culturale e una pratica politica
unitaria capaci di contrastare tutte le
forme di sfruttamento, discriminazione,
ingiustizia e intolleranza e di
ricostruire dalle fondamenta la sinistra
in questo paese". Un richiamo alla
costituente della sinistra a cui la sua
area si è impegnata insieme a Sd, parte
del Pdci e dei Verdi.
E se nel partito va
in scena lo scontro, non meno pesante è
l'aria in redazione. Oggi è stato
organizzato davanti alla sede del
giornale un sit in in segno di protesta
con l'allontanamento del direttore, ma
anche per ricordare come la questione
Liberazione sia anche un caso sindacale,
perchè la vendita della proprietà
coinvolge e preoccupa molti dei suoi
lavoratori, che chiedono garanzie perchè
non si sentono tutelati di fronte al
possibile acquisto dell'editore
fagiolino. Tanto che domani il
quotidiano non uscirà per lo sciopero,
mentre da domenica è in edicola con un
numero dal titolo Lo abbiamo fatto
strano. Un numero speciale dedicato agli
ultimi 14 anni di lavoro, con alcune
vecchie prime pagine: dai fatti di
Seattle alla recente morte dello storico
direttore Curzi, passando per la pagina
lasciata bianca per le morti della
Thyssen e quella del "Siamo tutte
assassine", dedicata alle iniziative in
difesa dell'aborto di un anno fa.
Il cdr è sul piede di
guerra. Oltre alla sfiducia di
Sansonetti, quello che si critica è che
non sia stato ancora nominato un vice,
giornalista professionista, che possa
affiancare Greco e consentire al
quotidiano di uscire: "approssimazione",
così definisce la gestione della partita
da parte della segreteria il comitato di
redazione. Per non parlare della
questione della vendita, su cui i
giornalisti chiedono garanzie visto che
"non sono arrivati i chiarimenti
richiesti", scrivono nel loro
comunicato. Proprio sul tema della
vendita si apre a questo punto un nuovo
dilemma, almeno stando a quanto
dichiarato da Maurizio Zipponi. Secondo
l'ex deputato, sull'eventuale cessione
di Liberazione "deve essere il Cpn a
decidere" visto che è l'organismo che
rappresenta gli iscritti "che sono "i
veri proprietari del quotidiano quale
partimonio comune". Quel che è certo è
comunque sta notte a via del Policlinico
le luci saranno spente. Almeno quello
della redazione. (AprileOnline 13
gennaio 2009)
Rifondazione, é conto alla rovescia?
Il
conto alla rovescia, per Rifondazione comunista,
è cominciato. Giovedì scorso, con una lunga
intervista a “Repubblica” l'ex segretario Franco
Giordano, oggi tra i principali dirigenti
dell'area vendoliana “Rifondazione per la
sinistra”, ha di fatto annunciato l'imminente
uscita di quell'area dal Prc.
La decisione finale spetterà
all'assemblea dell'area convocata per il 24 e 25
gennaio in quella stessa Chianciano dove, in
luglio, un cartello composto dalle quattro
mozioni di minoranza battè la mozione vendoliana,
che aveva ottenuto la maggioranza relativa. Ma,
sia pur prive di potere decisionale, quelle di
Giordano non sono certo parole in libertà. Tanto
più che ieri, dopo una girandola di incontri con
lo stesso Giordano, con diversi esponenti
dell'area vendoliana e alla fine col segretario
Paolo Ferrero, Bertinotti ha benedetto la
scissione facendo sapere che “con la
destituzione di Sansonetti la Rifondazione che
avevamo costruito insieme è diventata
irriconoscibile”.
La rimozione di Sansonetti,
accusato di promuovere una linea politica
diversa da quella "del partito", si consumerà
lunedì. La Direzione del Prc è convocata con
all'ordine del giorno la sfiducia al direttore
di Liberazione e la nomina dei nuovi direttori.
Uno sarà Dino Greco, ex segretario della Camera
del Lavoro di Brescia, purtroppo privo di
qualsivoglia esperienza giornalistica. Sul
secondo, che dovrebbe invece essere un
giornalista vero, regna il massimo segreto, e
non è neppure certo che sia già stato
individuato.
A complicare ulteriormente la
vicenda, campeggia sullo sfondo l'ipotesi di
vendere la testata (pur mantenendo la dizione
"quotidiano del Prc" dalla quale dipende
l'erogazione dei pingui contributi statali)
all'editore Luca Bonaccorsi, piuttosto
"chiacchierato" sia per i numerosi contenziosi
sindacali con i giornalisti che lavorano nelle
sue testate sia per le posizioni assai vicine a
quelle del "guru" Massimo Fagioli, a sua volta
un ex "bertinottiano" deluso poi dalla scelta di
un gay cattolico come Nichi Vendola alla guida
di "Rifondazione per la Sinistra". Un bel
ginepraio.
I vendoliani negano che la
loro scelta sia una diretta conseguenza del caso
Sansonetti-Liberazione. In effetti, dopo il
congresso di luglio, le posizioni delle due
aree interne al Prc si sono vieppiù divaricate,
sino a diventare incompatibili su tutti i fronti
(dal giudizio sulla caduta del Muro di Berlino,
all'alleanza con Di Pietro sponsorizzata da
Ferrero sino all'iniziativa, criticatissima dai
vendoliani). Ma è fuori di dubbio che la vicenda
di Liberazione ha quanto meno accelerato i temi
del divorzio.
Una parte non irrilevante
dell'area vendoliana (circa un quarto) ha già
annunciato e confermerà oggi la scelta di
restare all'interno del Prc, sia pure su
posizioni di fatto identiche a quelle degli
scissionisti, con i quali manterranno comunque
stretti rapporti. E c'è solo da sperare che
avesse ragione il timoniere cinese Mao, quando
diceva che "grande è la confusione sotto il
cielo, la situazione è dunque ottima". (Il
Manifesto 11 gennaio 2009)
Dino Greco indicato come nuovo direttore di
Liberazione
Lunedì
la direzione del Prc deciderà. Ferrero, «il problema è
il progetto politico portato avanti dal giornale»
In Rifondazione si respira
un'aria sempre più tesa, fra annunci di scissioni e
smentite, e colpi inferti a suon di interviste
sui maggiori quotidiani nazionali. E
a proposito di quotidiani il nodo più duro da sciogliere
per il Prc sembra il futuro di Liberazione, l'organo di
stampa del partito. Proprio ieri il segretario Paolo
Ferrero ha incontrato l'assemblea dei giornalisti di
Liberazione ed i rappresentanti sindacali, Paolo
Butturini di Stampa romana e Elena Polidori della Fnsi.
Un incontro difficile in cui Ferrero ha fatto importanti
annunci, accolti non benissimo dai giornalisti del
quotidiano, a partire dalla probabile, quasi certa
ormai, sostituzione del discusso direttore, Piero
Sansonetti. «Il problema non è la fedeltà al segretario
o l'autonomia dei giornalisti, ma quale progetto
politico viene portato avanti dal giornale: se quello
del Prc o quello della distruzione del Prc» ha chiarito
Ferrero confermando che lunedì la direzione deciderà se
sfiduciare o meno Sansonetti.
Quella stessa direzione che Giordano e parte dei
vendoliani hanno annunciato che abbandoneranno se verrà
votato il cambio di guardia a Liberazione. Un cambio
assai probabile, tanto che Ferrero ha indicato anche un
nome papabile, Dino Greco, ex segretario della Camera
del Lavoro di Brescia, ala sinistra Cgil, mai iscritto
al Prc. Accanto al direttore ci dovrebbe essere poi un
direttore responsabile ma resta tutto incerto anche in
vista del cambio dell'assetto proprietario. Infatti il
Prc sarebbe intenzionato a vendere quote azionarie della
società editrice del giornale, una quota non ancora
chiarita e che non potrà prescindere dal fatto che per
accedere al finanziamento statale il partito dovrebbe
mantenere il 50% più una delle azioni.
A questo proposito l'assemblea dei giornalisti e il
sindacato chiedono a Rifondazione di mantenere la quota
di maggioranza della società editrice e di spiegare le
ragioni per le quali la direzione del partito ha
bocciato a dicembre il piano di rilancio proposto.
Ferrero si è detto disponibile a lavorare insieme per
vagliare le offerte in campo, finora due (Bonaccorsi,
editore di Left, e un consorzio di imprenditori che
proprio dalle pagine di Liberazione ha lanciato
l'offerta), e discutere il futuro del giornale. Ferrero
ha chiesto 15 giorni per trattare con gli acquirenti e
presentare al sindacato un piano editoriale e un piano
industriale. Intanto rimane il problema delle decine di
posti a rischio, della tutela occupazionale per i
lavoratori di Liberazione, che a tal proposito hanno già
annunciato diverse giornate di
sciopero.(www.larinascita.org 9 gennaio 2009)
Liberazione non è di Sansonetti
di Renzo Butazzi,
Nella
polemica, oziosa e irritante, del
direttore di Liberazione con la nuova
maggioranza del PRC mi ha colpito in
particolare l'articolo: "Un commissario
politico a Liberazione?" pubblicato
mercoledì 24 dicembre. In esso Piero
Sansonetti, sostiene che "gli elementi
essenziali che garantiscono che un
giornale sia un giornale sono la sua
autonomia, la sua libertà".
A questa stregua
soltanto Liberazione di Sansonetti
sarebbe stato fino ad oggi un vero
giornale perché, secondo lui, libero e
autonomo. Adesso, però, anche il
quotidiano comunista sarebbe a rischio
perché la nuova segreteria del partito
sta per togliergli autonomia e libertà.
Mi sembra incredibile
che un giornalista esperto possa ancora
sostenere in buona fede una tesi tanto
lontana dalla realtà come quella
dell'autonomia e libertà di un giornale.
Innanzi tutto
qualsiasi giornale dipende dal suo
direttore. Caso mai, dunque, è autonomo
il direttore. Se Sansonetti lo è stato,
è soprattutto perché, guarda caso, la
sua linea era sostenuta dalla
maggioranza precedente e ora da una
bella fetta del partito proprietario del
giornale. Per usare un'espressione che
lo scandalizza - quella di "commissario
politico" - potremmo dire che lui, a
Liberazione, è stato il "commissario
politico" di se stesso e dei redattori.
Salendo di un
gradino, l'autonomia del direttore, in
ogni giornale, non si sostanzia "per
grazia di Dio", ma è quella che gli
concede il padrone. Il direttore può
essere "autonomo" solo nella misura in
cui la linea con cui dirige il giornale
va d'accordo con quella del proprietario
o consente al proprietario di guadagnare
di più.
Qualcuno ricorda
quando Indro Montanelli si vantava di
non avere un padrone perchè i padroni
erano i suoi lettori? Silvio Berlusconi
gli dimostrò il contrario mandandolo
via. Forse che i direttori di "La
Stampa" avrebbero potuto scrivere od
ospitare articoli contrari alla Fiat e
agli Agnelli?
E' assurdo dunque che
Piero Sansonetti si scandalizzi perché
la segreteria del partito dichiara di
essere titolare della linea del
giornale. Secondo lui questo non era mai
accaduto in Occidente.
Non sono in grado di
fare un'indagine per accertare se
dichiarazioni in questo senso o analoghe
siano o non siano state fatte per
giornali di partito europei, comunque
sarei disposto a scommettere che anche
qualcun altro tra loro ha dato questa
prova di sincerità, anzi, di
"trasparenza". Mi sembra che non ci sia
da inorridire se un partito detta la
linea al suo giornale, soprattutto
quando lo dice chiaramente.
Liberazione è del PRC
e il suo direttore è pagato di fatto dal
partito. Se questa dipendenza noni piace
a Sansonetti, se la parola partito lo
irrita (soltanto con questo segretario?)
se l'idea di un direttore responsabile
della linea politica lo fa pensare alla
Ceka, perché seguita a dirigere un
giornale di partito, per di più
comunista?(AprileOnline 31 dicembre
2008)
Il
segretario di Rifondazione in visita a Gerusalemme
«Dall'Italia via libera alla strage
Processo di pace? Qui è apartheid» (mi. gio.)
In
visita ufficiale già da qualche giorno nei Territori
occupati palestinesi e, da oggi, anche nello Stato
ebraico dove vedrà i rappresentanti di partiti della
sinistra israeliana, il segretario nazionale di
Rifondazione comunista Paolo Ferrero ha seguito ieri con
molta attenzione le notizie dei bombardamenti israeliani
in corso a Gaza. Peraltro da un punto particolare di
Gerusalemme Est, la tenda di Umm Kamel Kurd, la donna
palestinese cacciata un mese fa dai coloni israeliani
dalla sua casa di Sheikh Jarrah e che ora vive accampata
a pochi metri dall'abitazione occupata.
Abbiamo chiesto a Ferrero di commentare quanto sta
accadendo in queste ore nella Striscia di Gaza e di
tracciare brevemente la sua visione di una soluzione del
conflitto israelo-palestinese. «Esprimo una condanna fermissima di questa
operazione israeliana - ha detto il segretario di
Rifondazione -, è stata motivata con l'idea di un
impossibile attacco chirurgico ma ha già provocato tanti
morti e feriti anche tra i civili.
Questo attacco è stato reso possibile anche
dall'atteggiamento della Comunità internazionale che è
disattenta o complice.
Penso, ad esempio, alle incredibili parole del ministro
degli esteri Franco Frattini quando (venerdì) ha detto
"Va bene una reazione di Israele, purché sia
chirurgica". Si tratta di un falso, le reazioni
chirurgiche non ci sono.
In realtà l'Italia ha dato via libera al raid militare
israeliano che non può che peggiorare la situazione».
Eppure si continua a parlare di pace possibile tra
Israele e l'Anp di Abu Mazen, di negoziato interrotto ma
che riprenderà dopo le elezioni israeliane del 10
febbraio. Tu che idea ti sei fatto in questi giorni
girando per i Territori occupati?
"Non ci troviamo di fronte ad un processo di pace
interrotto ma davanti al fatto che Israele, senza
dichiararlo, sta attuando e praticando una politica di
costruzione dell'apartheid, con i bantustan e il muro.
Quella del muro è la vera politica, perché incorpora
l'idea di dividere in questa terra tra persone di serie
A, di serie B, serie C. E in ogni caso i palestinesi non
stanno mai in serie A.
Ci troviamo perciò davanti alla messa in discussione
materiale e non solo verbale della possibilità di avere
due Stati per due popoli in questa terra.
Siamo davanti alla pratica di un'altra situazione, in
cui c'è un solo Stato, strutturato per praticare
l'apartheid."
È molto diffusa, anche in Italia, e a sinistra, l'idea
che i nodi del conflitto israelo-palestinese non siano
più l'occupazione militare e la negazione dei diritti ma
invece l'esistenza di Hamas e la sua ideologia. Tu cosa
ne pensi, saresti favorevole all'avvio di colloqui con
il movimento islamico?
"Penso che Hamas sia contemporaneamente un effetto del
blocco del processo di pace e una causa di questa
paralisi.
A mio avviso sono due le strade da seguire.
Una è quella del dialogo con tutte le parti in causa,
quindi anche con Hamas, perché l'idea che con qualcuno
non si parla è estranea alla possibilità di trovare un
compromesso. I compromessi si fanno con i nemici e non
con gli amici. Il dialogo deve essere con tutti e
l'Europa deve lavorare e dialogare con tutti.
La seconda strada è quella della costruzione di una
sinistra in Palestina e in Israele che riesca a
riproporre la questione dei diritti di tutti all'interno
un contesto in cui i vari fondamentalisti la fanno da
padrone, tendono a polarizzare il dialogo, sia in
Israele che tra i palestinesi, e concepiscono solo una
logica amico-nemico e rifiutando quella della soluzione
e del compromesso. (Il Manifesto 28 dicembre 2008)
Sinistre d'Europa unite o quasi.
Finiamola con il liberismo e le
"socialdemocrazie reali"
Il programma comune per il 2009
di Guido Ambrosino
Berlino.
La sinistra europea, unione di partiti socialisti e
comunisti nonché della sinistra verde del Nordeuropa, ha
presentato ieri non solo un simbolo, ma per la prima
volta anche un programma comune per le elezioni del
prossimo anno: un documento di radicale opposizione ai
dogmi liberisti che hanno dominato negli ultimi decenni
le politiche dell'Unione (europea). Nel mezzo di una
«crisi di sistema», propone di uscirne a sinistra, con
misure di redistribuzione del reddito verso il basso e
di stabilizzazione del lavoro precario. E in politica
estera annuncia battaglia contro la militarizzazione del
continente all'ombra della Nato.
Per la conferenza che ha discusso il programma non si
poteva trovare luogo più adatto: il cinema Babylon -
tanto per alludere alla varietà di culture politiche
della sinistra europea - sulla via Rosa Luxemburg,
all'angolo con la piazza intestata anch'essa alla
rivoluzionaria tedesca. Vi si affacciano il teatro
Volksbühne, che guarda caso ha in cartellone Brecht, e
la Karl-Liebknecht-Haus, già sede del partito
comunista negli anni di Weimar e ora sede della Linke.
Camminando su questa piazza si possono leggere citazioni
della Luxemburg, incise su nastri di metallo disposti di
traverso sui marciapiedi e sul selciato. Questa piazza
rimanda immediatamente alla storia della sinistra
europea e alle sue tragedie: altre «crisi di sistema»,
sconfitta l'opzione socialista, sono già finite nella
barbarie della guerra o nel fascismo.
Se ne sente un'eco nella piattaforma programmatica
presentata ieri: «L'Europa è a un bivio. O prosegue la
sua politica capitalista, approfondendo la sua crisi
finanziaria, economica e energetica. O si trasforma in
uno spazio di sviluppo compatibile e di giustizia
sociale, di pace e cooperazione, di parità tra donne e
uomini, di partecipazione democratica».
La sinistra europea chiede «il controllo statale e
sociale del sistema bancario e finanziario». Vuole che
al patto di stabilità, che ora impone alla banca europea
di combattere solo l'inflazione per non compromettere il
valore dell'euro, si sostituisca «un patto per la
crescita, la piena occupazione la sicurezza sociale e la
tutela dell'ambiente». Rivendica la «risocializzazione
dei beni comuni» e di settori economici, sociali,
culturali di valore fondamentale: istruzione, assistenza
ai bambini e agli anziani, salute, acqua, energia,
trasporti, posta.
Il documento parla al movimento italiano nelle scuole e
nelle università, spiegando che «bisogna invertire la
direzione di marcia del processo di Bologna, ovvero la
subordinazione di scuola, università e ricerca agli
interessi dell'economia privata e del mercato», perché
«l'istruzione è un diritto umano».
E insiste sulla smilitarizzazione della politica estera.
Giudica «necessario» il ritiro della Nato e delle
coalizioni a guida Usa dall'Iraq e dall'Afghanistan.
Chiede lo scioglimento della Nato e la chiusura delle
basi Usa in Europa. Ovvia la contrarietà a nuovi sistemi
antimissile» in Polonia e nella Repubblica ceca, come
alla costruzione di nuove basi a Vicenza in Italia, in
Bulgaria e in Romania.
Dal palco del Babylon per Rifondazione comunista parla
Paolo Ferrero, partendo dalla cronaca di questi giorni:
l'esplosione di violenza e di terrore in India, cui non
si può rispondere se non smilitarizzando i conflitti. Ma
anche l'assalto della folla alle merci in svendita di un
grande magazzino non lontano da New York, costato la
vita a un commesso travolto: «Guai se passasse l'idea
che di fronte alla crisi ognuno deve salvarsi da sé. C'è
il rischio di una guerra tra poveri, che trascinerebbe
con sé razzismo e fascismo. Il vero conflitto è
verticale, tra basso e alto, per la ridistribuzione dei
redditi, la stabilizzazione del lavoro, per la
riconversione ecologica».
Il programma di Berlino, polemico nei confronti delle
«socialdemocrazie reali» considerate parte del complotto
liberista e non della soluzione, piacerà in Italia anche
al Pdci, associato come osservatore alla sinistra
europea, e forse anche al Partito comunista dei
lavoratori e a Sinistra critica. Si potrebbe fare una
lista anche con loro? «Si potrebbe - spiega un delegato
italiano - ma con il rischio di una scissione con
Vendola, con tanti saluti per l'unità a sinistra».
Finezze di casa nostra, valle a spiegare a un
berlinese.(Il Manifesto 30 novembre 2008)
Partito Comunista, sociale, nei
luoghi di lavoro
Intervista a Leonardo
Masella
di Claudio Buttazzo
Abbiamo
intervistato Leonardo Masella, capogruppo del Prc in
Regione (Emilia Romagna) e componente della Direzione
nazionale. Partiamo dalla questione più attuale: la
lotta degli studenti, degli insegnanti, di tutto il
mondo della scuola. Che giudizio ne dai?
Il movimento in atto nelle scuole e nelle università è
un fatto straordinario. Occorre evitare che sia un fuoco
di paglia, ma fare in modo che determini una presa di
coscienza generale non solo contro questo governo e la
sua politica, ma in generale contro la devastazione
della scuola pubblica, contro la sua privatizzazione,
cioè contro una politica che in Italia da anni si sta
facendo, non solo da parte del governo Berlusconi.
Ricordo, per esempio, la prima controriforma di
Berlinguer, che tentò di introdurre la concorrenza tra
le scuole, il mercato, la sponsorizzazione privatistica
nelle scuole. Ovviamente, il governo Berlusconi porta
alle estreme conseguenze questa linea, anche con molto
autoritarismo. Ecco: questo movimento dimostra che ci
sono gli elementi per una controtendenza. Era già
avvenuto in Italia, ma non solo in Italia, nel mondo,
che da parte degli studenti cominciasse la rivolta. E'
un bel segno. Spero che si estenda dal movimento degli
studenti nelle scuole e nelle università anche ai
lavoratori, agli operai. Studenti e operai uniti nella
lotta. Auspichiamo, quindi, che adesso ci siano scioperi
dei lavoratori, fino allo sciopero generale. Insomma,
che si estenda la lotta di classe, che unisca studenti,
intellettuali e lavoratori, nord e sud del Paese,
italiani e immigrati.
Possiamo, quindi dire che dopo il gelo seguito alla
disfatta elettorale è venuto il tempo della ripresa
della lotta sociale. Partono gli studenti, sperando che
poi la cosa si estenda ad altre categorie sociali, agli
operai, ai precari, ecc.. Come si rapporta tutto questo
col dibattito congressuale di Rifondazione Comunista?
C'è stata la grande manifestazione dell'11 ottobre,
adesso c'è questo movimento. Si può dire che siamo
usciti dall'angolo?
Sì. Questo del movimento degli studenti è una tappa. Ma
ce ne sono state altre due: la grande manifestazione
dell'11 ottobre, una manifestazione fondamentalmente
comunista, ma poi non vorrei che si dimenticasse lo
sciopero e la grande manifestazione dei sindacati di
base del 17 ottobre. Quindi: 11 ottobre, 17 ottobre, il
movimento degli studenti, lo sciopero generale della
scuola e speriamo che ci sia ora anche uno sciopero
generale che fermi il paese con anche la Cgil alla
testa. La Cgil ha rotto positivamente con Cisl e Uil
sulla controriforma del contratto nazionale, ma ora deve
dare coerenza a quella rottura, portando allo sciopero
generale il paese, già stremato dalla drammatica
situazione sociale (bassi salari, precarietà, povertà,
disoccupazione, la strage degli "incidenti" sul lavoro,
affitti alle stelle, mutui variabili, eccetera), sui cui
piomba la gravissima crisi finanziaria internazionale.
Se non si rompe oggi con il sindacalismo concertativo e
subalterno alle compatibilità capitalistiche quando si
rompe ? Se non si avvia ora, nella lotta, la costruzione
di un sindacato conflittuale e di massa, quando lo si fa
?
Questa nuova situazione ha un inizio: il congresso di
Chianciano di fine luglio. Non voglio certamente dire
che quello che sta avvenendo oggi è diretta conseguenza
di Chianciano. Ma lì c'è il primo fatto controcorrente,
di sinistra. Dopo la catastrofe, la vittoria di
Berlusconi, il clima che Berlusconi ha messo in campo,
un clima di destra, razzista, antioperaio, lì, nel
congresso di Chianciano, c'è il primo segnale
controcorrente, perché tutti davano per scontata la
vittoria di Vendola, anche perché Vendola aveva il tifo
di tutti: di D'Alema, di Veltroni, del Corriere della
sera, della Stampa, di tutta la stampa borghese.
Un fronte dei poteri forti che sperava nella disfatta
definitiva dell'idea comunista, in particolare del Prc.
Esatto. Invece, è successa una cosa straordinaria. In
Rifondazione Comunista è prevalsa la linea
antiliquidatoria, sostenitrice della ripresa del
conflitto sociale, della lotta, dell'antagonismo al
capitalismo e dell'esigenza di una forza comunista in
Italia. Questa è la prima novità, il primo effetto del
terremoto elettorale del 13 e 14 aprile, che ci dice che
molto spesso bisogna prendere con le pinze le previsioni
astratte, le analisi a tavolino, troppo ideologiche e
statiche. Da lì, da Chianciano è iniziata la rivolta,
perché quel congresso ha significato una rivolta al
potere costituito da Bertinotti. Adesso occorre
concludere l'autunno sociale. Un buon autunno sociale
può preparare un'ottima primavera. E' nel fuoco di
questo autunno che va rilanciato il Prc, rimotivato il
ruolo di un partito comunista e i valori di sinistra.
Come vedi le prospettive di Rifondazione comunista e del
movimento comunista, come si colloca il tema dell'unità
della sinistra in relazione a questi movimenti che
ripartono?
Innanzitutto, mi piace questa parola "movimento"
comunista. Non solo sul piano internazionale, dove
sarebbe cosa positiva una rifondazione-ricostruzione
di un nuovo movimento comunista e operaio mondiale, ma
anche a livello nazionale: un movimento che è fatto da
forze anche diverse che si ispirano al comunismo e che,
a mio parere, vanno coordinate e unificate. In
particolare, io vedo le forze principali: il Prc, il
Pdci; ma poi anche altre forze: il Pcl di Ferrando,
Sinistra critica di Cannavò, la Rete dei comunisti e
altre realtà di sinistra anticapitalistica. Queste
forze, a partire dal Prc e dal Pdci, che sono le più
consistenti e le più vicine, vanno unificate. Ma c'è qui
un punto di dibattito: l'unificazione passa da un
processo di lotta, di movimento, di ricomposizione sul
terreno sociale e sui contenuti innanzitutto. Io, devo
dire, vedo oggi molta sintonia nei contenuti, e anche
nell'approccio, netto politicamente ma mai minoritario,
tra il nostro partito, il Prc e il Pdci, ma vedo grandi
difficoltà all'iniziativa comune, difficoltà più
presenti nella base militante che nei vertici. Mi paiono
del tutto superate le motivazioni politiche della
scissione del '98, anche se permangono ancora notevoli
diversità di cultura politica, di approccio. Col Pdci
non ci sono quasi più le differenze di un tempo. Siamo
entrambi all'opposizione, e diversamente da Sd e Verdi,
entrambi chiediamo una nuova scala mobile per i salari e
le pensioni. Vedo che il Pdci oggi, diversamente non
solo dal Pd ma anche dalle altre forze di sinistra, come
Sd e Verdi, dice no all'Europa di Maastricht e al
Trattato di Lisbona, come ha sempre sostenuto il Prc.
Entrambi diciamo no alla Nato, sosteniamo Cuba e il
Venezuela. Il nuovo Prc oggi, diversamente da Sd e Verdi
e similmente al Pdci, solidarizza con la lotta dei
palestinesi senza subalternità a Israele. Quindi vedo
molti punti unificanti, di contenuto, diversamente dal
passato, che ci differenziano entrambi dalle forze
riformiste e socialdemocratiche. E allora è da qui, a
partire dai contenuti, dalla società e dai movimenti,
che è possibile superare le diffidenze reciproche che
ancora permangono, e far avanzare un processo di unità,
prima programmatica e d'azione e poi elettorale ed
organizzativa, spingendo più che sui vertici dei
partiti, sulle iniziative concrete unitarie - campagne
comuni, lotte, banchetti, raccolte di firme, comitati di
lotta, mutualismo - promosse dalle organizzazioni di
base dei due partiti. Invece un processo inverso, che
parte dall'alto e da una visione politicista o
ideologica, o dal fatto che ci chiamiamo "comunisti",
secondo me, è autoreferenziale, minoritaria e quindi
perdente e sbagliata. Rischia di essere un danno per
l'unità dei comunisti e per la ricostruzione di un
partito comunista con un consenso di massa. L'unità
bisogna non solo e non tanto proclamarla, declamarla,
predicarla, ma costruirla concretamente e farla crescere
dal basso, dalle strutture di base dei due partiti, dai
circoli e dalle federazioni, sui contenuti e nel fuoco
delle lotte contro il governo e il capitalismo.
Un'ultima domanda vorrei portela sul partito sociale.
Qual è la tua interpretazione della teoria del partito
sociale? E vorrei chiederti anche se il partito sociale
può offrire una nuovo supporto teorico al rilancio, in
questa fase e in questo conteso, della politica del Prc.
Sì, ho già detto qualcosa prima su questo. Non vedo
affatto contraddizione, anzi, tra la necessità di un
partito comunista e la necessità che questo sia un
partito "sociale". E ciò a cominciare dal nostro
partito, perché, se fallisce il progetto del rilancio di
Rifondazione Comunista, fallisce ogni possibilità di
riunificazione comunista che sia significativa. Quindi,
intanto bisogna rilanciare Rifondazione Comunista. Il
Prc può essere il perno della riunificazione. Questo
processo non lo vedo affatto in contraddizione con il
partito sociale. Perché io penso che o un partito
comunista è anche un partito sociale, cioè radicato
fortemente nella società, oppure non esiste. Oppure,
cioè, esiste a tavolino, solo nella testa e nei desideri
di qualcuno di noi. Io voglio che esista, invece, nella
realtà, nella società e non sia soltanto un'icona o una
reliquia del passato, un bel ricordo del tempo che fu.
Io mi batto perché ci sia in Italia un partito comunista
che esista davvero e dia qualche preoccupazione ai
padroni, al capitalismo e all'imperialismo. E quindi,
che sia radicato in un pezzo della società. Per cui io
vedo assolutamente in modo positivo il ragionamento sul
partito sociale.
E' nato così il movimento operaio, tra l'altro.
Certo. Ma anche perché, se vogliamo uscire
dall'astrattismo (tutti, dicono a parole di volere un
partito radicato nella società, pochi fanno proposte
concrete con riscontri concreti), se si vuole veramente
andare in questa direzione, bisogna capire che non basta
andare davanti alle fabbriche e dare il volantino. Non è
che così costruisci il partito radicato fra i
lavoratori, perché oggi i lavoratori ti rispondono male;
tale è la sfiducia verso i partiti, e, purtroppo, anche
verso i comunisti, che hanno anch'essi governato quel
disastro per i lavoratori che è stato il governo Prodi.
Né bastano risposte puramente organizzativistiche per
radicarsi fra i lavoratori e nei luoghi di lavoro. Il
partito nei luoghi di lavoro, ma direi meglio nei luoghi
del conflitto sociale (che non sono solo i luoghi di
lavoro o della produzione com'era negli anni '50) serve
non perché ce l'ha detto Lenin o Gramsci ma perché
questo è utile oggi a guidare e dispiegare la lotta di
classe. Ma perché ciò avvenga non basta proclamarlo,
devi sapere cosa dire, come essere utile ai lavoratori.
Innanzitutto, per esempio, farsi percepire come una
forza che si mette al servizio dei lavoratori, che vuole
aiutarli, che dice: le nostre sedi, le nostre strutture,
i nostri soldi, le nostre risorse economiche sono al
sevizio della tua rinascita, della tua ripresa, dei tuoi
diritti. Questo è il compito dei comunisti, oggi, per
ricostruire la fiducia fra classe e partito. Non basta
dire: partito che si radica sui posti di lavoro. Anche
perché bisogna capire cosa sono oggi i luoghi di lavoro.
Solo le fabbriche? Un grande ipermercato, pieno di
commesse e commessi sfruttati, con salari da fame, con
turni massacranti, non è un luogo di lavoro? E poi: i
luoghi di lavoro, oggi, non hanno un rapporto diverso
col territorio? Quindi, un radicamento nei luoghi di
lavoro ha bisogno oggi, diversamente da ieri, anche di
una presenza sul territorio.
.anche perchè il rapporto territorio-luogo di lavoro è,
oggi, molto più stretto. Lo sfruttamento passa, a volte,
molto di più attraverso le condizioni di strozzinaggio
in cui sei costretto ad abitare, attraverso la
mercificazione dello spazio pubblico e il suo stretto
controllo repressivo.
Sicuramente. Oggi ti puoi radicare sui luoghi di lavoro
se parti dalle condizioni di vita anche fuori dal luogo
di lavoro, ad esempio dalle stesse tematiche ambientali,
oppure dalle problematiche del traffico metropolitano,
dalla possibilità per lavoratori di raggiungere i luoghi
di lavoro senza impiegare un'ora e mezza. Cioè, le
problematiche sono molto più complesse che negli anni
Cinquanta. Per non parlare della differenza abissale fra
la situazione della società e dei lavoratori di oggi e
quella in cui operavano Lenin o Gramsci. Oggi tu ti
radichi nei luoghi di lavoro se sei anche radicato nel
territorio e viceversa. Oggi il capitalismo è così
devastante e onnivoro, che sfrutta non solo il lavoro.
Insieme al lavoro sfrutta l'ambiente, il territorio, la
natura, il rapporto tra i sessi, la scuola, la salute,
la pensione, il tempo libero, nella mercificazione
totalizzante di tutti gli aspetti della vita. Quindi, le
problematiche del capitalismo nei suoi punti più alti
come l'Italia sono oggi complicate, intrecciate e vanno
affrontate a questo livello, altrimenti si fa un buco
nell'acqua, l'ennesimo buco nell'acqua.(Emilia-Romagna
Rossa, novembre 2008)
Nella sinistra ora si fanno sogni coi
baffi
di Alessandro De Angelis
E così anche una parte di Rifondazione - anzi una parte
dell'area di Nichi Vendola - ha un sogno proibito. Che
si chiama Massimo D'Alema. Certo, dicono in molti, anche
lui ha dei limiti: è volubile, più at-. tento alla
tattica che al tema dell'identità. Ma Massimo è
Massimo: uno tosto, che viene dal Pei. Mica un
gruppettaro di Democrazia proletaria alla Ferrerò. E
ieri l'ex segretario Franco Giordano il suo Ihave a
dream l'ha consegnato al manifesto: «Nel Pd ci sono due
linee politiche, è il momento di farle emergere».
Praticamente: Massimo, facci sognare.
Giordano & Co la partita grossa se la vogliono giocare
dopo le europee. Quando nel Pd - almeno così pensano -
D'Alema aprirà il fuoco su Veltroni. Per ora si sono
attestati sulla linea del "né né" (né nel col Pd né con
Ferrerò): «Non serve - ha detto Giordano - una sinistra
identitaria e nostalgica, e non serve neanche una
sinistra che fonda la sua cifra sull'impostazione di
governo e sul condizionamento di un partito che si
definisce di centro». La goccia che ha fatto traboccare
il vaso è stata la lettera di Veltroni a Galli della
Loggia sul Corriere di due giorni fa. Dicono gli uomini
vicini all'ex segretario: «Walter ci . aveva dato
segnali di apertura ma quando Coirfindustria gli ha
presentato il conto dicendogli niente alleanze, lui si è
sdraiato come uno zerbino». Massimo, invece, è fatto di
tutt'altra pasta. Qualcuno a microfoni spenti si lancia:
«Se ci fosse un partito socialdemocratico di stampo
bersaniano, noi faremmo la sinistra lì dentro. Sarebbe
bene che D'Alema dicesse in pubblico quello che dice in
privato». Patrizia Sentinelli, a microfoni accesi, va
cauta: «Certo che ci interessa di più una linea che
abbandoni la strategia neocentrista. Ma la discussione
deve partire dai contenuti: scuola, lavoro, difesa del
contratto nazionale dopo l'attacco di Berlusconi a
Epi-fani».
Per ora D'Alema, in privato, ha blindato Vendola in
Puglia. Non sono infatti in pochi - nel Pd - quelli che
vorrebbero un cambio di cavallo in vista delle prossime
regionali. Ma il leader maximo ha fatto sapere che «Nichi
non si tocca». Dentro Rifondazione, se Giordano ha
cucinato il messaggio politico, la riflessione "alta"
l'ha fatta Bertinotti ai suoi: «Se la Cgil tiene sul
conflitto sociale il Pd non regge, si può rompere. A
quel punto si apre un'altra fase». Per questo ha frenato
sulla scissione di Rifondazione spostando avanti
l'obiettivo: «Va ricostruita la sinistra. E i tempi non
sono brevi. Di certo la scadenza non sono le europee» è
quello che ripete come un mantra e su cui ha scritto una
riflessione approfondita suLiberazione, aprendo un
dibattito col fior fiore dei ragazzi del secolo scorso,
da Mario Tronti a Rossana Rossanda. Fausto però sul Pd è
più cauto. Oggi farà uscire un articolo, sempre su
Liberazione, firmato da Alfonso Gianni, la sua ombra, e
Alfiero Grandi (Sd) in cui la proposta è «una lista di
coalizione della sinistra per le europee». Praticamente
una sortadi Arcobaleno che non cancelli i simboli dei
singoli partiti. Ovvero, un altro modo per dire no alla
scissione.
Il "né né" (sottotitolo: aspettando D'Alema) è quasi un
"bye bye" a Claudio Fava: una lista solo con lui dentro
Rifondazione ormai sono in pochi a volerla fare. E
dentro Sd sono sull'orlo della crisi di nervi. Per gli
ex ds il nuovo soggetto unitario («La sinistra») s'ha da
fare, senza se e senza ma, in vista delle europee.
Spiega il leader di Sd Fava: «Nel paese c'è bisogno di
una sinistra. L'accelerazione è nei fatti e i dirigenti
dei partiti non possono fingere che il processo non sia
in corso. I gruppi unitari stanno nascendo ovunque. Non
si tratta di una sinistra collocata a metà tra
Rifondazione e il Pd come teme Bertinotti ma al di sopra
dì quésta geografia politica. Non dico che le europee
sono l'autobus della storia ma quasi».
Uno che la socialdemocrazìa non la vuole - nemmeno
con i baffi di D'Alema - è Paolo Ferrerò: «Giordano non
ha il senso del ridicolo. Da una posizione di debolezza
vuole pure dare consigli su come si fa la scissione nel
Pd. Vedo le differenze tra D'Alema e Veltroni
sulPorganizzazione del sistema politico ma sui contenuti
no». Ferrerò si muove in tutt'altra direzione. In questi
giorni sta incontrando i vari segretari dei partiti
della sinistra (ieri il segretario del Pdci Diliberto)
per lanciare la sua idea di un coordinamento di tutte le
forze di opposizione. Ma guai a chi tocca falce e
martello: «Non sono un nostalgico - prosegue - ma se uno
non sa chi è non va da nessuna parte». Ma dentro
Rifondazione avanza la socialdemocrazia targata D'Alema.(Il
Riformista 21 novembre 2008)
Lettera aperta alle forze di
sinistra
di Paolo Ferrero
Compagni e compagne, amici e amiche,
vi scrivo per sottolineare
un'esigenza politica che a me pare
inderogabile: la costruzione di un
coordinamento delle forze politiche
della sinistra al fine di rafforzare
l'opposizione e di contribuire ad
una possibile uscita da sinistra
dalla crisi.
Mi pare infatti evidente che la
situazione attuale è caratterizzata
da due elementi.
Da un lato un attacco pesantissimo
del governo Berlusconi e della
Confindustria che si intreccia con
una crisi economica e finanziaria
del capitalismo che peggiora
drammaticamente le condizioni di
vita e di lavoro di milioni di
persone e apre rischi concreti di
guerra tra i poveri.
Dall'altra il consolidarsi di una
forte reazione sociale che avviatasi
sul terreno della scuola e del
movimento studentesco si sta
estendendo al complesso del mondo
del lavoro. In questo quadro va
sottolineata la decisiva azione
della Cgil e l'importanza strategica
dello sciopero generale del 12
dicembre proclamato da Cgil e
sindacati di base.
Sono fermamente convinto che da
questa crisi strutturale è possibile
uscirne a sinistra solo in virtù
dell'efficacia dei movimenti di
massa. Appare infatti chiaro che i
soggetti in campo sono il governo e
i poteri forti da un lato e il
movimento di massa dall'altro e che
l'opposizione parlamentare è
incapace di determinare un
qualsivoglia sbocco politico alla
crisi.
Le forze politiche che dirigiamo
operano ognuna positivamente sul
terreno della costruzione
dell'opposizione ma è palese la
difficoltà a raggiungere una massa
critica sufficiente in grado di
determinare un salto di qualità
nell'organizzazione del conflitto e
nella sua qualificazione.
Vi propongo quindi di costruire un
coordinamento al fine di favorire la
costruzione di una vasta opposizione
di sinistra nel paese, con
l'obiettivo immediato di favorire la
piena riuscita dello sciopero
generale del 12 dicembre, da
realizzarsi attraverso la
costruzione di comitati in ogni
città e la definizione di una vera e
propria campagna politica. So bene
che la costruzione di un
coordinamento tra le forze politiche
non risolve i problemi che abbiamo
dinnanzi, ma rappresenta a mio
parere, dopo la positiva esperienza
dell'11 ottobre, un punto di
passaggio obbligato. Si tratta di
porsi l'obiettivo della costruzione
di un movimento politico di massa
per l'alternativa, che partendo
dall'opposizione al governo
Berlusconi e a Confindustria si
ponga l'obiettivo di una uscita da
sinistra dalla crisi economica e
finanziaria, cioè dalla crisi del
neoliberismo.
La necessità di collocarsi
all'altezza del livello dello
scontro che si è aperto credo debba
guidare la nostra azione e la nostra
riflessione e auspico pertanto che
la mia proposta trovi la vostra
condivisione.
A presto(Liberazione, 22/11/2008)
Bertinotti frena la scissione. Alle
europee sinistra unita
Bertinotti frena la scissione Alle
europee sinistra unita
Nelle tesi dell'ex segretario liste
aperte sotto la falce e martello
di Matteo Bartocci
Quindici tesi per la sinistra. Oggi su Liberazione
Fausto Bertinotti prova a riprendere il filo unitario
rotto con la disastrosa sconfitta di aprile. Non per
marcare le differenze e sollecitare scissioni di
corrente ma per ritrovare «l'uscita a sinistra dalla
crisi del movimento operaio del '900». Come titolo alle
sue tesi Bertinotti riparte da se stesso agli stati
generali di dicembre: «Per imparare a nuotare bisogna
buttarsi in acqua», disse allora alla Fiera di Roma
prima del disastro arcobaleno e ripete oggi, con un
aforisma che Google attribuisce nientemeno che al guru
Sai Baba.
E' un invito all'unità della sinistra, a tutta la
sinistra, a costruire quel big-bang necessario alla sua
rinascita. Tesi dove la parola comunismo non è
indicibile ma nondimeno deve essere maneggiata con cura.
In una sinistra in cui le identità contano e vengono da
lontano ma devono avere il coraggio di «fare massa
critica» se vogliono ambire a trasformare la società. E'
una sinistra che deve tornare a imparare, andando a
lezione dal movimento della scuola, e ritrovare voce sul
terreno sindacale (con la Cgil in primis) e su altre
contraddizioni fondamentali, oltre a quella generata dal
capitale, come quelle ambientale e di genere.
Nelle ultime due tesi la lunga analisi sulla società e
la sconfitta epocale di aprile precipitano nel futuro e
nella forma della possibile reazione. Si legge
chiaramente l'invito a un'impresa comune per una «forza
politica unitaria e plurale così com'è oggi possibile» e
a scegliere le primarie o comunque la partecipazione
«una testa, un voto» per decidere tutto, a cominciare
dai gruppi dirigenti.
Non è il là alla scissione di Rifondazione verso
Sinistra democratica. Né certamente la sua sconfessione.
E' la prima forma pubblica, certo autorevole, della
tregua che un po' goffamente l'area Vendola ha chiesto e
ottenuto all'interno del partito pur impegnandosi
ufficialmente nell'associazione con Fava e compagni.
Una tregua che per Bertinotti può prendere due forme. In
alto, alle elezioni europee, con una lista nazionale in
cui, dice, è preziosa l'esperienza della Sinistra
europea. Un precedente dove, anche se l'ex segretario
non lo ricorda esplicitamente, la metà delle liste
furono di iscritti al Prc e l'altra metà aperta
all'esterno (movimenti, associazioni e stavolta, chissà,
anche altri partiti o pezzi di essi) fino al clamoroso
successo del «disobbediente» Nunzio d'Erme. In basso,
insiste però Bertinotti, l'unità si può fare con un
modello federativo dove rappresentanze territoriali e
direzione centrale contino allo stesso modo (una
sinistra lombarda, pugliese, etc. accanto a quella
nazionale).
Per le reazioni bisognerà attendere. Martedì intanto una
riunione dell'area vendoliana «Rifondazione per la
sinistra» ha registrato molti dissensi alla scissione. E
non è da escludere nei prossimi giorni un documento
pubblico firmato soprattutto da dirigenti di federazione
ostili al salto nel buio fuori dal partito. L'idea
prevalente, in questa fase piuttosto confusa, è di
insistere per liste unitarie alle europee senza
precludersi, là dove è possibile, liste di sinistra dal
basso insieme a Sd e Verdi. Per esempio a Firenze, in
Basilicata o a Bari.
Ma è un doppio binario che sicuramente troverebbe
l'ostilità di tutta la maggioranza di Rifondazione
inclusa la componente ferreriana.
Ieri sera il segretario nulla sapeva delle tesi di
Bertinotti in uscita sul quotidiano del suo partito. Ma
certo è che almeno per Ferrero dal congresso di
Chianciano è uscito con chiarezza da un lato il no alla
riproposizione dell'Arcobaleno, dall'altro il sì
all'apertura delle liste di Rifondazione a soggetti
comunisti e non comunisti. Sotto la falce e martello
molto è possibile. Ma come spiega uno dei dirigenti a
lui più vicini «non si può proprio fare che si chiede
una tregua per le europee e poi ci si mette a fare la
guerricciola alle amministrative dove si può». La
sinistra, del resto, ha già dimostrato di buttarsi
nell'acqua e finire per affogare.
(il manifesto, 13/11/2008)
Sinistra democratica sfida l'area
Vendola
Ma quale
tregua, Sinistra democratica sfida
l'area Vendola - Fava: «Basta con le
finzioni del cartello elettorale, il
nuovo partito va fatto subito, entro
dicembre»
di Matteo Bartocci
Tra le varie aree di Rifondazione
sarà pure una «tregua», come hanno concordato ieri
Paolo Ferrero e Nichi Vendola, ma sulle prospettive
politiche gli ex soci dell'Arcobaleno continuano a
vederla in modo opposto.
All'assemblea nazionale degli amministratori di
Sinistra democratica a Firenze, 400 quadri locali
belli tosti, l'ipotesi di un cartello elettorale a
sinistra del Pd non sfonda proprio, anzi.
Claudio Fava, coordinatore del movimento ex Ds, è
chiarissimo: «Noi vogliamo lanciare un nuovo partito
della sinistra subito. Entro la fine dell'anno ci
sarà un nome, uno statuto e un nuovo simbolo». E
l'associazione che avete presentato venerdì a Roma?
«E' uno strumento leggero ed essenziale ma di
passaggio», risponde Fava, per il quale l'ipotesi di
un cartello elettorale tipo Arcobaleno 2 «non esiste
proprio». E a chi obietta che così si aprirebbe lo
scontro fratricida a sinistra l'eurodeputato
risponde per le rime: «Ma ben venga una sana
competizione elettorale tra noi! L'Arcobaleno ha
perso proprio perché era un'unità fittizia di
culture e strategie politiche diverse. Non si può
fingere un'unità che non c'è. Per noi il tema del
governo e dunque di un nuovo centrosinistra alleato
col Pd non può essere accantonato». Anche Fabio
Mussi alza le spalle di fronte alle difficoltà
dell'area vendoliana del Prc: «Noi lavoriamo perché
tutta la sinistra si unisca. Se non è possibile si
unirà quella che è possibile». Ma quale?
Naturalmente le scissioni non si augurano a nessuno,
è evidente però che l'offensiva di Sd punta
innanzitutto all'area vendoliana di Rifondazione (il
47% del partito). Che oggi come non mai appare
confusa sul da farsi.
Se Gennaro Migliore auspica che nel Prc si apra il
dibattito perché «una sinistra unita è più utile
oggi di prima», tanti ex bertinottiani non la
pensano così. Dal lombardo Augusto Rocchi al toscano
Milziade Caprili fino all'ex vicecapogruppo in
senato Tommaso Sodano, in molti concordano nel dire
che lasciare ora Rifondazione sarebbe semplicemente
esiziale. Sono voci certo non dissonanti da quella
di Fausto Bertinotti, che in un incontro di qualche
giorno fa con Ferrero ha marcato la sua distanza con
l'attuale corso rifondarolo ammettendo però con una
inusitata franchezza che «fare una scissione prima
delle europee sarebbe un suicidio».
Di fronte al quale la strada del «soggetto
dentro/fuori» Rifondazione scelta con
«l'associazione per la sinistra» appare un ibrido
incomprensibile e alla lunga insostenibile dentro un
partito che continua ad essere lacerato. Lo
dimostra, per esempio, il caos al congresso
regionale della Sardegna dove, in controtendenza, la
maggioranza di Chianciano è minoranza (il 37%) e ha
abbandonato i lavori alla semplice comparsa di Nichi
Vendola per un dibattito «non concordato nel
partito» con Renato Soru.
Strappi, risse e sollecitazioni (vedi sopra
Diliberto) che non smuovono Ferrero,
preoccupatissimo soprattutto per i conti in rosso di
Liberazione. Per ora la sua linea è rafforzare una
sinistra. «autonoma» Come e per fare che si
vedrà.(Il Manifesto 9 novembre 2008)
Sinistra comunista
Sinistra comunista: un
nuovo quotidiano per una nuova area
politica
Di Gianluigi Pegolo e Sandro Targetti
Da oggi iniziano le pubblicazioni di un nuovo quotidiano
on line: Sinistra Comunista