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I grandi uomini della nostra storia                                                                                                                                                                                                            
 


 
Palmiro Togliatti: "Il Migliore"

 

Il PdCI commemora uno dei padri fondatori del P.C.I

togliattiRicorre oggi il 46esimo anniversario della morte di Palmiro Togliatti, avvenuta il 21 agosto 1964 a Yalta.Fu tra i fondatori, con Antonio Gramsci, del Partito Comunista Italiano, di cui fu segretario dal 1927 fino alla sua morte.

Palmiro Togliatti fu segretario del Partito Comunista Italiano dal 1927 al 1964, dirigente dell'Internazionale Comunista, combattente in Spagna in difesa della Repubblica.
Prese le redini del PCI dopo l'arresto di Gramsci, riparò all'estero, in URSS, per sfuggire alle persecuzioni fasciste. Ritornò in Italia nel dopoguerra, partecipò alla stesura della nostra Costituzione e rivendicò la "via Italiana al socialismo" fedele ai valori dell'antifascismo e della lotta democratica.
Morì nel 1964, al suo funerale parteciparono, commossi, un milione di persone.

Siamo un partito della classe operaia, un partito popolare e nazionale. Siamo il partito che ha dato il più grande contributo positivo agli sviluppi democratici della società italiana. Siamo il partito che in modo più conseguente ha mostrato la necessità che le forze democratiche, popolari, operaie siano unite nella lotta contro la conservazione sociale e la reazione, per il progresso democratico e per la pace.
Ci proponiamo di diventare più forti, di essere sempre meglio collegati con le grandi masse della popolazio
ne e più rapidamente avanzare per rinnovare la vita intiera del nostro paese, aprire alle classi lavoratrici le vie del potere, far progredire l'Italia verso un ordinamento sociale nuovo. Palmiro Togliatti

 

  1.  - Camera dei Deputati, Discussioni in Assemblea (resoconti stenografici), Seduta di Venerdì 6 marzo 1953, p. 46858. (Morte di Giuseppe Stalin)

 

 

Palmiro Togliatti

di M.C.

Se qualcuno non avesse ancora avuto modo di comprendere il carattere eccezionale che ha avuto la presenza di Palmiro Togliatti nella vita italiana, dovrebbe soffermarsi a riflettere sulla reazione dopo la notizia della sua morte, sull’eco internazionale che essa ebbe, sulla partecipazione popolare alle sue esequie.

La misura della eccezionale carica emotiva di massa da cui Togliatti era circondato, s’era già avuta il 14 luglio 1948. Anche se nell’animo delle grandi masse l’attentato del 14 luglio non apparve solo come un attacco alla persona di Togliatti: apparve come il segnale di un attacco frontale contro il Partito comunista. La reazione popolare all’attentato fu dettata perciò anche dalla volontà di respingere quest’attacco frontale: dalla convinzione che era necessario raccogliere la sfida e combatterla, che era necessario far comprendere che l’avversario  - se voleva passare -  doveva misurarsi in campo aperto col popolo italiano, con un popolo che era  - allora -  fresco di una lotta armata vittoriosa.

Togliatti tutto era tranne che un tribuno, la sua figura umana non presentava nessuno di quegli elementi che possono suscitare nelle grandi masse irrefrenabili slanci emotivi. Ma dietro a questa immagine c’era un temperamento di grande rivoluzionario e dei grandi rivoluzionari possedeva le doti di freddo raziocinio, forza di ingegno e una immensa profondità culturale necessarie per elaborare i piani strategici e le mosse tattiche della più grande lotta che si sia mai combattuta nella storia: la lotta contro l’imperialismo e il capitalismo, per la vittoria su scala mondiale del socialismo.

Togliatti è stato uno dei maggiori Capi rivoluzionari, uno dei protagonisti del Novecento. E in quale epoca!

Togliatti non amava parlare del prezzo che alle caratteristiche “di ferro e sangue” dell’epoca in cui egli era stato costretto a vivere la maggior parte della sua vita  egli stesso aveva dovuto personalmente pagare: i sacrifici, le persecuzioni, la vita grama e difficile dell’esilio, il carcere, le peregrinazioni clandestine per l’Europa, la partecipazione a due guerre terribili, quella di Spagna e quella tedesco-sovietica fino al 1944, l’avventuroso ritorno in Italia attraverso il Medio Oriente e l’Africa, l’attentato del 14 luglio. Ne parlò una volta, non per riferirsi direttamente a se stesso e neppure in termini espliciti, quando gli sembrò (si era nell’aprile 1956) che la condanna di Stalin volesse travolgere anche le conquiste grandiose e positive di tutta un’epoca; quando gli sembrò, appunto, che non si volesse comprendere come il fenomeno grandioso e perché no terribile di Stalin non poteva non essere inquadrato nel panorama “di ferro e sangue”  sul quale egli campeggiava.

In quell’aprile del ’56, subito dopo il XX Congresso del Pcus,  tutti furono profondamente colpiti dallo scatto, non consueto per lui, che animò Togliatti quando salì alla tribuna a concludere i lavori del Consiglio Nazionale del Partito (*)  e pronunciò parole che erano insieme un’invettiva contro le vecchie classi dominanti italiane, un appello alle forze operaie e popolari, un invito ai compagni, specie ai più giovani, a comprendere “nel suo complesso” l’epoca dal quale il movimento operaio usciva, senza isolarne questo o quell’altro aspetto, e ricavarne quindi un’immagine unilaterale e deformata.

Quello che noi  - disse Togliatti  - abbiamo fatto nel passato è molto chiaro, compagni. Quando ci trovammo di fronte alla catastrofe in cui il nostro Paese era stato gettato, alla uscita dalla prima guerra mondiale, il compito che noi ci proponemmo fu chiaro: quello di creare un partito di avanguardia degli operai e dei lavoratori italiani che si ispirasse alla dottrina del marxismo-leninismo; ci ponemmo quel compito perchè ci convincemmo della impotenza radicale tanto del vecchio anarchismo italiano, quanto del massimalismo parolaio, quanto del riformismo opportunista, tutte correnti che non potevano portare nulla, non potevano portare a una vittoria, a una avanzata della società italiana nella direzione della democrazia e del socialismo.

Tutto hanno tentato, tutto hanno fatto per impedircelo: ci hanno ucciso Gramsci, ci hanno ucciso Curiel, ci hanno ucciso i migliori uomini che erano nelle nostre file!

E noi, in tutto quel periodo in cui eravamo condannati a lavorare illegalmente, con i nostri migliori nel carcere oppure in esilio, noi abbiamo sempre mantenuto il legame più stretto, un legame di ferro  - non ho alcuna soggezione di dire questa parola -  con quel Partito Comunista dell’Unione Sovietica, che aveva vinto la prima rivoluzione proletaria e che andava avanti per costruire una società socialista. Questa era la nostra parte, questa era la nostra causa, la nostra bandiera, la nostra vita.

E oggi non abbiamo nemmeno bisogno di appellarci alla storia perché ci riconosca il merito di essere riusciti ad assolvere al compito che ci eravamo posti; siamo al centro della vita politica italiana, della lotta politica nel nostro Paese, alla testa del più grande, del più serio partito che mai sia esistito in Italia, partito di operai, di contadini, di intellettuali, di ceto medio d’avanguardia. E andiamo avanti. Abbiamo dato un potente contributo alla causa della democrazia e del socialismo e continueremo, sulla base di ciò che abbiamo fatto, per la stessa strada”.

Epoche storiche come quella alla quale Togliatti si riferiva nell’aprile 1956, sono epoche che falciano vite ed energie, ma anche epoche nelle quali si formano, se ne hanno le doti, uomini eccezionali: e Togliatti è stato uno di questi uomini eccezionali, e in questo senso un uomo “nuovo” nella storia italiana, soprattutto per due caratteristiche peculiari.

La prima caratteristica era quella di avere conquistato una dimensione “internazionale” dei problemi politici italiani, quale capacità di cogliere e dominare i processi storici su scala mondiale. L’altra caratteristica era quella di essere riuscito a concepire e praticare la politica come una scienza, come il momento supremo, e lo sbocco, di una complessa elaborazione culturale.

Togliatti ebbe modo di mettere a prova queste sue doti in campo aperto: alla testa della III Internazionale, alla testa del Partito comunista spagnolo durante la memorabile guerra civile del 1936 – ’39, alla testa di un grande partito comunista in un paese di capitalismo sviluppato. Palmiro Togliatti in comizio.

“La realtà è  - scriveva Togliatti -  che si sta compiendo oggi, attraverso la espansione, la elaborazione politica e la pratica del nostro movimento, un fatto di portata storica eccezionale per il mondo intiero. Civiltà diverse, diverse culture e concezioni della vita, diverse tradizioni e strutture sociali si avvicinano e giungono ad un confronto, sulla base del comune terreno che è dato dalla costruzione di una società nuova, che sopprime lo sfruttamento e l’alienazione dell’uomo e deve garantire a tutti gli uomini il benessere, la libertà, la pace, il pieno sviluppo della loro persona. La dottrina del marxismo è il crogiuolo in cui si compie questa grande fusione e il processo è di tale portata che non vi è affatto da stupire se si produce qualche scoria. Non si è mai avuto, nella storia degli uomini, un processo unitario di tale grandezza. Tutti i movimenti tendenzialmente unitari sono sempre stati accompagnati dalla violenza, dalla distruzione materiale e spirituale. Il cattolicesimo, “universale” nella definizione, è sempre stato al servizio di una causa, di una classe di uno Stato particolare. Che cosa hanno conosciuto, della famosa “civiltà occidentale”, i popoli di grandi paesi come la Cina, l’India, come l’Asia e l’Africa quasi per intiero? Hanno conosciuto le granate delle navi da guerra, lo staffile del mercante di schiavi, il cinismo dei trafficanti d’oppio, i raffinati strumenti di tortura e l’ipocrisia del missionario: violenza e frode in vesti diverse: La vera civiltà dei popoli occidentali soltanto oggi incomincia a giungere a nuove centinaia di milioni di uomini, e vi giunge nella veste della dottrina marxista e leninista, attraverso il movimento comunista”.

Giovane, insieme a Gramsci, Togliatti aveva difeso appassionatamente la Rivoluzione d’Ottobre  - di fronte allo scolasticismo dei riformisti -  dicendo che la storia reale della rivoluzione proletaria poteva svilupparsi anche “contro” determinate ipotesi del “Capitale”.

Ma così è sempre stato nella storia.

“Proprio perché  - come scrisse Mario Alicata -   essa non si costruisce secondo leggi meccaniche, ma le tendenze oggettive che ne regolano nel profondo lo sviluppo diventano operanti attraverso la volontà, l’azione degli uomini”.

E questo è, innanzi tutto l’insegnamento che Togliatti ci ha lasciato: avere il coraggio, come singoli militanti e come forza organizzata del partito, di affrontare senza timidezze e in tutte le stagioni la navigazione nel mare aperto e tempestoso della storia.

 

(*)  Lo Statuto approvato dall’VIII Congresso del Pci (1956) all’articolo 31,  Il Consiglio Nazionale, prevedeva che nell’intervallo tra i due congressi nazionali, il Comitato centrale può convocare il Consiglio nazionale allo scopo di consultare il partito sulle seguenti questioni:

a) campagne elettorali nazionali;

b) problemi generali di orientamento politico e di azione;

c) questioni importanti di ordine generale.

Il Consiglio nazionale è formato dai membri del Comitato centrale, della Commissione centrale di controllo e del Collegio centrale dei sindaci, dai segretari federali, dai presidenti delle Commissioni federali di controllo, dai Comitati direttivi dei gruppi parlamentari e da una delegazione del Comitato centrale della FGCI. Al Consiglio nazionale inoltre possono essere invitati dal Comitato centrale compagni che abbiano funzioni dirigenti nelle federazioni, che coprano cariche pubbliche importanti o abbiano funzioni di rilievo nel movimento operaio e democratico.