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Pakistan
Il pericolo
del vuoto
di Marina Forti
Benazir
Bhutto lascia un grande vuoto politico in
Pakistan e nell'intera regione. Molto si può
dire e criticare sulle sue scelte, la gestione
corrotta dei suoi governi negli anni '90, fino
alla decisione di negoziare con il regime pur di
rientrare nel gioco del potere. Eppure è un
fatto: la sua scomparsa violenta lancia un
messaggio intimidatorio a quanti si battono per
la democrazia in Pakistan. La storia si ripete:
il padre impiccato da un generale, la figlia
lasciata uccidere da un altro regime militare.
«Benazir è il nostro maggior timore e la nostra
più grande speranza», ci diceva un'avvocata che
il mese scorso manifestava a Lahore contro lo
stato d'emergenza, insieme a migliaia di
avvocati, difensori dei diritti umani, studenti
o sindacalisti. Timore, spiegava l'avvocata,
perché un compromesso di potere rischiava di
sacrificare proprio le istanze di partecipazione
democratica di quella fragile «società civile
organizzata». E però speranza, perché Benazir
Bhutto era l'unica leader di statura nazionale
capace di guidare una possibile alternativa in
un paese che ha vissuto gran parte dei suoi 60
anni di vita sotto governo militare. Gli anni di
Ali Bhutto erano stati l'unico momento di vera
partecipazione democratica in Pakistan;
l'avvento di Benazir al governo nell'88, dopo
gli anni bui di Zia ul Haq, avevano cambiato il
clima culturale e politico del paese. Per questo
oggi quegli avvocati, studenti e attivisti
avrebbero votato per lei.
Chi voteranno? Forse il Pakistan manterrà
l'appuntamento con le urne l'8 di gennaio. In
questo senso premono il presidente Parvez
Musharraf e l'amministrazione Bush, che aveva
sponsorizzato l'accordo tra il generale e la ex
premier. Quelle elezioni dovevano completare una
transizione pilotata: lui un presidente senza
più la divisa militare, lei una premier civile
finalmente presentabile, con base popolare e
credenziali democratiche, le forze islamiche
ridimensionate e l'esercito che controlla da
dietro le quinte, impegnato nella «guerra al
terrorismo» sulla frontiera afghana. Scomparsa
Benazir Bhutto, ora a Washington stanno
rispolverando un altro ex premier, Nawaz Sharif,
lui pure capo di un partito con ampia base
sociale.
Se prima però la «transizione» era discutibile,
ora rischia la farsa. Due settimane fa il
presidente Musharraf ha revocato le leggi
speciali, ma in Pakistan l'emergenza resta: i
media elettronici censurati, la Corte suprema
epurata, i giudici ribelli agli arresti.
Soprattutto, resta un presidente la cui elezione
è contestata. Benazir aveva deciso di
partecipare alle elezioni pur accusando il
regime di truccare il voto: se non stai nel
gioco sei fuori e lei, nonostante tutto, poteva
puntare a una buona maggioranza, togliendo
spazio al «partito del presidente» e alla destra
islamica.
Oggi in occidente si paventa il «caos» e le armi
nucleari alla deriva. A Karachi o Lahore quanti
si battono per la democrazia temono piuttosto un
regime all'egiziana, Musharraf come Mubarak:
dietro la facciata democratica media
imbavagliati e movimenti sociali ridotti al
silenzio.(Il Manifesto 29 dicembre 2007)
Pakistan: uccisa
Benazir Bhutto
di Marzia Bonacci
L'attentato.
Aveva 54 anni Benazir Bhutto. Con la sua
morte, oggi in un attentato kamikaze a
Rawalpindi, si spegne uno dei simboli
politici del grande Paese di Islamabad.
Personaggio storico ritornato da questa
estate al centro della scena politica e
planetaria, dopo anni di esilio dalla
nazione che pure in passato aveva
guidato come primo ministro, la Bhutto è
certamente stata una figura controversa,
ma al contempo per molti speranza di un
ritorno alla normalità in una società
che, come il Pakistan, da tempo vive una
condizione di incertezza, costantemente
scossa al suo interno da focolai
terroristici mai sopiti e guidata ormai
da anni da un potere che ha il suo
emblema unico nel generale Pervez
Musharraf, asceso alla presidenza con un
putsch nel 1999.
L'attacco è stato
rivendicato dalla rete del terrore di
Osama bin Laden, ma il marito della
Bhutto ha lanciato un'accusa esplicita
indicando nell'esecutivo le
responsabilità dell'atto: "è opera del
governo", ha affermato Asif Ali Zardari
poco prima di partire da Dubai, dove una
parte della famiglia vive in esilio,
alla volta del Pakistan. Secondo quanto
ha dichiarato il principale portavoce di
Alquaeda Sheikh Saeed in un colloquio
telefonico da una località sconosciuta
con AKI-Adnkronos International, è stato
il numero due della rete terroristica,
Ayman Al Zawahiri, a ordinare
l'uccisione della Bhutto. "Abbiamo
eliminato il più importante asset nelle
mani degli americani", ha detto lo
sceicco. Secondo Sheikh Saeed,
l'assassinio è stato realizzato da un
militante della cellula terroristica
Lashkar-i-Jhangvi del Punjab.
Secondo le prime
ricostruzioni e le dichiarazioni rese
dalla polizia locale, la Bhutto,
impegnata nella campagna elettorale in
vista del prossimo 8 gennaio, quando nel
Paese si terranno le elezioni
legislative, aveva appena terminato un
comizio in un parco a Rawalpindi, alle
porte della capitale, ed era salita
sulla propria auto di servizio, dove è
stata raggiunta da una serie di colpi
d'arma da fuoco (da quanto si apprende,
un fucile mitragliatore Ak75, cioè un
kalashnikov), per rimanere poi coinvolta
nell'esplosione di due kamikaze. Inutile
il ricovero in ospedale, dove è arrivata
completamente priva di conoscenza, come
ha raccontato il marito. L'esplosione al
Liaquat Bagh ha provocato, oltre alla
morte della leader dell'opposizione, una
strage: 16 persone sono state uccise
dall'esplosione e molte sono rimaste
ferite, tra queste anche alcuni
esponenti del Pakistan Peoples Party,
come il portavoce del partito Sherry
Rehman.
In un primo momento la notizia è stata
data da Sky tv britannica per essere poi
confermata dalle televisioni pakistane
Geo-tv e Dawn News. Quest'ultima
emittente ha parlato nello specifico
della presenza sul luogo di 30 corpi
privi di vita, mentre secondo altre
fonti le vittime sarebbero 15 e i feriti
30.
La risposta dei
sostenitori della leader del PPP non ha
tardato a organizzarsi. Una folla
inferocita si è infatti radunata a
Peshawar, dando fuoco a poster, simboli
e cartelloni pubblicitari legati al
presidente Musharraf, provocando così la
reazione della polizia, intervenuta per
disperdere il gruppo di contestazione
con lacrimogeni e cariche. Ma in tutto
il Paese si registrano episodi di
violenza e protesta.
Reazioni.
La comunità internazionale con una sola
voce ha espresso indignazione, condanna
e timore per quanto accaduto e potrà
ancora accadere in Pakistan. Dagli Usa
all'India (tradizionale nemico di
Islamabad per il contenzioso sul
Kashmir), fino all'Italia e alla Ue,
passando per Iran e l'Afghanistan, le
espressioni utilizzate a caldo sono
state quelle della preoccupazione e
dell'inaccettabilità del gesto. Così
come sostenuto dallo stesso Musharraf,
che molti sostenitori della Bhutto
indicano come il mandante dell'omicidio
odierno, o comunque responsabile di
quanto accaduto. A riprova della gravità
della situazione, poi, la decisione del
Consiglio di Sicurezza dell'Onu di
riunirsi per discutere dell'evento che
ha sconquassato il Pakistan a pochi
giorni dalle elezioni e dopo un periodo
tormentatissimo, che lo ha visto esposto
ad una raffica di attentati.
La storia.
La figlia del deposto primo ministro
pakistano Zulfikar Ali Bhutto,
giustiziato dal generale Muhammad
Zia-ul-Haq nel 1979, è stata la più
giovane (35 anni) nonché la prima donna
a diventare capo di governo in un Paese
musulmano. Un' esperienza che è andata
dal 1988 al 1990 e dal 1993 al 1996,
quando si è dimessa per via degli
scandali di corruzione di cui è stata
accusata e rispetto ai quali però si è
sempre detta estranea. Nel 1999 la
Bhutto ha lasciato definitivamente il
Pakistan, dove è ritornata, a distanza
di otto anni, nel luglio scorso, per
mezzo di una trattativa intessuta con
l'attuale presidente: il suo ritorno,
grazie ad una amnistia, in cambio della
rielezione, per la terza volta, di
Musharraf a capo dello Stato, avvenuta
il 6 ottobre scorso. Per mesi, del
resto, con il sostegno degli Stati
Uniti, la leader pakistana aveva
condotto un negoziato con il generale
presidente per trovare un accordo di
condivisione del potere prima delle
elezioni politiche del prossimo 8
gennaio.
Ripristinare la democrazia e combattere
gli estremisti islamici, così
storicamente attivi nel Paese che ha
dato i natali al potere talebano del
vicino Afghanistan, erano le sue
promesse. I rapporti con Musharraf
avevano però subito negli ultimi mesi un
progressivo logoramento, dopo la scelta
presidenziale di indire lo stato di
emergenza (era il 3 novembre scorso) in
risposta ai diversi attentati
terroristici che hanno costellato la
nazione. A distanza di dieci giorni, il
13, la Bhutto gli aveva risposto
esortandolo alle dimissioni, per altro
dopo che gli erano stati imposti il
giorno prima gli arresti domiciliari per
impedire la sua partecipazione al corteo
contro lo stato di emergenza.
Un appello a cui Musharraf ha reagito
scegliendo per la rinuncia alla carica
di comandante in capo dell'esercito e,
il 15 dicembre, ha revocato lo stato di
emergenza convocando le elezioni.
Un quadro complesso reso ancor più
critico dal ritorno nel Paese di un
altro ex premier, Nawaz Sharif, a capo
oggi della Lega musulmana del Pakistan,
costretto ad abbandonare la patria dopo
aver ordito un complotto ai danni dello
stesso Musharraf. Considerato un nemico
storico della Bhutto, Sharif,
nell'immediato dall'assassino della
leader del PPP, si è già detto pronto a
ereditare "monopolisticamente" la
battaglia dell'opposizione. Ora gli
scenari più possibili sono quelli che si
condensano intorno alla probabile scelta
del presidente di ricorrere di nuovo
allo stato di emergenza e revocare o
prorogare il voto, mentre si attende di
sapere se e chi sostituirà la Bhutto
nella corsa alle elezioni legislative.
Scenari.
Molti analisti e politici pakistani sono
inclini a vedere dietro l'assassinio di
oggi la mano lunga dell'estremismo
islamico contro cui la ex premier si è
scagliata tante volte in passato,
facendo della lotta al terrore un
pilastro della propria politica e della
recente campagna elettorale, in una
realtà che da sempre è fucina e
organismo ospitante del virus
terroristico. Condizione drammatica che
ha spinto lo stesso Musharraf a
scegliere, dopo l'11 settembre, l'asse
con Washignton, col rischio di
scatenare, come poi è stato, un' ondata
di ferocia terroristica all'interno del
Paese.
"Nel 1989 Osama bin Laden lasciò il
Pakistan per andare in Arabia Saudita:
ma qualcuno gli chiese di tornare.
Dobbiamo sapere chi c'è dietro questa
continuità: è una battaglia in cui
girano molti soldi, grazie al traffico
di droga e di armi, e ci sono molti nomi
che devono venire alla luce". Erano
queste le parole con cui, il 26 ottobre
scorso all'AdnKronos, la Bhutto
commentava il sanguinoso attentato di
pochi giorni prima a Karachi.
Non solo, in quell'occasione confermò di
aver "fatto i nomi nella lettera che ho
spedito al presidente Musharraf (il 16
ottobre, ndr.) e credo che debba essere
avviata un'inchiesta nei loro
confronti", aveva aggiunto. L'obiettivo
dell'attentato, spiegò ad Aki l'ex
premier, "era quello di impedire i
raduni politici dei partiti
dell'opposizione: le forze che vogliono
trarre profitto dall'esplosione non
vogliono che le forze moderate si
mobilitino nelle strade. Sono le stesse
che dal 1992 al 1996 hanno
destabilizzato il mio governo: sono
anti-democratiche e non vogliono che in
questo paese si affermi una cultura
politica".
Collusione tra poteri di Islamabad e
terrorismo alquedista, dunque, ma anche
una politica dal pugno di ferro: sono
stati questi i contenuti del messaggio
lanciato nelle ultime settimane dalla
leader del PPP. "Oggi - ha sostenuto
recentemente- (...) crediamo piuttosto
che i miliziani debbano prima consegnare
le armi. Solo allora discuteremo con
loro, perchè non abbiamo intenzione di
sederci a parlare con milizie
irregolari".(AprileOnline 27 dicembre
2007)
Pakistan: è muro
contro muro
di Enrico Piovesana
La ‘lunga marcia’ di protesta
contro Musharraf è partita da Lahore, ma con una
scarsissima partecipazione, nella direzione opposta
a quella prevista e soprattutto senza Benazir
Bhutto.
1.500
arresti a Lahore. Un centinaio di auto si
stanno lentamente muovendo verso Kasur, a sud di
Lahore, forse per spiazzare la polizia che si
aspettava invece che il corteo si muovesse verso
Islamabad, che sta a nord. Ciononostante, le forze
dell’ordine stanno bloccando molti veicoli lungo il
tragitto, arrestando molti manifestanti. Arresti che
si aggiungono a quelli ‘preventivi’ condotti a
Lahore durante la notte: pare che nelle ultime 24
ore, solo in questa città, siano state arrestati
1.500 attivisti nel corso di una massiccia
operazione di polizia. Operazione condotta con
metodi assai brutali: “Sfondano le finestre, fanno
irruzione nelle case, umiliano le donne e picchiano
gli uomini”, ha dichiarato questa mattina la Bhutto.
La
Bhutto sotto assedio. La leader
dell’opposizione è prigioniera nella sua residenza
di Lahore, circondata da ben 1.100 agenti di polizia
che hanno blindato l’edificio con barricate di filo
spinato, transenne, sacchi di sabbia, camion e mezzi
blindati. Dalla sua nuova prigione, la Bhutto ha
fatto sapere che cercherà comunque di uscire, ma
sarà un’impresa veramente difficile. Nelle scorse
ore si era sparsa la voce di un suo trasferimento a
Karachi a bordo di un aereo dell’esercito: notizia
infondata fatta forse circolare come avvertimento.
“Musharraf
deve dimettersi”. Non potendo rompere l’assedio
della polizia, la Bhutto ha deciso di rompere ogni
indugio politico alzando il tiro contro Musharraf.
Questa mattina, parlando con la stampa, ha dichiarato
per la prima volta che “Musharraf deve dimettersi” – non
più solo revocare lo stato d’emergenza come chiedeva
fino a ieri sera – e che lei “non sarà mai primo
ministro con Musharraf presidente”. La Bhutto ha poi
annunciato che, una volta libera, lavorerà “per
costruire una grande alleanza con tutti i leader
dell’opposizione, a partire da Nawaz Sharif”, l’ex
premier che da sempre rifiuta ogni dialogo con Musharraf
e che nei mesi scorsi aveva criticato la decisione della
Bhutto di trattare con il generale.
(www.peacereporter.net 12 novembre 2007)
La democrazia fiorisce
in Pakistan
di Marco D'Eramo
Domani
il comandante in capo del mondo libero, George W. Bush,
può esclamare di nuovo: «Missione compiuta». Ha infatti
ormai conseguito lo scopo cui si è dedicato indefesso da
anni: esportare, magari con le armi, la democrazia nel
mondo islamico. In fondo era solo questa la ragione
invocata per invadere l'Iraq, una volta caduta la
menzogna sulle armi di distruzione massa. Sotto gli
occhi di tutti, la democrazia fiorisce da tempo in
Arabia Saudita e in Egitto, ma soprattutto, da venerdì,
in Pakistan. Il generale Pervez Musharraf ha fornito un
esempio da manuale di esercizio di democrazia a mezzo
carri armati. E ha fatto un enorme passo avanti in
quella che Bush aveva definito la priorità delle
priorità Usa, la «freedom agenda».
Con il suo secondo golpe, e con la conseguente
repressione, Musharraf, ha smascherato la duplice faccia
della superpotenza americana: la tracotanza dei
bombardamenti da alta quota con alcuni, l'impotenza
imbelle con altri. La notte prima, Condoleezza Rice
aveva telefonato a Musharraf per implorarlo di non
proclamare la legge marziale. L'indomani si è visto il
peso che undici miliardi di dollari di aiuti militari
conferiscono agli Stati uniti sulla vita pakistana. Mai
un alleato aveva affibbiato una tale sberla a
Washington, facendosi scudo del proprio ruolo nella
lotta contro Al Qaeda e i taleban, per altro non proprio
efficace: i taleban hanno ripreso piede in Afghanistan e
parte dello stesso Pakistan sfugge al controllo
dell'esercito, intento solo a ottenere prebende per i
propri generali in pensione. Ma Musharraf se la prende
non con gli integralisti islamici, ma con avvocati,
giudici, attivisti dei movimenti umani, giornalisti.
L'unica consolazione è che con questa vicenda Bush ha
portato un po' di allegria nel mondo islamico: ogni
volta che parla di democrazia, tutti scoppiano a
ridere.(Il Manifesto 7 novembre 2007)
Ancora scontri in
piazza in Pakistan
di Marina Forti
Il giudice Iftikar Chaudhry,
ex capo della Corte suprema del Pakistan
esautorato sabato, ha lanciato ieri un appello a
protestare contro lo stato d'emergenza
proclamato dal
generale
Parvez Musharraf. Un appello alla rivolta e una
sfida: il giudice Chaudhry è piantonato in casa
sua, agli arresti domiciliari: eppure è riuscito
a procurarsi un telefonino e si è rivolto a
decine di avvocati riuniti alla Bar Association
(l'ordine professionale) di Islamabad. «La
costituzione è stata fatta a pezzi», ha detto,
amplificato dagli altoparlanti, e ha invitato
gli avvocati a «diffondere il messaggio a
levarsi e lottare per ripristinare la
costituzione. Io ora sono agli arresti, ma
presto mi unirò a voi».
Il proclama si è interrotto quando le autorità
devono essere riuscite a isolare il telefono da
cui Chaudhry parlava (tutti i cellulari ora sono
isolati). Più tardi la polizia ha impedito agli
avvocati, che urlavano slogans contro Musharraf,
si uscire e manifestare per le strade. Altre
proteste, con scontri tra avvocati e polizia,
sono avvenute a Lahore, capitale del Punjab, e a
Multan, con altre decine di arresti che si
aggiungono ai circa duemila di lunedi (tra cui
centinaia di avvocati).
Il giudice Chaudhry si conferma così nel ruolo
di simbolo dell'opposizione che si era costruito
la scorsa primavera quando il generale Musharraf,
nella sua veste di presidente della repubblica,
lo aveva destituito d'autorità (la Corte aveva
cominciato a sfidare il potere su casi di
corruzione, diritti umani e sulla
costituzionalità degli atti del presidente):
erano seguite proteste tra gli avvocati e
manifestazioni di massa in tutto il paese,
finché Chaudhry era stato reinsediato nella
carica. «Ripulire» la magistratura da elementi
così indipendenti era il primo obiettivo del
generale Musharraf quando ha sabato ha
proclamato lo stato d'emergenza, sospeso la
costituzione, dissolto la Corte suprema e le
alte corti provinciali.
Dunque un alto magistrato lancia proclami e gli
avvocati protestano per le strada. I partiti
invece che mantengono un profilo molto basso -
anche se bisogna dire che decine di loro
attivisti sono agli arresti. Benazir Bhutto, la
leader del principale partito d'opposizione,
ieri ha dichiarato che si metterà alla testa di
una grande manifestazione di protesta venerdì a
Rawalpindi, la città gemella di Islamabad.
Bhutto ieri è arrivata a Islamabad da Karachi,
la sua città. Ha salutato la folla da una jeep
blindata antiproiettile, poi ha annunciato che
avrà colloqui con altri leader politici ma non i
militari né con il generale, né negozierà con
lui su un governo di transizione.
Dall'altro partito di opposizione democratica,
la Lega musulmana di Nawaz Sharif (l'ex premier
deposto da Musharraf nel '99), resta in
silenzio. Sharif è ancora in esilio (e ora
beneficia dell'immagine di quello che non ha
voluto scendere a patti col generale, al
contrario di Bhutto). Ieri un suo portavoce,
Ahsan Iqbal, ha detto che la leader del Partito
popolare dovrà garantire che ha tagliato i ponti
con Musharraf, prima che l'alleanza
dell'opposizione possa resuscitare.
Dal generale Musharraf non vengono indicazioni
chiare sull'immediato futuro del paese. Lunedì,
dopo un incontro con gli ambasciatori di Stati
uniti, Gran Bretagna e alcuni altri paesi aveva
dichiarato che rispetterà gli impegni, indirà le
elezioni legislative (previste in gennaio) e
rinuncerà alla carica di capo dell'esercito per
mantenere solo quella di presidente (pare che in
quell'incontro abbia soprattutto inveito contro
i magistrato riottosi, e spiegato che «il
Pakistan non è pronto per la democrazia»). Ieri
però il ministro portavoce Sheikh Rashid Ahmad
ha detto che ci vorrà tempo: e ha spiegato che
il presidente vorrebbe elezioni in gennaio, per
compiacere gli alleati occidentali, ma «alcuni
elementi» del suo governo vogliono spostarle.
La pressione di Washington (e Londra) è davvero
forte: ieri l'ambasciatrice degli Usa in
Pakistan, Anne W. Patterson, ha addirittura
telefonato al capo della Commissione elettorale
per esortarlo a indire elezioni entro il 15
gennaio. Il motivo è che lo stato d'emergenza
sta facendo deragliare il progetto di
«transizione» su sui gli alleati occidentali
puntavano (l'accordo tra il generale e la leader
dell'opposizione, il ritorno di Benazir,
elezioni e un governo civile con Musharraf
presidente senza uniforme, e tutto il potere
reale ai militari come è sempre stato).(Il
Manifesto 7 novembre 2007)
Birmania

Il Myanmar, ancora conosciuto in
occidente con il nome di Birmania, è il più grande
paese del sud-est asiatico. Terra scandalosamente
affascinante e di impalpabile magia, il Myanmar è
oggi un Paese che si trova in condizioni di immensa
arretratezza e nel quale burocrati, militari e bonzi
rappresentano i poteri legali mentre i guerriglieri
gestiscono ciò che rimane, e non è poco (il 40% del
territorio). Il resto della popolazione vive secondo
i ritmi secolari di una civiltà contadina legati a
una religiosità profonda senza ombra di fanatismo
che le permette di sopravvivere alle difficoltà,
alle angherie e ai soprusi di una dura dittatura
militare.
Birmnia, un
insegnamento per il mondo
di Luisa
Morgantini*
Finalmente
il regime repressivo della Birmania,
oggi Myammar, viene alla ribalta. Tutti
inneggiano alla rivolta color zafferano,
stracciandosi le vesti perché si è
lasciato scorrere troppo tempo, ancora
una volta chiedendo ai pacifisti -invece
di chiederci tutti insieme- dove siete
stati, dove siamo stati?
La rivolta pacifica
arriva dopo 45 anni di violenza,
maturata in un clima di totale controllo
e repressione della giunta militare, in
un contesto drammatico di annientamento
di diritti, deterioramento delle
condizioni di vita, miserie e estrema
povertà della popolazione, ma anche di
palesi connivenze economiche che ci
riguardano da vicino. E sono proprio le
misure economiche che hanno dato vita
alla mobilitazione popolare. La giunta
si è incrinata e potrebbe crollare.
La Birmania è un
paese pieno di risorse (gas naturale,
petrolio, diamanti), oltre ad essere in
una posizione chiave: anello di
congiunzione tra India, Cina e il Sud
est asiatico ha catalizzato su di sé gli
interessi economici di molti paesi che,
aggirando l'embargo imposto al regime,
lo hanno finanziato chiudendo un occhio
su diritti umani, lavoro forzato,
sfruttamento minorile, traffico di
esseri umani, repressione brutale.
Imprese come la francese Total o la
statunitense Texaco, (fonte: Fidh,
Federazione internazionale diritti
umani) non hanno mai cessato di fare
profitti in questo paese.
Ma un ruolo cruciale
nella vicenda birmana l'hanno avuto Cina
e India, interessati al Myanmar e alla
giunta militare come alleati strategici
per il controllo economico dell'intera
area.
La Cina è il partner
principale per esportazioni di armi,
commercio stimato in 1,5 miliardi di
dollari, grazie al quale i generali
birmani hanno emarginato le minoranze
etniche del nord e dell'est, shan, karen,
mon e karenny, che ora affiancano la
rivolta dei monaci e dell'opposizione
del Nobel per la Pace Aung San Suu Kyi.
A questa donna esile e determinata, dal
1989 agli arresti domiciliari, il
Parlamento Europeo ha assegnato il
premio Sakharov nel 1990, dimostrando il
sostegno per la sua lotta democratica e
quella degli oltre 1600 prigionieri di
coscienza nelle carceri birmane:
1989,1990 eppure in tutti questi anni è
stato flebile il nostro impegno.
Ma i legami della
giunta sono stretti anche con l'India:
la cooperazione militare è stata
rafforzata proprio agli inizi del 2007 e
il governo indiano ha risposto alle
esigenze militari dei generali birmani
su equipaggiamento militare e armi,
programmando operazioni militari
congiunte per neutralizzare i gruppi
insorgenti.
Sotto l'effetto delle
Olimpiadi che si terranno a Pechino nel
2008, si stanno effettuando pressione
sulla Cina perché dia un segnale sul
tema dei diritti umani e della politica
estera, così il Paese potrebbe essere
indotto ad abbandonare i militari. Le
pressioni di tutta la Comunità
Internazionale dovrebbero portare anche
l'India e tutti i finanziatori diretti e
indiretti del regime nella stessa
direzione.
Si cominci però con
nuove e libere elezioni, con il rilascio
dei prigionieri politici e soprattutto
con l'embargo totale sulle armi e il
sostegno incondizionato di ogni Paese al
Trattato globale Onu sul commercio di
armi, strumento essenziale per il pieno
rispetto della legge umanitaria e la
prevenzione di conflitti.
Le migliaia di
oppositori, monaci buddisti, uomini e
donne scesi in piazza per la dignità del
loro popolo e l'esempio Aung San Suu Kyi
sono una grande lezione non solo per il
regime ma per il mondo intero, dove una
Comunità Internazionale spesso
compiacente agisce troppo tardi su
situazioni di conclamata illegalità e
repressione: solo attraverso sforzi
congiunti e superando gli interessi
economici e i particolarismi nazionali
si può aiutare concretamente il popolo
della Birmania.(AprileOnline 4 ottobre
2007)
*Europarlamentare
del Prc-Sinistra Europea
Rangoon, una calma
irreale
di
Marina Forti
La capitale
birmana Rangoon è tornata a
un'apparente normalità, secondo
le ultime notizie diffuse da
testimoni e reporter dei media
internazionali. Una strana
normalità, però, in una città
presidiata da centinaia di
militari, una calma irreale in
cui negozi e templi hanno
riaperto ma pe r
le strade si vedono più elmetti
che normali cittadini. A Rangoon
e a Mandalay, le due principali
città del paese, la tensione è
palpabile, mentre i collegamenti
internet restano interrotti e i
telefonini inutilizzabili.
Gli occhi sono puntati oggi
sulla missione dell'inviato
speciale delle Nazioni unite, il
nigeriano Ibrahim Gambari. Oggi,
secondo quanto annunciato da un
portavoce del governo,
incontrerà il generale Than Shwe,
il numero uno della giunta
militare. L'incontro avverrà a
Naypyidaw, la città governativa
costruita dai militari a 380
chilometri da Rangoon,
nuovissima capitale isolata da
ogni normale centro abitato dove
Gambari era stato trasferito già
al suo arrivo in Birmania,
sabato.
Una certa aria di mistero ha
circondato finora la missione
dell'ex ministro degli esteri
nigeriano. Da parte governativa
non c'è stato alcun commento
sulla visita. Domenica a Rangoon
Gambari ha incontrato Aung San
Suu Kyi: la leader della Lega
nazionale per la democrazia,
figura simbolo dell'opposizione
e da 12 anni confinata in casa
sua, una settimana fa era stata
trasferita forse in una caserma.
Nulla è stato detto del
contenuto dei colloqui - anche
se il suo immediato ritorno
nella città di Naypyidaw ha
fatto pensare a una «spola
diplomatica». Ieri fonti
governative hanno detto che
l'inviato dell'Onu era in visita
nello stato di Shan, nel nord,
vicino al confine cinese:
nessuna ragione è stata data.
Una città presidiata
Forse
per ostentare controllo della
situazione, ieri a Rangoon i
militari hanno rimosso le
barricate di filo spinato dalla
pagoda Shewdagon, la più
importante e simbolica del paese
- ma non dalla pagoda Sule,
quella da cui sono partite le
proteste delle ultime settimane
a Rangoon.
Nella capitale ieri era tornato
un po' di traffico e i negozi
avevano riaperto, ma soldati
presidiano tutte le più
importanti intersezioni e nei
luoghi più frequentati del
centro. Testimoni citati sia dai
notiziari birmani dell'esilio,
sia da tv internazionali come Al
Jazeera o la Bbc, parlano di
frequenti perquisizioni sui
passanti, soprattutto nelle zone
centrali: i soldati cercano
soprattutto macchine
fotografiche e telefonini.
Per le strade poi si vedono
rarissimi monaci, e questo
contrasta con la normalità.
Sembra che circa 4.000 monaci
siano stati arrestati nella sola
Rangoon nell'ultima settimana.
Secondo notizie raccolte dalla
Bbc da fonti dirette, si trovano
ora detenuti nel complesso del
Rangoon Institute of Technology
e in un campo sportivo in
disuso, e saranno presto
trasferiti in campi di
detenzione nel nord del paese, a
parecchie centinaia di
chilometri. Sembra anche che
stiano rifiutando il cibo per
protesta. Gli altri monaci sono
di fatto trattenuti nei loro
monasteri, a Rangoon e a
Mandalay: pochi hanno avuto il
permesso di uscire per la usuale
questua mattutina. Sul sito di
Mizzima news da un paio di
giorni è visibile
l'impressionante foto di un
giovane mponaco riverso in una
pozza d'acqua, ucciso.
Il notiziario on-line The
Irrawaddy dice poi che un
giornalista, Win Ko Ko Latt, di
Rangoon, è missing dal 27
settembre; altre fonti dicono
che quattro giornalisti sono
stati arrestati.
La resistenza non è
finita
Nel filmato ripreso
ieri con telecamera nascosta dal
corrispondente di Al Jazeera si
sentono monaci dire che la
battaglia non è finita,
«torneremo nelle strade, non
abbiamo paura». Molte voci
vicine all'opposizione ripetono
che la repressione militare ha
solo momentaneamente avuto la
meglio, ma la protesta non è
stata spenta e riprenderà.
Dall'esilio, la Federazione dei
sindacati birmani (Ftub) ha
dichiarato uno sciopero generale
contro il governo militare. I
sindacati sono una componente
importante dell'opposizione
unita nel consiglio nazionale
per la democrazia, che ha saputo
mantenere nel tempo contatti
molto capillari con lavoratori e
oppositori all'interno del
paese. «Noi guardiamo con grande
rispetto quei monaci che hanno
sacrificato la loro vita e gli
studenti e i giovani che hanno
sfidato la dittatura militare»,
dice un comunicato diffuso dalla
Federazione sindacale: e chiama
allo sciopero per il 1 ottobre,
prorogato a oggi, negli uffici
pubblici, fabbriche, nel settore
dell'energia, poste, portuali,
trasporti. Difficile dire se lo
sciopero abbia avuto una qualche
riuscita.(Il Manifesto 2
ottobre 2007)
Il PdCI: il governo
intervenga per fermare la dittatura
Iacopo Venier, responsabile
esteri del Pdci, chiede che ''i diritti umani valgono in
Myanmar come a Gaza'', e che''il governo intervenga per
fermare dittatura ed occupazione''.
Secondo Venier, ''la
comunita' internazionale assiste passiva alle violenze
in Myanmar dopo che per anni ha fatto finta di non
vedere la dittatura feroce che ha distrutto quel paese
e, nello stesso modo, registra l'offensiva israeliana
contro Gaza, aperta oggi a nord della Striscia che ha
gia' mietuto almeno 4 morti tra i civili palestinesi'',
mentre ''un milione di persone rischia di restare senza
acqua, luce, medicine''. Venier afferma quindi che ''la
lotta contro la dittatura in Myanmar e quella per i
diritti umani dei palestinesi devono vedere impegnato il
governo, le forze politiche, il movimento per la pace''.
''E' tempo - conclude
Venier - che finisca la miopia cinica di chi non vuole
vedere i crimini dei propri amici e sudditi.
Ricostruiamo la credibilita' della comunita'
internazionale battedoci con la stessa forza per i
diritti di tutti i popoli oppressi." (Ansa 26 settembre
2007)
Il Myanmar si tinge di
rosso
L'ex
Birmania continua ad essere lo scenario dell'inusuale
protesta pacifica dei monaci (meno pacifica invece la
reazione dell'esercito) contro il regime militare che
governa il Paese. Stamattina a Rangoon, nonostante la
massiccia presenza di militari che hanno chiuso
l'accesso a strade e monasteri, in più di diecimila,
soprattutto studenti, sono scesi in strada a
manifestare. Ed anche oggi non sono mancati gli scontri,
con i militari che hanno prima caricato i manifestanti
colpendoli con i manganelli e poi hanno sparato colpi in
aria. Rischia così di allungarsi la lista delle vittime:
ieri secondo l'autorità birmana sarebbero morti nove
manifestanti, ma l'ambasciatore australiano in Myanmar,
Bob Davis, ha riferito che il numero di morti sarebbe
molto più alto, nell'ordine di diverse decine di morti.
Fra le vittime anche un fotoreporter giapponese che
stava riprendendo gli scontri presso il monastero di
Sule. Dal Giappone arrivano accuse esplicite alle
autorità birmane per la morte del cronista che, secondo
l'agenzia Kyodo, è stato senza alcun dubbio ucciso dai
colpi sparati da un soldato antisommossa. Intanto questa
notte l'esercito birmano ha condotto rastrellamenti in
due monasteri, arrestando un numero imprecisato di
monaci, mentre altri 300 bonzi sono detenuti in una
scuola, nei pressi di Insein, trasformata in carcere.
Ma nel Myanmar la repressione sta colpendo anche
l'informazione: le autorità stanno negando i visti
d'ingresso ai giornalisti stranieri, sono stati
interrotti i collegamenti dei cellulari dei maggiori
attivisti democratici e l'accesso ad internet è stato
bloccato, cosicché non è più possibile più inviare
fotografie e video che facciano capire all'esterno ciò
che sta avvenendo nel Paese. Intanto, mentre i monaci
sfilano per le strade, nel resto del mondo la protesta e
la solidarietà si esprimono sulla rete: centinaia di
siti e di blog si sono tinti di rosso, il colore che
contraddistingue i buddisti birmani, ed è stata lanciata
la campagna “Free Burma”.(la Rinascita della sinistra
online 28 settembre 2007)
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