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Taranto. Documento unitario
PdCI-Prc per l'unità dei comunisti
Oggetto:
ordine del giorno
approvato
dall’incontro-dibattito
organizzato in
occasione del 91°
anniversario della
fondazione del
Partito Comunista
d’Italia.
Tema del
dibattito: 91ANNI di
storia, per un
futuro di speranze,
di riscatto.
Il 21 gennaio in
occasione
dell'anniversario
della fondazione del
PCI i comunisti di
terra jonica si sono
incontrati presso la
sezione del rione
Tamburi di Taranto.
Di fronte ad una
assemblea di
numerosi compagni e
compagne e di
simpatizzanti, dopo
l'intervento
introduttivo del
compagno Giuseppe
Miceli segretario
della sezione, sono
intervenuti
Salvatore Fanuli e
Sarah Latorre della
segreteria
provinciale del PdCI
e il segretario
provinciale della
Rifondazione
Comunista Luca
Occhionero che ha
tratto le
conclusioni del
nutrito dibattito.
I numerosi
interventi hanno
ricordato la storia
del PCI, la cui
azione politica
seppe difendere e
sostenere in
parlamento le giuste
rivendicazioni dei
lavoratori,
difendere la
democrazia nata
dalla resistenza e
fare da blocco al
tentativo dei
partiti di governo
che puntavano allo
stravolgimento dello
stato democratico
attraverso la spinta
ad un liberismo
sfrenato.
A questo proposito è
stato messo
l'accento su come,
argomentando una
politica che avrebbe
favorito le nuove
generazioni, si è
giunti alla
cancellazione dei
diritti conquistati
dai padri e oggi
negati a quei figli
che sarebbero dovuti
star meglio, vedi
cancellazione della
scala mobile e
inserimento di
contratti anomali
che sono diventati
la prassi di un
capitalismo
arrogante,
straccione e
piagnucoloso che
prima genera guasti
che impoveriscono la
società e poi
ricorre con il
ricatto agli aiuti
dello stato.
Sono trascorsi
91anni e mai come in
questi ultimi anni
ha senso parlare dei
valori del
comunismo, e se
diamo un’occhiata a
ciò che oggi sta
accadendo in Italia,
ci riferiamo oltre
che alla crisi
globale anche alla
crisi politica, ci
rendiamo conto come
i poteri forti e i
governi che si sono
succeduti, sostenuti
da una classe
dirigente
incompetente e
impreparata, abbiano
costantemente e
gradualmente ( e non
è finita )
ridimensionato le
conquiste ottenute
con anni di dure
lotte. E lo fanno
proprio ora che non
c’è una sinistra
adeguata e
soprattutto un
Partito Comunista,
estromesso dal
Parlamento con
l’inganno del voto
utile, in grado di
contrastarli.
La presenza stessa
di un governo
tecnico che oggi
dirige il Paese, è
il chiaro sintomo di
come i due maggiori
partiti, Pdl e Pd,
non abbiano avuto il
coraggio di
assumersi le
responsabilità,
delegando la
gestione di una
crisi, anche di
identità di questo
Paese. Oggi abbiamo
uno stato allo
sbando per colpa di
un governo che ha
dapprima negato la
crisi facendo
aggravare la
posizione
dell’Italia, e per
colpa di un Pd
incapace di
esprimere una
alternativa reale ed
efficace facendo
gestire il tutto al
capo dello Stato, il
quale è stato
promotore e padre di
un governo tecnico
frutto non di un
voto popolare ma
della volontà delle
classi forti.
Governo che,
delegato da questi
due partiti e dal
capo dello Stato,
non dovrà rispondere
al voto popolare.
Ma i cittadini non
sono stupidi come
lor signori pensano.
I cittadini saranno
capaci di dare
risposte con il loro
voto. I tempi del
populismo e
dell’inganno sono
finiti. I cittadini
torneranno a votare
a sinistra, la vera
sinistra, torneranno
a votare Comunista.
E’ da quando i
Comunisti non hanno
più rappresentanza
in Parlamento che
sono di gran lunga
peggiorate le
condizioni delle
lavoratrici, dei
lavoratori, e c’è un
costante regresso
dei diritti civili
in questo Paese.
Nel celebrare questo
anniversario,
vogliamo soprattutto
rilanciare quella
che è l’ideologia
Comunista,
sensibilizzando la
Società, i
lavoratori, le
lavoratrici, le
donne, i giovani, i
disoccupati a
prendere parte
attivamente al
processo di crescita
e miglioramento del
Paese, sostenendo e
favorendo il
processo di
ricostruzione di un
forte e unico
Partito Comunista,
di una Sinistra
unita.
Per questo gli
interventi hanno
affermato che per
difendere i valori e
i contenuti politici
nati dalla
resistenza ed
affermati dalla
costituente,
specialmente quelli
che riguardano
l'uguaglianza dei
cittadini e la
stessa dignità del
lavoro, occorre dar
corpo senza indugi
alla unità della
sinistra prima fra
tutte quella dei due
Partiti Comunisti,
dando un segnale
forte che venga
percepito dal popolo
come elemento di
cambiamento
unificante per la
difesa degli
interessi delle
componenti deboli
della società del
nostro Paese.
Per ciò stesso è
stato deciso un
ordine del giorno,
scaturito da vari
interventi,da
inviare ai segretari
Nazionali dei due
Partiti PRC e PdCI
che li impegni fin
da subito alla
costruzione di un
percorso che porti i
due Partiti a
confluire in un
unico PARTITO
COMUNISTA.
p/l’assemblea
Salvatore
Fanuli
Sarah Latorre
Segreteria
Prov. PdCI
Giuseppe
Miceli segr.
Sez. Prc “G.
Pajetta”
Luca Occhionero
segr. prov. Prc
www. marx21.it 5
febbraio 2012
Lo sciopero generale del 6
settembre e
il ruolo dei comunisti e della sinistra
di Fosco
Giannini
Finalmente,
la Cgil. La segreteria confederale allargata ai responsabili dei
territori e delle categorie ha proclamato lo sciopero generale per
martedì 6 settembre. Il giorno prim a, il 5 settembre, il Senato inizierà
a discutere il documento governativo sulla manovra economica. Il 5 ed il
6 la Fiom aveva già deciso una propria mobilitazione contro la stangata
berlusconiana. Una mobilitazione che confluirà, a questo punto, nello
sciopero generale di tutta la Cgil.
Dopo mille incertezze; dopo l’accordo sbagliato del 28 giugno sulla
contrattazione ( che giustamente Cremaschi e tanti altri, non solo della
Fiom, chiedono alla Camusso di rivedere e disdire ); dopo il “ patto tra
soggetti sociali” stretto con Confindustria e banche, la scelta dello
sciopero generale è un passo avanti importante e apprezzabile.
Le motivazioni per le quali il gruppo dirigente della Cgil decide la
giornata di lotta sono state spiegate: “ manovra economica iniqua e
sbagliata”; “ tutta squilibrata a sfavore della fasce medio-basse e con
poca o nessuna imposizione su quelle ricche e gli evasori”; contrarietà
agli interventi sulle pensioni e contrarierà agli aumenti dell’Iva,
aumenti volti ad aggravare la vita quotidiana e materiale dei lavoratori
e di tutti i cittadini. Un no, anche, alla messa in vendita degli
edifici pubblici, alla svendita del patrimonio immobiliare pubblico. E
un no, pesante ed importante, alla cancellazione dell’articolo 18, che
di fatto si materializzerebbe attraverso gli accordi aziendali.
Certo, la piattaforma di lotta che si va delineando per il 6 settembre è
ancora insufficiente, rispetto alla portata strategica dell’attacco
antipopolare ispirato e delineato nei dettagli dalla Banca centrale
europea e “ratificato” dal governo Berlusconi.
Mancano, in questa piattaforma, la difesa conseguente del welfare e la
difesa dei lavoratori del pubblico impiego, prime vittime sacrificali
della manovra. Come mancano la difesa e il rilancio dei salari e degli
stipendi, la lotta contro le privatizzazioni richieste esplicitamente
dalla Bce, la lotta contro quella controriforma della Costituzione che
punta alla messa in mora dell’articolo 41 ( per dare piena e selvaggia
libertà di manovra alle imprese) e all’immissione dell’obbligo della
parità di bilancio all’interno dell’articolo 81 ( cosa che, in mancanza
di un fisco equo, che colpisca innanzitutto e in forma esponenziale le
grandi fortune ) potrebbe essere l’arma finale per l’assassinio dello
stato sociale. Come mancano le parole d’ordine contrarie alle guerre e
alle spese militari, guerre e spese che vampirizzano l’intero welfare e
pesano gravemente sull’intera questione sociale. E davvero fa specie, da
questo semplice punto di vista, il silenzio ( e persino la complicità )
della Cgil sulle questioni relative agli interventi e alle immense spese
militari.
Messe a fuoco le carenze ( certo non da poco) resta il fatto che la
proclamazione dello sciopero per il 6 settembre è di per sé un passo
positivo e importante.
E’ la stessa Fiom a rimarcarlo: “ Lo sciopero – ha commentato Maurizio
Landini – è la risposta giusta e rapida per agire mentre il Parlamento
sta discutendo la manovra; perché l’obiettivo è cambiarla e lo sciopero
è solo l’inizio di una mobilitazione straordinaria che deve andare
avanti coinvolgendo tutti i soggetti che si pongono il problema di un
cambiamento, che deve essere anche politico”.
Dentro la scelta dello sciopero, significativamente, Landini introduce
due elementi. Una considerazione, non da poco e relativa alla stessa
politica delle alleanze della Cgil: “ I punti della piattaforma per lo
sciopero – afferma il segretario generale Fiom – rendono evidenti le
esplicite differenze che ci sono con altri soggetti sociali”. E un
rafforzamento della stessa piattaforma Cgil: “ Sul fronte della manovra
– dice Landini – bisogna cancellare le norme sul lavoro, ripristinare le
festività che hanno dato identità al Paese, far pagare le tasse di più a
chi può farlo, colpendo l’evasione e introducendo la patrimoniale”.
Anche Giorgio Cremaschi ha definito la scelta dello sciopero “ giusta e
necessaria” ( pur chiedendo alla Cgil passi in più nella lotta ). E va
dunque rimarcato il fatto che la scelta dello sciopero ha, intanto,
ricompattato la Cgil, obiettivo importante in questa fase in cui
necessita la mobilitazione e un’opposizione serrata al governo.
Ma la scelta dello sciopero è importante anche politicamente, poiché è
del tutto evidente che se essa divenisse – come ha chiesto Landini –
solo il primo momento di un ciclo di lotte e mobilitazioni all’altezza
dell’attacco governativo e padronale, è chiaro che al centro del quadro
sociale e politico sarebbero ricollocati gli interessi dei lavoratori,
dei giovani, dei pensionati e delle donne, la spinta oggettiva volta
alla caduta del governo Berlusconi, la cancellazione di quell’orrore
politico e sociale del “governo tecnico” e la conquista delle necessarie
elezioni anticipate.
Il 6 settembre è vicino e, perché lo sciopero assuma le necessarie
caratteristiche della “prima ondata” che apre il ciclo di mobilitazioni,
occorre che esso riesca, sia di massa e coinvolga la gran parte del
mondo del lavoro.
Un obiettivo non facile, rispetto alla fase sociale e politica e anche
rispetto allo stesso periodo, inevitabilmente, scelto: il 6 settembre,
che ancora odora di ferie e d’estate.
E’ dentro questo quadro generale che, oggettivamente, si delineano i
compiti dei comunisti, della Federazione della Sinistra e di tutte le
forze della sinistra d’alternativa.
Per dirla subito e senza fronzoli: occorre che, innanzitutto i
comunisti, da qui al 6 settembre facciano uno sforzo straordinario per
stare, ogni giorno, in piazza al fine di rendere edotti i più larghi
strati possibili di popolazione, i lavoratori, dello sciopero generale.
E’ giusto politicamente e, insieme, è una grande occasione per costruire
legami di massa. Occorre che nelle piazze di ogni città e di ogni paese
anche solo due militanti comunisti al giorno, con un gazebo alle spalle
o attorno ad un tavolino, diano volantini relativi allo sciopero
generale, parlino con i passanti, con i cittadini.
Occorre che i comunisti trascinino l’intera Federazione della Sinistra a
questa mobilitazione, che vi trascinino le forze di sinistra diffusa,
democratiche, di movimento, i singoli lavoratori, intellettuali,
artisti, quelli che nei territori sono conosciuti e punti di riferimento
civile e democratico.
E nelle piazze i comunisti, con le altre forze, potranno non solo
lavorare quotidianamente per la riuscita dello sciopero, ma “ allargare”
e irrobustire, con le loro parole d’ordine, la piattaforma della Cgil.
Contro le guerre, contro la guerra in Libia e in Afghanistan, contro le
spese militari, contro le politiche tiranniche e iperliberiste
dell’Unione europea, per la caduta del governo Berlusconi.
La crisi che ha investito il movimento comunista in Italia ha cancellato
o appannato anche alcuni punti alti della memoria comunista relativi
alla lotta, all’organizzazione, al movimento.
Occorre recuperare tale memoria. E occorre farlo innanzitutto attraverso
il ripristino di una prassi.
Cominciamo ora, organizzando, con i mezzi più semplici e con una oculata
gestione delle forze e dei militanti ( non serve portare in piazza 15
compagni il giovedì; serve portare in piazza il Partito e gli altri
soggetti tutta la settimana, con due o tre compagni/e al giorno) la
nostra necessaria - e anche per noi importante- presenza esterna,
pubblica, volta alla massima diffusione del progetto dello sciopero del
6 settembre e alla massima popolarizzazione di una piattaforma di lotta
irrobustita dalle nostre parole d’ordine.
Stare in piazza, organizzare da qui al 6 settembre tale iniziativa non è
certo semplice, ma nemmeno impossibile. Molti lacci e lacciuoli sono,
spesso, d’ordine psicologico. Un’inerzia figlia di non belle abitudine.
Invece, se si vuole si può fare.(www.lernesto.it 26 agosto 2011)
Una manovra iniqua ed
economicamente devastante
di Vladimiro Giacché
La manovra ferragostana del governo Berlusconi-Tremonti da 50
miliardi di euro e' peggiore delle previsioni più pessimistiche.
Per quello che contiene e per quello che non contiene.
Ecco quello che contiene:
ATTACCO AL SALARIO E AI DIRITTI DEL LAVORO
La manovra contiene innanzitutto un attacco al salario e ai diritti
del lavoro dipendente di portata inedita, che si può sintetizzare
come segue:
Attacco al salario
1. Tagli al salario diretto dei dipendenti pubblici. I dipendenti
delle amministrazioni pubbliche che non rispettano gli obiettivi di
riduzione della spesa perderanno il pagamento della tredicesima
mensilità.
2. Tagli al salario indiretto di tutti i lavoratori. Questo e' il
risultato inevitabile della riduzione di 6 miliardi di trasferimenti
dallo Stato agli Enti Locali per il 2012 e per 3,5 miliardi nel
2013, come pure dell'incentivo alla privatizzazione dei servizi
pubblici locali (a questo riguardo si usa a sproposito il termine di
"liberalizzazione", ma si tratta di una mistificazione in quanto la
gran parte di questi servizi sono monopoli naturali). Lo stesso
effetto avranno, almeno in parte, i tagli ai Ministeri per 6
miliardi nel 2012 e per 3,5 miliardi nel 2013. E anche la
soppressione delle province sotto i 300.000 abitanti e la fusione
dei comuni sotto i 1000 abitanti. E' infatti certo che queste misure
si tradurranno in minori servizi o servizi più cari per i cittadini.
Oltretutto va ricordato che i lavoratori e i pensionati sono già
stati colpiti a luglio dai tagli sulle deduzioni fiscali , sulle
indennità assistenziali, sugli asili e su altri servizi che in
particolare i Comuni dovranno ridurre.
3. Tagli al salario differito dei lavoratori. Per i lavoratori
pubblici questo avverrà tramite il pagamento con due anni di ritardo
(e senza interessi) dell'indennità di buonuscita. Per tutti i
lavoratori questo e' il risultato dei previsti interventi
disincentivanti per le pensioni di anzianità (con anticipo al 2012
del requisito di 97 anni tra eta' anagrafica e anni di
contribuzione). Infine, un segnale di attenzione specifico nei
confronti delle donne: viene anticipato dal 2020 al 2015 l'inizio
del progressivo innalzamento a 65 anni dell'età pensionabile per le
donne del settore privato.
Attacco ai diritti del lavoro
1. La manovra consente di derogare a livello aziendale a quanto
previsto dai contratti nazionali su "mansioni, classificazione e
inquadramento del personale, disciplina dell'orario di lavoro,
modalità di assunzione e disciplina del rapporto di lavoro" (cose in
buona parte già previste dall'infelicissimo accordo firmato anche
dalla CGIL il 28 giugno scorso), ma anche sul "recesso dal rapporto
di lavoro", ossia sui licenziamenti, con la sola eccezione - bontà
loro - del "licenziamento discriminatorio" e del "licenziamento
della lavoratrice in concomitanza del matrimonio". Nelle intenzioni
del governo, si potrà così aggirare l'art. 18 dello Statuto dei
lavoratori ed effettuare licenziamenti anche non per giusta causa.
2. C'e inoltre (art. 8, par. 3 del decreto legge della manovra)
anche un avallo postumo ai colpi di mano della Fiat su Pomigliano e
Mirafiori che sinora – va detto – non hanno granché giovato alle
sorti della ex casa automobilistica italiana, con vendite e
quotazioni azionarie in caduta libera (evidentemente le bastonate ai
lavoratori non sono un colpo di bacchetta magica che risolve i
problemi aziendali).
3. Infine, per quanto riguarda il pubblico impiego, viene introdotta
la libertà di trasferimento del personale anche in altra città, e
l'assegnazione a mansioni superiori e di maggiore responsabilità a
parità di stipendio.
ATTACCO ALLA DEMOCRAZIA
1. La manovra forza la privatizzazione dei servizi pubblici locali.
Questo rappresenta una evidente violazione della volontà popolare,
che si e' espressa di recente con assoluta chiarezza nei due
referendum sull'acqua. Anche questo e' gravissimo.
2. Il continuo richiamo degli esponenti del governo alla "lettera
della Bce" – inviata al governo in occasione del tracollo dei titoli
di Stato ad inizio agosto e contenente le misure urgenti da
adottare, probabilmente in qualche caso strumentale e finalizzato a
scaricare su qualcun altro le colpe delle parti più inaccettabili
della manovra – pone l'accento su due inquietanti novità
dell'attuale situazione: a) la perdita della sovranità nazionale su
scelte politiche di fondamentale importanza, per di più a favore di
organismi non eletti ma nominati (come appunto è la Bce; ma il
discorso non sarebbe sostanzialmente differente per la Commissione
Europea); b) il ritorno agli arcana imperii della diplomazia
segreta: infatti dei contenuti di questa lettera né il Parlamento
italiano né l'opinione pubblica sa assolutamente nulla, oltre al
fatto che esiste. Se consideriamo che gli organismi dell'Unione
Europea perdono molto del loro tempo a dare lezioni di democrazia al
resto del mondo, davvero non c'è male. Ma al di là di questo aspetto
– diciamo così – di stile e di coerenza, è importante rilevare
qualcosa di ben più importante: il tentativo dell'establishment
europeo di sottrarre al libero dibattito e alla pubblica discussione
le scelte di politica economica cruciali rispetto alla crisi in
atto. Tra ukase segreti e presunti "percorsi obbligati per il
risanamento dei conti pubblici", i provvedimenti economici dei
governi acquisiscono un'aura di obbligatorietà e di inevitabilità:
escono dalla sfera delle scelte politiche e divengono presunte
necessità dettate da tecnocrazie infallibili e super partes. Si
tratta di una mistificazione che va combattuta con la massima
energia: non ci sono misure necessarie. E la stessa riduzione del
debito via austerità è una scelta politica e di classe che va
contrastata con forza. Nel caso italiano, come vedremo più avanti,
essa è non soltanto iniqua ma dannosa per le stesse sorti della
nostra economia.
ATTACCO AI SIMBOLI DEL LAVORO E DELL'ITALIA ANTIFASCISTA E
REPUBBLICANA
L'abolizione delle festività laiche (25 aprile, 1 maggio e 2 giugno)
non ha alcun significativo effetto sull'aumento della produzione e
del prodotto interno lordo. Ha invece un significato simbolico da
non sottovalutare: è la cancellazione di date simbolo – e con ciò un
attacco ai valori fondanti – dell'Italia repubblicana e
antifascista. Non stupisce che una forza politica secessionista e
antinazionale come la Lega e un Pdl che sempre più chiaramente si
pone come forza politica di riferimento della peggiore feccia
fascista di questo Paese tentino questo affondo. La cui
giustificazione "europea" è in questo caso particolarmente falsa e
pretestuosa (si provi anche soltanto ad immaginare l'eliminazione
del 14 luglio in Francia). Del resto, non si può che apprezzare la
coerenza della manovra sul punto: è perfettamente conseguente, dopo
aver colpito il lavoro e la democrazia, calpestarne le date simbolo.
Dopo aver visto quello che la manovra contiene, passiamo ad
esaminare quello che non contiene:
NIENTE CONTRO L'EVASIONE FISCALE
1. In una manovra da 50 miliardi di euro, e in presenza di
un'evasione fiscale che annualmente sottrae gettito per 120 miliardi
di euro, le maggiori entrate previste in relazione alla lotta
all'evasione ammontano a meno di 1 miliardo di euro.
2. Anche questa ridicola cifra è in realtà presunta, perché nessuna
delle misure contenute in manovra appare in grado di incrementare
significativamente il contrasto all'evasione (la stessa
tracciabilita' delle transazioni superiori ai 2.500 euro è molto
meno efficace della soglia introdotta dal governo Prodi II e
soppressa come primo atto di questo governo). La verità è che nel
caso della lotta all'evasione è evidente l'intento del governo di
non colpire la propria base sociale: quella piccola e media
borghesia parassitaria che costituisce ormai da decenni la vera
palla al piede dello sviluppo economico italiano.
NESSUNA TASSAZIONE DEI GRANDI PATRIMONI
1. La manovra non prevede alcuna tassazione dei grandi patrimoni.
2. Lo stesso prelievo di solidarietà del 5% oltre i 90.000 euro di
reddito e del 10% oltre i 150.000 euro, oltre ad essere edulcorato
in vari modi (deducibilita' fiscale parziale, pagamento solo sino al
raggiungimento del tetto massimo di aliquota del 48%), non può
essere considerato una vera e propria patrimoniale, e si rivolge ad
una platea molto ristretta di contribuenti: essenzialmente
lavoratori dipendenti ad alto reddito.
3. Come se non bastasse, su questa tassazione, e solo su questa, una
parte del Pdl, su probabile istigazione dello stesso Berlusconi, sta
inscenando delle barricate che serviranno ad abbandonare questa
misura, magari in cambio di un aumento delle tasse indirette (che
per loro natura non sono progressive).
NESSUNA MISURA PER LA CRESCITA
1. La manovra non contiene nessuna misura né per la crescita
economica né per l'incremento della produttività totale dei fattori
che è il vero nodo di fondo della perdita di produttività che
contraddistingue il nostro Paese da oltre un decennio. Ecco le
misure essenziali per la crescita che nella manovra non ci sono:
2. Investimenti in: a) formazione di base e universitaria (questo
governo li ha drasticamente ridotti); b) ricerca e sviluppo
tecnologico (idem come sopra); c) infrastrutture utili (a questo
governo interessano solo quelle inutili, come ponte sullo Stretto e
Tav in Piemonte, mentre tutti gli altri investimenti
infrastrutturali sono bloccati);
3. Riordino delle agevolazioni pubbliche alle imprese, che oggi
costano decine di miliardi e sono fonte di infiniti sprechi e
ruberie. Le agevolazioni oggi in essere andrebbero drasticamente
ridotte, a favore di incentivi che favoriscano la concentrazione
industriale (il nanocapitalismo italico, favorito dall'evasione
fiscale, è diventato uno dei vincoli più gravi allo sviluppo) e gli
investimenti in ricerca e innovazione da parte delle imprese private
italiane (che da questo punto di vista sono il fanalino di coda in
Europa).
4. Restituzione allo Stato di compiti di orientamento dell'economia
e ricostruzione di un forte settore pubblico dell'economia.
5. Si può osservare che nulla di tutto questo è contenuto nella
manovra governativa. Ed è abbastanza logico che non possa concepire
un ampliamento del ruolo dello Stato nell'economia un governo a
guida Berlusconi-Tremonti (a dispetto del colbertismo verbale di
quest'ultimo). Ma va notato che praticamente su ognuno di questi
punti la manovra contiene dei passi indietro: prosegue l'attacco al
pubblico impiego anche nel settore fondamentale della formazione, il
sistema agevolativo pubblico e' imbalsamato nella sua inefficienza,
e al settore pubblico vengono tolte ulteriori leve con la
privatizzazione forzata dei servizi pubblici locali.
IL RISULTATO: UNA RICETTA PER IL DECLINO
1. L'unica vera cura per il debito (sia esso pubblico o privato) è
la crescita economica. Da questo punto di vista, politiche di
austerita' che comprimano una o più componenti del salario (diretto,
indiretto o differito) avranno un effetto depressivo sulla domanda
interna e quindi anche sulla crescita. Questo avrà un duplice
effetto negativo sul rapporto debito/pil: da un lato, siccome il
denominatore (il pil) diminuirà, quel rapporto peggiorerà, a meno
che il numeratore (il debito) non scenda ancora di più (cosa
impossibile); dall'altro, i vantaggi delle stesse politiche di
austerità dal punto di vista della riduzione del deficit annuale (e
quindi dell'accumulo di stock di debito) saranno vanificati per il
semplice fatto che la diminuzione del pil ridurrà le entrate fiscali
ordinarie.
2. L'Italia è un Paese che soffre da anni di una crescita
insufficiente e di seri problemi di competitività derivanti, da un
lato, da investimenti in infrastrutture e in formazione e ricerca
molto inferiori a quelli dei principali competitori, dall'altro, da
una dimensione d'impresa inadeguata a reggere il confronto
internazionale (in termini di economie di scala, organizzazione del
lavoro, capacita' d'investimento in innovazione). Se gli
investimenti pubblici diminuiscono e se la dimensione d'impresa
resta quella attuale, il risultato sarà ovviamente un'ulteriore
perdita di competitività sui mercati internazionali e quindi di
quote sull'export internazionale.
3. La manovra da un lato deprime i consumi e quindi la domanda
interna, dall'altro non programma alcun investimento pubblico e non
colpisce uno dei motivi fondamentali del nanismo dell'impresa
italiana, ossia il ricorso all'evasione fiscale.
4. Il risultato è obbligato: calo del pil dovuto alla debolezza
della domanda interna e contemporaneamente alla perdita di ulteriori
quote del commercio internazionale, che aggraverà un deficit della
bilancia commerciale già pesante. E quindi insostenibilità del
debito pubblico nel medio-lungo periodo. È possibile che gli
operatori sul mercato dei titoli di Stato questi conti se li
facciano e votino contro la manovra vendendo Btp. È anche possibile
che invece condividano i dogmi della Bce o addirittura abbraccino le
teorie dell'"austerità espansiva" (che pochi mesi fa e' stata
confutata da una ricerca dello stesso Fondo Monetario
Internazionale) e quindi non continuino a vendere Btp. In questo
secondo caso la situazione del nostro debito non peggiorerà subito,
ma soltanto nel medio-lungo periodo. Non è una grande consolazione.
Ma con questa manovra è la cosa migliore che ci possa capitare.
CONCLUSIONE
1. La manovra Berlusconi-Tremonti non è soltanto iniqua: è
devastante tanto per i bilanci di milioni di famiglie, quanto per le
sorti della nostra economia e per la stessa sostenibilità del nostro
debito pubblico. Con essa il declino economico del nostro Paese, che
in questi anni è andato di pari passo con una crescente
disuguaglianza nella distribuzione del reddito, rischia di diventare
irreversibile.
2. È comprensibile che questo non risulti chiaro a un ceto
imprenditoriale e a un ceto politico, italiano ed europeo, che non
riescono a concepire alcun recupero di competitività che non passi
per la strada esclusiva della riduzione del salario e del potere
contrattuale dei lavoratori; e che non vede strada diversa, per la
riduzione del debito accumulato dalle economie europee (tutte, in
misura maggiore o minore), dal fatto che tale debito sia pagato dai
lavoratori. Questo è anche il senso profondo della delirante
proposta, rilanciata dalla strana coppia Merkel-Sarkozy, di inserire
in tutte le costituzioni del pareggio di bilancio.
3. Ma proprio su questo si misura l'assoluta inadeguatezza della
classe dominante europea e del ceto politico che la rappresenta. Per
colmo d'ironia, la proposta di costituzionalizzare il pareggio di
bilancio è stata ribadita nello stesso giorno in cui i dati
ufficiali dell'economia tedesca hanno evidenziato che nel secondo
trimestre di quest'anno la Germania non e' cresciuta: ossia nel
preciso momento in cui è emerso con chiarezza che il destino
economico della Germania (le cui esportazioni sono per il 63,5%
dirette ad altri Paesi dell'Unione Europea) è legato a doppio filo
alle sorti dei Paesi che le politiche europee stanno costringendo a
politiche deflative e di violenta compressione dei consumi.
4. Lo scenario che si prospetta se, come sembra, si procederà nella
direzione scellerata intrapresa da oltre un anno, è quindi il
seguente: a) politiche depressive antidebito che in realtà
massacrano le economie interessate e per questa via conducono
all'insolvenza dei relativi debiti sovrani; b) fallimenti bancari a
catena a causa del forte deprezzamento/svalutazione dei titoli di
Stato in portafoglio; c) prosecuzione dell'effetto domino delle
crisi del debito, con la Francia come prossima tessera a cadere; d)
crisi finanziaria e industriale anche in Germania a causa del crollo
del valore dei titoli di Stato posseduti dalle banche tedesche da
una parte, e a causa del crollo dell'export infraeuropeo dall'altra;
e) fine dell'euro a causa della divergenza non più sanabile tra le
economie dell'eurozona, nel contesto di una depressione
generalizzata.
5. È importante notare che il processo di compressione dei redditi
da lavoro e contemporanea distruzione del welfare non si sta
verificando solo in Europa. Con riferimento alla situazione degli
Stati Uniti, Nouriel Roubini, intervistato il 12 agosto scorso dal
Wall Street Journal, ha osservato: "Negli ultimi due o tre anni, in
effetti abbiamo avuto un peggioramento della situazione a causa di
una massiccia redistribuzione del reddito dal lavoro al capitale,
dai salari ai profitti, di un'accresciuta disuguaglianza. Il punto è
che le famiglie hanno maggiore propensione a spendere delle
imprese... E quindi questa redistribuzione del reddito e della
ricchezza ha ulteriormente aggravato il problema dell'insufficienza
della domanda aggregata". Roubini da ciò ha tratto una conclusione
tanto più significativa trattandosi di un economista non marxista:
"Karl Marx aveva ragione. A un certo punto, il capitalismo può
autodistruggersi. Non si può trasferire all'infinito reddito dal
lavoro al capitale senza avere come risultato capacità produttiva in
eccesso e carenza di domanda aggregata. Ma è successo proprio
questo. Pensavamo che i mercati funzionassero. Non stanno
funzionando."
6. La conclusione che si può trarre da tutto questo è duplice. A) Le
strategie anticrisi che si vanno attuando in tutto l'Occidente
capitalistico per risolvere la crisi peggiore dopo il 1929 non fanno
che aggravarla. B) Per quanto riguarda più in particolare la manovra
Berlusconi-Tremonti avallata dall'establishment dell'Unione Europea,
opporsi ad essa è oggi l'unico modo per difendere non soltanto gli
interessi di chi lavora, ma anche le prospettive dell'economia
italiana. L'alternativa è un declino irreversibile e in prospettiva
anche la fine della nostra unità nazionale, stritolata dalla guerra
tra poveri per accaparrarsi le ultime briciole del welfare.
Ricordiamocene, quando verranno a chiederci di accettare questa
manovra indecente, iniqua e devastante in nome di "superiori
interessi nazionali".
(su l'Ernesto Online del 17/08/2011)
La fase attuale e i nostri
compiti
Editoriale di Oliviero Diliberto
su MarxVentuno 2011 del
08/08/2011
I
segnali di crisi di quello che chiamiamo “Occidente” si manifestano con
particolare intensità: la “guerra al terrorismo”, promossa dieci anni fa
con l’occupazione dell’Afghanistan, poi dell’Iraq (2003), vede le forze
della coalizione USA-NATO impantanate in una situazione senza via
d’uscita, con lo stillicidio sempre più frequente di attacchi (anche al
contingente italiano), col suo seguito di morti e feriti.
E impantanata appare, dopo aver abbondantemente superato la soglia dei
cento giorni, la coalizione delle principali potenze della NATO (salvo
la Germania) lanciatasi nella nuova avventura bellica neocoloniale
contro la Libia, avallata, purtroppo, anche dal nostro presidente della
Repubblica, come “intervento umanitario”, con tutto il suo strascico di
“errori collaterali”, vittime civili, distruzione di infrastrutture e
inquinamento dell’ambiente per millenni a colpi di bombe chimiche e
all’uranio impoverito.
La maggiore potenza economica e militare del pianeta, il cuore di
tenebra dell’Occidente, gli USA, rischia il default – annunciano le
principali agenzie di stampa il 6 luglio - se entro il 2 agosto il
Congresso non approverà, come ha chiesto urgentemente il Segretario al
Tesoro Timothy Geithner, l’aumento del tetto del debito pubblico,
fissato già all’astronomica cifra di 14.300 miliardi di dollari. Così
gli USA aumenterebbero il tetto del debito pubblico per la sesta volta
in quattro anni e per farvi fronte dovrebbero varare anch’essi una
politica di tagli alla spesa pubblica (tra cui quella militare occupa un
posto rilevantissimo) e/o di maggiore imposizione fiscale. E su questa
questione, tradizionalmente e storicamente rilevantissima per la storia
degli USA, si accentua lo scontro fra democratici e repubblicani e tra
frazioni e lobby all’interno di ciascun partito.
Dall’altra parte dell’Atlantico, in quell’Unione europea che sembrava
un modello di stabilità e che aveva condotto trionfalmente
l’“allargamento” inglobando in posizione subalterna i paesi ex
socialisti dell’Europa centro-orientale e balcanica (tra il 2004 e il
2007) e in attesa di nuovi arrivi dalla ex Jugoslavia e dall’Albania,
le cose non vanno meglio, e forse peggio.
L’attacco all’euro, iniziato lo scorso anno contro gli “anelli deboli”
dell’Unione – Grecia, Portogallo, Irlanda, Spagna: i PIGS – lungi
dall’essere stato fermato, ha sfondato già diverse barriere, gettando
l’intera UE in uno stato di instabilità e incertezza economica. La
scelta dei potentati economici internazionali – FMI, BCE – e dei gruppi
dirigenti del nucleo forte europeo, una sorta di direttorio di fatto che
decide il destino di tutta l’Unione, è stata, dall’anno scorso a oggi,
quella di imporre ricette lacrime e sangue – tagli alla spesa sociale
pubblica, a stipendi e salari, alle pensioni – riducendo
significativamente il livello di vita, deprimendo così la domanda
interna, con la conseguenza dell’avvitarsi della spirale della
depressione economica. Alla Grecia è stato imposto di passare sotto le
forche caudine di una terapia shock, che precipita il paese decine e
decine di anni indietro.
Contro di essa scendono massicciamente in lotta, organizzati e diretti,
per una parte significativa, dal partito comunista greco e dai sindacati
del PAME ad esso legati, vasti strati della popolazione.
Un altro paese del lembo più occidentale dell’Europa meridionale, il
Portogallo, sembra incamminato sulla stessa china, con dinamiche
analoghe, che puntualmente prendono l’avvio col declassamento a junk,
spazzatura, del debito sovrano da parte delle pervasive agenzie di
rating, come la più importante del mondo, la statunitense Moodys (cfr.
Corsera del 5 luglio).
È la stessa Moody’s che qualche settimana fa mette sotto revisione il
rating Aa2 dell’Italia in vista di una possibile retrocessione, mentre
un’altra agenzia, Standard & Poor’s ha tagliato l’outlook sul rating
della Repubblica italiana da stabile a negativo. “Questo significa che
nei prossimi 24 mesi c’è una probabilità del 33% che il rating venga
abbassato. Finora l’Italia era rimasta fuori dall’ondata di
retrocessioni che ha già colpito Portogallo, Irlanda, Grecia e Spagna.
Ma la debole crescita economica e il rischio di stallo politico stanno
modificando in negativo lo scenario” (Sole24ore del 21 maggio).
È in questo scenario preoccupante che si colloca la specificità della
crisi italiana, con un governo traballante e truffaldino, eppure
pervicacemente attaccato alla poltrona e deciso ad affondare, con se
stesso, l’intero paese. Sconfitto pesantemente alle amministrative e nei
referendum, continua con una sfrontatezza impareggiabile a fare danni:
la manovra economica di 50 miliardi per contenere il deficit, come
richiesto dalla UE, rivela il suo carattere totalmente classista, a
detrimento delle classi medio-basse e a difesa di osceni e
ingiustificabili privilegi del “capo” e del ceto pseudopolitico che gli
tiene bordone. Al contempo, spostando al biennio 2013-2014 i più duri
tagli alla spesa pubblica sociale (ma non alla guerra), agli stipendi e
alle pensioni, tenta di consegnare al futuro governo la patata bollente
di una politica antisociale destinata a far degradare le condizioni di
vita di gran parte della popolazione, a deprimere la domanda interna,
senza che s’intravveda all’orizzonte una qualsiasi politica di sviluppo
del paese, un paese che anno dopo anno, mese dopo mese, è in continuo,
rovinoso declino. Il volto di questo governo è impresentabile, il suo
segno distintivo è ormai quello della menzogna e degli inganni più
sfacciati e spudorati, dei continui trucchetti da piazzista e imbonitore
di fiera di quart’ordine, come l’ultima trovata di infilare, tra le
pieghe delle cento e passa pagine del “decretone”, poche righe che
avrebbero evitato al cavaliere, capobastone di un partito che nomina per
acclamazione il suo segretario, di pagare il risarcimento per il lodo
Mondadori.
Tutto ciò, mentre il paese affonda, le condizioni generali peggiorano e
un’intera generazione è derubata della speranza di futuro. E diviene
sempre più impellente la questione di dare adeguata rappresentanza e
soluzione politica alle istanze delle masse lavoratrici, dei precari,
dei disoccupati, e di tutti quanti avvertono l’insostenibilità della
situazione presente, s’indignano e protestano, ma non trovano uno sbocco
politico concreto e positivo alla loro crescente insofferenza.
È una situazione in cui le forze dell’opposizione parlamentare a
Berlusconi stentano a trovare una posizione comune e chiara, obiettivi
condivisi, rose anch’esse dal tarlo della piccola tattica politica,
senza una seria prospettiva strategica, per cui si ragiona sempre e
soltanto non in termini di contenuti reali, ma tutti “politicistici”,
come se la politica fosse un gioco di società in cui ci si sposta nello
stesso spazio con le rispettive sedie o per accaparrane altre nella
stessa stanza, ignorando che i partiti sono la nomenclatura delle classi
(Gramsci), che c’è, al di là del gioco degli schieramenti, la vita
pulsante di chi soffre, suda, lavora e deve lottare con sempre maggiori
difficoltà per la sopravvivenza. E così il leader dell’Idv, Antonio di
Pietro, fiuta l’aria e, proprio a ridosso della straordinaria vittoria
referendaria, lancia segnali di fumo, diretti anche a forze interne al
suo partito, per lasciare intendere che non si colloca a sinistra, che
guarda piuttosto al “centro”, occupando in tal modo per qualche giorno
le pagine del gossip politico dei quotidiani.
È in questa situazione di crisi generale del capitalismo, dei suoi
principali attori dell’Occidente, e della peculiare crisi italiana nella
crisi più generale, che i comunisti avvertono tutto il peso
straordinario del loro compito, delle responsabilità che hanno assunto
di fronte ai lavoratori, agli sfruttati e agli oppressi, costituendosi
come comunisti e mantenendo fede a questa scelta, una fede che non è
fideismo o dogmatismo, ma è radicata nella storia, nel patrimonio di
analisi scientifica, di idee, di militanza appassionatamente vissuta di
decine e decine di milioni di uomini in carne e ossa che nel mondo
intero hanno testardamente e coraggiosamente lottato e lottano.
L’avvertiamo tutta quanta questa responsabilità e ci carichiamo il
compito di contribuire alla ricostruzione per questa Italia “sanza capo,
sanza ordine, battuta, spogliata, lacera, corsa et [che] avessi
sopportato d’ogni sorte ruina” (come Machiavelli la disegna ne Il
Principe, cap. XXVI), di un partito politico comunista degno di questo
nome e delle sfide del XXI secolo.
Abbiamo iniziato il percorso verso il congresso nazionale che si terrà
attorno alla fine di ottobre del 2011. È la scadenza naturale, ma
dobbiamo impegnarci affinché non sia un fatto meramente rituale e
statutariamente obbligato, ma un’occasione per discutere
approfonditamente la linea politica e lanciare un messaggio, attraverso
una proposta che parli al Paese, alla sinistra e a tutte le forze
politiche democratiche. E per avviare quel processo di “ricostruzione
del partito comunista” che non è solo la cifra del congresso, ma anche
la parola d'ordine e la bandiera che abbiamo adottato, non a caso, anche
sulle tessere di partito del 2011.
Vittorie elettorali del centro-sinistra
L’attuale fase è per noi decisamente migliore, rispetto a qualche mese
addietro e sicuramente guardando ai tre anni che abbiamo alle spalle.
Proverò a riassumere schematicamente gli elementi che ci vengono offerti
dai risultati delle elezioni amministrative e dai referendum.
1. Il centrosinistra vince praticamente dappertutto, ancorché con
alleanze a geometrie variabili, mentre vi è una sconfitta robusta ed
inequivocabile della coalizione di destra. La Lega, per la prima volta
da molti anni, registra un risultato negativo che, ovviamente, si
ripercuote sull’alleanza. E nel Popolo delle Libertà vi è una crisi –
evidente anche agli occhi dei suoi alleati – non solo della leadership
di Silvio Berlusconi, ma anche programmatica, perché lo scontro, in
particolare sul tema della riduzione fiscale e della politica estera, è
ormai chiaro e alla luce del sole. Per giunta i potentati che erano
stati tenuti assieme dalla forza della leadership di Berlusconi, ora non
riescono più a comporre le loro contraddizioni. Penso al movimento del
Sud, fondato da Miccichè, alla componente guidata da Scajola, alle varie
sub-componenti. Diciamo quindi che il primo dato politico è la crisi del
centrodestra.
2. Nell’ambito del centrosinistra avverto un elemento che spero possa
indurre anche il Partito Democratico a qualche riflessione. La società
italiana si è complessivamente spostata a sinistra. La vittoria di
Pisapia a Milano, di De Magistris a Napoli e di Massimo Zedda a
Cagliari – i quali, sia pur in modo diverso, rappresentano la sinistra
– ci dice che non è vero che si vince al centro. Lo schema che per tanti
anni è stato evocato dalla leadership del Pd, e prima ancora dei Ds, si
è dimostrato sbagliato. Lo hanno evidenziato le primarie, che hanno dato
la vittoria ai candidati della sinistra rispetto a quelli moderati, e lo
hanno dimostrato le elezioni. Si vince se si riesce a interpretare
l’enorme voglia di cambiamento, di politiche e di persone. I referendum
sono particolarmente significativi per quest’esigenza di “vento nuovo”,
anche rispetto al tradizionale rapporto tra partiti e movimenti e tra
vecchi gruppi dirigenti e gruppi generazionalmente emergenti. Può
piacere o non piacere, ma i movimenti che hanno sostenuto i
referendum – che hanno avuto un risultato strepitoso, 57% di
partecipazione e 95% di sì – non sono in contrapposizione ai partiti, ma
sono tuttavia cosa profondamente diversa. Soltanto riuscendo a
interpretare questo sentimento di novità, si può fare efficacemente
politica al giorno d’oggi. Quindi: spostamento a sinistra del Paese e
nuova voglia di protagonismo e partecipazione delle persone,
indipendentemente dai partiti.
3. La Federazione della Sinistra ha avuto risultati sorprendentemente
positivi e per certi versi inaspettati. Un po’ ovunque. Nel vuoto totale
di presenza mediatica e nella competizione con altre formazioni di
sinistra, Sel e Idv, che hanno invece avuto un’esposizione mediatica
incredibile, noi ci attestiamo a livello provinciale al 4,1% e nelle
città, alle comunali, tra il 2 e il 3%, raggiungendo il 2,6%
complessivo. È però una percentuale sottodimensionata. perché
difficilmente analizzabile. Infatti. nelle città e nei comuni, a
differenze delle provincie, ci siamo presentati con alleanze diverse, in
alcuni casi con i Verdi, in qualche caso anche con Sel. Ma al di là
della difficoltà di analisi, è complessivamente un risultato che premia
e rilancia il lavoro delle compagne e dei compagni nei territori.
Il nostro risultato rappresenta un piccolo miracolo. Dice che quel
simbolo, quando viene riconosciuto nella scheda dagli elettori, per
quanto venga espunto dalla comunicazione nazionale, ha ancora un appeal
e una riconoscibilità. Un non banale gradimento. Rappresenta una
speranza e la voglia di lottare.
4. Ma voglio segnalare un elemento di grande importanza, sempre relativo
alla Federazione della Sinistra. Noi prendiamo voti in tutte le forme
di coalizione nelle quali ci presentiamo. Nel centrosinistra classico:
Pd, Idv, Sel e noi. Nel centrosinistra allargato, e cioè anche dove -
penso al risultato comunale di Savona - vi era l’Udc. Lì la FdS ha
ottenuto un inaspettato 5,6%.
Grazie ai compagni di Savona, che hanno lavorato benissimo, il risultato
è stato strepitoso.
Evidentemente il nostro elettorato non si spaventa per la presenza dell’Udc.
E nemmeno quello dell’Udc si spaventa per la nostra presenza, tant’è che
a Savona il centrosinistra allargato vince al primo turno con
percentuali grandissime. Ma noi prendiamo voti, riceviamo consensi
importanti, anche nei luoghi dove il centrosinistra è, per così dire,
ristretto. A Napoli, dove ci alleiamo con l’Idv e una lista civica a
sostegno di De Magistris, con Pd e Sel fuori, la FdS prende addirittura
6 consiglieri comunali.
È quando siamo soli, fuori da un’alleanza, che veniamo drammaticamente
sconfitti. È il caso di Torino. Lo sapevamo, tant’è che non abbiamo
scelto noi di stare fuori dal centrosinistra, e tuttavia è la conferma
di un dato di fatto. Dobbiamo prenderne atto con lucidità e trarne le
conseguenze. È la logica del bipolarismo. Può piacere o non piacere, e a
me non piace, ma è entrata nella testa degli italiani. D’altronde, sono
vent’anni che votiamo così. Col bipolarismo non puoi chiamarti fuori: o
stai da una parte o stai dall’altra.
Questi sono, molto sommariamente, gli elementi che ricaviamo da questa
tornata di elezioni. E questi elementi confermano, a mio modo di vedere,
la linea politica del partito. E la rilanciano, a partire dal ritrovato
entusiasmo e ottimismo dei compagni dei territori dopo tre anni
durissimi – tornerò su questo – e di invisibilità.
Possiamo oggi aprire la fase congressuale con l’attenzione tutta rivolta
al futuro, senza leccarci le ferite del passato.
La nostra linea politica propone tre livelli di unità
A. Unità tra tutte le forze democratiche. Un’unità tra tutte le forze
democratiche che possa trovare, nella difesa della Costituzione, nella
difesa della legalità e in alcuni punti programmatici – noi ne abbiamo
indicati tre: il lavoro, la scuola pubblica e il fisco – una convergenza
con le altre forze del centrosinistra. Questa alleanza democratica è in
grado di sconfiggere la destra alle prossime elezioni politiche.
L’importante è non ripetere gli errori del passato,
non imbarbarirsi nella discussione sulla leadership, sui metodi, sulle
contrapposizioni personali. Noi comunque non intendiamo partecipare alla
rissa perché il nostro avversario si chiama Silvio Berlusconi.
Quest’alleanza democratica sconta ovviamente differenze profonde su
alcune grandi questioni. Ne cito solo due che rappresentano
obiettivamente un problema.
L’Italia ripudia la guerra
Una è la politica estera. Noi siamo radicalmente contrari all’avventura
militare in Libia, che sta peraltro rivelando tutte le difficoltà che
avevamo previsto. Spesso ci capita di interpretare il ruolo di
Cassandra. Guerra sbagliata in sé, perché la guerra è sempre sbagliata,
non a caso la nostra Costituzione dice che l’Italia ripudia la guerra;
e sbagliata nel merito, addirittura rivoltante, visto che nel passato la
Libia è stata una nostra colonia. Posso capire La Russa. Lui interpreta
il ruolo che è stato dei suoi predecessori, poiché l’Italia ha
bombardato la Libia durante il regime fascista. Assai meno
comprensibile e giustificabile in materia è l'orientamento prevalente
nel gruppo dirigente del PD (non certo in gran parte della sua base e
del suo elettorato, come dimostrano sondaggi accreditati, secondo cui
oltre la metà della popolazione italiana è contraria a questa guerra).
Un’idea diversa dello sviluppo
La seconda grande differenza programmatica riguarda il modello di
sviluppo economico. Con chi si sta, con Marchionne o con la Fiom? La
domanda è schematica, evidentemente, ma stare con la Fiom non vuol dire
solo difendere i diritti dei lavoratori, cosa in questa fase
indispensabile; significa soprattutto avere un’idea diversa dello
sviluppo. Non si è competitivi nel mercato globale se i lavoratori sono
sottopagati, trattati come automi lobotomizzati tipo “Tempi moderni” di
Charlie Chaplin. Questa linea è sbagliata, profondamente ingiusta e
anche sciocca per un Paese industrialmente avanzato. L’Italia dovrebbe
puntare tutto sulla filiera dei saperi, dell’innovazione, della ricerca.
Come ha fatto la Volkswagen in Germania, tanto da diventare la seconda
azienda venditrice di auto nel mondo dopo Toyota. Ha puntato sui
modelli, ha assunto nuovi ingegneri anche durante la crisi economica, ha
diminuito l’orario di lavoro e aumentato i salari. Il contrario di
quanto ha fatto Marchionne. Da questo punto di vista il modello di
sviluppo economico è tema dirimente tra noi e larghi settori del Pd.
Queste differenze programmatiche non devono, tuttavia, minimamente
mettere in discussione l’alleanza democratica, perché noi sappiamo,
anche dalla storia dei partiti comunisti, dalla nostra storia, che oggi
vi è un nemico principale da battere, che si chiama Berlusconi.
All’interno dell’alleanza democratica avremo motivo di discussione su
questi e altri temi, ma innanzi tutto bisogna mandare a casa l’attuale
governo.
B. Unità delle sinistre
Proprio a causa di queste notevoli differenze, dobbiamo cercare di
bilanciare a sinistra l’asse dell’alleanza democratica rilanciando il
secondo livello di unità, l’unità delle sinistre. Non solo dei
comunisti. Sulla guerra e sulla vicenda della Fiat, Sel e Idv si sono
schierate come noi. E allora noi dobbiamo lavorare per allargare la
Federazione della Sinistra, non per restringerla. Allargarla con un
patto, nelle forme che saranno possibili, ma le più incisive, con Idv e
Sel. Nelle ultime amministrative queste tre forze insieme hanno
dimostrato, nella logica dell’alleanza di tutto il centrosinistra, e
quindi con il Pd, di essere competitive.
C. Un’unica soggettività comunista organizzata. Quindi: unità
democratica e, al suo interno, unità a sinistra sui contenuti, non
politicista: ma all’interno dell’unità della sinistra è nostro compito
ricostruire un’unica soggettività comunista organizzata. Lo dico senza
giri di parole: dobbiamo ricostruire un partito comunista che
rappresenti il superamento degli attuali partiti comunisti, noi e
Rifondazione sostanzialmente, ma coinvolgendo anche tante compagne e
compagni che non hanno o non hanno ancora la tessera di uno di questi
due partiti, e che vorrebbero ricostruire assieme a noi un’unica
soggettività comunista organizzata. Un partito. Con la propria autonomia
teorica, ideale, organizzativa.
Questo schema a tre livelli è semplice da capire. Lo proponiamo ai
compagni e alle compagne della Federazione della Sinistra e, in
particolare, ai compagni e alle compagne di Rifondazione, che terranno
il congresso poco dopo di noi. Noi offriamo la disponibilità a superare
il Pdci se simmetricamente vi sarà il superamento di Rifondazione
Comunista. Non crediamo nell’autosufficienza del nostro partito, sarebbe
miope e anche un po’ ridicolo. Mettiamo il Pdci a disposizione di questo
processo di ricomposizione, sperando che le compagne e i compagni del
Prc non si chiudano in una logica di autosufficienza che, anche nel loro
caso, sarebbe miope e profondamente errata.
L’obiettivo è ambizioso, ma si può fare. È persino di buonsenso, come
sono di buonsenso tutti e tre i livelli di unità: quella democratica per
battere Berlusconi, quella di sinistra per contare di più rispetto a
temi come la pace e le politiche sociali, quella dei comunisti perché
avere due partiti comunisti con quello che è successo in Italia dal 2008
in avanti è semplicemente risibile.
Mettere in contraddizione, come qualcuno fa (in perfetta malafede), la
ricostruzione di un partito comunista con l’unità della sinistra è
folle. Al contrario, le cose si tengono. Un partito comunista senza
l’unità della sinistra si ridurrebbe ad esercizio testimoniale. Ma
l’unità della sinistra senza una soggettività comunista sarebbe come
fare la Bolognina vent’anni dopo. Come dire che Occhetto aveva ragione
e che noi ci abbiamo messo vent’anni per capirlo. Non ci sto, non ci
stiamo, non ci staremo.
Venti anni dopo
L'Ernesto intervista Oliviero Diliberto Segretario nazionale del PdCI
di Sara Milazzo - 31 gennaio 2011
Quadro internazionale e nazionale; scontro di classe in Italia ed
esigenza dell’unità dei comunisti e della ricostruzione del Partito
comunista come cardine dell’unità a sinistra
-
Un tempo, in ogni sezione del PCI, fosse pure la più piccola sezione
del più piccolo paese di montagna, il segretario di quel segmento di
Partito non apriva una relazione senza tentare di delineare il quadro
internazionale, entro il quale collocare le questioni nazionali e
locali. A noi non pare che ciò derivasse da un'attitudine liturgica, ma
da una giusta e tutta materialista concezione della totalità delle cose.
Vogliamo riprendere, in questa intervista, quella grande lezione del PCI
? Vuoi provare a delineare l'attuale quadro internazionale entro il
quale collocare le nostre questioni nazionali? E già che ci siamo:
l'attuale quadro mondiale sottrae o dà senso al progetto dei comunisti
in Italia?
E' del tutto evidente che ragionare sull'Italia senza ragionare del
quadro internazionale è, non dico limitativo, ma molto peggio: ci dà un
quadro falsato della realtà. E' impensabile infatti non considerare il
fatto che l'Italia sia inserita in un contesto ben preciso, quello
dell'Europa naturalmente, e l'insieme delle relazioni internazionali
comporta che non si possa dire che il nostro paese abbia una sovranità
nazionale nel senso tradizionale del termine.
Se per tanti anni, anzi per decenni, è stato sufficiente utilizzare
l'espressione Sovranità limitata rispetto agli Stati Uniti d'America per
descrivere la
situazione italiana, oggi il quadro è, secondo me, più
complesso, e proprio per questo è giusto riprendere la vecchia e
gloriosa tradizione del Partito Comunista Italiano, che insegnava, a noi
che allora eravamo dei ragazzi, ad iniziare sempre dal quadro
internazionale e poi calare l'analisi nel contesto nazionale sino ad
arrivare al più piccolo paese. Accolgo quindi volentieri l'invito
perché credo che solo noi, pur cosi piccoli, siamo in grado di
sconfiggere la tremenda provincialità della politica italiana, grazie
proprio al fatto che abbiamo la capacità di cogliere il quadro
d'insieme.
Per poter comprendere quindi lo stato attuale delle cose è necessario
partire dall'89: crolla il muro di Berlino, crolla l'Unione Sovietica e
sembra che con essa muoia, non soltanto uno Stato, ma l'idea stessa di
una trasformazione globale anticapitalista e cioè che sia finito il
comunismo. Oggi vorrei titolare quest'intervista, citando il grande
scrittore Dumas, “Vent'anni dopo”.
Vent'anni dopo, infatti, tutte le previsioni dell'89 si sono rivelate
fallaci, infondate. Sembrava si dovesse aprire l'età dell'oro, l'età
della pacificazione, l'età del mercato trionfante in ogni dove e che gli
Stati Uniti d'America avrebbero dominato il mondo senza più aver
necessità finanche della nozione del tempo.
Addirittura un pensatore ultraconservatore americano, Francis Fukuyama,
scrisse un libro intitolato “La fine della storia”, come se la storia
potesse finire.
Siamo palesemente di fronte a delle sciocchezze, sciocchezze però nelle
quali hanno creduto in tanti ed a lungo. Che cosa è successo invece? Che
vent'anni dopo quell'idea del mondo unipolare, di un'unica grande
potenza artefice di un periodo di pace e prosperità planetaria è
clamorosamente fallita. Dall'89 ad oggi abbiamo assistito infatti ad un
susseguirsi di guerre, di invasioni in piena regola, alcune peraltro
tutt'ora in corso. Una specie di moderna Santa Alleanza di Metternich
che interviene dovunque ci sia un focolaio di possibili insurrezioni, di
resistenza: Kosovo, Iraq, Afghanistan e oggi si profila l'Iran. E'
davvero una fase di instabilità globale.
La crisi economica è evidentemente sistemica e la realtà stessa ha
smentito l'idea che ci sarebbero state prosperità e pace.
E' fondamentale sottolineare che la Repubblica Popolare Cinese, potenza
mondiale che ormai minaccia l'egemonia degli Usa, ha “invaso” il mondo
non solo con il suo potere economico, ma inizia a farlo anche dal punto
di vista politico. Infatti l'ascendente della Cina sui paesi in via di
sviluppo è spesso sottovalutato, ma è viceversa un fattore decisivo
nello scacchiere globale. In Africa, ad esempio, la Cina esercita
un'influenza enorme sui gruppi dirigenti e sulle popolazioni, perché
quando stabilisci rapporti economici e politici di scambio, di
investimento e di formazione - e non di rapina - questo è ciò che
accade.
Negli anni migliori, a Mosca c'era un’istituzione universitaria dove
venivano formati i quadri dei vari Paesi in via di sviluppo, non solo
quelli sui quali l’Urss esercitava un’influenza, così come oggi a
Pechino vengono formate le classi dirigenti dei paesi in via di
sviluppo. E' evidente quindi che il mondo non è più unipolare. Anzi la
Cina ha recentemente stilato un accordo che si chiama “Bric”, acronimo
per : Brasile, Russia India e Cina. E' l'unione dei quattro Paesi più
grandi, potenzialmente più ricchi, più dotati di materie prime. Sono
paesi giovani in tutti i sensi, basti pensare che l'India ha un know-how
informatico tale da far si che gli USA importino tecnici indiani invece
di formarli in loco.
Lo scenario mondiale è palesemente cambiato, soprattutto se aggiungiamo
che l' America Latina, un tempo gigantesco campo di concentramento
fascista, con Cuba unico glorioso faro di resistenza, oggi sta
assistendo un po’ ovunque alla vittoria elettorale di variegati fronti
di sinistra, alcuni dichiaratamente alternativi al modello
capitalistico, come nel caso del Venezuela.
Dal nostro punto di vista il quadro è davvero incoraggiante: in buona
parte dell'America Latina, in Cina, in quella grande potenza in
espansione che è il Vietnam, in l'India ed in Sud Africa c'è uno
sviluppo delle idee socialiste. Questo dimostra che, vent'anni dopo,
quelle profezie espresse al momento della caduta del muro di Berlino non
si sono realizzate, anzi.
A questo punto, introducendo un elemento di riflessione proprio sul
piano storiografico, poiché vent'anni sono un termine sul quale si può
iniziare a ragionare di storia e non di cronaca, è giusto chiedersi:
alla fine, chi ha vinto la guerra fredda?
Non sembra che l'abbiano vinta gli Usa come sembrava nell'89, è questo è
un elemento che deve incoraggiare anche chi, nella vecchia Europa e in
condizioni completamente diverse, non si è arreso.
- In questo contesto, che giudizio esprimi sul "caso WikiLeaks"; cioè
che funzione hanno le sue rivelazioni su scala internazionale? Perché
Wikileaks mette Berlusconi sulla graticola? E' verosimile pensare che
l'accordo "Gazprom" tra Berlusconi e Putin sia vissuto dagli americani
come un tentativo italiano di sottrarsi dalla dittatura USA nel campo
energetico? Qui torniamo alle posizioni contrapposte. Può avere una
minima verosimiglianza una riflessione secondo la quale la linea
Berlusconi in campo energetico possa essere considerata una sorta di "
linea Mattei" di natura mafiosa e di destra?
Ci sono molte domande in questa domanda, Io credo, forse
presuntuosamente, di conoscere piuttosto bene il Medio Oriente e i
rapporti italo-arabi, essendomene occupato direttamente per tanti anni.
Non paragonerei minimamente Mattei a Berlusconi, sembra quasi una
bestemmia… Mattei aveva un disegno politico-strategico che davvero era
terzomondista, nel senso migliore della parola, Berlusconi fa solo
affari. Affari che però indubbiamente infastidiscono gli Usa, tanto da
trasformare Berlusconi in un problema e da spingerli a puntare su altri
personaggi della scena politica italiana. Tuttavia non c'è dubbio che le
scelte di Berlusconi in materia energetica, che riguardano il suo
tornaconto personale ma anche lo Stato italiano visto il ruolo
istituzionale che ricopre, siano poco in linea con i dettami degli Usa.
Su WikiLeaks francamente non ho un'opinione se non che è assolutamente
impossibile per un gruppo di privati cittadini montare un'operazione del
genere senza che la CIA riesca a bloccarla. Non è tecnicamente
possibile. E dunque c'è dietro qualche cosa che a noi sfugge.
Onestamente non credo che le rivelazioni sul nostro Presidente del
Consiglio siano davvero tali, sono cose che sapevano tutti, sono notizie
apparse su tutti i giornali italiani. D'altro canto, spesso dalle
ambasciate i servizi mandano ai rispettivi governi notizie ricavate da
ritagli di giornale spacciandole come informazioni sensibili. Quindi
sinceramente non credo che ci sia un'operazione contro Berlusconi di
WikiLeaks; fino ad adesso non è uscito niente di eclatante: che
Berlusconi faccia i festini lo sanno anche i gatti del Colosseo, è una
cosa notoria.
- Quindi perché il caso WikiLeaks è esploso proprio adesso?
Non credo che l'Italia rappresenti la causa dello scatenarsi di
WikiLeaks, non siamo che la periferia dell'Impero, onestamente. Non c'è
dubbio che se gli Usa possono danneggiare un personaggio che ritengono
un fastidio, un problema, non dico un avversario perché Berlusconi non è
un avversario degli Usa, di certo lo fanno. D'altro canto, io ricordo
qui una cosa, che non mancherà di far storcere il naso a qualcuno ma non
si può tacerla poiché non è che la verità, e cioè che Bettino Craxi è
stato liquidato anche perché gli Usa hanno deciso così. Non solo per i
noti avvenimenti di Sigonella, ma anche perché Craxi coltivava una linea
politica di amicizia con i paesi arabi, tanto è vero che poi si rifugiò
in Tunisia che non ha mai concesso l'estradizione. Fu lui ad informare
Gheddafi dell'imminente attacco che gli Usa gli preparavano contro, un
attentato per via aerea nel quale morì la figlia adottiva di Gheddafi
mentre il leader libico fece appena in tempo a riparare nel deserto.
Quindi, diciamo che tutte le carte principali contro Craxi sono arrivate
dagli Usa: sono gli atti di un processo, non sono segreti. Non
dimentichiamo poi che nel processo (credo fosse quello All Iberian) una
delle tangenti più ricche per cui viene condannato Craxi era destinata
all'Olp di Yasser Arafat, scelta che di certo non piaceva agli Stati
Uniti. Il che non fa certo riabilitare Craxi ai nostri occhi, ma spiega
come operino gli USA…
- Quindi la posizione di Berlusconi, diciamo così, riecheggia...
No, no, no, Craxi aveva una politica verso i paesi arabi, noi oggi nel
Medioriente non contiamo più nulla, viviamo di rendita di quello che è
stato fatto da Andreotti, da Moro, da Craxi, e ovviamente dai comunisti.
Ma allora si trattava di una vera e propria politica filo-araba: non
erano affari, gli affari erano poi una delle conseguenze, ma non
l'obiettivo principale.
- E nei confronti dell'est europeo?
Nei confronti dell'Est europeo Berlusconi ha un atteggiamento di
rapina, come tutti. Oggi i Paesi dell'ex patto di Varsavia sono
diventati il paradiso per coloro che vogliono investire, non casualmente
poi sono i paesi più colpiti dalla crisi perché essendo dei neofiti del
capitalismo, prendiamo come esempio l'Ungheria, si sono indebitati sino
al tracollo con titoli, cosiddetti “tossici”, che stanno portando questi
Stati al crac.
- Veniamo adesso alla situazione italiana. Siamo all'indomani del voto
di fiducia e si è aperta una fase di crisi, nonostante Berlusconi
affermi di essere rinato più forte come una fenice dalle sue ceneri. Io
partirei dividendo il Paese in tre blocchi distinti che sono
apparentemente impossibilitati al dialogo fra loro: il primo è il
Parlamento; il secondo è quello del popolo che scende in piazza,
studenti, lavoratori; il terzo è quello di “tutti gli altri”, che
utilizzando una terminologia televisiva definirei gli “spettatori da
casa”. Intanto vorrei sapere se sei d'accordo con questa divisione.
Si, il Parlamento italiano è ormai un luogo istituzionale impermeabile
al conflitto, e c'è una motivazione molto precisa di cui scarsamente si
parla e quindi approfitto della vostra cortesia per farlo. L'impianto
costituzionale italiano è stato concepito dai Costituenti nel dopoguerra
come fondato assolutamente e completamente sulla legge elettorale
proporzionale. Quando si è postulata la centralità del Parlamento era
perché il Parlamento, grazie alla legge proporzionale, riproduceva in
scala ridotta la società; il Parlamento era cioè un modellino in scala
della società italiana nel quale, grazie alla legge proporzionale, erano
rappresentate tutte le componenti sociali, di classe, politiche,
religiose, culturali ed ideali. E dunque il Parlamento così eletto non
era solo luogo di mediazione, era anche luogo di conflitto. Questa
situazione è cambiata nel momento in cui sciaguratamente si è passati ad
un sistema che è sostanzialmente notabilare. Il problema non è nato con
il sistema attuale, cosiddetto “ porcellum”, ma con i referendum di
Mario Segni e poi con il conseguente passaggio al maggioritario, che ha
causato sostanzialmente una progressiva diminuzione di conflitto nel
Parlamento anche quando c'erano i comunisti, proprio perché non esisteva
più una rappresentanza proporzionale. Il maggioritario uninominale
addirittura ha favorito una trasformazione sociale del Parlamento: per
far sì che si vinca con questo sistema chi è che veniva candidato nei
collegi quando c'era da affrontare “l'uno contro uno”? Ovviamente veniva
candidato il notabile del paese o il personaggio comunque noto: il
farmacista, il professore, il notaio, l'avvocato, magari l'attore o il
cantante. Questo meccanismo ha fatto sì che di lavoratori salariati, in
Parlamento, ad un certo punto, non ce ne siano più stati. Gli unici
salariati rimasti sono quelli della cultura, come me che faccio il
professore e sono stato in Parlamento 15 anni, ma la vecchia
composizione di classe del Parlamento che esisteva quando c'erano i
partiti di massa è scomparsa. Prima, infatti, se la DC portava, ad
esempio, i rappresentanti del movimento contadino, le cooperative
bianche, il PCI prevedeva addirittura una quota di lavoratori (operai)
in produzione che doveva essere portata in Parlamento, oltre al gruppo
dirigente del Partito e dai grandi intellettuali. Allora, d'altra parte,
in Parlamento non si facevano solo le leggi, ma anche dibattiti di alto
profilo sulla società italiana o sulle scelte strategiche di politica
estera o sulla cultura, davvero importanti: oggi tutto questo è
scomparso.
Allora per rispondere alla tua domanda: è verissimo quello che dici, ma
non è un problema che nasce oggi. C'è uno scollamento tra il Parlamento
e la società nel suo complesso. E la piazza oggi non ha un referente nel
Parlamento, è privata di una ricaduta politica istituzionale. L'analisi
di questa divisione, aggiungendovi quella che una volta si sarebbe detta
la maggioranza silenziosa, cioè gli spettatori, fotografa bene la
realtà.
D'altro canto se non ci fossero spettatori non ci sarebbe nemmeno
Berlusconi Presidente del Consiglio.
- Già. Analizziamo più nello specifico il primo di questi tre segmenti:
il teatrino. ormai possiamo definirlo così, del Parlamento che è in
subbuglio. Stanno cambiando gli equilibri al suo interno: Fini, Casini e
Rutelli generano il terzo polo “della nazione”, centrista. Berlusconi fa
appello ai moderati, addirittura per bocca di Bondi a Ballarò definisce
le sue politiche “laburiste”. In tutto questo il PD continua a navigare
a vista, apparentemente privo di una rotta precisa, di una direzione. In
questa situazione quale governo potrebbe occuparsi dei problemi
dell'Italia e reggere anche le imminenti misure economiche dell'UE? E
la nascita di questo terzo polo rappresenta davvero un cambio di rotta
rispetto al bipolarismo, che sembrava dover essere l'approdo inevitabile
della politica italiana, oppure rischia di essere l'ago della bilancia,
un nuovo elemento di compravendita?
In realtà nessun governo oggi, in questa legislatura e con questi
rapporti di forza in Parlamento, è o sarebbe in grado di affrontare i
problemi del paese. Perché Berlusconi ha vinto il 14 dicembre scorso, di
poco ma ha vinto (io infatti avevo immaginato che lasciandogli tanto
tempo la compravendita avrebbe avuto successo), e questo gli permette di
avere la fiducia. Questo però non significa che sia in grado di
governare. D'altro canto non c'è una maggioranza alternativa per fare il
governo di responsabilità nazionale, che è peraltro una sciocchezza
sesquipedale. Non c'è, è evidente. Allora è giusto che ci si prepari al
voto sapendo che il terzo polo rompe, di fatto, il bipolarismo, ma che
questa legge elettorale è ancora bipolare, e quindi l'esito più
probabile di una votazione, se si verificherà entro la primavera
dell'anno, come io credo, è quello di un Parlamento ingovernabile. Se
alla Camera infatti, c'è un premio di maggioranza talmente elevato che
chi prende un voto in più, ha cento deputati in più, ed è quindi un
terreno sul quale il centrosinistra può giocare, al Senato, col terzo
polo, qualunque sia l'esito ci sarà una sostanziale parità e quindi
un'assoluta instabilità. A quel punto io credo faranno il “governissimo”,
e cioè un governo ad hoc per affrontare le terrificanti misure
economiche imposte dalla Commissione Europea.
Venendo a parlare specificamente del terzo polo, io non lo definirei
“centrista”, significherebbe semplificare eccessivamente. Il terzo polo
in realtà è il polo della destra civile e il possibile punto di
riferimento di Marchionne, che per un verso è meno pericoloso di
Berlusconi, perché quest'ultimo ha il più totale disprezzo per la
democrazia, anche per quella borghese, e perché ci riempie di ridicolo
in tutto il mondo dilapidando la credibilità internazionale del nostro
Paese. Però Marchionne, per certi versi, è più insidioso proprio perché
non canta, non racconta le barzellette, non si incipria il viso, non si
fa il trapianto di capelli, non organizza i festini e non chiama la
questura per liberare la “nipote di Mubarak”. Ma se la sua immagine è
più presentabile, la ricetta per la politica economica di Marchionne è
davvero pericolosissima, perché prevede un'impostazione americana dei
rapporti sociali in cui il sindacato mira alla produttività del padrone
e non alla difesa dei lavoratori. Tanto è vero che in America non sono
mai riusciti a creare una confederazione sindacale come nella vecchia
Europa, ma solo segmenti autoreferenziali e corporativi. Marchionne
propone uno scambio, lavoro al posto dei diritti, che oltre ad essere
ingiusto e terrificante, non funziona neppure. Dal punto di vista
capitalistico non funziona perché porterebbe ad avere dei lavoratori
sottopagati, lobotomizzati, i lavoratori dei “tempi moderni” di Chaplin,
che svolgono compiti ripetitivi e privi di qualunque riflessione. Questo
non serve in Europa perché lavoratori così ce ne sono milioni in giro
per il mondo, che prendono salari anche più bassi. Dunque perché un
imprenditore dovrebbe rimanere qui in Italia se mira a questo tipo di
lavoratore? Io credo, viceversa, che la ricetta in Europa, e in
particolare in Italia per come siamo fatti, sia di iniziare a
raccontarci la verità ed ammettere che certe forme di produzione in
Europa non si possono più fare. Alcune manifatture tradizionali non si
possono più produrre. Tanto è vero che c'è una crisi terrificante.
Viceversa bisognerebbe puntare alla “nicchia globale”, come la chiamano
gli economisti, e cioè noi dovremmo produrre delle cose che gli altri
non sanno produrre. Parliamo di brevetti, l'Italia è crollata in questo
ambito, in Europa non hanno nemmeno accettato la lingua italiana
all'ufficio brevetti. Noi eravamo stati per cinquant'anni primi nella
classifica dei brevetti. Ed è di questo che abbiamo bisogno: brevetti e
lavoratori più bravi. Ma i lavoratori possono essere più bravi solo se
sono anche più motivati, se guadagnano meglio, se possono andare in
malattia senza problemi, se hanno le ferie, se hanno una pausa pranzo
decente, se hanno una pausa fisiologica accettabile, cose banali che
sanno tutti. Bisognerebbe reimpostare il paradigma della società
italiana come società dei saperi e innalzare l'obbligo scolastico per
tutti a 18 anni. Cose che farebbero bene anche ai nostri imprenditori,
tanto è vero che ci sono aziende che riescono ad esportare, che sono
affacciati sul mercato globale, in Italia ma sono poche e sicuramente
non la Fiat. Se la Fiat è l'unica azienda europea che non ha sentito la
ripresa nel mercato auto (in Germania va invece benissimo, con 33 ore
settimanali di lavoro e salari in aumento), non sarà che c'è un problema
di modelli invece che un problema di lavoro? Il costo del lavoro Fiat è
tra il 3,5 % e il 6.5 % del prodotto finale, cioè poco o nulla. Allora è
evidente che il punto è un altro.
Tornando a monte, se Marchionne ha abbastanza agganci da permettersi di
sfidare Confindustria e vincere io credo che ci troviamo di fronte ad
una grande insidia. Il terzo polo secondo me rappresenta questa logica,
che è assolutamente di destra, non di centro. Viene considerata di
centro perché in Italia esistono quegli sciagurati dell'estrema destra,
i razzisti della Lega e Berlusconi, ma è una collocazione geografica,
non politica.
- Ma questo punto di vista miope nei confronti del sapere è una cosa che
accomuna sia il terzo polo, sia la destra e anche Berlusconi.
No, nel caso di Berlusconi è una cosa diversa: lui sa che più saranno
ignoranti gli italiani, più voteranno per lui. La cultura in fin dei
conti a cosa serve? Serve a formare il senso critico, ti dà
consapevolezza dei tuoi diritti. Per secoli e secoli le classi dirigenti
hanno tenuto le classi subalterne, diverse di volta in volta,
nell'ignoranza proprio perché la cultura, se è di pochi, è un
formidabile strumento di dominio. Un esempio che tutti ricordiamo è il
“Latinorum” che Don Abbondio usa contro Renzo. E Berlusconi questo lo sa
bene. Sa che se lui permette alle persone di formarsi un senso critico,
quando guarderanno la televisione sapranno discernere le bugie dalla
verità. Invece chi non ha cultura si beve tutto, registra tutto come se
fosse verità: “'l'ha detto la televisione”, frase classica da bar, ma
purtroppo rappresentativa della situazione italiana. Quindi la destra ha
un disegno che è appunto quello di distruggere scuola, università,
ricerca, e beni culturali. Il crollo di Pompei è simbolo della
decadenza, della devastazione morale e culturale di questo nostro
disgraziato paese.
Temo tuttavia che una non adeguata consapevolezza caratterizzi anche il
centro-sinistra, durante l'ultimo governo Prodi, infatti, ho avuto delle
litigate furibonde con Padoa Schioppa, allora Ministro dell'Economia,
perché non investiva sulla scuola. Non percepiva la scuola e
l’università come strategiche per il futuro di tutta l’Italia.
- Tutto questo porta quindi allo scollamento del Parlamento dai problemi
del Paese. Scollamento che a sua volta causa quello che accade nel
secondo blocco di cui parlavamo prima: la piazza. La piazza del popolo
che protesta. Ormai il conflitto sociale è passato dal livello moderato
a quello della rabbia e perfino della violenza, come abbiamo già visto
accadere in altri paesi europei: la Grecia, l'Inghilterra, ma anche la
Francia. Quindi perché accade questo? Le condizioni materiali ormai
sono arrivate ad un livello di gravità tale per cui è scattato qualcosa?
Come possiamo evitare che questa rabbia venga strumentalizzata dalla
destra e come ci rapportiamo a questo tipo di lotta: è sempre da
condannare? E' inevitabile? E' comprensibile?
Direi, avendo una qualche dimestichezza con i classici, che la lotta di
classe non è che venga provocata, evocata, richiesta o subita. La lotta
di classe c'è, è inevitabile, è un dato della realtà. Tuttavia, almeno
negli ultimi due decenni, in Italia l'hanno fatta solo i padroni. Tutto
quello che si è verificato sono scene di lotta di classe: la diminuzione
dei diritti e delle tutele, dalla fine della scala mobile alla fine del
sistema pensionistico pubblico fondato sul retributivo, la fine
dell'equo canone, la fine del contratto nazionale di lavoro, la fine
delle tutele sulla salute in fabbrica etc. E' lotta di classe fatta dai
padroni. In questo vi sono responsabilità del sindacato, molto serie.
Indubbiamente non voglio demonizzare il sindacato, perché esso ha una
funzione essenziale, lo dico solo allo scopo di provare ad evitare che
si ripetano certi errori. La FIOM, ma più in generale la CGIL, in
quest'ultimo periodo ha lottato, contrastato, tanto è vero che è rimasta
isolata dagli altri sindacati “collaborativi”. Ma, tornando a noi, la
lotta di classe c'è e oggi sta producendo, per la prima volta dopo tanti
anni, fenomeni e movimenti di massa, ma anche squisitamente di classe.
Negli anni passati, contro Berlusconi l'opposizione era sì di massa, ma
costituita essenzialmente dal ceto medio riflessivo. I girotondi, i
professori, il popolo viola sono stati tutti fenomeni utilissimi e anche
innovativi, ma non erano connotati come lotta di classe. L'unica grande
manifestazione di classe fu quella promossa dalla CGIL in difesa
dell'art. 18 dello Statuto dei Lavoratori, guidata dal Cofferati di
allora. Oggi viceversa c'è un risveglio di lotta sociale al quale
purtroppo manca un referente politico unificante, perché ci sono tante
lotte, alcune piccole, altre più grandi, altre globali, che però non
hanno ancora un collante comune, con uno sbocco politico. Bisogna
considerare poi un altro aspetto inquietante: oggi per diventare
visibili i lavoratori sono costretti a spettacolarizzare le lotte. Vi è
un esempio perfetto nella mia terra: l'Isola dei Cassa-integrati. Si
prende in prestito proprio il linguaggio televisivo, dall'isola dei
famosi a quella dei cassa-integrati, così si arriva al TG3 e a Ballarò.
Insomma i lavoratori che salgono sulle ciminiere, sui tetti, sono stati
costretti a metabolizzare gli strumenti dell'avversario, perché
altrimenti non hanno modo di apparire da nessuna parte e se non appaiono
non hanno la forza per imporsi, per provare ad ottenere quello che
vogliono. Questo è un dramma. Io ho però l'impressione che questa sia
una fase comunque molto positiva perché c'è un risveglio, basti pensare
agli studenti, centinaia di migliaia. Al contempo c'è un limite, che non
è del movimento ma della politica: manca l'avanguardia, manca la guida,
manca il Partito. Questa è una delle cose che maggiormente si possono
rimproverare, appunto vent'anni dopo, a chi ha deciso di sciogliere il
Partito Comunista: la scomparsa di un referente politico.
E qui è necessario fare un excursus sul PD e sulla differenza che c'è
tra quello che è e come viene percepito sia da molti dei suoi militanti
che dagli elettori.
Perché nella base e nell'elettorato del Pd ci sono ancora tanti che si
percepiscono come comunisti, e comunque di sinistra.
Io sono andato a portare il saluto della Fds al corteo del Pd di sabato
11 Dicembre, e sono andato a salutare Bersani, da potenziali alleati.
Le persone della mia generazione presenti in quella piazza, venivano
pressoché tutte dal PCI: l'idea drammaticamente errata che è passata,
soprattutto nelle vecchie regioni rosse, è che ci sia una continuità:
PCI, PDS, DS, PD. E' scomparsa pure la “s” che stava per sinistra! Ma
la percezione non è cambiata, durante la manifestazione mi dicevano:
-“compagno torna con noi” – e io: -“torna?? “. Ma non sono mai stato con
loro. “Torna con noi”, come se fossi stato io ad abbandonare il PCI. È
un'accusa sanguinosa. La realtà è che, al di là di questa percezione che
hanno, ripeto, molti elettori e molti militanti di quel partito
sopratutto in certe regioni, il PD non ha un riferimento di classe, né
può averlo, al di là della volontà dei singoli, perché ne ha troppi. Non
riesce a prendere posizione sulle grandi questioni perché se Bersani fa
una dichiarazione, dopo trenta secondi escono altri 5 dirigenti che
dicono 5 cose diverse. Ma si può governare un partito cosi? Io sono,
come noto, un nostalgico del centralismo democratico (nel Pdci lo
abbiamo per statuto), e anche se non posso certo pensare che il
centralismo democratico entri nel PD, almeno un minimo di regole
bisognerebbe averle…
- Tra le fila del PD c'è chi addirittura ha espresso la propria
solidarietà a Bonanni all'indomani delle contestazioni.
Ma è ovvio, perché il PD è una specie di confederazione. Non è nemmeno
una federazione, che è una cosa più stretta. Dentro al PD convivono
anime diversissime, non tanto dal punto di vista religioso, quello non è
un problema, ci sono cattolici che sulla vita e sulla bioetica hanno una
concezione diversa dai laici, ma, ripeto, se fosse questo il problema,
il PD non avrebbe tanti guai.
Il problema sono le politiche economiche: cioè l'architrave di chiunque
si propone di voler governare il Paese. Il punto è che se stai
all'opposizione fai un po' di protesta e pazienza, ma quando sarà
chiamato a governare, il PD che farà? Quale linea sposerà? Io temo che
continuerà ad averne cinque. Dunque questo è il grande problema che ha
di fronte il Partito Democratico e non so davvero come ne possa uscire.
- Sei andato a portare il saluto alla manifestazione del PD, allora
confrontiamo quella manifestazione con quella che c'è stata il giorno
della fiducia, il 14 dicembre...la manifestazione studentesca...
Io ho partecipato a quella manifestazione, il giorno della fiducia. Era
una meravigliosa manifestazione, variegata, c'erano gli studenti ma
c'era anche la Fiom, c'erano i precari della scuola e dell'università,
c'erano tanti che volevano manifestare la propria rabbia contro il
governo: era squisitamente una manifestazione politica. Mancava, manca,
il referente Partito: era, cioè, una manifestazione politica priva di
uno sbocco politico e nelle istituzioni. È più difficile fare una
proposta se non hai il terminale. Sulla manifestazione di martedì 14
dicembre 2010 voglio dire una cosa netta: chi è andato in piazza con
l'intenzione deliberata di compiere delle violenze è evidentemente un
nemico del movimento. Io non mi scandalizzo di fronte alla violenza, non
mi ritengo certo un aderente al movimento non violento, lo considero una
sciocchezza anche culturalmente. Ma se tu hai un movimento di massa di
quelle proporzioni, con un'infinità di ragazze e ragazzi giovani, anche
delle medie superiori, quelli che hanno tentato di trasformare quella
manifestazione in forme violente non hanno certo compiuto un atto
rivoluzionario, ma controrivoluzionario. Noi comunisti dovremmo davvero
essere in grado di respingere tali forme, perché sono un danno enorme:
rischiano di far criminalizzare il movimento ed è esattamente quello che
vuole il governo.
- Manca, dunque, un referente per questa piazza all'interno del
Parlamento: ma sarebbe sufficiente? Perché in un passato tutt'altro che
remoto questo referente c'era.
Ma in passato, come ho detto prima, c'era un referente o più di uno:
c'erano i comunisti, come partito e in Parlamento. Ora purtroppo non ci
sono più. Tuttavia, non era allora e non sarebbe oggi sufficiente. Credo
che vada detta una cosa in modo chiaro, e cioè che nella fase dei
governi di centrosinistra, in particolar modo negli ultimi due anni di
governo Prodi 2006/2008, sia noi che il PRC, in modo diverso perché noi
non siamo entrati direttamente al governo, abbiamo comunque applicato
una linea con trent’anni di ritardo: quella del partito di lotta e di
governo. Questa era la scommessa su cui aveva puntato Enrico Berlinguer
a metà degli anni 70. Allora non riuscì nemmeno al PCI, che aveva il
34,4% dei voti, perché tale linea ha in sé un'ambiguità intrinseca che
ti fa perdere i contatti con il governo in quanto tale e con la lotta in
quanto tale. Noi abbiamo provato ad applicarla essendo infinitamente più
piccoli e senza essere il PCI.
Per cui abbiamo scontentato paradossalmente tutti, sia “a destra” che “a
sinistra”. C'era chi ci diceva: “passate tutti i giorni a rompere le
scatole al governo, state buoni, siate leali, siate unitari, siate
uniti”, frase che mi sarò sentito ripetere mille volte, e
contemporaneamente vi erano quelli che ti dicevano: ”Ma non avete
ottenuto questo e non avete ottenuto quest'altro, siamo ancora in
Afghanistan, i salari non sono aumentati, c'è lo scalino delle
pensioni...”: ci siamo trovati in un pertugio strettissimo per cui
facevamo le manifestazioni e contemporaneamente stavamo al governo.
Allora è necessario dire con chiarezza che il partito di lotta e di
governo non funziona: o è di lotta o è di governo. Ma se io ritengo che
i comunisti debbano avere una vocazione di governo, altrimenti,
banalmente, non hanno letto Lenin; questo non significa però stare al
governo a tutti i costi. Il nostro non è un problema di linea politica,
ma di rapporti di forza: se un giorno accetteremo di far parte di un
governo sarà per governare e non per lottare: o meglio, la forma della
lotta sarà quella, attraverso lo strumento del governo, di modificare lo
stato di cose presente. Per far questo, saranno però necessari nuovi
rapporti di forza, attraverso i quali trasformare, agire, altrimenti non
serve. Anzi è dannoso e l'abbiamo sperimentato con le elezioni del 2008.
- Passiamo ora ad analizzare il terzo blocco, dopo il Parlamento e la
piazza rimangono tutti gli altri: i cittadini che sono spettatori
attoniti o disinteressati, a volte persino disgustati, sia dallo
spettacolo all'interno del Parlamento sia da quello che avviene al di
fuori, che percepiscono come una sorta di “far west”. Non si sentono
rappresentati da nessuno, alcuni perché dicono “io non capisco niente di
politica”, altri perché al contrario capiscono “di politica” e ne
provano una completa disaffezione, delusi dal sistema stesso. Noi come
ci rapportiamo verso tutti costoro?
Diciamo che il fenomeno odierno è figlio di un percorso trentennale, la
degenerazione da cittadino in spettatore, o da cittadino in consumatore:
inizia, infatti, con l'irrompere delle televisioni commerciali in
Italia. Prima ho parlato della politica estera di Craxi positivamente,
Craxi fu invece un disastro per la sinistra italiana in politica
interna. Perché il duo Craxi-Berlusconi ha dominato negli anni 80,
quelli della “Milano da bere”, uno in politica e l'altro nelle
televisioni commerciali, agendo per spostare il senso comune, ossia
quelle che nel nostro linguaggio si definiscono idee dominanti, cioè
quelle della classe dominante. In Italia non è sempre stato cosi. Con
l'irrompere delle televisioni commerciali viene ribaltato il senso
comune di grandi masse di proletari, ovviamente quelli meno istruiti,
basandosi sull'idea che in fondo tutto è commerciabile, tutto è in
vendita, tutto ha un prezzo, tutto è valutabile patrimonialmente,
compreso il corpo umano. Pensate alla progressiva distruzione dell'idea
del corpo femminile, mercificato totalmente a tutti i livelli, partendo
dalla pubblicità fino alle disgustose vicende dei giorni odierni.
Il berlusconismo si è diffuso ovunque proprio perché si è
progressivamente spostato il senso comune. Il successo delle televisioni
commerciali ha indotto la Rai, e cioè la televisione pubblica per la
quale tutti noi paghiamo un canone, ad adattare al ribasso, in una corsa
al peggio, i suoi palinsesti. È venuta così meno una funzione che la Rai
ha assolto per i trent'anni precedenti: una gigantesca alfabetizzazione
di massa. Ha fatto conoscere a grandi masse i romanzi attraverso gli
sceneggiati televisivi che erano fatti benissimo, professionalmente,
come anche le trasmissioni di approfondimento, pensiamo alla mitica tv7.
La Rai ha smesso perché ha inseguito la televisione commerciale. I
format sono oramai tutti uguali. Qualcuno forse saprà che ho trascorso
qualche mese a casa per via di un incidente, ed ho fatto una
scorpacciata di televisione, pubblica e privata. E' impressionante, io
invito tutti a fare un esperimento: alzarsi la mattina, non uscire per
una giornata intera e passarla davanti alla televisione. I danni sul
piano morale dell'inciviltà delle trasmissioni televisive sono
incalcolabili. Anche perché impattano su un pubblico, quello che sta a
casa, di persone probabilmente più ingenue di altri. Trasmettono infatti
la fotografia di un Paese che non esiste, i problemi scompaiono: questo
processo ha portato alla degenerazione della coscienza di tantissimi
milioni di persone ed ha creato il terreno per il berlusconismo.
Berlusconi eredita in politica quello che ha creato con le televisioni:
trasforma cioè un pubblico in un elettorato. Se si vanno ad analizzare i
flussi elettorali è chiaro che non è un caso che molti proletari e
sottoproletari votino a destra: vengono educati, contro educati, diciamo
cosi, secondo le formule classiche, al peggio. Io credo che faccia
infinitamente più danni Maria de Filippi che Bruno Vespa, perché chi
guarda le trasmissioni televisive di approfondimento lo fa perché si
interessa di politica, ed è quindi in grado di discernere. Chi guarda
“Amici”, “L'isola dei famosi” o programmi analoghi, non ha il più delle
volte gli strumenti per farlo. Se si pensa poi allo scopo odierno della
cultura in Tv è una tragedia: serve a fare soldi. Nei programmi
pre-serali, sia alla Rai che a Mediaset, se conosci delle nozioni vinci
i quiz e dunque vinci soldi: anche la cultura è diventata
patrimonialmente valutabile ed ecco di nuovo il decadimento che porta al
berlusconismo. C'è una celebre ed importante polemica del dopoguerra tra
Benedetto Croce e Palmiro Togliatti che è molto istruttiva. Croce
sostiene che il fascismo fosse stato solo una parentesi della storia,
perché in Italia vi sarebbe stato, a suo dire, un fluire naturale verso
la libertà e, dunque, egli affermava, “è come l'invasione degli Hyksos
in Egitto”, di un popolo cioè che veniva da fuori, invadendo l'Egitto e
governandolo per qualche tempo finché non furono ricacciati. Togliatti
replicava che, mentre gli Hyksos venivano appunto da fuori, le pulsioni
reazionarie di massa che vi sono in Italia sono assolutamente endemiche.
Berlusconi le ha solleticate, vellicate, sostenute ed elette a sistema e
sono le pulsioni peggiori: da quelle di chi non vuole pagare le tasse a
quelle di chi vuole cacciare gli stranieri, sino a quelle di chi,
banalmente, vuole solo guardare tette e culi in televisione. Lui è
riuscito in un'operazione formidabile e guai a sottovalutarlo, guai a
pensare che sia una macchietta. Berlusconi è, per usare una celebre
espressione, l'autobiografia della nazione.
- Parlando di immigrati quello che voglio chiedere è: non è che la Lega
ha avuto un'intuizione che noi come sinistra radicale non abbiamo avuto?
Io non sono mai stato radicale, io sono comunista!
- L'intuizione è questa: tratta l'immigrato come un lavoratore, tratta
l'immigrazione come un problema di lavoro.
Io non sono convinto di questo, la Lega non tratta gli immigrati come
lavoratori: sfrutta dal punto di vista del lavoro quelli regolari che
stanno nelle fabbriche, e nelle fabbriche del nord gli immigrati sono
ormai spesso più del 50%. Gli stranieri sono però lavoratori di serie
“b” perché, mentre gli italiani hanno dei diritti civili che sono
quelli garantiti dalla Costituzione, per esempio possono esercitare la
loro religione, se ce l'hanno, in maniera libera, tranquilla, e senza
problemi, gli immigrati quando escono dalla fabbrica se vogliono
costruirsi una moschea la Lega gli dice di no! Sparge il letame di
maiale, che è considerato infetto dai mussulmani, nell'area circostante
alla moschea medesima o addirittura impedisce loro di sedersi sulle
panchine pubbliche, o propone i tram separati etc. Allora tutto questo
mi fa pensare che il modello della Lega sia un modello di democrazia
imperfetta e cioè come quello dell'antica Grecia: solo i cittadini che
stavano nell'agorà avevano dei diritti perfetti, votavano, e
partecipavano alla cosa pubblica. Ma questo era possibile perché erano
1/3 della popolazione, gli altri 2/3 erano schiavi e stranieri che non
avevano alcun diritto e lavoravano per sostenere i cittadini Greci. E
quindi da questo punto di vista la Lega incarna un modello infinitamente
più pericoloso di altri.
- Invece il nostro approccio nei confronti del problema
dell'immigrazione quale dovrebbe essere?
Il nostro approccio dovrebbe essere squisitamente politico e di classe.
Noi non siamo la Charitas, che per inciso fa delle cose straordinarie e
meno male che c'è, ma noi non abbiamo lo stesso scopo. Noi non possiamo
semplicemente dire “poveri immigrati”, perché con questa logica non
andiamo da nessuna parte, non facciamo il bene degli immigrati e non
facciamo niente di costruttivo per il Paese. Io penso che noi dovremmo
cominciare a pensare a forme di organizzazione politica degli immigrati
sul piano di un ragionamento politico strettamente di classe. In fondo,
se ci pensiamo, gli stranieri incarnano le due più grandi contraddizioni
del mondo contemporaneo: quella classica capitale-lavoro e quella
inedita nord-sud. E allora, anche se è difficilissimo, bisogna iniziare
a porsi il problema non soltanto dell'adesione al sindacato, che lo sta
facendo da sé anche se con difficoltà, ma di organizzare politicamente
gli immigrati. Bisogna ammettere che anche tra gli immigrati ci sono
differenze e lotte, non è che vadano tutti d'accordo tra di loro,
perché se dobbiamo raccontare le frottole è meglio se scegliamo un altro
mestiere. Le contraddizioni religiose tra sciiti e sunniti ad esempio,
sapete quanti problemi causano nelle comunità musulmane in Italia?
Siccome io le conosco piuttosto bene, appunto per il mio rapporto col
mondo arabo, ho provato tante volte a costruire una prospettiva
politica, ed in parte posso dire, almeno a Roma, di esserci riuscito, ad
esempio per quel che riguarda le nostre campagne elettorali, durante le
quali hanno spesso lavorato all'unisono, se non tutti quasi tutti, per
il successo delle nostre liste. Però poi quando si passa a pensare ad
un'organizzazione degli immigrati in senso stretto, cioè quelli che non
votano, che non hanno la cittadinanza italiana, lì diventa un guaio per
le contraddizioni interne e perché, obiettivamente, non avendo diritti
civili è molto difficile anche organizzarli politicamente. Io credo che
uno dei tanti problemi di questa fase del mondo è che al posto
dell'ideologia della liberazione globale degli individui, cioè il
comunismo, abbia preso il sopravvento il fanatismo religioso. Quando un
individuo è disperato, se ha una prospettiva politica di liberazione e
di emancipazione, intraprende una certa lotta, prova a fare la
rivoluzione o la battaglia per l'indipendenza nazionale. Se viene meno
quella prospettiva politica cosa resta?
Restano i kamikaze. Io credo che vada detto che anche alcuni leader del
mondo arabo odierni vengono dalle file comuniste. Il capo di Hezbollah,
ad esempio, era il capo della gioventù comunista libanese. Venuto meno
quel mondo, quel punto di riferimento, quella prospettiva, cosa resta?
Resta Allah. La realtà, proprio perché cosi articolata, non ci consente
scorciatoie: le società occidentali sono società multietniche e multi
religiose, quindi questo problema i comunisti se lo devono porre. E non
semplicemente su base solidaristica. Si può dire una verità che dovrebbe
essere banale? E cioè che chi delinque, indipendentemente dal colore
della pelle, deve essere punito come gli italiani. Il problema tuttavia
è che oggi gli immigrati sono gli unici che vanno in galera. Le carceri
scoppiano, sono piene di tossicodipendenti e di immigrati. I colletti
bianchi non vanno in galera. Allora una battaglia per la legalità seria
deve partire da questo. La giustizia è un tema di classe? Altroché,
tanto è vero che una delle lotte di classe che hanno fatto i padroni è
quella di derubricare i loro reati a banali illeciti amministrativi. Il
falso in bilancio non c'è più.
Naturalmente questo è un tema complesso ma se noi vogliamo pensare in
grande nella costruzione della prospettiva di un partito comunista in
Italia bisogna iniziare a pensare anche ad affrontare i temi complessi.
- E' interessante quello che hai detto, che siano stati derubricati in
generale quasi a marachelle i reati di stampo economico. Ma a questo
punto c'è un'altra prospettiva che i padroni, ed in questo caso un
padrone specifico, cercano di portare avanti, ed è quella di cancellare
una delle prime conquiste che fece il movimento operaio cioè la terzietà
del giudice per le controversie di lavoro.
Ma in realtà alcuni reati dei colletti bianchi, i reati economici, sono
stati derubricati, cioè non sono più reati: ed è stata fatta passare
nella mentalità comune l'idea che non sono cose gravi, perché se non
scorre il sangue, non pare neppure un reato, non si mette in pericolo la
sicurezza. Esattamente il contrario di quanto succede in un paese come
gli USA, dove i reati economici, come noto, essendo contro la
collettività, contro la fides pubblica, sono ritenuti i più gravi di
tutti. Questa è l'unica cosa dove l'Italia non segue l'America,
purtroppo perché in questo caso l'etica protestante è molto più
funzionale dell'etica cattolica. Per quanto riguarda le controversie di
lavoro, si tratta di uno dei tasselli dell'attacco alla condizione dei
lavoratori, anche questa non percepita come pericolosa, ma in realtà
pericolosissima, perché è la sottrazione di un giudice terzo nei
conflitti di lavoro. È un sistema complessivo di attacco in cui, pezzo
per pezzo, hanno smantellato quanto è stato conquistato in trent'anni.
Le lotte degli anni cinquanta erano prodromiche a quello che è successo
negli anni sessanta, quelli con le grandi conquiste, e poi dei settanta.
C'è un dibattito un po' folle secondo me su questo, anche nel movimento
operaio, sul legame tra conquiste sociali e diritti civili. I diritti
civili avanzano quando avanzano le battaglie sociali: ad esempio,
divorzio e interruzione volontaria di gravidanza sono arrivati dopo che
è arrivato lo statuto dei lavoratori, dopo che è arrivata la scuola di
massa, l'articolo 18 etc. Le due cose sono sinergiche, tanto è vero che
oggi che stanno smantellando lo stato sociale, contemporaneamente
smantellano i diritti delle donne.
La discussione su queste cose non può essere astratta. Anche in un
movimento straordinariamente fecondo come quello femminista, di cui io
sono un lettore attento, talvolta la discussione è secondo me mal posta
e non è fondata su un'analisi realistica della società. L'idea che i
diritti delle donne siano a prescindere è un errore, perché, come è
chiaro, oggi i diritti delle donne sono a rotoli, non esistendo un
movimento di massa in grado di sostenerli.
- Tornando a parlare di problemi di lavoratori e di sindacato, la
rottura tra la Fiat, Marchionne e la Confindustria ha in sé caratteri di
grande, quanto socialmente, politicamente e sindacalmente drammatica,
rilevanza strategica. Su che basi e perché avviene tale rottura? Che
cosa essa evoca strategicamente? E qual è il rapporto che noi dobbiamo
instaurare con il sindacato e con quale sindacato?
Io direi che qui siamo al nocciolo del problema. Marchionne, oltre
tutte le cose di cui abbiamo parlato prima, incarna quello che si può
chiamare lo “smantellamento della gerarchia delle fonti del diritto”,
cosa complicata e che spiego in maniera semplice. Le fonti del diritto
hanno una gerarchia: la più importante è la Costituzione, poi ci sono le
leggi ordinarie, poi quelle regionali sino a quando si arriva ai
contratti tra i privati, i più banali. Marchionne mette il contratto tra
privati al primo posto, sopra la Costituzione. Perché? Perché se nel
contratto fa scrivere che il lavoratore si priva del diritto di sciopero
e il diritto di sciopero è sancito dalla Costituzione, vuol dire che ha
invertito la gerarchia delle fonti. Ma se un contratto tra privati è più
importante della Costituzione ciò significa la fine della Repubblica. Di
questo, secondo me, non c'è un'adeguata consapevolezza, lo dico senza
nessuna nota polemica. Il Sole 24 Ore ha pubblicato l'estate passata
l'elenco dei complimenti ricevuti da Marchionne da parte di esponenti
della sinistra nel corso degli anni e sono stato molto contento di non
aver trovato nessun mio commento favorevole a Marchionne nemmeno quando
era di moda.
- Abbiamo detto che in questa situazione di attacco cosi forte rispetto
al lavoro in generale, il sindacato è oggettivamente in crisi.
È in crisi ed è anche molto diviso; sono due prospettive diverse quelle
che oggi si agitano nel movimento sindacale. C'è quella che non è
nemmeno più concertativa, quella vuole condividere con le aziende, cioè
con i padroni, il percorso. Non solo quello contrattuale ma anche quello
della produttività. Viceversa c'è chi continua a difendere i diritti dei
lavoratori, che è esattamente il compito del sindacato, almeno per come
è noto nell'Europa continentale. Dal punto di vista odierno, io vedo la
Cgil in difficoltà perché Cisl, Uil e altre sigle concertano, anzi,
ripeto, si accordano sulla produttività con un sostanziale abbandono
della difesa del ruolo del sindacato dei lavoratori, quelli in carne ed
ossa. Penso a cose essenziali, tipo le norme sulla salute in fabbrica.
La Cgil ha tenuto fino ad ora il punto, ma straordinaria è stata la
capacità della Fiom di stare in campo. Credo sia tuttavia arrivato il
momento di avanzare una proposta in positivo e non solo di difesa (pur
fondamentale!), profondamente innovativa, proprio sul modello di
sviluppo. Secondo me, è l'unica ipotesi di lavoro possibile. Le vecchie
ricette non funzionano più. L'idea da respingere, almeno secondo me, che
poi è la cartina tornasole di tutto, è il patto sociale. Il patto
sociale non è un patto, è una resa.
- In quest'ottica quindi come interpreti il risultato del referendum a
Mirafiori?
Il risultato del referendum di Mirafiori è uno straordinario risultato
politico che manca tuttavia di un referente politico.
Il 46% dei lavoratori contro ogni aspettativa ha votato no.
A quello che non era un referendum in senso stretto : il referendum,
infatti, presuppone un voto libero, espressione di democrazia diretta.
Il referendum di Mirafiori è stato invece un vero e proprio ricatto:
posto di lavoro in cambio dei proprio diritti.
L'esito finale è dunque il segno di una grande prova di volontà da
parte dei lavoratori, con la maggioranza tra gli operai, di non chinare
la testa e di voler continuare a battersi per i diritti e per la
democrazia.
La posta in gioco era e resta altissima: un intero modello di società
che per Marchionne, e chi lo ha sostenuto, è quello di lavoratori
lobotomizzati, totalmente succubi all'azienda e privati di una reale
rappresentanza sindacale conflittuale.
È necessario sottolineare che il contenuto dell'accordo calpesta la
Costituzione e le leggi dello stato.
Ed è poi, oltre che profondamente ingiusto perché, con i ritmi di lavoro
previsti, mette a repentaglio la salute e la sicurezza dei lavoratori,
anche del tutto inefficace sul piano della produttività. In Germania ed
in Francia , infatti, le aziende automobilistiche hanno ripreso a
vendere grazie ad una politica che motiva positivamente il lavoratore
attraverso la riduzione dell'orario di lavoro a 33 ore settimanali e ad
un aumento dei salari. Tutto ciò si accompagna a massicci investimenti
sull'innovazione e sulla qualità dei modelli: in Fiat si è fatto il
contrario .
Questa è dunque una proposta ingiusta ed al contempo sbagliata.
La battaglia quindi continua e il grande tema irrisolto è quello che
dicevo all'inizio: chi rappresenterà politicamente e nelle istituzioni
quel 46% di voto contrario?
Da questo punto di vista occorre rilanciare il tema dell'unità a
sinistra di tutti coloro che si sono schierati politicamente a favore
del no.
- E qui veniamo ad una cosa molto importante per noi. La crisi del
governo Berlusconi porterà alle elezioni anticipate. Quale ruolo devono
svolgere i comunisti e la Federazione della Sinistra? Quali obiettivi
politici e sociali in un contesto così difficile bisogna mettere a
fuoco? In che modo dovremmo rivolgerci alle masse? In pratica,
sinceramente e non in maniera retorica, ai lavoratori, ai precari, agli
studenti, alle donne noi che cosa dobbiamo dire? Che cosa gli
promettiamo o proponiamo?
Io direi che ci sono due livelli diversi: il primo è quello di mandare a
casa Berlusconi per far tornare una normale dialettica repubblicana in
questo Paese. Ripeto, non credo che il terzo polo sia centrista, credo
che il terzo polo sia, dal punto di vista della politica economica, di
destra; ma bisogna eliminare l'anomalia Berlusconi, anomalia anche in un
sistema capitalistico, perché Berlusconi somma, nella stessa persona e
nello stesso gruppo, il potere economico, il potere politico e il potere
mediatico. Questa cosa non esiste in una normale fisiologia del sistema
democratico borghese, questa è una patologia. Allora, per espellere
questa patologia è ragionevole pensare ad un'alleanza, la più larga, che
sia in grado di vincere. E quindi noi siamo disponibili. Anzi abbiamo
proposto un patto politico-elettorale che tenga il tema della
democrazia, della Costituzione, del conflitto degli interessi, contro le
leggi ad-personam etc., al centro del proprio orizzonte politico, per
cacciare Berlusconi. Dopo di che, se vincerà il centrosinistra, quindi
Pd, Idv, Sel una volta che avremo visto cosa deciderà di fare Vendola, a
quel punto noi dovremo essere i garanti per i lavoratori, per i precari,
per gli studenti, di alcuni punti perché non vedo le condizioni per un
patto programmatico complessivo. Lo dico con rammarico, c'è chi è
contento di questo. Lo dico con rammarico perché vorrei che ci fossero
le condizioni per un patto di governo dove i comunisti potessero
contare. Non ci sono perché io non potrei andare da Bersani, va detto
con onestà a chi ci legge, e dirgli “togli i finanziamenti alla scuola
cattolica!”, cosa che io farei se fossi al governo e avessi la forza di
fare, perché so che lo metterei in difficoltà e non potrebbe
concedermelo. Faremmo la fine dei due anni di governo Prodi, dove
chiedevamo un sacco di cose, non ce le davano, e così facevamo una
figuraccia. È buon senso politico. E chi grida che dobbiamo chiedere
questo, quest'altro e quest'altro ancora, non sta facendo politica, sta
facendo propaganda. E noi con la propaganda siamo morti. Allora io credo
che si debbano contrattare tre cose, tre cose che il Pd ci può dare e
che noi abbiamo il dovere di controllare che lo faccia. Primo: una
politica sul lavoro più decente, con il ristabilimento delle regole del
contratto collettivo nazionale valevoli per tutti e un abbassamento
progressivo del precariato, cose ovvie sul lavoro. Secondo: io credo che
servirebbe un investimento massiccio di risorse sulla scuola pubblica;
io non chiederei a Bersani di togliere i soldi alle private, anche se lo
vorrei, però in cambio dovrebbe dare il doppio dei soldi alla scuola
pubblica, proprio perché la scuola è tutto quello che abbiamo già detto
prima. Terzo: il fisco, perché per finanziare lavoro e scuola, da
qualche parte i soldi bisogna prenderli. Allora io credo che si possa
riparlare in Italia di una patrimoniale, seriamente. La patrimoniale c'è
in Francia, e lì c'è Sarkozy, non i comunisti, e quindi non è una
bestemmia dire che ci vuole una politica fiscale seria. Non basta la
solita storia che tutti dicono “bisogna contrastare l'evasione
fiscale!”, grazie lo so. Devo dire che Visco lo stava facendo, onore al
merito, stava recuperando soldi dall'evasione. Ci sono ormai dei sistemi
che con l'informatica sulla tracciabilità dei pagamenti permettono di
trovare di tutto, volendo, ma non basta. Sarebbe già una cosa
rivoluzionaria, ma non basterebbe, soprattutto se l'Europa ci chiederà
quella manovra economica. Allora l'alternativa è: o distruggere lo stato
sociale o introdurre la patrimoniale, che deve essere progressiva, e
cioè più sei ricco e più paghi; ancora una volta non è una roba
bolscevica, sta nella Costituzione Italiana, cosa che nessuno dice più.
Allora queste tre cose, lavoro, scuola, fisco, possono costituire il
profilo con cui noi ci presenteremo con semplicità ma anche con coerenza
agli elettori.
- Che ruolo deve svolgere la Federazione della Sinistra, di cui sei
stato eletto portavoce al congresso? Come si può rafforzare? Cosa deve
essere e cosa non deve essere?
La Fds non deve essere “a rimorchio”, deve avere un suo profilo
autonomo e lo deve avere dal punto di vista politico, culturale ed
ideale, deve avere i propri principi, i propri valori autonomi. Dire con
precisione cosa debba essere la Fds è un po' più difficile, perché, come
afferma un grande poeta, è più semplice declinare ciò che non siamo e
ciò che non vogliamo. Andiamo dunque con ordine.
Intanto, è un fatto grandemente positivo in sé essere riusciti (non era
scontato) a costituire questa Federazione. Secondo. Credo che sarebbe un
bene se essa si allargasse ancora a tante compagne e compagni che ancora
non vi si riconoscono. Terzo. La Fds sarebbe secondo me più forte (e
vivrebbe meno contraddizioni al suo interno) se in essa si costituisse
un unico, più grande (meno piccolo…) partito comunista: rilancio,
pertanto, la proposta alle compagne e ai compagni di Rifondazione
Comunista: ha senso che oggi in Italia, con quello che è successo, ci
siano due partiti comunisti? Sì, è vero che sono uniti nella
Federazione, ma se è per questo la Federazione della Sinistra si
potrebbe fare anche con Sel, perché al suo interno ci sono anche i non
comunisti. Se la Federazione serve, ad esempio, a difendere la Fiom,
ricordiamo che in piazza con la Fiom c'era anche Sel, se serve a
difendere la scuola pubblica, Sel è d'accordo con noi, se serve a
difendere i beni pubblici come l'acqua, ancora una volta Sel è con noi.
Ma dentro la Federazione ci dovrebbe essere chi non si limita a queste
cose, pur indispensabili, ma non di segno consapevolmente
anticapitalista e trasformatore: se uno è comunista, dovrebbe voler
andare oltre, non farsele bastare, perché essere comunista significa
proporre una critica sistemica al capitalismo e la fuoriuscita da esso.
All’interno della Federazione, occorrerebbe, cioè, un forte polo
comunista, un partito comunista unico, più incisivo, capace di
trascinare e orientare. I non comunisti che già fanno parte della Fds,
d’altro canto, vedrebbero anch’essi come un fattore positivo questa
riunificazione, che rappresenterebbe una semplificazione oggettiva e
drastica del funzionamento della Federazione medesima.
- Poni, dunque, il problema della esigenza di ricostruzione in Italia di
un Partito comunista più forte e strutturato...
Sì, pongo con nettezza tale questione, a partire dal drammatico quadro
sociale che viviamo.
Siamo dentro una crisi capitalistica strutturale, destinata a durare nel
tempo. Essa spinge le classi dominanti a cercare soluzioni reazionarie e
anti-operaie, sia sul piano economico-sociale che su quello
politico-istituzionale. La stessa debolezza strutturale del capitalismo
italiano – perdente sul terreno della concorrenza rispetto agli altri
poli capitalisti europei ed internazionali – spinge le classi
proprietarie ad un giro di vite sul piano dello sfruttamento operaio e
su quello dell’abbattimento dei diritti. La finanziaria Tremonti aggrava
ancor più le già precarie condizioni di vita delle masse popolari e,
come abbiamo visto, il progetto Marchionne punta ad una totale libertà
di manovra e potere sull’uso della forza-lavoro, fino a negare
elementari diritti sindacali e costituzionali (si pensi al diritto di
sciopero!).
Contestualmente, e per fortuna, riprendono vigore – nelle fabbriche e
nelle scuole - resistenze e lotte sociali.
Ciò che palesemente manca è una robusta ed efficace sponda politica a
queste lotte, con una forte presenza nel conflitto sociale e nelle
istituzioni, senza la quale esse sono destinate a rifluire, a rimanere
prive di una consapevolezza politica generale e di un progetto
unificante. Manca un fronte unitario delle sinistre, tenuto insieme da
un solido patto di unità d'azione. E all'interno di esso, un Partito
comunista rinnovato e riorganizzato, quale intellettuale e
organizzatore collettivo in grado di indicare una strategia democratica
e progressiva, capace di riproporre nell'Italia di oggi, e con una
visione mondiale della crisi e delle sue vie d'uscita, una prospettiva
volta al socialismo; che rimane l’unica vera e compiuta alternativa –
sia pure di lungo termine – alla crisi sistemica del mondo
capitalistico.
- Perché proprio un partito comunista, in una fase in cui, nel nostro
Paese, il riferimento al comunismo non gode certo di grande popolarità?
Non sarebbe meglio un riferimento più generale (seppur generico) ad una
“forza di sinistra anti-capitalistica”?
La due cose si integrano, non alludono ad esigenze contrapposte, ma
complementari. Il Partito comunista è necessario perché una coscienza
comunista, capace di porsi in modo lucido, razionale e non utopistico
una prospettiva di avanzata al socialismo non nasce spontaneamente nei
movimenti sociali, neppure nelle loro avanguardie più radicali; e
nemmeno nell'ambito di un general generico anti-capitalismo, ma ha
bisogno di un intellettuale collettivo. Questa fu del resto l'intuizione
originaria di Marx, quando si propose di portare il socialismo
dall'utopia alla scienza. E tanto più in questa fase così critica della
crisi capitalistica su scala mondiale, è necessario mettere a fuoco una
strategia generale, dentro una lucida consapevolezza della dimensione
sempre più internazionale della lotta per il socialismo e il comunismo.
- Ma cosa può fare, a fronte di una impresa di così vasta portata, un
partito piccolo e abbastanza fragile come il PdCI?
Abbiamo il senso delle proporzioni (assieme a quello dell'orgoglio per
le nostre convinzioni ideali e di principio, a cui non intendiamo
rinunciare) e non pensiamo certo che il PdCI, da solo, possa
rappresentare la risposta e la soluzione alla questione comunista in
Italia. Proprio per questo, ormai da diversi anni, abbiamo assunto il
progetto della ricostruzione unitaria del Partito comunista in Italia,
che vorremmo perseguire assieme alle compagne e ai compagni di
Rifondazione, di altre formazioni, o senza partito. La linea dell'unità
dei comunisti in un solo partito.
Lo abbiamo fatto già a partire dall’adesione all’Appello per l'unità dei
comunisti che uscì nell’aprile del 2008, all'indomani della disfatta
dell'Arcobaleno, e che in pochi giorni raccolse oltre 6.000 adesioni
spontanee. Abbiamo confermato questa linea al nostro Congresso di
Salsomaggiore (luglio 2008) - dove abbiamo avviato anche una riflessione
critica e autocritica sull'insieme della nostra esperienza - alla
vigilia del congresso di Rifondazione a Chianciano, riproponendola
unitariamente all’intero PRC. E colgo l'occasione per dire che chi
sostiene che non abbiamo analizzato criticamente, con grande rigore, la
nostra posizione sulla guerra alla Yugoslavia, condotta da un governo di
cui – pur contestando la guerra, noi facevamo parte – mente sapendo di
mentire, oppure non ha seguito il nostro ultimo congresso del 2008 (tre
anni fa...).
Rispetto ai rapporti di forza sociali oggi così sfacciatamente
favorevoli al capitale e di fronte alle dure condizioni di vita della
classe operaia e dell’intero mondo del lavoro, la divisione dei
comunisti in due piccoli partiti ci è parsa e ci pare ancor più oggi
priva di senso. Mentre c’è bisogno come il pane di un Partito comunista
unito, più forte, che sappia rispondere alla lotta di classe scatenata
dal capitale, radicarsi nei luoghi del conflitto e del lavoro, avviare
una profonda ricerca politico-teorica per dotarsi di un profilo
all’altezza dei tempi, riconsegnando così alla classe operaia, alle
nuove generazioni, una speranza ed un solido punto di riferimento
politico e ideale.
Purtroppo Rifondazione, fino a questo momento, non ha risposto
positivamente nel suo insieme a questa proposta, anche se nel tempo vi
sono state sicuramente prese di coscienza più chiare su questo terreno,
che apprezzo davvero, e noi pensiamo oggi che, nella situazione di crisi
(e coi rischi di dissoluzione che oggi gravano sul movimento comunista
in Italia), vanno fatti dei passi avanti concreti in questa direzione. E
che questo va fatto subito, senza troppi tentennamenti e tatticismi.
L’unificazione dei comunisti – lo voglio dire con chiarezza – non è, né
può strumentalmente essere,posta, come qualcuno fa, in contrapposizione
all’unità a sinistra. Se vogliamo essere efficaci nell’offrire una
sponda politica al movimento degli studenti o alla Fiom, in un momento
così tragico, dobbiamo unire tutti coloro che, a sinistra, sono
disponibili a farlo. Voler costruire un più forte partito comunista
dentro ad un più generale movimento di unificazione della sinistra,
fondato sulla discriminante della centralità della contraddizione
capitale-lavoro, significa render più forte anche tutta la sinistra.
Nessun settarismo, dunque.
E' sulla base di questo ragionamento, dunque, che avanzerò al mio
partito la proposta che il congresso che dobbiamo tenere a norma di
statuto nel corso del 2011 sia, come ovvio, evidentemente il congresso
dei comunisti italiani del PdCI, ma non solo. Proporrò di lavorare ad un
congresso aperto a tutte le comuniste e i comunisti che insieme a noi
intendono compiere un passo avanti concreto nel processo di
“ricostruzione del partito comunista” in Italia. Intendo cioè l'apertura
di un processo (il congresso apre un cantiere, non lo chiude: è una
prima tappa) in cui il PdCI metta le sue forze, risorse e strutture a
disposizione di un processo di ricostruzione che vada ben oltre i
propri confini. Anche per questo la tessera che proponiamo per il 2011
(il tesseramento parte in questi giorni) porta nel suo frontespizio,
insieme all’esigenza dell’unità a sinistra, esplicitamente il
riferimento alla necessità di “Ricostruire il partito comunista”, così
come recita anche il manifesto nazionale di sostegno a questa peculiare
e inedita campagna di tesseramento.
Un più forte partito comunista e una più forte sinistra unitaria e coesa
sono i due obiettivi che ci prefiggiamo.
Ci rivolgiamo dunque innanzi tutto al Prc, che andrà anch’esso al
congresso nel 2011, ma anche a tutti coloro che condividono questa
esigenza.
Siamo peraltro convinti che, se non si compiono i primi passi concreti
in questa direzione, rompendo ogni indugio e tatticismo e avviando una
fase aggregativa, l'ulteriore deriva e lo smarrimento di migliaia di
militanti comunisti diventa inevitabile. Facciamo appello a quanti sono
consapevoli della gravità della crisi e dell'urgente necessità del
partito comunista a sostenere in tutti i modi possibili questo processo,
nelle forme che riterranno più consone alla loro attuale collocazione
nel conflitto sociale e politico.
Ci impegniamo a promuovere, grazie anche al contributo dell'Associazione
politico-culturale Marx 21, una riflessione aperta – economica, politica
e teorica – sulle ragioni del socialismo nel XXI secolo, e sulle
caratteristiche del partito comunista di cui c'è bisogno oggi. Guai se
eludessimo questa riflessione: troppo precarie ed eclettiche si
rivelerebbero le fondamenta della ricostruzione. E ciò comporta, anche
per noi, una riflessione critica e autocritica sull'insieme della nostra
esperienza, dentro e fuori il ventennio di Rifondazione, che abbiamo
cominciato a sviluppare già da alcuni anni e che vogliamo condurre nel
confronto aperto con tutti i comunisti e con tutte le donne e gli uomini
che saranno disponibili. Non vogliamo dare lezioni a nessuno:
auspichiamo un confronto aperto e costruttivo, rispettoso della storia
di ognuno. In questo caso, se guardiamo allo stato del movimento
comunista e alla sinistra (ma vorrebbe da dire, al fronte democratico
nel suo insieme) nel nostro Paese, è proprio il caso di dire: chi è
senza peccato, scagli la prima pietra.

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