«Il mio Viet
Nam, tra mito e futuro» 

Intervista a Oliviero Diliberto
di Paolo Barbieri
«L’ambasciatore
americano che fugge in elicottero dal tetto
dell’ambasciata è per me un’immagine indelebile». Il
Viet Nam è, per la generazione dei cinquantenni di
sinistra, almeno per quelli non pentiti, un
tatuaggio dell’anima. Oliviero Diliberto non fa
eccezione, e di ritorno dal Viet Nam, il presente si
fonde con una memoria che sconfina nel mito: «Era un
piccolo paese contro il colosso dell’imperialismo.
E’ un po’ la fascinazione di Cuba, piccola isola a
100 miglia marine dagli Usa, che è riuscita a
resistere. Il Viet Nam aveva per noi un fascino
doppio, era la lotta d’indipendenza di un popolo e
un partito comunista che aveva con i comunisti
italiani un rapporto solidissimo: oggi nessuno lo
ricorda, ma la sede dell’ambasciata del Nord a
piazza Barberini era pagata dal Pci. E infine, era
una lotta vincente: nel 1973, la tragedia cilena e
la vittoria del Viet Nam. Una cosa strepitosa,
sembrava impossibile...».
Non è la prima volta che visiti il Viet Nam. Ma
il tuo resta un legame emotivo.
Sì, in un misto di terzomondismo e di comunismo, per
noi Ho Chi Min dal punto di vista ideologico e Giap
dal punto di vista dell’azione, erano due miti
assoluti, complice il clima dell’epoca. Soprattutto
è stata grandissima l’emozione di incontrare il
generale Giap, il cui nome scandivamo nelle strade
d’Italia: ha più di novant’anni, ma sta bene. E’
l’uomo di Dien Bien Phu, è stato uno dei più grandi
geni militari della storia, al punto che viene
studiato nelle accademie militari. Ma anche la
visita ai famosi cunicoli di Qu Chi è stata
incredibile. Credevo servissero solo per
attraversare le linee nemiche: ma ci stava un intero
villaggio, hanno vissuto nove anni lì dentro.
All’ultimo di tre livelli c’era la scuola,
l’ospedale... Io ho fatto solo cinque metri lì
dentro, e ho capito perché gli americani non
potevano che perderla la guerra...
Il Viet Nam comunista non è certo un regime
democratico all’occidentale. Ma non è mai stato
accusato dei crimini che di norma pesano sulla
storia di altri paesi...
Erano comunisti dal volto umano: sono stati i
vietnamiti a deporre Pol Pot e i khmer rossi
cambogiani, un merito storico oggi dimenticato.
Miti e leggende a parte, parliamo di una nazione
sopravvissuta a una guerra devastante. Ne porta
ancora i segni?
Le armi di distruzione di massa Usa come i
defolianti hanno creato malattie genetiche che si
trasmettono tuttora ai bambini vietnamiti. Sono
conseguenze che rimangono nell’aria, nel terreno, n
ell’ambiente
per decenni.
Il Viet Nam oggi è una delle cosiddette “tigri
asiatiche”. L’economia pianificata è definitivamente
accantonata?
Loro la chiamano economia di mercato a orientamento
socialista.. Hanno una crescita al 13% annuo, più
della Cina. Il partito si pone il problema di
“guidare” l’apertura dell’economia: hanno come
modello quello cinese, ma ne vedono a posteriori
anche gli effetti non positivi. E’ un’economia mista
con un’attenzione sia all’inquinamento, che ha
danneggiato la Cina, sia alle condizioni di vita
della gente. Il loro obiettivo (sono tra gli ultimi
che fanno i piani quinquennali) è ridurre il tasso
di povertà soprattutto nelle campagne, da qui al
2016.
Il 2016 è lontano. Quali sono oggi le condizioni
di vita della popolazione?
Sono stato laggiù tre volte, sempre a distanza di
cinque anni, e ho potuto verificare di persona i
cambiamenti: è una crescita più equilibrata rispetto
a quella della Cina, si vede palesemente che il
benessere è diffuso. E’ un esempio banale, ma 10
anni fa c’erano solo biciclette, adesso tutti hanno
la motoretta. Rispetto alla Cina, stanno cercando di
evitare, nella misura del possibile, l’inurbamento
forzato, migliorando la qualità del lavoro nei
campi. Ho girato con la macchina in lungo e in
largo, e la meccanizzazione dell’agricoltura si
vede.
Il Viet Nam sta entrando nel Wto, e deve
adeguarsi alle regole dell’economia cosiddetta
liberale. Cosa resterà della “diversità” socialista?
Loro hanno fatto da tempo la scelta di convivere
nella diversità, e non sono unici. L’esempio cinese
è clamoroso, la Cina è entrata nel mercato globale
come un colosso, sia con i privati sia con il
settore pubblico: è l’Accademia delle scienze di
stato cinese che si è comprata il settore computer
dell’Ibm. Come i cinesi e per altri versi gli
indiani, che non sono un paese socialista ma hanno
una forte presenza della sinistra, anche i
vietnamiti stanno investendo sul serio, non a
chiacchiere come in Italia, nell’economia della
conoscenza: in Viet Nam la scolarizzazione è al 90%,
dato enorme per un paese in via di sviluppo. In
quelle aree del mondo si assiste a una
moltiplicazione di centri studi e università, in
certi campi all’avanguardia (basti pensare
all’informatica indiana) ma comunque gli studi
progrediscono in tutti i settori: pochissimi sanno
che un bestseller cinese dell’ultimo periodo è
Cicerone, introdotto nelle scuole perché la cultura
classica, negletta in Occidente, è stata riscoperta
come fonte di educazione nel mondo cinese. (La
Rinascita della Sinistra 24.11.06)