Le vittime dall'inizio della guerra (19
marzo 2003)
numeri aggiornati alle ore 16 del 28 maggio 2008
Iracheni
84.000 - 92.000
(fonte Internazionale);
soldati Usa 4.084; altri paesi 309
Lanciate una scarpa a Bush!
"Lanciate una scarpa a Bush!". Non lascia margini
all'interpretazione in titolo del gruppo creato su "Facebook
"
che ha registrato un boom di iscritti. A ispirare il nuovo forum è stato
il gesto compiuto domenica dal giornalista iracheno Montazar al-Zaidi,
che nel corso di una conferenza stampa a Baghdad ha lanciato le sue
scarpe contro il presidente degli Stati Uniti, George W. Bush.
Doveva capitare la domenica di Pasqua, no?
che il quattromillesimo soldato americano morisse in Iraq.
Fatemi risentire quel folle predicatore, volete? sul perché
forse
Dio,
nella sua infinita saggezza, non abbia esattamente benedetto
l'America in questi giorni. Qualcuno si sorprende? 4.000 morti.
Stime non ufficiali dicono che possono esserci più di 100mila
feriti, offesi, o mentalmente rovinati da questa guerra. E
potrebbero esserci un milione di iracheni morti. Pagheremo le
conseguenze di tutto ciò per lungo, lungo tempo. Dio continuerà
a benedire l'America.
Dov'è Darth Vader in tutto questo? Una reporter della ABC News
questa settimana ha detto a Dick Cheney, rispetto all'Iraq, che
«due terzi degli americani dicono che non vale la pena di
combattere». Cheney l'ha stoppata con una sola parola:
«Allora?». Allora? Come in «Allora che?». O come in «Fanculo,
non può fregarmene di meno». Vorrei che ogni americano vedesse
Cheney che gli mostra il virtuale dito medio: cliccate http://thinkprogress.org/2008/03/19/cheney-poll-iraq/
e diffondete. Poi chiedetevi perché non ci siamo ribellati e non
abbiamo cacciato lui e il suo burattino dalla Casa bianca.
I democratici, negli scorsi 15 mesi, hanno avuto il potere di
staccare la spina alla guerra - e hanno rifiutato di farlo. Cosa
dobbiamo fare? Continuare ad affogare nella nostra disperazione?
O diventare creativi, davvero creativi. So che molti di voi
leggendo queste righe avranno l'impudenza o l'ingenuità di
rivolgersi al vostro deputato locale. Lo farete, per me?
Cheney ha passato il mercoledì, quinto anniversario delle
guerra, non a piangere i morti che ha ucciso, ma a pescare sullo
yacht del sultano dell'Oman. Allora? Chiedete al vostro
repubblicano preferito che ne pensa.
I Padri fondatori non avrebbero mai pronunciato quelle
presuntuose parole, «Dio bendica l'America». Per loro sarebbe
suonato come un ordine anziché un'invocazione, e non si ordina a
Dio, anche se sei l'America. In effetti essi erano preoccupati
che Dio potesse punire l'America. Durante la Rivoluzione George
Washington temeva che Dio avrebbe reagito male con i suoi
soldati per il modo in cui si stavano comportando. John Adams si
chiedeva se Dio potesse punire l'America e farle perdere la
guerra, giusto per provare il suo argomento che l'America non
era degna di vincere. Essi credevano che sarebbe stato arrogante
ritenere che Dio avrebbe benedetto soltanto l'America. Quanta
strada abbiamo fatto da allora.
Ho visto sulla Pbs che che Frontline di questa settimana
conteneva un documentario intitolato «La guerra di Bush». Io la
chiamo così da molto tempo. Non è «la guerra dell'Iraq». L'Iraq
non ha fatto nulla. L'Iraq non c'entra con l'11 settembre. Non
aveva armi di distruzione di massa. Invece aveva cinema e bar e
donne che vestivano come volevano, una consistente popolazione
cristiana e una delle poche capitali arabe con una sinagoga
aperta. Ma tutto questo, adesso, non c'è più. Proiettate un film
e vi spareranno un colpo in testa. Più di cento donne sono state
sommariamente giustiziate perché non si coprivano la testa con
un fazzoletto. Sono felice, come americano benedetto, di avere
contribuito a tutto questo. Io pago le tasse e questo significa
che ho contribuito a pagare per questa libertà che noi abbiamo
portato a Baghdad. Allora? Dio mi benedirà?
Dio benedica tutti voi in questa settimana di Pasqua in cui
entriamo nel sesto anno della Guerra di Bush. Dio aiuti
l'America. Per favore. (Il Manifesto 26 marzo 2008)
Una marea di profughi. Oltre
due milioni fuggiti dall'Iraq
Sono oltre 2 milioni gli iracheni fuggiti nei
paesi vicini dopo l'occupazione dell'Iraq, altri 2 milioni sono
gli sfollati all'interno del paese. Non ci sono cifre precise
tuttavia i dati più attendibili parlano di 1,5 milioni di
rifugiati in Siria, 500.000 in Giordania e 300.000 in Libano. Di
questi solo 143.000 sono registrati dall'Unhcr in Siria, dove
l'attesa per poterlo fare dura circa 4 mesi, mentre in Giordania
- dove i profughi si nascondono - sono 51.000. La registrazione
permette alle famiglie più indigenti di ricevere aiuti
alimentari. La Siria e la Giordania sono state le mete
privilegiate perché non richiedevano un visto che invece
recentemente è stato introdotto per evitare nuovi arrivi. In
tutti i paesi ospiti gli iracheni non hanno il diritto di
lavorare.
Pochi i profughi che hanno risposto all'invito del governo di
Baghdad a rientrare in patria perché le condizioni sarebbero
migliorate. Secondo il governo sarebbero rientrati 46.000
iracheni, secondo la Mezzaluna rossa irachena sarebbero invece
25.000 di cui 19.000 dalla Siria. L'Unhcr non promuove il
rientro vista la situazione dell'Iraq. Il Libano invece minaccia
il carcere gli iracheni che non partono, secondo Human rights
watch.(Il Manifesto 21 dicembre 2003)
In Iraq muore un bambino ogni
cinque minuti
In
Iraq muore un bambino ogni cinque minuti e molti di più vengono resi
invalidi o feriti gravemente come conseguenza della guerra e questo è
avvenuto anche nella Giornata Internazionale del Bambino.
Su quattro milioni di iracheni sfollati nello stesso paese, almeno un
milione e mezzo sono bambini: la maggioranza non riceve assistenza
sanitaria di base, non riceve educazione, non ha casa, non ha acqua e
manca delle più elementari condizioni igieniche. I bambini pagano sulla
pelle le tragiche conseguenze di una guerra senza senso.
Molti medici inglesi e iracheni hanno affermato che si lasciano morire
centinaia di bambini malati o feriti, che si potrebbero trattare con
mezzi semplici "solo perchè non abbiamo medicinali e risorse". I bambini
che hanno perso le mani, i piedi, le estremità, non hanno protesi e
quelli che soffrono di gravi problemi psicologici non ricevono
assistenza.
Non importa che in accordo con la Risoluzione 1483 del Consiglio di
Sicurezza della ONU sia gli USA che il Regno Unito, hanno l'obbligo come
occupanti dell'Iraq di compiere le convenzioni de L'Aia e di Ginevra,
che li considerano responsabili non solo del mantenimento dell'ordine,
ma anche della risposta alle necessità mediche della popolazione.
(riscossa rossa 25 novembre 2007)
Diliberto: Palazzo Chigi si
costituisca parte civile su Nassirya
Roma,
10 ott. (Adnkronos) - "La presidenza del Consiglio si costituisca parte
civile nel procedimento penale pendente davanti al Tribunale militare di
Roma nel quale sono imputati i generali Vincenzo Lops e Bruno Stano e il
colonnello Georg Di Pauli per la mancata difesa di Base Maestrale a
Nassirya". Lo chiede il segretario dei Comunisti italiani Oliviero
Diliberto a quasi un mese dal quarto anniversario della morte di soldati
e civili italiani nella base italiana in Iraq.
"E' una beffa che lo Stato italiano non persegua in ogni modo la ricerca
della verita' e la tutela delle vedove delle vittime su quella strage,
anche attraverso un procedimento di fronte al Tribunale militare. Ci
saremmo aspettati -sottolinea Diliberto- che l'Avvocatura dello Stato si
fosse costituita parte civile a difesa degli interessi dello Stato e
delle vedove contro i responsabili, come invece non e' avvenuto".
"E la beffa e' ancora maggiore -rimarca il leader del Pdci- per chi come
Adele Parrillo in quella strage ha perso il compagno Stefano Rolla e,
nonostante le sue richieste e le sue battaglie, sia sempre stata
ignorata dallo Stato Maggiore e dal ministero, nel riconoscimento della
sua famiglia di fatto. Non invitata alle commemorazioni pubbliche, anzi
da queste allontanata persino con violenza nel 2005, e dunque -conclude
Diliberto- nemmeno messa in condizione di sentirsi partecipe di un
dolore insieme alle altre vedove".
Noi siamo tornati
a casa
ma gli americani
NO
Una ''tragica fatalità'' quotidiana
di Stefano Rizzo
L’esercito americano
non è soltanto una gigantesca macchina di morte. E’ anche
una inesauribile macchina di statistiche. Gli analisti del
Pentagono si chinano pensosi sui corpi maciullati, sulle
case distrutte, sui veicoli bruciati e diligentemente
annotano: scontro a fuoco, bomba, attacco suicida,
incidente. Non per tutti, però. Solo per gli americani e per
le “altre forze della coalizione”. I morti iracheni non
contano, anzi non vengono contati, almeno non ufficialmente.
Quando, qualche settimana fa, al presidente Bush fu chiesto
se sapesse quante erano le vittime civili della guerra, fu
lui per la prima volta a fornire un dato, che era però
quello raccolto dall’organizzazione umanitaria Iraq Body
Count e non dal dipartimento della difesa.
A fine giugno invece è stato diffuso un rapporto stilato da
un certo generale Peter Chiarelli che ha appurato che nel
corso del 2005 sono stati uccisi dai soldati americani circa
400 civili iracheni ai posti di blocco o nei controlli
volanti: un civile al giorno.
Si badi bene, la cifra non si riferisce alle migliaia di
“insorti” o presunti tali (di qualunque età, dai bambini ai
vecchi, alle donne) uccisi nel corso di operazioni militari.
E neppure alle uccisioni arbitrarie, veri e propri omicidi,
perpetrate al di fuori di ogni giustificazione militare, per
alcune delle quali sono in corso processi o indagini da
parte delle corti marziali.
Tre sono i casi emblematici emersi nelle scorse settimane:
il massacro di Haditha in cui sono state uccise a sangue
freddo 24 persone, l’omicidio a Hamdania di un prigioniero
tirato fuori dal carcere e poi abbattuto fingendo che stesse
dandosi alla fuga, lo stupro e l’omicidio di una ragazza di
14 anni e di tre suoi familiari perpetrato da un gruppo di
sei soldati americani a Mahmudiya.
Naturalmente, questi sono soltanto i casi emersi più o meno
casualmente, così come più o meno casualmente emersero le
torture sistematiche di Abu Ghraib; e anche se il generale
Peter Pace, capo degli stati maggiori, afferma che “il 99,9
per cento dei soldati americani si comportano in modo
corretto e umano”, questa non sembra essere l’impressione
degli iracheni.
Non del primo ministro Nouri al-Maliki che ha condannato con
forza “il ripetersi di atti di violenza delle forze
americane contro i civili iracheni” e ha preteso le scuse
formali dell’ambasciatore e del comandante americano in
Iraq. Ha anche annunciato che chiederà al governo americano
di abolire l’immunità che protegge i suoi soldati all’estero
nei confronti di procedimenti giudiziari contro di loro. Né
del suo vice Salam al-Zubaie, un sunnita, che ha auspicato
l’inizio del ritiro delle truppe della coalizione così da
consentire agli iracheni di assumere la responsabilità della
propria sicurezza, dal momento che gli americani non
garantiscono la sicurezza neppure della città di Baghdad
(come testimoniano i massacri, domenica scorsa, di civili
sunniti da parte delle milizie sciite e le successive
rappresaglie sunnite nei confronti degli sciiti).
Anche in un altro paese, l’Afghanistan, dove gli europei
combattono a fianco degli americani, un altro capo di
governo “sotto tutela”, Hamid Karzai, ha definito giovedì
scorso in una conferenza stampa “totalmente inaccettabile”
l’uccisione di centinaia di afghani negli scontri con le
forze americane e alleate.
La diligente ricerca del generale Chiarelli non si riferisce
a tutti questi casi, ma soltanto ai civili uccisi o
gravemente feriti ai posti di blocco dalle truppe americane
e ai danni materiali che “superano i 10.000 dollari” (ci si
domanda a quale tasso di cambio – dal momento che in Iraq
con quella cifra si può comprare un intero isolato).
Come è d’uso nella burocrazia militare, dopo la raccolta dei
dati sul campo Peter Chiarelli ha avanzato alcune proposte
per risolvere o almeno per ridurre il problema. Già altri
generali ci avevano provato per le uccisioni volontarie
suggerendo che i soldati americani, appena arrivati in Iraq,
fossero obbligati a frequentare “corsi di etica” e “corsi di
cultura” per sapere come comportarsi nei confronti dei
civili, una proposta che è stata sarcasticamente respinta da
altri ufficiali con la elementare considerazione che “non
hai bisogno di seguire un corso di etica per sapere che non
devi infilzare la baionetta nella pancia di un bambino”.
Le linee guida elaborate dal volenteroso generale Chiarelli
raccomandano più semplicemente l’uso di segnali manuali meno
ambigui. Ricordiamo che per un americano e un occidentale in
genere una mano aperta levata indica “fermati dove ti
trovi”, mentre per un iracheno il gesto è stato interpretato
volta dopo volta, con letali conseguenze, come un segno di
amicizia e un invito ad avvicinarsi.
Chiarelli raccomanda anche che le pattuglie ai posti di
blocco durante la notte, prima di sparare colpi di
avvertimento (o sparare direttamente sul bersaglio) facciano
segnali con luci stroboscopiche e anche con raggi laser. In
effetti sembra che questi modesti interventi abbiano ridotto
nel corso del 2006 i civili uccisi ai posti di blocco da uno
al giorno a uno la settimana. Un bel progresso, a parte che
per quelle poche decine che ancora debbono essere uccisi da
qui a fine anno!
Quello che colpisce nel rapporto Chiarelli è che le sue
raccomandazioni ricalcano quasi alla lettera quelle, di
parte italiana, contenute nella relazione sull’uccisione,
appunto ad un posto di blocco, del funzionario del Sismi
Nicola Calipari nel marzo del 2005. Allora gli americani
negarono qualsiasi responsabilità e parlarono di “una
tragica fatalità”; oggi implicitamente l’ammettono, ma non
per il funzionario italiano, bensì per gli altri 399 civili
uccisi come lui ai posti di blocco nel corso dell’anno.
Che la ragione stia nel fatto che il primo ministro iracheno
ha protestato energicamente (nonostante sia anche lui, come
quello afghano, sotto tutela americana) e abbia preteso
spiegazioni, mentre il primo ministro italiano dell’epoca
non l’ha fatto? Forse però siamo ancora in tempo per
rimediare, anche se questo non restituirà la vita al povero
Calipari.
E’ così difficile, presidente Prodi, ministro D’Alema,
chiedere – ed esigere – almeno le scuse del governo
americano per l’uccisione di un funzionario italiano a un
posto di blocco, o dobbiamo aspettare che sia un altro
rapporto del Pentagono tra qualche mese o qualche anno a
dire che il soldato Mario Lozano ha sbagliato? (AprileOnline
11.07.06)
Noi che
Vogliamo fare del bene a tutti? La
domanda di mons. Bagnasco ieri ai funerali per i caduti di Nassirya
è retorica. Chi si trova in quei maledetti scenari di guerra
“umanitaria” vuole fare del bene a tutti.
Non solo ma con un monito per tutti,che esclude la contrapposizione
e la conflittualità esasperata,inesorabilmente si va costruendo
un’umanità migliore, con realistiche e pazienti soluzioni. Il
Signore fecondi il patrimonio religioso e spirituale della nostra
amata patria. Il pontefice benedice innanzitutto quanti sono
impegnati nella difesa di quella popolazione così provata. Amen
Allora dove vogliamo metterci noi laici, noi pacifisti, noi con la
fede nella libertà, noi senza Patria-Dio-Famiglia,noi volontari
della non-violenza, noi contro la guerra, noi contro il potere delle
armi, noi contro il liberismo, noi contro, noi?
Noi che non vogliamo fare del male a nessuno, a partire da noi,
noi che non vogliamo piangere i morti, noi realistici e pazienti da
anni, noi che non siamo benedetti da nessuno, noi che non accettiamo
moniti, noi che viviamo nel conflitto, noi sordi agli appelli dei”
volontari per la vita”, noi deboli senza eserciti, noi senza
certezze,noi ne abbiamo solo una: fuori la guerra dalla Storia.
Il cuore dell’Italia è anche qui tra questi noi-tutti. Fuori
dall’Iraq. Subito.(AprileOnline 04.05.06 Lettera di Doriana
Goracci)
Solidarietà con il
popolo iracheno
Dichiarazione di 55 Partiti comunisti e operai in occasione
del 3° anniversario della guerra contro l’Iraq
La guerra contro l’Iraq, scatenata dall’imperialismo USA e dai
suoi alleati si protrae da ormai tre anni.
Per il 18 marzo, in
occasione dell’anniversario della guerra, sono previste
dimostrazioni e proteste in tutto il mondo contro il
prolungamento dell’occupazione.Facciamo appello ai popoli
lavoratori affinché rafforzino la loro lotta e la solidarietà
con il popolo Iracheno e perché fermino la minaccia di nuovi
interventi imperialisti nella regione.In quanto partiti
comunisti e operai che lottano per la pace, la giustizia
sociale, il progresso e il socialismo, appoggiamo il legittimo
diritto del popolo Iracheno a resistere
all’occupazione.Rinnoviamo la nostra ferma solidarietà con la
sua lotta per porre fine all’occupazione, per ripristinare la
sovranità e l’indipendenza, per la liberazione e l’integrità del
paese.
Chiediamo il ritiro immediato di tutte le forze d’occupazione
quale presupposto per un Iraq democratico e sovrano, un’azione
legale contro i crimini degli invasori e il pieno indennizzo dei
danni da loro causati.
Partito Comunista di
Albania, Partito Algerino per la Democrazia e il
Socialismo,Partito Comunista di Argentina, Partito Comunista di
Australia, Partito Comunista del Bangladesh,Partito Comunista di
Belarus,Partito del Lavoro del Belgio, Partito Comunista dei
Lavoratori di Bosnia-Erzegovina,Partito Comunista
Brasiliano,Partito Comunista del Brasile (PcdoB),Nuovo Partito
Comunista di Britannia,Partito Comunista Bulgaro Georgi Dimitrov,Partito
Comunista di Bulgaria,Partito Comunista del Canada,Partito
Comunista di Cuba,AKEL, Cipro,,Partito Comunista di Boemia e
Moravia,Partito Comunista in Danimarca,Partito Comunista di
Estonia,Partito Comunista di Finlandia,Partito Comunista di
Macedonia,Partito Comunista Unificato di Georgia,Partito
Comunista Tedesco,Partito Comunista di Grecia,Partito Comunista
Operaio Ungherese,Partito Comunista dell’India,Partito Comunista
di Irlanda,Partito Comunista di Israele,Partito
dei Comunisti Italiani (PdCI),Partito Comunista
Giordano,Partito Socialista di Lettonia,Partito Socialista di
Lituania,Partito Comunista del Lussemburgo,Partito dei Comunisti
del Messico,Partito Comunista di Malta,Nuovo Partito Comunista
dell’Olanda,Partito Comunista Filippino (PKP-1930),Partito
Comunista di Polonia,Partito Comunista Portoghese,Partito
dell’Alleanza Socialista di Romania,Partito Comunista della
Federazione Russa,Partito Comunista Operaio Russo – Partito dei
Comunisti Russi,Nuovo Partito Comunista di Jugoslavia,Partito
Comunista della Slovacchia,Partito Comunista Sudafricano,Partito
Comunista dei Popoli di Spagna,Partito Comunista di
Svezia,Partito Comunista di Siria,Partito Comunista
Siriano,Partito Comunista del Tagikistan,Partito Comunista di
Turchia,Partito Comunista di Ucraina,Unione dei Comunisti di
Ucraina,Partito Comunista del Venezuela( Traduzione a cura
delCentro di Cultura e Documentazione Popolare 13 marzo
2006)
Tre anni di guerra
20 MARZO 2003:
inizio dei bombardamenti; poco dopo inizio offensiva
terrestre.
9
APRILE 2003:
caduta di Baghdad.
1° MAGGIO 2003:
Bush dichiara: “La guerra è finita”;
14 DICEMBRE 2003:
cattura di Saddam Hussein;
20 GENNAIO 2005:
prime elezioni per nominare, in pratica, un’Assemblea
costituente;
15 OTTOBE 2005:
Referendum per approvare la Costituzione, le questioni
controverse sono semplicemente messe da parte,
demandandole al prossimo Parlamento;
15 DICEMBRE 2005:
elezione del nuovo Parlamento; ci vorranno sei settimane per
avere i dati definitivi;
16 marzo 2006:
le trattative per la stesura definitiva della Costituzione e
la formazione del nuovo Governo non portano alcun risultato;
prima seduta “dovuta”, ma inutile della nuova Assemblea.
Resi noti, dal Pentagono e dal
CentCom, i dati aggiornati sulle vittime della “guerra
contro il terrorismo”.
Le perdite della coalizione sono
state, in tre anni, 2.514, di cui 2.310 Americani e 204 di altri
Paesi, tra cui oltre un centinaio Britannici, 26 Italiani, 18
Ucraini, 17 Polacchi, 13 Bulgari, 11 Spagnoli, da uno a tre da:
Slovacchia, Danimarca, El Salvador, Estonia, Olanda, Thailandia,
Lettonia, Kazakistan, Ungheria. [Metà di questi Paesi, nel
frattempo, hanno attuato o annunciato il ritiro. G.B.]
I morti americani in Afghanistan
sono invece 278, per un totale, in pratica, di 2.600 uomini. Decine
i morti alleati, ma non precisati, in quest’altro Paese.I caduti
delle forze alleate nei due paesi, quindi, raggiungono,
praticamente, almeno già la cifra delle 2900 vittime dell’attacco
alle Twin Towers.
Questi caduti Americani, poi,
comprendono un’altra percentuale di vittime di incidenti e “fuoco
amico”. Queste ultime sono 502 in Iraq e ben la metà in Afghanistan
(137, contro 141 in combattimento).
Il Pentagono, per altro, non
fornisce cifre sui morti iracheni o afghani. Nel solo Iraq erano
stimati, in discorso di Bush a gennaio, in “oltre trenta mila”.
Nelle ultime settimane, dopo l’attentato di Samara, queste morti
hanno subito un’ulteriore impennata.In particolare, nei 21 mesi dal
passaggio dei poteri al Governo provvisorio iracheno, gli USA hanno
perso poco meno di 1500 uomini, contro 800 nei quindici mesi
precedenti.
I feriti dichiarati dallo Stato
Maggiore sono oltre 18.100 (circa 8 per ciascun ucciso) in Iraq e
700 (uno ogni 2,5 uccisi) in Afghanistan, ma non specificano i casi
gravi di lungo degenti, gli invalidi permanenti ed i mutilati, che,
poco tempo fa, una fonte indipendente stimava attorno all’80/90% dei
feriti dichiarati (anche perché i più leggeri sono medicati in
loco), in ogni caso pari ad almeno cinque volte i morti.
Questi dati attuali, poi, non fanno
cenno ai civili dei Paesi della coalizione, morti sotto il fuoco,
ostile o amico che fosse, in incidenti, uccisi come ostaggi, salvo
che fossero dipendenti diretti del Pentagono stesso – finora,
ufficialmente sette.
Il totale delle perdite è già oltre
sei volte quello della prima guerra del Golfo, 1991, mentre le
vittime americane sono aumentate di 16 volte da quando Bush,
scioccamente, dichiarò finita la guerra.
Contemporaneamente una dichiarazione
di un senatore socialista cileno, Alejandro Navarro, parla di almeno
1000 “mercenari” cileni che stanno combattendo in Iraq, sia come
volontari nei marines [ricordiamo che per arruolarsi nel Corpo, come
nella Legione Straniera, non occorre la cittadinanza USA, che
invece, viene concessa alla fine del servizio; G.B.], sia come
vigilantes a contratto con imprese private.(fonte
principale: ANSA, 15.03)
Ricordiamo anche che il settimanale
Internazionale, che, ogni sette giorni, riporta gli stessi
dati aggiornati, il 17.03., pubblica, in pratica, cifre
identiche, parlando di 2.311 Americani deceduti, 206 di altri Paesi
e da 33.000 a 37.500 Iracheni, basandosi sui dati di due ong:
iraqbodycount.net e lunaville.com (G.Brusasco - Osservatorio)
Codepink - Donne statunitensi contro la guerra in Iraq - Le donne dicono NO
alla guerra
"Quando l'amministrazione Bush usa
fosforo bianco su innocenti, uomini, donne, bambini, infanti, quando usa
arresti illegali e tortura su altri membri della razza umana, quando invade
ed occupa un paese che non era una minaccia per gli Usa, allora dobbiamo
dire no. Più a lungo l'orrore iracheno continua, più crimini di guerra
vengono commessi e più vite innocenti rovinate per sempre." (Cindy Sheehan)
Care Amiche,
Unitevi
anche voi a Alice Walker, Susan Sarandon,
Parlamentare Barbara Lee, Dolores Huerta, Eve Ensler
e tante altre fantastiche donne che hanno lanciato
l' Appello Urgente delle Donne per la Pace in Irak.
Da oggi all'8 Marzo, Giorno Internazionale della
Donna, raccoglieremo 100 000 firme da donne di tutto
il mondo. L'8 Marzo le consegneremo queste firme
alle ambasciate, consolati, uffici federali
statunitensi, in tutto il mondo.
Non perdere l'occasione per far sentire la tua voce,
firma anche tu l'Appello oggi stesso all'indirizzo
www.womensaynotowar.org, fallo conoscere a tutte
le amiche e unisciti a noi l'8 marzo.
Grazie
CODEPINK: DONNE PER LA PACE
Appello delle
Donne per la Pace
Noi, donne staunitensi, irachene
e del mondo intero, non possiamo piú sopportare
questa insulsa Guerra in Irak e i crudeli attacchi
ai civili che si compiono intorno al mondo. Abbiamo
già sepolto troppi cari. Abbiamo giá visto troppe
esistenze dilaniate da ferite fisiche e
psicologiche. Abbiamo assistito con orrore
all'utilizzo smisurato delle nostre preziose risorse
per scopi militari, mentre quelle destinate ai
bisogni delle nostre famiglie, come la protezione,
l'educazione, il cibo e la salute, restano
inadeguate. Non possiamo piú sopportare di vivere in
costante paura e violenza, osservando il crescere di
questo cancro di odio e intolleranza che si infiltra
nelle nostre case.
Questo non é il mondo che
vogliamo, né per noi, né per i nostri figli. Con il
fuoco nei nostri ventri e amore nei nostri cuori,
noi donne cresciamo e ci uniamo oltre i confini per
chiedere la fine di questo massacro e distruzione.
Abbiamo osservato come
l'occupazione straniera dell'Irak abbia infiammato
un movimento armato di contrasto, dando inizio ad
una spirale di violenze. Siamo convinte sia giunto
il momento di passare da un modello militare ad uno
di risoluzione del conflitto, che rispetti i
seguenti principi:
Il ritiro immediato delle truppe e dei
combattenti stranieri dall'Irak,
negoziazioni per reintegrare gli iracheni
privati dei loro diritti civili, nel pieno
rispetto della societá irachena,
una completa partecipazione delle donne
durante il processo di pace e un accordo sul
pieno rispetto delle pari opportunitá nel dopo
guerra iracheno,
un accordo di rinuncia di insediamento di
basi militari straniere in Irak,
pieno controllo e gestione irachena in
materia di petrolio ed altre risorse,
abrogazione delle leggi di pivatizzazione e
liberalizzazione imposte sotto occupazione,
permettendo al legittimo governo iracheno di
impiantare la propria strategia economica,
una ricostruzione massiccia che accordi la
prioritá agli appaltatori iracheni, e basata
sulle risorse finanziarie dei paesi responsabili
dell'invasione ed occupazione dell'Irak,
la composizione di una forza internazionale
temporanea di peacekeeping, concretamente
multilaterale e con l'esclusione delle truppe
provenienti dai paesi che hanno partecipato
all'occupazione.
Per incrementare questo processo
di pace stiamo creando un massiccio movimento di
donne attraverso le generazioni, le razze, le etnie,
le religioni, le frontiere e le ideologie politiche.
Insieme faremo pressione sui nostri governi, sulle
Nazioni Unite, sulla Lega Araba, sui Vincitori del
Premio Nobel per la Pace, sui capi religiosi e di
altre comunitá internazionali, per aiutare a
negoziare un forte insediamento politico. In questa
epoca di fondamentalismi divergenti, richiamiamo i
leader mondiali ad unirsi a noi nella diffusione dei
valori fondamentali di amore per la famiglia umana e
per il nostro prezioso pianeta.
March 8, 2006
Dear
Congratulations, we did it!!! And we
couldn't have done it without you.
Thanks to the amazing efforts of
CODEPINK
women and devoted peacemakers all
over the world,
we reached our
goal of 100,000 signatures
on the
Women Say NO
To War call. As of March
8, International Women's Day, there
were 103,000 signers!
Every single signature counted-we
thank you from our hearts…From the
masses of pink
postcards arriving from Boscobel,
Wisconsin to the signatures mailed
in all the way from Greece and Japan,
each name was represented today at
over 100 actions around the globe.
Our voice was loud and clear as we
delivered the Women's Call for Peace
to the US government offices around
the world!!! (Click
here for updates and pictures of
March 8th actions and events.)
We will continue to update the
website as you
send us your
pictures and e-mails.
In Washington DC this morning,
hundreds of women in
pink -
led by our courageous Iraqi women's
delegation-gathered at the Iraqi
Embassy and marched to the White
House to turn in the petitions (link
to photos and news stories).
These
amazing Iraqi women shared their
experiences living in a nation
reeling from war, and spoke
passionately of their desire to end
the occupation. While
Congress was considering the Bush
administration's request for $70
billion more for war, American and
Iraqi women were walking arm-in-arm,
chanting "Money
for health care and education, not
for war and occupation."
It was a week of great
emotions-highs and lows. One of the
saddest moments in our campaign was
on March 6 in New York, when Gold
Star mom Cindy Sheehan and
CODEPINK
Co-Founder
Medea Benjamin, along with two other
women, were
arrested and
jailed as they tried to
deliver the signatures to the US
Mission to the United Nations.
Dragged away
while sitting on the steps of a
public building, they spent an
uncomfortable night on the floor of
the city lock-up. They received
messages of outrage and support from
all over the world. Thank you for
all of your concern and well wishes.
Although they were treated harshly
during their arrest, their spirits
are strong.
As we end this historic
International Women's Day, we are
energized by the example of our
Iraqi sisters and determined to
continue to organize and mobilize
until all troops are out of Iraq. We
look forward to the days when we
join with our Iraqi friends, not to
mourn the dead, but to rejoice in
our common bonds and join hands to
rebuild their country.
With hope for peace in the world,
Allison, Eman,
Entisar, Dana, Gael, Faiza, Farida,
Jodie, Medea, Meredith, Nadje,
Nancy, Rae, Sureya & Tiffany
Non c'è spazio per la violenza
di Carlo Ronga
Il
18 marzo 2003 cominciava la guerra in Iraq. Allora, centodieci
milioni di persone invasero le strade di tutto il mondo chiedendo
alle armi di tacere e di dare spazio al dialogo. Ancora oggi, ogni
giorno, aumenta la conta delle vittime, poco cambia se si tratta di
civili o di giovani militari catapultati nell'inferno iracheno. Oggi
l’Iraq è sull’orlo della guerra civile, in balia della violenza e
del terrorismo, a cui continua a versare il suo tributo di sangue.
A distanza di tre anni, il popolo della pace torna a manifestare.
Domani, 18 marzo sarà una giornata internazionale di mobilitazione,
con manifestazioni e iniziative in tutto il mondo. In Italia, questa
giornata assume una importanza particolare. Siamo in piena campagna
elettorale, ed è necessario mettere la pace al primo posto
dell'agenda politica. Ne parliamo con Paolo Beni, presidente dell'Arci. La guerra porta altra guerra: il Medio Oriente è una polveriera,
la questione palestinese sembra non avere vie d’uscita, i conflitti
regionali, come nel caso iraniano, si fanno più minacciosi. Eppure
il nostro paese sembra essere distratto. Manifestare oggi per la
pace ha ancora un senso?
Ci sono ancora mille buoni motivi per manifestare contro la guerra,
per chiedere la fine dell’occupazione in Iraq e una nuova politica
internazionale basata sul disarmo e sull’iniziativa diplomatica per
la pace. Come non vedere, nella campagna che si sta scatenando
contro l’Iran, analogie con l’armamentario propagandistico che fu
messo in atto per l’attacco all'Iraq? E quale credibilità può avere
la denuncia della minaccia nucleare iraniana da parte di potenze
armate di nucleare fino ai denti?
Inoltre, si sta soffiando sul fuoco dei fondamentalismi: vignette e
magliette blasfeme o ambasciate in fiamme sono la messinscena di una
guerra delle identità costruita ad arte per fornire argomenti a
quella delle armi. Si può dire lo stesso delle bandiere bruciate in piazza e degli
slogan che incitano alla violenza?
A quelli che, nel nostro paese, credono giusto esaltare le stragi o
l’intolleranza diciamo che consideriamo questa esaltazione
incompatibile con il movimento pacifisca e nonviolento, che al
contrario vuole mettere al centro il valore della pace, dei diritti,
della giustizia e della convivenza. Il fanatismo "abita" il mondo islamico come l'occidente
cristiano. Due mondi che stanno perdendo la capacità di dialogare.
Perché?
Perché manca lo spazio democratico in cui relazionarsi e
riconoscersi. In questa situazione anche le parole chiave della
convivenza cambiano significato. La giustizia si riduce alla ragione
del più forte, la democrazia diventa l’arma che una parte del mondo
scaglia contro l’altra, la libertà di alcuni il pretesto per negare
i diritti di altri, sicurezza e diritti sociali si separano
irreparabilmente.
E’ la pervasività della logica logica di guerra, la società
interiorizza la paura, rinuncia ai propri diritti e nega quelli
degli altri, accetta la logica della violenza e del terrore. E’ qui
che passa l’idea dello scontro di civiltà, l’inganno di cui si
alimentano guerra e terrorismo, alleati per tenere in pugno
un’organizzazione del mondo basata sul dominio e lo sfruttamento.
Esiste un'alternativa?
Contro questo stato di cose, non c’è che l’alternativa radicale
della pace e della nonviolenza, dei diritti e della giustizia. Sono
convinto sia importante in questo periodo ribadire a chiunque
governerà il nostro paese nei prossimi anni che una politica estera
alternativa è una priorità e una necessità. La pace è l'unica
sicurezza possibile. La pace come unica via per una nuova governance mondiale. Pensi
che il nostro paese sia maturo per compiere una scelta così di
rottura con il presente?
Il ripudio della guerra è vivo nella coscienza del nostro paese, ma
ha bisogno del conforto di scelte politiche conseguenti, e del
sostegno di una nuova cultura di pace. Per questo, a partire dalla
giornata promossa venerdì scorso dalla Tavola della Pace, si sono
svolte ovunque nel paese centinaia di iniziative di denuncia,
informazione e di discussione. Domani, a Roma, oltre al corteo nel
centro cittadino, ci sarà l’incontro internazionale dei soldati
contro la guerra ed il concerto dei ragazzi palestinesi dei campi
profughi. Il popolo della pace torna a far sentire le sue mille voci
diverse. Un coro che non accetta "voci stonate", a favore dell'uso
della forza e delle armi. Eppure, attorno al corteo, si percepisce
la preoccupazione di rimanere vittime di strumentalizzazioni...
Il corteo, come l'intera giornata, è un'occasione di manifestare
pacificamente contro le guerre, contro l'intolleranza, contro lo
scontro di religioni. Una giornata di manifestazioni pacifiche e
serene sarà anche la risposta migliore a chi - da fronti opposti -
sta cercando in questi giorni di infangare i valori e la credibilità
del movimento.
Non ci sarà spazio in questa manifestazione per posizioni di
intolleranza o di violenza. Non ci sarà posto per slogan inopportuni
e visi coperti. E questo è un punto sul quale l'Arci, come tutte le
altre sigle che compongono il movimento per la pace, non è disposta
a fare alcuna concessione. (AprileOnline 17.03.06)