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Pakistan

 

 Il pericolo del vuoto


di Marina Forti

Benazir Bhutto lascia un grande vuoto politico in Pakistan e nell'intera regione. Molto si può dire e criticare sulle sue scelte, la gestione corrotta dei suoi governi negli anni '90, fino alla decisione di negoziare con il regime pur di rientrare nel gioco del potere. Eppure è un fatto: la sua scomparsa violenta lancia un messaggio intimidatorio a quanti si battono per la democrazia in Pakistan. La storia si ripete: il padre impiccato da un generale, la figlia lasciata uccidere da un altro regime militare.
«Benazir è il nostro maggior timore e la nostra più grande speranza», ci diceva un'avvocata che il mese scorso manifestava a Lahore contro lo stato d'emergenza, insieme a migliaia di avvocati, difensori dei diritti umani, studenti o sindacalisti. Timore, spiegava l'avvocata, perché un compromesso di potere rischiava di sacrificare proprio le istanze di partecipazione democratica di quella fragile «società civile organizzata». E però speranza, perché Benazir Bhutto era l'unica leader di statura nazionale capace di guidare una possibile alternativa in un paese che ha vissuto gran parte dei suoi 60 anni di vita sotto governo militare. Gli anni di Ali Bhutto erano stati l'unico momento di vera partecipazione democratica in Pakistan; l'avvento di Benazir al governo nell'88, dopo gli anni bui di Zia ul Haq, avevano cambiato il clima culturale e politico del paese. Per questo oggi quegli avvocati, studenti e attivisti avrebbero votato per lei.
Chi voteranno? Forse il Pakistan manterrà l'appuntamento con le urne l'8 di gennaio. In questo senso premono il presidente Parvez Musharraf e l'amministrazione Bush, che aveva sponsorizzato l'accordo tra il generale e la ex premier. Quelle elezioni dovevano completare una transizione pilotata: lui un presidente senza più la divisa militare, lei una premier civile finalmente presentabile, con base popolare e credenziali democratiche, le forze islamiche ridimensionate e l'esercito che controlla da dietro le quinte, impegnato nella «guerra al terrorismo» sulla frontiera afghana. Scomparsa Benazir Bhutto, ora a Washington stanno rispolverando un altro ex premier, Nawaz Sharif, lui pure capo di un partito con ampia base sociale.
Se prima però la «transizione» era discutibile, ora rischia la farsa. Due settimane fa il presidente Musharraf ha revocato le leggi speciali, ma in Pakistan l'emergenza resta: i media elettronici censurati, la Corte suprema epurata, i giudici ribelli agli arresti. Soprattutto, resta un presidente la cui elezione è contestata. Benazir aveva deciso di partecipare alle elezioni pur accusando il regime di truccare il voto: se non stai nel gioco sei fuori e lei, nonostante tutto, poteva puntare a una buona maggioranza, togliendo spazio al «partito del presidente» e alla destra islamica.
Oggi in occidente si paventa il «caos» e le armi nucleari alla deriva. A Karachi o Lahore quanti si battono per la democrazia temono piuttosto un regime all'egiziana, Musharraf come Mubarak: dietro la facciata democratica media imbavagliati e movimenti sociali ridotti al silenzio.(Il Manifesto 29 dicembre 2007)


 

 Pakistan: uccisa Benazir Bhutto

 

di Marzia Bonacci

 

L'attentato. Aveva 54 anni Benazir Bhutto. Con la sua morte, oggi in un attentato kamikaze a Rawalpindi, si spegne uno dei simboli politici del grande Paese di Islamabad. Personaggio storico ritornato da questa estate al centro della scena politica e planetaria, dopo anni di esilio dalla nazione che pure in passato aveva guidato come primo ministro, la Bhutto è certamente stata una figura controversa, ma al contempo per molti speranza di un ritorno alla normalità in una società che, come il Pakistan, da tempo vive una condizione di incertezza, costantemente scossa al suo interno da focolai terroristici mai sopiti e guidata ormai da anni da un potere che ha il suo emblema unico nel generale Pervez Musharraf, asceso alla presidenza con un putsch nel 1999.

L'attacco è stato rivendicato dalla rete del terrore di Osama bin Laden, ma il marito della Bhutto ha lanciato un'accusa esplicita indicando nell'esecutivo le responsabilità dell'atto: "è opera del governo", ha affermato Asif Ali Zardari poco prima di partire da Dubai, dove una parte della famiglia vive in esilio, alla volta del Pakistan. Secondo quanto ha dichiarato il principale portavoce di Alquaeda Sheikh Saeed in un colloquio telefonico da una località sconosciuta con AKI-Adnkronos International, è stato il numero due della rete terroristica, Ayman Al Zawahiri, a ordinare l'uccisione della Bhutto. "Abbiamo eliminato il più importante asset nelle mani degli americani", ha detto lo sceicco. Secondo Sheikh Saeed, l'assassinio è stato realizzato da un militante della cellula terroristica Lashkar-i-Jhangvi del Punjab.

Secondo le prime ricostruzioni e le dichiarazioni rese dalla polizia locale, la Bhutto, impegnata nella campagna elettorale in vista del prossimo 8 gennaio, quando nel Paese si terranno le elezioni legislative, aveva appena terminato un comizio in un parco a Rawalpindi, alle porte della capitale, ed era salita sulla propria auto di servizio, dove è stata raggiunta da una serie di colpi d'arma da fuoco (da quanto si apprende, un fucile mitragliatore Ak75, cioè un kalashnikov), per rimanere poi coinvolta nell'esplosione di due kamikaze. Inutile il ricovero in ospedale, dove è arrivata completamente priva di conoscenza, come ha raccontato il marito. L'esplosione al Liaquat Bagh ha provocato, oltre alla morte della leader dell'opposizione, una strage: 16 persone sono state uccise dall'esplosione e molte sono rimaste ferite, tra queste anche alcuni esponenti del Pakistan Peoples Party, come il portavoce del partito Sherry Rehman.
In un primo momento la notizia è stata data da Sky tv britannica per essere poi confermata dalle televisioni pakistane Geo-tv e Dawn News. Quest'ultima emittente ha parlato nello specifico della presenza sul luogo di 30 corpi privi di vita, mentre secondo altre fonti le vittime sarebbero 15 e i feriti 30.

La risposta dei sostenitori della leader del PPP non ha tardato a organizzarsi. Una folla inferocita si è infatti radunata a Peshawar, dando fuoco a poster, simboli e cartelloni pubblicitari legati al presidente Musharraf, provocando così la reazione della polizia, intervenuta per disperdere il gruppo di contestazione con lacrimogeni e cariche. Ma in tutto il Paese si registrano episodi di violenza e protesta.

Reazioni. La comunità internazionale con una sola voce ha espresso indignazione, condanna e timore per quanto accaduto e potrà ancora accadere in Pakistan. Dagli Usa all'India (tradizionale nemico di Islamabad per il contenzioso sul Kashmir), fino all'Italia e alla Ue, passando per Iran e l'Afghanistan, le espressioni utilizzate a caldo sono state quelle della preoccupazione e dell'inaccettabilità del gesto. Così come sostenuto dallo stesso Musharraf, che molti sostenitori della Bhutto indicano come il mandante dell'omicidio odierno, o comunque responsabile di quanto accaduto. A riprova della gravità della situazione, poi, la decisione del Consiglio di Sicurezza dell'Onu di riunirsi per discutere dell'evento che ha sconquassato il Pakistan a pochi giorni dalle elezioni e dopo un periodo tormentatissimo, che lo ha visto esposto ad una raffica di attentati.

La storia. La figlia del deposto primo ministro pakistano Zulfikar Ali Bhutto, giustiziato dal generale Muhammad Zia-ul-Haq nel 1979, è stata la più giovane (35 anni) nonché la prima donna a diventare capo di governo in un Paese musulmano. Un' esperienza che è andata dal 1988 al 1990 e dal 1993 al 1996, quando si è dimessa per via degli scandali di corruzione di cui è stata accusata e rispetto ai quali però si è sempre detta estranea. Nel 1999 la Bhutto ha lasciato definitivamente il Pakistan, dove è ritornata, a distanza di otto anni, nel luglio scorso, per mezzo di una trattativa intessuta con l'attuale presidente: il suo ritorno, grazie ad una amnistia, in cambio della rielezione, per la terza volta, di Musharraf a capo dello Stato, avvenuta il 6 ottobre scorso. Per mesi, del resto, con il sostegno degli Stati Uniti, la leader pakistana aveva condotto un negoziato con il generale presidente per trovare un accordo di condivisione del potere prima delle elezioni politiche del prossimo 8 gennaio.
Ripristinare la democrazia e combattere gli estremisti islamici, così storicamente attivi nel Paese che ha dato i natali al potere talebano del vicino Afghanistan, erano le sue promesse. I rapporti con Musharraf avevano però subito negli ultimi mesi un progressivo logoramento, dopo la scelta presidenziale di indire lo stato di emergenza (era il 3 novembre scorso) in risposta ai diversi attentati terroristici che hanno costellato la nazione. A distanza di dieci giorni, il 13, la Bhutto gli aveva risposto esortandolo alle dimissioni, per altro dopo che gli erano stati imposti il giorno prima gli arresti domiciliari per impedire la sua partecipazione al corteo contro lo stato di emergenza.
Un appello a cui Musharraf ha reagito scegliendo per la rinuncia alla carica di comandante in capo dell'esercito e, il 15 dicembre, ha revocato lo stato di emergenza convocando le elezioni.
Un quadro complesso reso ancor più critico dal ritorno nel Paese di un altro ex premier, Nawaz Sharif, a capo oggi della Lega musulmana del Pakistan, costretto ad abbandonare la patria dopo aver ordito un complotto ai danni dello stesso Musharraf. Considerato un nemico storico della Bhutto, Sharif, nell'immediato dall'assassino della leader del PPP, si è già detto pronto a ereditare "monopolisticamente" la battaglia dell'opposizione. Ora gli scenari più possibili sono quelli che si condensano intorno alla probabile scelta del presidente di ricorrere di nuovo allo stato di emergenza e revocare o prorogare il voto, mentre si attende di sapere se e chi sostituirà la Bhutto nella corsa alle elezioni legislative.

Scenari. Molti analisti e politici pakistani sono inclini a vedere dietro l'assassinio di oggi la mano lunga dell'estremismo islamico contro cui la ex premier si è scagliata tante volte in passato, facendo della lotta al terrore un pilastro della propria politica e della recente campagna elettorale, in una realtà che da sempre è fucina e organismo ospitante del virus terroristico. Condizione drammatica che ha spinto lo stesso Musharraf a scegliere, dopo l'11 settembre, l'asse con Washignton, col rischio di scatenare, come poi è stato, un' ondata di ferocia terroristica all'interno del Paese.
"Nel 1989 Osama bin Laden lasciò il Pakistan per andare in Arabia Saudita: ma qualcuno gli chiese di tornare. Dobbiamo sapere chi c'è dietro questa continuità: è una battaglia in cui girano molti soldi, grazie al traffico di droga e di armi, e ci sono molti nomi che devono venire alla luce". Erano queste le parole con cui, il 26 ottobre scorso all'AdnKronos, la Bhutto commentava il sanguinoso attentato di pochi giorni prima a Karachi.
Non solo, in quell'occasione confermò di aver "fatto i nomi nella lettera che ho spedito al presidente Musharraf (il 16 ottobre, ndr.) e credo che debba essere avviata un'inchiesta nei loro confronti", aveva aggiunto. L'obiettivo dell'attentato, spiegò ad Aki l'ex premier, "era quello di impedire i raduni politici dei partiti dell'opposizione: le forze che vogliono trarre profitto dall'esplosione non vogliono che le forze moderate si mobilitino nelle strade. Sono le stesse che dal 1992 al 1996 hanno destabilizzato il mio governo: sono anti-democratiche e non vogliono che in questo paese si affermi una cultura politica".
Collusione tra poteri di Islamabad e terrorismo alquedista, dunque, ma anche una politica dal pugno di ferro: sono stati questi i contenuti del messaggio lanciato nelle ultime settimane dalla leader del PPP. "Oggi - ha sostenuto recentemente- (...) crediamo piuttosto che i miliziani debbano prima consegnare le armi. Solo allora discuteremo con loro, perchè non abbiamo intenzione di sederci a parlare con milizie irregolari".(AprileOnline 27 dicembre 2007)


 

 

 

 Pakistan: è muro contro muro

di Enrico Piovesana

La ‘lunga marcia’ di protesta contro Musharraf è partita da Lahore, ma con una scarsissima partecipazione, nella direzione opposta a quella prevista e soprattutto senza Benazir Bhutto.

Attivisti arrestati1.500 arresti a Lahore. Un centinaio di auto si stanno lentamente muovendo verso Kasur, a sud di Lahore, forse per spiazzare la polizia che si aspettava invece che il corteo si muovesse verso Islamabad, che sta a nord. Ciononostante, le forze dell’ordine stanno bloccando molti veicoli lungo il tragitto, arrestando molti manifestanti. Arresti che si aggiungono a quelli ‘preventivi’ condotti a Lahore durante la notte: pare che nelle ultime 24 ore, solo in questa città, siano state arrestati 1.500 attivisti nel corso di una massiccia operazione di polizia. Operazione condotta con metodi assai brutali: “Sfondano le finestre, fanno irruzione nelle case, umiliano le donne e picchiano gli uomini”, ha dichiarato questa mattina la Bhutto. 

L'assedio alla BhuttoLa Bhutto sotto assedio. La leader dell’opposizione è prigioniera nella sua residenza di Lahore, circondata da ben 1.100 agenti di polizia che hanno blindato l’edificio con barricate di filo spinato, transenne, sacchi di sabbia, camion e mezzi blindati. Dalla sua nuova prigione, la Bhutto ha fatto sapere che cercherà comunque di uscire, ma sarà un’impresa veramente difficile. Nelle scorse ore si era sparsa la voce di un suo trasferimento a Karachi a bordo di un aereo dell’esercito: notizia infondata fatta forse circolare come avvertimento.  

Benazir Bhutto“Musharraf deve dimettersi”. Non potendo rompere l’assedio della polizia, la Bhutto ha deciso di rompere ogni indugio politico alzando il tiro contro Musharraf. Questa mattina, parlando con la stampa, ha dichiarato per la prima volta che “Musharraf deve dimettersi” – non più solo revocare lo stato d’emergenza come chiedeva fino a ieri sera – e che lei “non sarà mai primo ministro con Musharraf presidente”. La Bhutto ha poi annunciato che, una volta libera, lavorerà “per costruire una grande alleanza con tutti i leader dell’opposizione, a partire da Nawaz Sharif”, l’ex premier che da sempre rifiuta ogni dialogo con Musharraf e che nei mesi scorsi aveva criticato la decisione della Bhutto di trattare con il generale.  (www.peacereporter.net 12 novembre 2007)

 

 

La democrazia fiorisce in Pakistan

 

di Marco D'Eramo

Domani il comandante in capo del mondo libero, George W. Bush, può esclamare di nuovo: «Missione compiuta». Ha infatti ormai conseguito lo scopo cui si è dedicato indefesso da anni: esportare, magari con le armi, la democrazia nel mondo islamico. In fondo era solo questa la ragione invocata per invadere l'Iraq, una volta caduta la menzogna sulle armi di distruzione massa. Sotto gli occhi di tutti, la democrazia fiorisce da tempo in Arabia Saudita e in Egitto, ma soprattutto, da venerdì, in Pakistan. Il generale Pervez Musharraf ha fornito un esempio da manuale di esercizio di democrazia a mezzo carri armati. E ha fatto un enorme passo avanti in quella che Bush aveva definito la priorità delle priorità Usa, la «freedom agenda».
Con il suo secondo golpe, e con la conseguente repressione, Musharraf, ha smascherato la duplice faccia della superpotenza americana: la tracotanza dei bombardamenti da alta quota con alcuni, l'impotenza imbelle con altri. La notte prima, Condoleezza Rice aveva telefonato a Musharraf per implorarlo di non proclamare la legge marziale. L'indomani si è visto il peso che undici miliardi di dollari di aiuti militari conferiscono agli Stati uniti sulla vita pakistana. Mai un alleato aveva affibbiato una tale sberla a Washington, facendosi scudo del proprio ruolo nella lotta contro Al Qaeda e i taleban, per altro non proprio efficace: i taleban hanno ripreso piede in Afghanistan e parte dello stesso Pakistan sfugge al controllo dell'esercito, intento solo a ottenere prebende per i propri generali in pensione. Ma Musharraf se la prende non con gli integralisti islamici, ma con avvocati, giudici, attivisti dei movimenti umani, giornalisti. L'unica consolazione è che con questa vicenda Bush ha portato un po' di allegria nel mondo islamico: ogni volta che parla di democrazia, tutti scoppiano a ridere.(Il Manifesto 7 novembre 2007)

Ancora scontri in piazza in Pakistan

di Marina Forti

Il giudice Iftikar Chaudhry, ex capo della Corte suprema del Pakistan esautorato sabato, ha lanciato ieri un appello a protestare contro lo stato d'emergenza proclamato dal generale Parvez Musharraf. Un appello alla rivolta e una sfida: il giudice Chaudhry è piantonato in casa sua, agli arresti domiciliari: eppure è riuscito a procurarsi un telefonino e si è rivolto a decine di avvocati riuniti alla Bar Association (l'ordine professionale) di Islamabad. «La costituzione è stata fatta a pezzi», ha detto, amplificato dagli altoparlanti, e ha invitato gli avvocati a «diffondere il messaggio a levarsi e lottare per ripristinare la costituzione. Io ora sono agli arresti, ma presto mi unirò a voi».
Il proclama si è interrotto quando le autorità devono essere riuscite a isolare il telefono da cui Chaudhry parlava (tutti i cellulari ora sono isolati). Più tardi la polizia ha impedito agli avvocati, che urlavano slogans contro Musharraf, si uscire e manifestare per le strade. Altre proteste, con scontri tra avvocati e polizia, sono avvenute a Lahore, capitale del Punjab, e a Multan, con altre decine di arresti che si aggiungono ai circa duemila di lunedi (tra cui centinaia di avvocati).
Il giudice Chaudhry si conferma così nel ruolo di simbolo dell'opposizione che si era costruito la scorsa primavera quando il generale Musharraf, nella sua veste di presidente della repubblica, lo aveva destituito d'autorità (la Corte aveva cominciato a sfidare il potere su casi di corruzione, diritti umani e sulla costituzionalità degli atti del presidente): erano seguite proteste tra gli avvocati e manifestazioni di massa in tutto il paese, finché Chaudhry era stato reinsediato nella carica. «Ripulire» la magistratura da elementi così indipendenti era il primo obiettivo del generale Musharraf quando ha sabato ha proclamato lo stato d'emergenza, sospeso la costituzione, dissolto la Corte suprema e le alte corti provinciali.
Dunque un alto magistrato lancia proclami e gli avvocati protestano per le strada. I partiti invece che mantengono un profilo molto basso - anche se bisogna dire che decine di loro attivisti sono agli arresti. Benazir Bhutto, la leader del principale partito d'opposizione, ieri ha dichiarato che si metterà alla testa di una grande manifestazione di protesta venerdì a Rawalpindi, la città gemella di Islamabad. Bhutto ieri è arrivata a Islamabad da Karachi, la sua città. Ha salutato la folla da una jeep blindata antiproiettile, poi ha annunciato che avrà colloqui con altri leader politici ma non i militari né con il generale, né negozierà con lui su un governo di transizione.
Dall'altro partito di opposizione democratica, la Lega musulmana di Nawaz Sharif (l'ex premier deposto da Musharraf nel '99), resta in silenzio. Sharif è ancora in esilio (e ora beneficia dell'immagine di quello che non ha voluto scendere a patti col generale, al contrario di Bhutto). Ieri un suo portavoce, Ahsan Iqbal, ha detto che la leader del Partito popolare dovrà garantire che ha tagliato i ponti con Musharraf, prima che l'alleanza dell'opposizione possa resuscitare.
Dal generale Musharraf non vengono indicazioni chiare sull'immediato futuro del paese. Lunedì, dopo un incontro con gli ambasciatori di Stati uniti, Gran Bretagna e alcuni altri paesi aveva dichiarato che rispetterà gli impegni, indirà le elezioni legislative (previste in gennaio) e rinuncerà alla carica di capo dell'esercito per mantenere solo quella di presidente (pare che in quell'incontro abbia soprattutto inveito contro i magistrato riottosi, e spiegato che «il Pakistan non è pronto per la democrazia»). Ieri però il ministro portavoce Sheikh Rashid Ahmad ha detto che ci vorrà tempo: e ha spiegato che il presidente vorrebbe elezioni in gennaio, per compiacere gli alleati occidentali, ma «alcuni elementi» del suo governo vogliono spostarle.
La pressione di Washington (e Londra) è davvero forte: ieri l'ambasciatrice degli Usa in Pakistan, Anne W. Patterson, ha addirittura telefonato al capo della Commissione elettorale per esortarlo a indire elezioni entro il 15 gennaio. Il motivo è che lo stato d'emergenza sta facendo deragliare il progetto di «transizione» su sui gli alleati occidentali puntavano (l'accordo tra il generale e la leader dell'opposizione, il ritorno di Benazir, elezioni e un governo civile con Musharraf presidente senza uniforme, e tutto il potere reale ai militari come è sempre stato).(Il Manifesto 7 novembre 2007)

 

 

 

 

Birmania

     

Il Myanmar, ancora conosciuto in occidente con il nome di Birmania, è il più grande paese del sud-est asiatico. Terra scandalosamente affascinante e di impalpabile magia, il Myanmar è oggi un Paese che si trova in condizioni di immensa arretratezza e nel quale burocrati, militari e bonzi rappresentano i poteri legali mentre i guerriglieri gestiscono ciò che rimane, e non è poco (il 40% del territorio). Il resto della popolazione vive secondo i ritmi secolari di una civiltà contadina legati a una religiosità profonda senza ombra di fanatismo che le permette di sopravvivere alle difficoltà, alle angherie e ai soprusi di una dura dittatura militare.

 

 

Birmnia, un insegnamento per il mondo

 

di Luisa Morgantini*

Finalmente il regime repressivo della Birmania, oggi Myammar, viene alla ribalta. Tutti inneggiano alla rivolta color zafferano, stracciandosi le vesti perché si è lasciato scorrere troppo tempo, ancora una volta chiedendo ai pacifisti -invece di chiederci tutti insieme- dove siete stati, dove siamo stati?

La rivolta pacifica arriva dopo 45 anni di violenza, maturata in un clima di totale controllo e repressione della giunta militare, in un contesto drammatico di annientamento di diritti, deterioramento delle condizioni di vita, miserie e estrema povertà della popolazione, ma anche di palesi connivenze economiche che ci riguardano da vicino. E sono proprio le misure economiche che hanno dato vita alla mobilitazione popolare. La giunta si è incrinata e potrebbe crollare.

La Birmania è un paese pieno di risorse (gas naturale, petrolio, diamanti), oltre ad essere in una posizione chiave: anello di congiunzione tra India, Cina e il Sud est asiatico ha catalizzato su di sé gli interessi economici di molti paesi che, aggirando l'embargo imposto al regime, lo hanno finanziato chiudendo un occhio su diritti umani, lavoro forzato, sfruttamento minorile, traffico di esseri umani, repressione brutale. Imprese come la francese Total o la statunitense Texaco, (fonte: Fidh, Federazione internazionale diritti umani) non hanno mai cessato di fare profitti in questo paese.

Ma un ruolo cruciale nella vicenda birmana l'hanno avuto Cina e India, interessati al Myanmar e alla giunta militare come alleati strategici per il controllo economico dell'intera area.

La Cina è il partner principale per esportazioni di armi, commercio stimato in 1,5 miliardi di dollari, grazie al quale i generali birmani hanno emarginato le minoranze etniche del nord e dell'est, shan, karen, mon e karenny, che ora affiancano la rivolta dei monaci e dell'opposizione del Nobel per la Pace Aung San Suu Kyi. A questa donna esile e determinata, dal 1989 agli arresti domiciliari, il Parlamento Europeo ha assegnato il premio Sakharov nel 1990, dimostrando il sostegno per la sua lotta democratica e quella degli oltre 1600 prigionieri di coscienza nelle carceri birmane: 1989,1990 eppure in tutti questi anni è stato flebile il nostro impegno.

Ma i legami della giunta sono stretti anche con l'India: la cooperazione militare è stata rafforzata proprio agli inizi del 2007 e il governo indiano ha risposto alle esigenze militari dei generali birmani su equipaggiamento militare e armi, programmando operazioni militari congiunte per neutralizzare i gruppi insorgenti.

Sotto l'effetto delle Olimpiadi che si terranno a Pechino nel 2008, si stanno effettuando pressione sulla Cina perché dia un segnale sul tema dei diritti umani e della politica estera, così il Paese potrebbe essere indotto ad abbandonare i militari. Le pressioni di tutta la Comunità Internazionale dovrebbero portare anche l'India e tutti i finanziatori diretti e indiretti del regime nella stessa direzione.

Si cominci però con nuove e libere elezioni, con il rilascio dei prigionieri politici e soprattutto con l'embargo totale sulle armi e il sostegno incondizionato di ogni Paese al Trattato globale Onu sul commercio di armi, strumento essenziale per il pieno rispetto della legge umanitaria e la prevenzione di conflitti.

Le migliaia di oppositori, monaci buddisti, uomini e donne scesi in piazza per la dignità del loro popolo e l'esempio Aung San Suu Kyi sono una grande lezione non solo per il regime ma per il mondo intero, dove una Comunità Internazionale spesso compiacente agisce troppo tardi su situazioni di conclamata illegalità e repressione: solo attraverso sforzi congiunti e superando gli interessi economici e i particolarismi nazionali si può aiutare concretamente il popolo della Birmania.(AprileOnline 4 ottobre 2007)

*Europarlamentare del Prc-Sinistra Europea

 

Rangoon, una calma irreale

 

di Marina Forti

La capitale birmana Rangoon è tornata a un'apparente normalità, secondo le ultime notizie diffuse da testimoni e reporter dei media internazionali. Una strana normalità, però, in una città presidiata da centinaia di militari, una calma irreale in cui negozi e templi hanno riaperto ma per le strade si vedono più elmetti che normali cittadini. A Rangoon e a Mandalay, le due principali città del paese, la tensione è palpabile, mentre i collegamenti internet restano interrotti e i telefonini inutilizzabili.
Gli occhi sono puntati oggi sulla missione dell'inviato speciale delle Nazioni unite, il nigeriano Ibrahim Gambari. Oggi, secondo quanto annunciato da un portavoce del governo, incontrerà il generale Than Shwe, il numero uno della giunta militare. L'incontro avverrà a Naypyidaw, la città governativa costruita dai militari a 380 chilometri da Rangoon, nuovissima capitale isolata da ogni normale centro abitato dove Gambari era stato trasferito già al suo arrivo in Birmania, sabato.
Una certa aria di mistero ha circondato finora la missione dell'ex ministro degli esteri nigeriano. Da parte governativa non c'è stato alcun commento sulla visita. Domenica a Rangoon Gambari ha incontrato Aung San Suu Kyi: la leader della Lega nazionale per la democrazia, figura simbolo dell'opposizione e da 12 anni confinata in casa sua, una settimana fa era stata trasferita forse in una caserma. Nulla è stato detto del contenuto dei colloqui - anche se il suo immediato ritorno nella città di Naypyidaw ha fatto pensare a una «spola diplomatica». Ieri fonti governative hanno detto che l'inviato dell'Onu era in visita nello stato di Shan, nel nord, vicino al confine cinese: nessuna ragione è stata data.

Una città presidiata
Forse per ostentare controllo della situazione, ieri a Rangoon i militari hanno rimosso le barricate di filo spinato dalla pagoda Shewdagon, la più importante e simbolica del paese - ma non dalla pagoda Sule, quella da cui sono partite le proteste delle ultime settimane a Rangoon.
Nella capitale ieri era tornato un po' di traffico e i negozi avevano riaperto, ma soldati presidiano tutte le più importanti intersezioni e nei luoghi più frequentati del centro. Testimoni citati sia dai notiziari birmani dell'esilio, sia da tv internazionali come Al Jazeera o la Bbc, parlano di frequenti perquisizioni sui passanti, soprattutto nelle zone centrali: i soldati cercano soprattutto macchine fotografiche e telefonini.
Per le strade poi si vedono rarissimi monaci, e questo contrasta con la normalità. Sembra che circa 4.000 monaci siano stati arrestati nella sola Rangoon nell'ultima settimana. Secondo notizie raccolte dalla Bbc da fonti dirette, si trovano ora detenuti nel complesso del Rangoon Institute of Technology e in un campo sportivo in disuso, e saranno presto trasferiti in campi di detenzione nel nord del paese, a parecchie centinaia di chilometri. Sembra anche che stiano rifiutando il cibo per protesta. Gli altri monaci sono di fatto trattenuti nei loro monasteri, a Rangoon e a Mandalay: pochi hanno avuto il permesso di uscire per la usuale questua mattutina. Sul sito di Mizzima news da un paio di giorni è visibile l'impressionante foto di un giovane mponaco riverso in una pozza d'acqua, ucciso.
Il notiziario on-line The Irrawaddy dice poi che un giornalista, Win Ko Ko Latt, di Rangoon, è missing dal 27 settembre; altre fonti dicono che quattro giornalisti sono stati arrestati.

La resistenza non è finita
Nel filmato ripreso ieri con telecamera nascosta dal corrispondente di Al Jazeera si sentono monaci dire che la battaglia non è finita, «torneremo nelle strade, non abbiamo paura». Molte voci vicine all'opposizione ripetono che la repressione militare ha solo momentaneamente avuto la meglio, ma la protesta non è stata spenta e riprenderà.
Dall'esilio, la Federazione dei sindacati birmani (Ftub) ha dichiarato uno sciopero generale contro il governo militare. I sindacati sono una componente importante dell'opposizione unita nel consiglio nazionale per la democrazia, che ha saputo mantenere nel tempo contatti molto capillari con lavoratori e oppositori all'interno del paese. «Noi guardiamo con grande rispetto quei monaci che hanno sacrificato la loro vita e gli studenti e i giovani che hanno sfidato la dittatura militare», dice un comunicato diffuso dalla Federazione sindacale: e chiama allo sciopero per il 1 ottobre, prorogato a oggi, negli uffici pubblici, fabbriche, nel settore dell'energia, poste, portuali, trasporti. Difficile dire se lo sciopero abbia avuto una qualche riuscita.(Il Manifesto 2 ottobre 2007)

Il PdCI: il governo intervenga per fermare la dittatura

Iacopo Venier, responsabile esteri del Pdci, chiede che ''i diritti umani valgono in Myanmar come a Gaza'', e che''il governo intervenga per fermare dittatura ed occupazione''.

 Secondo Venier, ''la comunita' internazionale assiste passiva alle violenze in Myanmar dopo che per anni ha fatto finta di non vedere la dittatura feroce che ha distrutto quel paese e, nello stesso modo, registra l'offensiva israeliana contro Gaza, aperta oggi a nord della Striscia che ha gia' mietuto almeno 4 morti tra i civili palestinesi'', mentre ''un milione di persone rischia di restare senza acqua, luce, medicine''. Venier afferma quindi che ''la lotta contro la dittatura in Myanmar e quella per i diritti umani dei palestinesi devono vedere impegnato il governo, le forze politiche, il movimento per la pace''.

''E' tempo - conclude Venier - che finisca la miopia cinica di chi non vuole vedere i crimini dei propri amici e sudditi. Ricostruiamo la credibilita' della comunita' internazionale battedoci con la stessa forza per i diritti di tutti i popoli oppressi." (Ansa 26 settembre 2007)


 

Il Myanmar si tinge di rosso

 

q-monaci28L'ex Birmania continua ad essere lo scenario dell'inusuale protesta pacifica dei monaci (meno pacifica invece la reazione dell'esercito) contro il regime militare che governa il Paese. Stamattina a Rangoon, nonostante la massiccia presenza di militari che hanno chiuso l'accesso a strade e monasteri, in più di diecimila, soprattutto studenti, sono scesi in strada a manifestare. Ed anche oggi non sono mancati gli scontri, con i militari che hanno prima caricato i manifestanti colpendoli con i manganelli e poi hanno sparato colpi in aria. Rischia così di allungarsi la lista delle vittime: ieri secondo l'autorità birmana sarebbero morti nove manifestanti, ma l'ambasciatore australiano in Myanmar, Bob Davis, ha riferito che il numero di morti sarebbe molto più alto, nell'ordine di diverse decine di morti. Fra le vittime anche un fotoreporter giapponese che stava riprendendo gli scontri presso il monastero di Sule. Dal Giappone arrivano accuse esplicite alle autorità birmane per la morte del cronista che, secondo l'agenzia Kyodo, è stato senza alcun dubbio ucciso dai colpi sparati da un soldato antisommossa. Intanto questa notte l'esercito birmano ha condotto rastrellamenti in due monasteri, arrestando un numero imprecisato di monaci, mentre altri 300 bonzi sono detenuti in una scuola, nei pressi di Insein, trasformata in carcere.
Ma nel Myanmar la repressione sta colpendo anche l'informazione: le autorità stanno negando i visti d'ingresso ai giornalisti stranieri, sono stati interrotti i collegamenti dei cellulari dei maggiori attivisti democratici e l'accesso ad internet è stato bloccato, cosicché non è più possibile più inviare fotografie e video che facciano capire all'esterno ciò che sta avvenendo nel Paese. Intanto, mentre i monaci sfilano per le strade, nel resto del mondo la protesta e la solidarietà si esprimono sulla rete: centinaia di siti e di blog si sono tinti di rosso, il colore che contraddistingue i buddisti birmani, ed è stata lanciata la campagna “Free Burma”.(la Rinascita della sinistra online 28 settembre 2007)